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Sabbie mobili nel nord Mali

Armi leggere, droga e transito di immigrati. Questi i traffici della regione desertica di Kidal. Ma soprattutto milioni di dollari d’investimento per cercare il petrolio. Un tenente colonnello tuareg diserta e si dà alla macchia. Poi attacca l’esercito regolare e si ritira tra le dune. Ecco come 100 uomini riescono a intavolare negoziati inteazionali con il governo. In un paese tra i più poveri del mondo.

Bamako. Un’unica strada collega il sud con il nord del Mali. Una striscia di asfalto, molle gran parte dell’anno a causa del caldo infeale, così dritta che pare tracciata con il righello. Lascia il fiume Niger a Bamako, la capitale, per ritrovarlo a Gao, 1200 km dopo. Ma il contesto è cambiato: dal clima saheliano parzialmente umido, passando dal semi arido si è arrivati al deserto; dai popoli neri bambarà, dogon e altri ancora, siamo arrivati nella terra dei tamasheq, meglio noti in Occidente come tuareg, e i loro schiavi bellà.
Questo asfalto ha visto intensificarsi il traffico dopo il 23 maggio scorso. E non di mezzi qualsiasi, ma di blindati e camion militari carichi di truppe. Vanno nelle regioni del nord: Gao, Kidal, Menaka. Da quel giorno, infatti, sembra si sia risvegliata la ribellione tuareg, che aveva insanguinato l’area (estendendosi anche in Niger) agli inizi degli anni ’90.
Il capo tradizionale tuareg, e tenente colonnello Hassan Fagaga, si era già lamentato a fine 2005 con il presidente della repubblica, Amadou Toumani Touré (chiamato popolarmente Att). Secondo lui, gli accordi del ’92 non erano stati rispettati. Le promesse di Att non gli bastano e così a febbraio Fagaga diserta con alcune decine di uomini e si rifugia nelle dune a nord di Kidal. È il suo gruppo che all’alba del 23 maggio attacca due campi militari a Kidal, facendo 6 morti e numerosi feriti e prendendo la città in ostaggio. Nelle stesse ore, il capitano Moussa Bah, comandante di una base a Menaka (località 300 km ad est di Gao), attacca la sua stessa caserma e svuota l’arsenale. Sono passate due settimane da un approvvigionamento dei magazzini dell’esercito in armi leggere e 12 giorni dalla visita del capo di stato a Timbuctù (Tombouctou), dove ha lanciato il gigantesco "Programma d’investimento per lo sviluppo delle regioni del nord" (Pidrin): quasi 26 milioni di euro.
Il Mali è uno dei paesi più poveri del mondo, con il Pil pro capite medio di 370 dollari, la speranza di vita ferma a 41 anni e il tasso di scolarizzazione al 32%. Non si muove dagli ultimi posti (174 su 177) della classifica di sviluppo umano dell’Onu. I maggiori prodotti di esportazione sono l’oro, (che comunque vede una diminuzione della produzione) e il cotone. Quest’ultimo sebbene in aumento come quantità (il Mali è il primo produttore africano) è penalizzato dal corso dei prezzi sul mercato mondiale, in particolare dalle sovvenzioni all’esportazione dei paesi industrializzati.

Senza fissa dimora

Le popolazioni tamasheq, di origine berbera, non hanno mai accettato i confini degli stati. Sono presenti in diversi paesi sahariani (oltre al Mali, Mauritania, Niger, Algeria, Libia), ma quelle che contano sono le grandi famiglie e i loro capi tradizionali. Sono popoli nomadi, che ieri si spostavano con i cammelli e oggi vogliono continuare a farlo con le 4×4 e il telefono satellitare. Abituati a un ambiente estremo, spesso sono armati, e il loro stile di vita è molto diverso da quello dei neri, che utilizzano anche come servi. Nel nord del Mali le famiglie dell’Azawad iniziarono nel 1990 la ribellione armata che vide una tregua negoziata nel 1992, con la mediazione dell’Algeria. La vera fine della guerra fu sancita a Timbuctù, mitica città nel deserto, nel marzo 1996, dalla cerimonia della "fiamma della pace", quando l’arsenale ribelle fu bruciato. Integrazione delle milizie nell’esercito regolare, maggiore autonomia per le regioni del nord e, soprattutto, investimenti per lo sviluppo sono i principali contenuti dell’accordo. Ma nel 2000 il capo tuareg Ibrahim Ag Bahanga non è soddisfatto. Secondo lui gli impegni dello stato non sono stati onorati, diserta e si dà alla macchia. Attacca una postazione dell’esercito e fa ostaggi. L’ambasciatore d’Algeria media e ottiene soddisfazioni delle rivendicazioni del capo, anche molto personalistiche (come lo statuto di comune per il suo villaggio natale).

Militare e democratico

Amadou Toumani Touré, è presidente della repubblica dal maggio 2002, quando fu eletto democraticamente. Da allora, il suo governo non ha una vera opposizione, in quanto tutti i maggiori partiti lo hanno sostenuto. Att aveva già preso il potere con un colpo di stato militare nel 1991, per mettere fine alla dittatura di Moussa Traoré, durata, sotto forme diverse, dal 1968. Si apprestò a preparare una transizione civile, e un anno dopo fu eletto Alpha Oumar Konaré (attuale presidente della commissione dell’Unione africana), che ottenne poi un secondo mandato. Alpha appoggiò la candidatura di Att nel 2002. Un tale panorama politico vedrà una facile rielezione di Att a maggio 2007, anche se questi non si è ancora candidato ufficialmente.
Il presidente, conosce bene la "questione" tuareg: nel ’90 comandava proprio le truppe nel nord.
Ora Fagaga accusa il governo di non aver rispettato i patti. Soprattutto quelli sull’investimento allo sviluppo. "Di fatto il nord è considerato la zona più depressa del paese – ci racconta Marco Alban, rappresentante di una Ong italiana che da anni è presente in Mali – e il governo invita tutti i grandi finanziatori a intervenirvi. Le più grosse Ong, come Oxfam, Medici senza frontiere, e agenzie dell’Onu, come il Programma alimentare mondiale, hanno progetti in queste regioni". Ma, continua, "resta comunque difficile avere un buon impatto sulle condizioni di vita a causa della vastità del territorio e della dispersione della popolazione, e ancora più complicato è misurarlo se si volesse fare una valutazione. Sono, inoltre, in corso di elaborazione studi che probabilmente ridisegneranno la mappa della povertà nazionale e indicheranno altre zone come prioritarie per i progetti di lotta contro la povertà".

Rivendicazioni che ritornano

I nuovi (ma vecchi) ribelli chiedono di essere reintegrati nell’esercito, ma senza carichi penali e, soprattutto, lo statuto speciale per la regione di Kidal, che già gode di una certa autonomia (è l’unica delle otto regioni del Mali ad avere un governatore eletto e non nominato dal governo). Questo vorrebbe dire una gestione fiscale autonoma e un miglioramento dell’accesso al voto (cosa non semplice, visto che qui si vive in poche famiglie disperse tra le dune). Att sa che se Kidal ottenesse l’autonomia la reclamerebbero anche le altre due regioni del nord: Gao e Timbuctù. E questo è un forte rischio per l’integrità nazionale. "In effetti se dividessimo il Mali all’altezza di Mopti dove c’è una specie di strozzatura sulla carta geografica – confida un osservatore internazionale – otterremmo due paesi molto diversi. Uno sahariano, desertico e l’altro saheliano – sudanese".
Capita, di questi tempi, di incontrare sul volo Bamako – Parigi energumeni un po’ grezzi, con i volti bruciati dal sole e i calzoncini corti. Parlano solo inglese, con un forte accento australiano. Non è un caso: da quando si è scoperto il petrolio in Mauritania (il primo grosso giacimento nel 2001), una mezza dozzina di compagnie petrolifere (canadesi, malesi, sud africane e soprattutto australiane) stanno investendo milioni di dollari per setacciare 800.000 chilometri quadrati di deserto maliano, prontamente diviso in lotti e dato in concessione dal governo. Con il prezzo attuale del barile di greggio le ricerche sono economicamente giustificate. Le analisi preliminari danno indici positivi, dicono gli esperti, ma al momento non ci sono certezze. Ecco perché Att, durante la sua visita a Timbuctù ha detto: "Se il petrolio sarà trovato apparterrà alla nazione intera". Di dividersi quindi, non se ne parla.

La risposta di Att

Lenta, ma solida, la risposta agli attacchi di maggio. In tre giorni blindati e truppe dell’esercito regolare sono arrivate a Gao, Kidal, Menaka. "Intoo a Gao c’è un cordone di blindati, mentre è sconsigliato, dallo stesso governatore, muoversi al di fuori della città" ci conferma una fonte sul posto. I ribelli sono fuggiti, portandosi via molte 4×4 rubate a servizi statali e a privati, e una buona quantità di armi leggere. "Il forte rischio è la militarizzazione del nord – continua – già in atto che ha come conseguenza certa il dilagare del banditismo". La gente del nord ha lasciato le città all’arrivo dell’esercito regolare (in questo caso composto prevalentemente da etnie del sud) per il timore di ritorsioni come quelle della precedente guerra, quando si era scatenata una vera caccia al tamasheq. Le popolazioni sono poi rientrate, vista la situazione calma ma permane la tensione. Il rischio di frizioni etniche è comunque reale. Anche in seno all’esercito, composto da neri e da "pelle rossa" (come sono chiamati i tuareg, dalle popolazioni del sud, a causa della loro caagione più chiara), che non si possono sopportare.
Nel resto del paese la gente vede l’ennesima ribellione come un continuo chiedere senza in realtà alcun desiderio di integrarsi nella società maliana, di far parte della nazione.
Ma la maggior parte dei tamasheq del nord hanno capito che la guerra non è la via giusta. Molti ex capi della ribellione di dieci anni fa preferiscono oggi la politica, che grazie al decentramento ha visto eleggere sindaci e consiglieri comunali tra le grandi famiglie della zona.
La società civile di Gao e Timbuctù si sta impegnando a fondo per far capire ai loro "fratelli" come questa scelta delle armi sia sbagliata. "Si sono fatte riunioni e delegazioni di associazioni vanno a Kidal dalle altre due regioni, per spiegare che in questo modo si rischia di annullare tutto quello che è stato ottenuto con le precedenti lotte" ricorda Alban. "È chiaro, d’altro lato, che se Kidal avesse lo statuto speciale, anche loro lo rivendicherebbero".

Tra Libia e Usa

Alla ricorrenza del Mouloud (nascita di Maometto) quest’anno, a Timbuctù un’imponente celebrazione è stata finanziata da Gheddafi. Con gran dispendio di risorse, mezzi e persone, la Guida (come è chiamato il leader Libico) era presente lo scorso aprile nella città detta dei 333 santi dell’Islam. Anche Att c’era, e con lui capi di stato di Senegal, Mauritania, Niger e Sierra Leone. Ma il padrone di casa ebbe un ruolo di secondo piano. Gheddafi organizzò un incontro con i capi tradizionali e chiese "l’unione sacra dei popoli del Sahara, per difendere questa terra benedetta contro gli invasori stranieri". Rilanciò l’idea di una nuova entità geopolitica: "Dobbiamo creare una Carta di Timbuctù per fare del Sahara una grande famiglia". Una sorta di stato dei popoli del deserto, di cui lui sarebbe a capo.
"Già nel 2005 si erano tenuti incontri dei leader tradizionali del Sahara in Libia". Ci racconta la nostra fonte: "Gheddafi ha anche incontrato Fagaga a Timbuctù e questo senza invitare il governo maliano". Molti vedono dunque un ruolo destabilizzante della Libia nella zona. A marzo è stato aperto un consolato libico proprio a Kidal, con l’obiettivo di seguire un investimento in sviluppo di 50 milioni di dollari. Ufficio che ha chiuso pochi giorni prima dell’attacco.
Capita, sempre in questi giorni, di vedere la notte decollare dall’aeroporto di Bamako un grosso cargo quadrimotore grigio con la scritta "Us Air Force". Nulla di strano, vista la presenza di basi Usa nel nord del Mali, nell’ambito del programma Pan-Sahel, che prevede un appoggio americano, soprattutto con istruttori, ma non solo (si parla di alcune centinaia di soldati solo in Mali), agli eserciti dei poveri paesi saheliani. Uno dei programmi di sicurezza finanziati dal Pentagono dopo gli attacchi del 2001.

Rischio inteazionalizzazione

Nella stessa zona sono in effetti presenti e organizzati Gruppi salafisti per la predicazione e il combattimento, terroristi molto attivi anche in Algeria. Furono loro a rapire 14 turisti europei nel deserto algerino nel 2003 e nasconderli in Mali.
Il rischio e la paura di molti di un’inteazionalizzazione della guerra con implicazioni Usa e paesi sahariani è remoto ma reale.
"Kidal è oggi anche l’incrocio di traffici molto redditizi: armi leggere, droga e immigrati fanno scalo nella cittadina tra le dune. E queste sono altre componenti di rischio". Racconta un osservatore.
In Niger, intanto, il presidente Mamadou Tanja, è preoccupato degli avvenimenti del vicino. Nel suo paese la presenza tamasheq è importante e la storia recente simile. A giugno invita a colloquio un ex capo della ribellione e rappresentanti degli ex combattenti. Rinnova le promesse su indennizzi e reintegrazione e vara un programma di maggior contatto tra le autorità ed ex ribelli.

Alla ricerca di una soluzione

Att vorrebbe risolvere il conflitto in casa, come una questione intea all’esercito maliano, con una mediazione diretta governo-ribelli. Ma si accorge ben presto che non è possibile, gli stessi capi tuareg chiedono un mediatore esterno. L’Algeria, già forte dell’esperienza degli anni ’90 e della risoluzione dell’incidente Ibrahim Ag Bahanga del 2000, accetta la difficile missione. Alcuni osservatori paventano l’opzione militare: "Il governo maliano ha già concesso larga autonomia, e con la decentralizzazione amministrativa il potere locale è in mano ai tamasheq. Altra cosa sarebbe lo statuto speciale che il presidente non concederà. Per questo se le posizioni dei ribelli si induriranno, il conflitto potrebbe protrarsi".
Ma è dei primi di luglio la notizia che le delegazioni governativa e ribelle, incontratesi ad Algeri, hanno firmato un accordo di massima. I tuareg rinuncierebbero allo statuto speciale, mentre il presidente Att si impegna ad aumentare ulteriormente gli investimenti allo sviluppo nelle tre regioni nel nord, (in prevalenza a Kidal), con un pacchetto di 70 milioni di euro. Impunità garantita ai disertori, che potranno reintegrare l’esercito.
Su questa strada, ai 40 gradi all’ombra che caratterizzano l’inizio della stagione delle piogge, leggiamo una scritta a grossi caratteri sulle case della cittadina di San, a 400 km dalla capitale: "L’uomo propone, Dio dispone". Una certezza questa per la gente del Mali, come certo è che la "questione tuareg" non finisce qui.

Marco Bello

Una radio da … 1.200 euro

Siamo nella città vecchia di Mopti, nei pressi del porto fluviale sul Bani, affluente del Niger. Da qui partono piroghe e barconi variopinti, carichi di gente e mercanzie per la mitica Timbuctù, più a nord, nel Sahara. Poco lontano un’antenna svetta su una casa fatiscente. Al primo piano in due stanze dall’intonaco scrostato c’è gran fermento. Ci troviamo a Radio Jamana Mopti, una delle voci più ascoltate in zona, anche dal mondo rurale.
Questa Radio fa parte della cornoperativa editoriale Jamana, che conta una decina di emittenti in tutto il paese. Jamana pubblica anche uno dei rari quotidiani del Mali, Les Echos, un mensile in lingua bambarà e libri. È il più grosso gruppo editoriale del paese e, guarda caso, fu diretto da Alpha Oumar Konaré, che divenne poi presidente della repubblica per due mandati consecutivi dal ’92 al 2002.
Radio Jamana Mopti fu creata a fine 1997, ci racconta Aliou Djim che ne è stato direttore dalla fondazione ai giorni nostri. Ora lui andrà a dirigere Radio Benkan, sempre di Jamana, a Bamako.

Promozione culturale

Aliou racconta che "la missione principale delle radio Jamana, sparse soprattutto all’interno del paese, è la promozione delle lingue e della cultura locali". Per questo, ad esempio, a Mopti Radio Jamana trasmette in sette lingue, di cui sei locali (bozo, fulfuldé, dogon, sonrahi, bambarà, tamasheq) e il francese. "Inoltre, si investe molto ad accompagnare la massa rurale in tutto quello che è lo sviluppo". Questo vuol dire, di fatto, veicolare i messaggi delle Ong e delle organizzazioni di base, che siano esse locali, nazionali o inteazionali. "Se ad esempio una Ong vuole far pervenire un messaggio in tutto il cercle (provincia, ndr) di Mopti al più gran numero di beneficiari, nello stesso momento noi realizziamo una trasmissione in più lingue". La radio si propone come supporto in comunicazione tra Ong e contadini. E vendendo questi servizi trae anche il suo sostentamento.
"La maggiore sfida attuale è assicurare la nostra perennità. Ci autofinanziamo con le prestazioni al 100%, mentre l’apporto della cornoperativa Jamana si limita all’installazione della radio e alla foitura di materiale di lavoro. Il funzionamento, come i salari, affitto, elettricità deve arrivare da qui". Un posto dove i ricavi non sono così facili, ricorda Aliou.
"Mopti ha 100 mila abitanti e 8 radio. È bene che ci sia pluralità, ma questo vuol dire che il prezzo del servizio diminuisce, quando invece i costi restano gli stessi".
Alla radio lavorano 6 persone fisse, mentre altre 20 collaborano stabilmente. Il costo mensile per farla funzionare è di circa 1.200 euro, tutto compreso.
Che obblighi avete con la cornoperativa Jamana? "Siamo autonomi in gestione ma non siamo indipendenti, apparteniamo alla cornoperativa. I nostri obblighi principali sono che la radio sopravviva. Poi c’è l’accompagnamento della popolazione, la promozione delle lingue e cultura, ecc. Lo facciamo senza problema, siamo qualificati, ma la sopravvivenza della radio ci distrae, occorre trovare i soldi necessari".

Informazione

"Diamo informazione quotidiana. Abbiamo un comitato di redazione che ricerca notizie in città, tutta l’attualità che può interessare alla popolazione. Le trattiamo e le diffondiamo in francese e in tutte le lingue locali. Siamo considerati come la radio di informazione della zona perché diamo più attualità locale. Guardiamo anche su internet quali sono le informazioni nazionali e inteazionali che possono avere incidenza sulla vita dei cittadini di Mopti e della regione. E cerchiamo di adattarle e riproporle. Ad esempio se troviamo informazioni sul pesce che è molto importante qui le trasmettiamo, per preparare i pescatori a problemi che potrebbero presentarsi".
Il direttore traccia un bilancio positivo: "Radio Jamana ha aperto un campo fertile: abbiamo lavorato in modo da dare voglia a molti di imitarci. Quando iniziammo a Mopti c’era solo la radio di stato e un’altra privata, la nostra fu la terza. Abbiamo promosso uno spazio radiofonico plurale. Abbiamo, inoltre, lavorato molto sulla pratica delle lingue che adesso si è più diffusa. Si è creato un dialogo tra la radio e la popolazione per rinforzare lingue e cultura. Trasmettiamo racconti e musica che un tempo si ascoltavano solo tra poche persone, riuscendo così a ridiffonderli.

M.B.

Marco Bello