Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Essere donna in Albania

Una sera d’autunno, lo scorso ottobre, stavo rincasando dopo una cena in pizzeria con un’amica albanese. Lo facevamo almeno una volta ogni quindici giorni. Ci incontravamo come vecchie amiche, anche se in realtà la conoscevo da appena un anno, e ci confidavamo giornie e frustrazioni. Dopo esserci salutate ad un semaforo sul lungo Lana, il fiume che attraversa Tirana, camminavo da sola a lato della strada, cercando di non cadere in un tombino aperto (qualche ladro davvero originale ha sottratto molti coperchi dei tombini della città). L’aria era tiepida e la solitudine del momento mi faceva rimuginare, come sempre prima che l’inverno, che in Albania tarda sempre ad arrivare, mi gelasse in qualche modo il pensiero.

Subordinazione femminile
Le storie sofferenti di tutte le ragazze e le donne incontrate in questi anni stavano diventando, per me, la normalità, come se fosse normale anche per me accettare che il loro destino fosse uno: rassegnarsi ad una violenza sottile di subordinazione della donna all’uomo, senza possibilità di cambiare le cose. Per uomo non intendo solo il marito, ma anche il padre ed i fratelli, i quali, in mancanza di quest’ultimo, ne prendono il posto a tutti gli effetti.
Tale subordinazione, però, sottintende ulteriori tacite sottomissioni della donna: alla famiglia del marito, ai doveri della brava donna di casa, e soprattutto all’opinione della gente. Quest’ultima è come una gabbia con la porta aperta: si potrebbe uscire, ma qualcosa lo impedisce. E quel qualcosa è insito nell’animo di ogni donna, non solo albanese, che, moglie e madre, fa di tutto per salvaguardare la sua famiglia. Per proteggerla, soccorrerla, difenderla, come solo una donna può fare. Quando gli uomini hanno cominciato ad emigrare per poter sopravvivere, le donne hanno continuato da sole a svolgere il duro lavoro nei campi, senza l’ausilio di alcun macchinario. Questa è la situazione dell’Albania di oggi, dell’Albania dei villaggi, in cui le donne, oltre al lavoro rurale, si occupano dell’educazione dei figli, mentre accudiscono i genitori anziani e pensano a come non far loro mancare il pane. Il tutto con poche ore di luce, ed a volte anche di acqua, al giorno.
Freddo, preoccupazioni e drammi interiori che non possono essere sfogati, portano la donna albanese a dimostrare quasi sempre molti anni in più rispetto alla sua età. Le rughe di espressione sono spesso forti, marcate, le sopracciglia prendono una piega particolare, le mani sono quelle di chi conosce il lavoro duro.
Nei villaggi, così come nella capitale, il controllo sulle donne è ancora molto forte. In molte famiglie, quelle più tradizionaliste, è il padre che deve dare il consenso alla moglie o alle figlie di parlare, soprattutto quando ci sono ospiti in casa, ed ha l’autorità di zittirle quando il loro parere non è desiderato. Capita che il padre, o i fratelli, impediscano alle sorelle minori di continuare gli studi in un’altra città dopo la scuola media, per paura che la ragazza faccia qualcosa di immorale. Anche il trasferimento a Tirana per lavoro è spesso impedito dai genitori della ragazza, perché non c’è fiducia.

Il matrimonio
La maggior parte dei matrimoni non sono d’amore ma combinati dai genitori o dai parenti del ragazzo e della ragazza, ed il fidanzamento ufficiale è d’obbligo per chi vuole vedersi con il proprio ragazzo. Non è possibile, dunque, stare un po’ insieme per vedere se si va d’accordo. Qualora la ragazza si recasse in altre città da sola o con un’amica, senza essere accompagnata da un cugino o un fratello, spesso verrebbe considerata poco seria dalla gente e dai vicini, dunque non più degna di rispetto. Alla stregua di una prostituta. Da qui, sarà difficile trovare un marito, e così la tipologia di uomo che la prenderà in considerazione andrà in ribasso a seconda della gravità della «colpa» commessa: uscire da sola, far tardi all’imbrunire, aver perduto la verginità, aver rotto un fidanzamento, aver divorziato. In questi casi, ci si potrà unire con uomini che hanno già rotto un fidanzamento, divorziati, alcolizzati, ex carcerati, o con un difetto fisico. Neanche a parlarne di fidanzarsi con un «intellettuale», termine che in Albania si usa per riferirsi alle persone laureate, colte.
In un paese in cui viene praticata la cucitura dell’imene per «ricostruire» l’illibatezza della ragazza, in caso di perdita della verginità prima del matrimonio, essere donne è stato ed è tutt’oggi molto difficile.
La ragazza che sposa il minore di più fratelli, per tradizione dovrà andare a vivere nella casa dei genitori di lui. E la convivenza con la suocera spesso mette a dura prova la coppia. Anche perché il ragazzo, abituato in precedenza a non avere doveri in casa, continuerà esattamente a perpetuare il comportamento maschilista appreso dal padre. Mentre la ragazza dovrà letteralmente sottostare agli obblighi nei confronti della suocera. Succede spesso che la coppia viva con i genitori del marito non solo per tradizione, ma anche perché il costo di una casa è troppo alto da sostenere quando si è solo in due.

Le illusioni televisive
Nei villaggi come in città, le strade si svuotano alle cinque della sera, ora in cui viene trasmessa una nota telenovela sudamericana. Anche «Amici» di Maria de Filippi resta un programma seguitissimo grazie alle parabole satellitari, insieme ad altre fiction italiane, che aiutano le ragazze a sognare un amore ed una vita diversi. È difficile convincere i giovani che le immagini foite dalla televisione non coincidono con la realtà. I loro occhi sono ancora troppo pieni di immagini della nostra Tv degli anni ‘80, delle ragazze di «Non è la Rai», dei college americani. L’abbigliamento delle ragazze di Tirana rispecchia molto quello delle nostre show-girl televisive: tacchi a spillo altissimi fin dal mattino, minigonna vertiginosa o pantaloni strettissimi a vita bassa, spesso si vestono per andare al lavoro come le ragazze italiane si abbigliano per andare, la sera, in discoteca. Non hanno compreso che noi ci vestiamo in maniera molto più semplice, che il mondo della televisione è, appunto, una «fiction». Ma a loro piace così: mettere in mostra la femminilità, e sentirsi estremamente alla moda, quella italiana naturalmente, anche se poi i loro vestiti sono spesso di qualità scadente. Una pura imitazione in tutto e per tutto delle tendenze d’oltremare.
Questo sfoggio della propria femminilità sembrerebbe cozzare contro le restrizioni imposte dalle famiglie. In realtà, sembra che questo non crei alcun disturbo, anzi, agli uomini ed ai ragazzi per strada o nei bar piace soffermare lo sguardo e fare apprezzamenti alle passanti che camminano, praticamente tutte, muovendo sensualmente le anche. Perché l’importante è salvare l’apparenza, non dar modo agli altri di sparlare di te. Ovvero salvare la facciata.

Un maschilismo duro da vincere
La famosa giornalista e scrittrice albanese Diana Çuli, una dei fondatori ed oggi presidente del «Forum indipendente delle donne albanesi», che lavora per la difesa dei diritti delle donne a tutti i livelli, scrivendo della donna albanese tra passato e presente, afferma che «l’identità si crea dentro la collettività, e spesso questo comporta anche dolore per quelli o quelle che vorrebbero cambiare le sorti e rompere i comportamenti rituali, cercando di non ferire il potere della morale della famiglia, del marito, padre e fratello – soggetti imbarazzanti – attraverso la ricerca di una soluzione morale. Si sta passando con fatica da un sistema chiuso ad un sistema aperto, in un percorso di ristrutturazione mentale».
Far sentire la propria voce è oggi più che mai urgente, in una società che continua a schiacciare le donne in nome di un maschilismo duro a morire.

Elisabetta Borda