DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Quel mazzolino … di viole

Nel «Rapporto della commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo» (Milano 1988), si legge che ogni essere umano ha il diritto fondamentale di vivere in un ambiente adatto alla sua salute e al suo benessere. Oggi, dopo quasi 20 anni, questo enunciato è avvertito e condiviso da tutti: non solo dagli esperti, ma anche la gente comune è in grado di dire la sua, sulla base di un flusso informativo continuo e mirato.
La crescita demografica, il dato certo che le risorse del pianeta non sono inesauribili, la scarsa attenzione agli eventuali danni d’impatto ambientale rappresentano, in prospettiva, grossi nodi da sciogliere. Specie se ciò che tutti vogliono è un autentico recupero del rapporto con la natura, e non piuttosto il comportarsi come quel personaggio di Milan Kundera che, per non patire gli odori della strada, si teneva costantemente sotto il naso un mazzolino di violette.
Le esigenze della politica e dell’economia, tuttavia, pare vadano in tutt’altra direzione. Nonostante il referendum popolare dell’87, per esempio, sembra che l’Italia torni a guardare al nucleare e l’Enel, grazie alla legge Marzano, acquisterebbe impianti nucleari in Slovacchia per 840 milioni di euro. Cheobyl è archiviato. La risposta a chi obietta è che non si può fermare il tempo, perché il mondo va avanti.
Quello del nucleare è però solo un tassello dell’intero mosaico. Esistono nel nostro paese la questione dei trasporti, il giudizio sugli Ogm (organismi geneticamente modificati), la cementificazione delle coste, l’inquinamento idrico, il problema della produzione e dello smaltimento dei rifiuti.
Una progressiva erosione della sovranità statale, sostiene il sociologo Zygmunt Bauman, non può che determinare la caduta verticale dei più elementari diritti della persona umana. Pertanto, dove e come sviluppare valori che si oppongano ai paradigmi della cultura dominante? Siamo tutti all’interno del processo di globalizzazione e la logica vincente è quella del mercato, per cui il liberismo selvaggio e la cieca fiducia nel progresso danno vita a una sorta di illuminismo tecnologico. I parametri vincenti sono la rendita produttiva e l’utile da ricavare.
Come persone e come cristiani, questo ci sta bene? Non bisogna dimenticare che non esiste un’economia che possa definirsi neutrale e che, dietro ciascuna di essa, si cela sempre e comunque una particolare concezione antropologica.
Nella Sollicitudo rei socialis (1988) Giovanni Paolo ii identifica la «preoccupazione ecologica» con «la maggiore consapevolezza dei limiti delle risorse disponibili, la necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura e di tenee conto nella programmazione dello sviluppo, invece di sacrificarlo a certe concezioni demagogiche dello stesso» (n. 26).

Nel libro della Genesi, il fatto che il mondo in cui l’uomo è immerso venga definito come «creazione», e non come natura o cosmo, sottolinea decisamente l’immediata relazione che lo unisce al Creatore; una relazione di «dominio» e di «custodia» (Gen 2,15). Il mistero pasquale, cioè la morte e risurrezione di Gesù, instaura anch’esso una nuova forma di alleanza tra Dio e l’uomo e coinvolge l’intera creazione in un processo di liberazione integrale, che è compito dell’uomo portare a termine. Il dove rinnovare i nostri stili di vita, allora, è il nostro quotidiano.
È l’agire di tutti i giorni, in famiglia, sul lavoro, con gli amici. La strada da imboccare è la rinuncia alla moltiplicazione dei bisogni, specie se indotti e non reali. Il risveglio della coscienza deve spingerci a fare nostri e contrapporre, a quelli correnti, parametri diversi: gratuità, solidarietà, rispetto dell’alterità, senso del mistero, apertura al non prevedibile e non programmabile. Questi sentimenti, cosa più importante, non possono essere occasionali, ma devono riuscire a determinare quello che si definisce un cambiamento culturale, una mentalità nuova.
Il come fare equivale a restituire centralità e autorevolezza alla politica, per costruire una vera democrazia economica. Anche le cosiddette catastrofi «naturali» (come tsunami), non sono uguali sul nostro pianeta. Il sisma di Bam, in Iran, del dicembre 2003 ha provocato più di 30 mila morti. Ma tre mesi prima, il 26 settembre 2003, una scossa sismica di 8 gradi della scala Richter, sull’isola di Hokkaido, ha fatto solo qualche ferito e nessun morto. Tremila sono stati i morti per un terremoto in Algeria, il 21 maggio 2003; mentre pochi giorni dopo, un sisma più violento scuoteva tutto il Giappone nord-occidentale senza fare vittime.
Perché tali differenze? Occorrono certamente norme e mezzi per realizzare delle politiche di prevenzione. Ma è indispensabile la volontà politica, al di là dei fiumi d’inchiostro dei rapporti e delle chiacchiere dei summit.
Politicamente, è fondamentale saper distinguere tra crescita e sviluppo: la prima è il puro incremento produttivo; il secondo include ideali e aspirazioni, che hanno a che fare con l’identificazione di una società giusta e una sempre più alta qualità della vita. Omissioni, colpe e volontà sono sempre individuali; ma, senza mettere la testa sotto la sabbia, non si può dimenticare che, a qualunque latitudine, siamo tutti pellegrini verso un mondo nuovo: i cieli nuovi e la nuova terra che ci sono stati promessi.
Collettivamente si può e si deve fare in modo che l’ecologia divenga solidarietà e la moderazione nel consumo condivisione. Altrimenti, come dice la nota scienziata indiana Vandana Shiva, lo tsunami è solo un avvertimento di ciò che succederà se non ci prepariamo, se continuiamo ad agire per il profitto immediato e non guardiamo più avanti.
Ciò che ci deve unire non è il denaro, ma il senso di responsabilità.

Di Marianna Micheluzzi

Marianna Micheluzzi