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Al di là dei muri

C’ era una volta un muro, anzi «il muro». Sagomato nel cuore dell’Europa, parte integrante del panorama internazionale della guerra fredda, era il «muro della vergogna» il muro della «cortina di ferro», il muro di Berlino. Sotto certi versi era rassicurante: di qua c’erano i buoni e di là i cattivi, da una parte libero mercato e libertà, dall’altra dittatura e socialismo di stato… Poi nel novembre del 1989 quel muro è caduto e ci siamo sentiti tutti più sollevati, finalmente non c’erano più muri che dividevano il mondo.
Passata la sbornia di discorsi inneggianti alla tale caduta, eccoci a fare i conti con altri muri, che spuntano in varie parti del mondo, senza che nessuno dica niente. È vero che ogni tanto salta fuori qualche articolo o vignetta, che mette alla berlina il muro che in Terra Santa divide gli israeliani dai palestinesi; un’autentica vergogna, che però resta isolata nei commenti della stampa di casa nostra. Nessuno si sogna di mettere in evidenza come gli Stati Uniti, sempre pronti a esportare il loro sistema di vita, stanno erigendo un muro che separerà di netto l’America Wasp (White Anglo Saxon Protestant) dalla meticcia America Latina e dall’invadenza creola. Eppure si tratta di un’opera che arriverà a coprire quasi l’intero confine terrestre con il Messico; sarà lungo circa 3.300 km; verrà dotata di sofisticati sistemi elettronici, cellule fotoelettriche, cavalli di frisia e opportuni fossati in luoghi strategici, per scoraggiare l’immigrazione latinoamericana.
Nel silenzio generale, l’India sta erigendo due muri: uno separerà la sua frontiera sul fronte caldo del Kashmir, conteso allo storico rivale Pakistan; l’altro demarcherà il confine con il Bangladesh. Il Marocco da anni sta erigendo una barriera che perpetuerà l’occupazione del Sahara Occidentale, alla faccia delle prese di posizione dell’Onu sulla legittima sovranità del popolo saharawi. Sempre in Africa, con i soldi della Comunità europea, la Spagna sta fortificando le enclaves di Ceuta e Melilla con muri, reticolati di filo spinato e quant’altro, dato che a Bruxelles esse sono viste come la porta di servizio in cui i disperati del continente nero s’infiltrano nella vecchia Europa. E per restare nel contesto europeo, l’ultimo stato annesso all’UE, l’isola di Cipro, si è portato in dote un muro che la taglia in due, separando la comunità greca da quella turca, alla faccia dell’integrazione dei popoli. E che dire del muro di Belfast, nell’Irlanda del Nord, che separa i quartieri cattolici da quelli protestanti? Anch’esso ormai fa parte del paesaggio della verde Irlanda e più nessuno ci fa caso. Inoltre, vale la pena di ricordare che, a casa nostra, solo qualche anno fa fu abbattuto il muro che separava Gorizia da Nova Gorica.
Se poi consideriamo quello che, più di un muro, è una vera e propria barriera, eredità avvelenata della guerra fredda che taglia in due la Corea del Nord dalla Corea del Sud, ci rendiamo conto che anche di questa divisione si parla poco e, purtroppo, tale forma di separazione tra realtà omogenee fa scuola all’interno di generali prospettive politiche, tendenti sempre più a escludere che accogliere. Così l’Arabia Saudita, ritenuto paese arabo moderato, sta erigendo un muro nel deserto, che marchi la distanza e la differenza dal confinante Yemen, visto come uno stato dove prosperano bande di predoni beduini da cui difendersi. In Sudafrica, abbattuto il regime dell’apartheid, sono tutt’ora presenti nell’urbanistica di Soweto i muri e barriere di filo spinato che delimitavano l’area riservata alla gente di colore. In altre parti del mondo, altri muri sorgono in maniera surrettizia, come quelli nella ex-Jugoslavia tra Serbia, Croazia, Kossovo, Albania.

U no sguardo al passato aiuta a capire come l’ansia di erigere muri non sia tipica dei tempi nostri. I romani tagliarono in due la Britannia con il Vallo di Adriano; l’impero cinese eresse la Grande Muraglia; i francesi la linea Maginot; mura e fortezze medioevali ci rammentano, insieme ai ghetti, come l’erigere muri non sia servito molto a difendersi dai barbari, come pure il rinchiudere gli ebrei in quartieri distinti da quelli cristiani non ha aiutato a trovare punti d’incontro per favorire l’integrazione reciproca.
Oggi accanto a questi muri, ce ne sono altri più subdoli e pericolosi. La scarsa conoscenza degli altri porta a erigere muri interiori di fronte alla presenza di uomini e donne che arrivano da altri paesi e che stanno delineando una società sempre più multiculturale. Cadute le ideologie, ci si è affrettati a creare l’ideologia dello scontro di civiltà tra Occidente e islam, alimentando ansie e paure nell’opinione pubblica, che sono l’autentico brodo di coltura per i germi del più bieco razzismo nostrano. A fronte di queste considerazioni cresce e si fa strada più forte che mai nelle persone di buona volontà il desiderio di un più forte impegno, affinché non sorgano altri muri e si abbattano quelli esistenti; è utopia tutto questo? Noi crediamo di no e, come al suono delle trombe bibliche caddero le mura di Gerico, a maggior ragione crediamo che alla fine anche queste crolleranno.

Mario Bandera