DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Salve buonasera grazie e arrivederci

Il Centro diuo è un posto particolare dove la terapia principale consiste nello stare insieme per parlare, ascoltare, fare le piccole cose della quotidianità.
Perché il pregiudizio e l’esclusione sociale siano meno pesanti.

La follia di Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista del «Barone Rampante» di Italo Calvino, trovava spazio in un’infinita distesa di alberi, tra parenti facoltosi e impalpabili storie d’amore con bionde chiome attraenti dai nomi di fiori dolci e sottili.
Niente di simile per il «matto» dei giorni nostri. No, il Centro diuo è una sede decisamente più terrena, così descrivibile: una piccola Asl un po’ speciale con dei pazienti molto, molto colorati e le pareti in festa.
È strano entrare in questo ambiente apparentemente incolto, disomogeneo e confusionario. È un flusso continuo di stimoli, appena si varca la soglia che vuole dividere i matti dai normodotati. Il Centro diuo è un vulcano carico di personalità, malattie e realtà diverse, ognuna con la stessa dignità e volontà di essere. Subito si viene investiti da mille domande, travolgimenti emotivi e fisici, abbracci, strette di mano, saluti più o meno calorosi, sguardi fugaci che scrutano il vestito del nuovo arrivato le scarpe la borsa, nel tentativo di riconoscere qualcosa di familiare e partecipare all’accoglienza del nuovo venuto. Anna, vecchia e giovane ballerina del Balôn (mercato popolare che raccoglie il più vasto panorama di differenze in Torino), ti invita caldamente a ballare con lei, accompagnando la musica con ancheggiamenti e singolari passi di danza… Paolo ti parla di quando era medico, che poi è diventato alcolista, ma ora ne è uscito e vorrebbe un lavoro, sinonimo di dignità e normalità; mentre mi parla sento forte il suo alito di birra, e non capisco se parli di ex alcolismo per convincere me o se stesso. Poi c’è Irma, non parla tanto, quanto basta per lamentarsi di 248 euro di sussidio che non possono essere sufficienti per chi ha la pretesa di fare due pasti al giorno.
Come loro mille altri, desiderosi di raccontarsi e dividere un pò la noia degli stessi problemi di sempre…

Il Centro diuo è uno spazio piccolo, adatto ad un ambiente familiare, dove poco più di 40 persone al giorno fanno pranzo e cena, mentre altre 20 si alternano nelle attività che scandiscono le giornate di molti di loro.
Nell’aria si respira calore, l’ambiente, spoglio e un po’ trasandato, trova vita negli occhi di medici e operatori, che più che un mestiere paiono aver scelto una vocazione… Qui ognuno si racconta attraverso un vestito, una mania, un movimento fisico ricorrente, un tic ossessivo… E il Centro si riempie di rumori e silenzi che si alternano secondo una disordinata sequenza. E tutti trovano qui il proprio spazio, più o meno confortevole, nelle attività terapeutiche, nei gruppi lavoro, nello sport, nel gruppo lettura, nello «spazio Donna»… Sì, perché qui come altrove le donne sono uguali e diverse da tutte e parlano di amore, di sensazioni fisiche, di sesso e dei problemi di tutte le donne, forse non di cellulite e make-up, ma qui tutti i mesi bisogna confrontarsi con le difficoltà economiche, con i pregiudizi e con gli psicofarmaci, e il tempo per le follie modee manca.
Sui volti di molti di loro il tempo si è fermato e alle volte la sensazione è che abbia vinto la loro natura puerile, come confrontarsi con eterni bambini, pensieri confusi (apparentemente incomprensibili) e capricci, e nell’essersi fermato è il tempo stesso che gli infligge l’eterna condanna ad essere diversi, incompleti, incompresi, ignorati.
Tutto parla di loro nel Centro, i disegni dell’arte terapia, qualche trofeo sportivo, i colori, i rumori e la musica, variegata come loro; arrivare in questo spazio pieno di diversità induce a ritrovarsi e a cercare di esprimersi.
Ogni gesto qui si carica di culto, apparecchiare la tavola diventa una tappa del percorso di crescita e di cura, in esso risiede la consapevolezza degli altri, del numero di commensali che dividono con te il pasto, e la conta delle posate e dei bicchieri diventa uno dei mezzi attraverso cui recepire l’«altro», in una costante lotta contro l’individualismo, l’alterazione patologica persistente del nostro sistema che vive e si nutre del culto di sé e dei propri oggetti.

Davide passeggia ininterrottamente lungo il corridoio del Centro diuo (qualche metro invero!), e quando qualcuno esce saluta cordialmente con un «Salve buonasera grazie e arrivederci», secondo una formula che è difficile ricondurre a questioni di mera rigida educazione… Come Gianfranco che comunica con tono alto e a tratti imponente, muovendo ricordi che spaziano probabilmente ben più lontano di quanto alcuni di noi sappiano fare (spesso per via del timore di ridare vita a speranze perdute e a volti senza rughe sinonimo di libertà e ricchezza…), e se vuole parlare parla, indipendentemente dalla presenza o meno di un interlocutore; nessuna distinzione apparente tra il sentire e l’ascoltare (qualcuno si è riconosciuto?), così io parlo con Simonetta, un’infermiera minuta con gli occhi pieni della storia di ognuno di loro, lui mi guarda e dice: ”l’acqua potabile di Pecetto, è ancora potabile anche se prima era l’acqua del mago dei fiori, ora non più ma adesso è ancora buona” e in una impalpabile alienazione intima, mia personale evidentemente, ritrovo una strana sensazione di comunione col mio mondo. Più comprensibile e forse più significativa dello stesso straniamento di fronte ad una scatola nera che parla ininterrottamente nell’infimo tentativo – certo non del tutto fallito… – di omologare istupidire generare ignoranza o artefatte forme di conoscenza, e la spiccata propensione alla solitudine trionfa incontrovertibilmente.
Una giornata al Centro diuo: una tensione costante verso il tentativo di comprendere la logica di un saluto troppo complesso e tortuoso, di un mago dei fiori che forse appartiene ai suoi ricordi e riemerge casualmente o forse no.
Amo pensare che nei meandri complessi e talvolta ingestibili della loro mente si celi una logica illogica, o una logica incomprensibile, o una illogicità talvolta eccentrica e creativa… guardare e vivere i matti è come essere affetti da una miopia in cui si cela la difficoltà a capire se il mondo vero è quello con gli occhiali o senza, se i due mondi sono affini e complementari e in quali di questi la dimensione umana trovi più libertà e autonomia.

Essere matti vuol dire sentire le voci e non riuscire a liberarsene. Essere matti vuol dire avere le allucinazioni e rasentare in preda ad esse talvolta anche la violenza.
Essere matti vuol dire vivere la diversità come una condanna in una ricetta medica, in un sorriso mai rubato, nella vergogna di essere fruitori di sussidi. Essere matti vuol dire anche subire un decadimento fisico, perché gli psicofarmaci rovinano i denti, fanno cadere i capelli e spesso inibiscono l’atto sessuale, riducendo drasticamente la possibilità di condurre una vita normale, un lavoro, una famiglia, dei figli.
Essere matti vuol dire spesso essere identificati con la violenza e subire la vergogna e il pregiudizio della diversità come elemento negativizzante. Essere matti vuol dire essere vittime, per ragioni di familiarità o meno, di una fra le malattie più invalidanti socialmente.
Ma essere matti vuol dire anche essere stati fra i più grandi produttori di arti e musiche di tutti i tempi, nelle espressioni più acute ed esasperate della dimensione interiore.
Essere matti vuol dire anche forse vivere un autentico culto della differenza nelle sue forme più deliranti e creative, come un viso struccato nell’esasperante tentativo di sembrare ciò che si è, come un colore sbagliato in un disegno sbagliato, come un discorso sconclusionato in una stanza vuota o in una strada piena ma ugualmente vuota….
Essere matti, forse, vuol dire anche pensare che un domani un matto possa essere considerato un malato come tanti, come un insulino-dipendente, come un ventenne che trascorre le proprie giornate a lasciarsi vivere dalla Tv, come un malato di Aids, come un portatore di bypass.
Se così fosse, allora domani vorrei svegliarmi in un mondo di matti, dove le malattie non siano più un virus che si trasmette con una stretta di mano, ma un infelice evento nella vita degli altri che induca quantomeno a rispettarli e forse anche a diventare noi stessi un tramite per la tanto agognata «normalità», come uno stipendio per un cassaintegrato Fiat, la televisione spenta per la nuova generazione, uno spazio caldo per un mendicante a rischio assideramento.

Nadia Greco