DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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La croce sotto la camicia

Per quasi 2 mila anni i ladini hanno sviluppato la propria cultura nelle valli dolomitiche, un’area geografica che dovrebbe chiamarsi Ladinia.
Le vicende storiche dell’ultimo secolo hanno frantumato la loro coesione sociale e culturale, per assimilarli ai dominatori di tuo. Lingua e religione cementano ancora la loro identità. Il frutto illustre di tale identità cristiana è san Giuseppe Freinademetz, per 30 anni missionario in Cina.

Siamo atterrati a Gibuti il 15 settembre 2004: tre missionari e quattro suore della Consolata. Dopo un’accoglienza calorosa, il vescovo mons. Giorgio Bertin ci ha accompagnato alla nostra sistemazione: i missionari nella casa una volta appartenuta ai fratelli delle Scuole Cristiane con annessa scuola «La Salle»; le suore nell’abitazione che fu dei cappuccini, nel quartiere Boulaos.
Per meglio acclimatarci e guardarci attorno, il vescovo ci affidò al suo vicario episcopale, che per alcuni giorni ci fece conoscere la città e ci introdusse nella nuova realtà della nostra missione tra i musulmani. A 15 giorni dal nostro arrivo eravamo già al lavoro: fratel Maurizio Emanueli destinato a diventare direttore della scuola La Salle; padre Mathieu Kasinzi incaricato di seguire la comunità etiopica, oltre a intraprendere lo studio dell’arabo, per approfondire la conoscenza dell’islam e prepararsi a un compito futuro più specifico di dialogo con i musulmani; il sottoscritto è stato incaricato di dirigere la Caritas diocesana.
Alle suore il vescovo chiese la disponibilità nel campo sociale e sanitario. Due di esse, Dorota e Redenta, furono subito assunte dal ministero della Sanità come infermiere in un ospedale della cooperazione italiana, nella periferia della città. Suor Anna iniziò la sua collaborazione nella Caritas e suor Celia fu destinata a prestare il suo servizio in una struttura statale per ragazze orfane.
A dire il vero, il primo impatto non è stato facile. A parte il vescovo e i pochi sacerdoti che operano in questo paese, a Gibuti non abbiamo trovato una comunità cristiana ad attenderci. Anche se la presenza dei francesi è rilevante, si tratta di persone di passaggio, che rimangono un anno o due e poi se ne vanno. E questo ci ha fatti sentire un po’ soli.
La gente, poi, all’inizio non era molto affabile: sembrava distante e non dava confidenza. Bisogna mettere nel conto anche il problema della lingua: la maggioranza della popolazione non parla il francese, ma solo il somalo e un poco l’arabo.

CON LA CROCE… NASCOSTA

A un anno di distanza ci siamo inseriti a pieno nel nostro ambiente di lavoro e non ci sentiamo più tanto soli. Fratel Maurizio, dopo un anno di tirocinio sotto la guida della preside, ha fatto amicizia con gli insegnanti, con i genitori degli studenti e sta assumendo la piena responsabilità della scuola; padre Mathieu continua a studiare l’arabo e segue la comunità etiope; il sottoscritto ha tessuto relazioni con quelli che lavorano alla Caritas, che sono musulmani, e con i responsabili delle associazioni locali che vengono a chiederci aiuti.
Sono nate delle belle relazioni personali, non so ancora se per vera amicizia o per interesse; tuttavia ho avuto l’opportunità di entrare nelle loro case e di prendere il tè o una bibita con loro, godendo di un’ospitalità semplice, ma genuina.
Succede anche questo: un signore molto gentile mi invitò a conoscere il porto, suo posto di lavoro. Mentre ci recavamo sul luogo, con molto rispetto mi chiese di nascondere sotto la camicia la croce che portavo al petto. Discorrendo mi spiegò il perché: tutti sapevano che lui era musulmano, mentre io, con il mio crocifisso, mi dichiaravo pubblicamente cristiano; al vedermi in mia compagnia, i suoi amici avrebbero pensato male di lui, cioè, che volesse convertirsi al cristianesimo. Lo stesso fatto mi capitò con un giovane che lavora alla Caritas: accompagnandomi un giorno a cercare dei ragazzi di strada, mi chiese di nascondere il crocifisso sotto la camicia, altrimenti la gente l’avrebbe criticato.
Di solito vado in giro con la croce ben visibile sul petto, ma nessuno fino ad ora mi ha detto nulla, per il fatto che sono un europeo. Ma un prete africano che, in passato, portava pure lui la croce sul petto, ricevette le rimostranze della gente, perché, nell’immaginario comune, essendo africano, doveva essere anche musulmano.
Alla Caritas vengono molte persone per chiedere aiuti di vario genere; persone che poi ritornano e con le quali cerco di attaccare bottone. Ne nasce così un dialogo amichevole, che riprende ogni volta che tornano. Una di queste, che viene con una certa frequenza, un giorno mi disse: «Mi piace davvero venire a chiacchierare con te; però mi sento tanto triste al sapere che tu non andrai in paradiso». «Ma come – dico io -, perché non andrò in paradiso?». «Sì, – risponde – perché tu non sei credente».
Sono parole che esprimono sincero apprezzamento. Il giorno in cui sono partito da Gibuti per venire in Italia, mi salutò secondo il costume del luogo: mi baciò la mano, quindi mi offrì la sua da baciare e portare al petto. Fui sorpreso da tale saluto, perché è riservato solo alle persone considerate vicine e amiche. Ciò significa che mi sente vicino, mi considera amico e, da vero amico, desidera che anch’io vada in paradiso come lui.

CARITAS PER TUTTI

In linea di massima la Caritas si impegna nella realizzazione di progetti a favore di situazioni umane di povertà nel senso più ampio della parola. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le associazioni locali con scopi culturali, sanitari e di sviluppo della donna, ecc. Molte di esse sono riconosciute dallo stato e, anche se sono realtà interamente musulmane, vengono a chiedere aiuto alla chiesa cattolica tramite la Caritas. Mi presentano dei progetti e discutiamo insieme sulla loro fattibilità.
Ultimamente, per esempio, abbiamo preso in considerazione la formazione di una cornoperativa di pesca, la costituzione di una biblioteca di quartiere, l’alfabetizzazione di ragazzi che hanno abbandonato la scuola. Questi progetti, poi, vengono sottomessi al comitato direttivo della Caritas, presieduto dal vescovo, che decide l’approvazione o meno del progetto.
Di queste associazioni ce ne sono circa 2 mila nella capitale e tutte conoscono e apprezzano la Caritas perché sanno che aiuta e finanzia i loro progetti.
In passato la Caritas ha svolto un programma di formazione per i rappresentanti delle associazioni, per insegnare alcuni elementi base per il loro funzionamento: spirito associativo, come pianificare un progetto, come mantenere la contabilità, ecc. Una iniziativa che intendiamo riprendere. Per questo ho organizzato un incontro con esponenti delle associazioni sorte negli ultimi tempi, a cui hanno risposto una sessantina di persone: tutte si sono dichiarate interessate a continuare tale programma.
Tale assenso sottintende il loro vero interesse, cioè, che la Caritas sostenga i loro progetti; sanno, infatti, che non otterranno il nostro appoggio se i loro progetti non garantiscono un certo grado di successo. Il mio compito, quindi, è di esaminare e disceere quali sono le situazioni di povertà in cui la Caritas può intervenire, studiae i contorni, la fattibilità e il processo di ogni progetto.
Ogni giorno c’è la processione di persone che vengono a chiedere aiuti: vestiti, medicine, soldi per pagare l’affitto… Per questi casi, la Caritas non ha un fondo apposito; ma, dietro mia insistenza, da qualche mese il vescovo ha stabilito una piccola riserva a cui posso attingere per venire incontro a queste richieste spicciole di aiuto.
La maggior parte di queste persone parlano solo amarico, oromo e altri idiomi, per cui è difficile intendersi: dobbiamo cercare qualcuno di passaggio che parli la loro lingua e faccia da interprete. Il fattore linguistico è ancora uno dei problemi più sentiti nel nostro lavoro, perché impedisce il dialogo diretto, limita la possibilità di creare relazioni con le persone.

I BAMBINI DI STRADA

Uno dei programmi della Caritas diocesana si occupa dell’assistenza ai bambini di strada, quasi tutti etiopici. Arrivano a Gibuti illegalmente; cercano di sopravvivere chiedendo l’elemosina o facendo qualche lavoretto. Spesso la polizia li arresta, li picchia, li mette in prigione per qualche giorno; poi li espellono portandoli alla frontiera; ma pochi giorni dopo sono di nuovo in città.
In passato la Caritas si era molto impegnata per farli studiare in Etiopia e per trovare qualche lavoretto nel proprio paese, nella speranza che non tornassero a Gibuti. Ma l’iniziativa ha dato scarsi risultati. Ora questi ragazzi vengono a cercare aiuto alla Caritas. Ce ne sono sempre una ventina che mangiano e dormono nella nostra sede; soprattutto diamo loro assistenza sanitaria nella nostra sede o portandoli all’ospedale se ne hanno bisogno. Se sono presentati dalla Caritas, l’ospedale li accoglie e cura gratuitamente.
Suor Anna, che presta il suo servizio tutti i pomeriggi nella sede della Caritas, si occupa dell’aspetto sanitario e lo svolge molto bene. Ha preso contatto con un ospedale militare, riservato ai soli francesi: la suora può entrare liberamente per chiedere di ricoverare qualcuno e cercare medicine per il nostro ambulatorio.

LA NOSTRA MISSIONE

Le forze pastorali della diocesi sono composte da sei sacerdoti, due fratelli, quattro laici e una ventina di suore di varie congregazioni. Per tutti l’attività principale consiste nella testimonianza della carità.
Non avendo una comunità cristiana da accudire, ci manca l’aspetto pastorale e ci domandiamo come vivere la nostra realtà di preti in un paese musulmano. Ma anche a questo ci stiamo adattando, cambiando il nostro modo di esprimerci.
È chiaro che non possiamo usare lo stesso linguaggio con cui si parla a un cattolico; dobbiamo tenere sempre presente che stiamo parlando con un musulmano. Un credente in ogni caso. Questo si nota molto nel linguaggio inframmezzato continuamente da espressioni tipo «inshallà, inshallà» (se Dio lo vuole) e «grazie a Dio».
Oltre che con il linguaggio, sempre infarcito di espressioni religiose, la gente manifesta la loro religiosità nella vita pratica: le cinque chiamate alla preghiera che il muezzin lancia dal minareto ogni giorno, a cominciare dalle 3,30 del mattino, ci ricordano che ci troviamo fra un popolo religioso. E questo significa che non siamo caduti in un mondo secolarizzato in cui non si può parlare di Dio. Magari nel mondo cristiano si può parlare di Dio solo in chiesa; qui lo si può fare in qualsiasi occasione.
Con un po’ di fantasia si può fare anche animazione missionaria. Nel mese di gennaio, per esempio, abbiamo celebrato due giornate dell’«infanzia missionaria»: l’una per i ragazzi nella scuola La Salle, l’altra per le ragazze in quella di Boulaos. Naturalmente, essendo in un paese musulmano, abbiamo cambiato i termini, chiamandola «giornata dell’infanzia solidale».
Abbiamo spiegato il significato di solidarietà e uguaglianza, dicendo loro che tutti i bambini e bambine del mondo sono amati da Dio, per cui sono uguali, hanno gli stessi diritti e doveri, soprattutto, hanno diritto a un’infanzia felice. Ciò diventa possibile quando ognuno di loro condivide il poco che ha per creare la «grande amicizia» di tutti i bambini. La risposta di alunni e genitori è stata commovente: tanti sono venuti alla celebrazione portando cibo, soldi, vestiti e materiale scolastico, che poi abbiamo distribuito ai bambini più poveri di Gibuti.
Per il resto, viviamo il nostro sacerdozio celebrando ogni mattina la messa per le suore. E poi solennizziamo il fine settimana. Il venerdì a Gibuti è come la domenica per noi: non si lavora e anche la Caritas è chiusa. Il giovedì pomeriggio e il venerdì sono il nostro fine settimana. Questo, a dire il vero, non l’ho ancora assimilato.
Nella città di Gibuti ci sono solo due luoghi di culto cattolico: la cattedrale e una cappella. Il venerdì, alle 8 del mattino, celebriamo nella cappella la messa a cui partecipano una cinquantina di fedeli: di solito sono etiopi, indiani, qualche cattolico francese. La domenica è giorno di lavoro; ma alle 7 di sera, in cattedrale, concelebriamo la messa con il vescovo, a cui partecipano circa 200 persone.
Fuori della capitale ci sono tre paesini in cui operano delle comunità missionarie e dove, a tuo, si celebra il sabato o la domenica.

LE NOSTRE GIOIE

Un giorno una mamma portò alla Caritas la sua bambina paralizzata, a causa di una brutta caduta, diceva lei. Ma all’ospedale scoprimmo che la madre ci aveva mentito: la bambina era paralizzata dalla nascita. Vera, però, era la sofferenza di quella mamma nel vedere la sua bambina in quello stato. Si era messa in testa che certamente qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa per guarirla. Cercammo di aiutarla come ci era possibile: le feci qualche visita, portando dei vestiti per la bambina e altre cose utili.
Alcuni mesi fa, quando dovetti ricoverarmi per qualche giorno all’ospedale militare, la donna venne a visitarmi, ma non la lasciarono passare, essendo il controllo molto severo, specie per la gente del luogo.
Quando tornai a casa, trovai una bottiglia di succo di frutta, una di latte, frutta di vario tipo e altre cibarie: non avendo potuto portarle all’ospedale, la signora me le ha fatte trovare nella nostra abitazione. E fu una gradita sorpresa: non mi aspettavo tanta riconoscenza e gentilezza da una donna musulmana, per di più povera.
A volte i musulmani mantengono le distanze verso di noi; altre volte siamo noi a tenerle nei loro confronti. Ma episodi come questo mi fanno capire che è possibile stabilire una relazione di amicizia che va al di là della razza, nazionalità e religione. Questo è un piccolo fatto che mi aiuta ad avere fiducia nella missione che stiamo facendo.
Naturalmente le motivazioni più profonde per la nostra presenza in un ambiente musulmano hanno radici più profonde, che sono l’eucaristia e la vita comunitaria. Consorelle e confratelli della Consolata abitiamo a quindici minuti di distanza. Ci troviamo insieme tutti i giorni per la messa. Abbiamo stabilito un piccolo programma di vita comune, anche se non abbiamo, per il momento, un vero lavoro d’insieme, tranne quello nella sede della Caritas, che è molto limitato. Oltre a fare insieme il ritiro mensile, ci ritroviamo ogni 15 giorni per scambiarci impressioni, esperienze e aggioare eventuali momenti di collaborazione.
Personalmente ho un altro sbocco per esercitare il mio ministero sacerdotale. Ogni sabato vado a celebrare l’eucaristia in un centro a 130 km da Gibuti, per una piccola comunità formata da quattro fratelli delle Scuole Cristiane e due laiche consacrate, che gestiscono un centro di formazione. Dovendo lavorare la domenica, celebriamo la messa il sabato sera.
È scomodo dovere uscire alle due del pomeriggio, con un sole che spacca le pietre, attraversare in auto un deserto interminabile di pietre nere per essere da loro alle sei, ma lo faccio volentieri, perché è una celebrazione ben preparata e partecipata. La preparazione è fatta a tuo da un fratello, che pensa a tutto: letture, canti, preghiere dei fedeli… come se fosse una grande comunità parrocchiale. Si sente che l’eucaristia è davvero sentita e vissuta in profondità.
Queste sono le piccole giornie della vita apostolica in un paese musulmano. In questo senso dobbiamo proprio ringraziare il vescovo che ha saputo fare dell’eucaristia il centro della missione, celebrandola con solennità e il massimo della partecipazione nella cattedrale. Egli ci tiene molto alla vita liturgica della nostra diocesi e la anima con l’adorazione, la via crucis e tutte quelle pratiche che contribuiscono alla vita spirituale dei fedeli.

PER IL FUTURO

La nostra presenza in ambiente islamico vuole essere pure un laboratorio di esperienze da condividere con le altre regioni dell’Africa in cui i missionari della Consolata sono a contatto con il mondo musulmano.
Per ora gli scambi e contatti si sono limitati all’invio di qualche breve relazione sulle nostre esperienze; in cambio abbiamo ricevuto tanti incoraggiamenti. Ma è tempo di dare nuovo impulso alla nostra presenza a Gibuti e ad approfondie il significato. Il vescovo mons. Bertin è pienamente d’accordo con il nostro progetto di dialogo con l’islam; anzi, ci ha esortati ad estenderlo anche alle confessioni cristiane, cioè agli ortodossi e protestanti presenti nel paese.
A un anno e mezzo dal nostro arrivo, abbiamo messo tanta carne al fuoco, insieme a tante speranze per il futuro.

Armando Olaya