DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Un’esperienza di riconciliazione da esportare

MIRACOLO IN CORSO

Dialogo e perdono hanno guidato il Sudafrica sulla via della pace e della riconciliazione nazionale, diventando un modello per altri popoli in situazioni di conflitto. Con gli stessi valori umani e cristiani vengono affrontati i problemi che ancora assillano il paese.

Lo scorso aprile, il Sudafrica ha celebrato 10 anni di libertà. Il cambio politico, dalla minoranza bianca alla maggioranza nera, è avvenuto in modo pacifico e, fin dall’inizio, si è respirato uno spirito di riconciliazione, salutata come un miracolo e un segno di speranza. Nessuno di noi pensava che pace e democrazia si sarebbero potute realizzare tanto velocemente ed efficacemente come in Sudafrica.
Pur con tutti i suoi limiti, l’esperienza sudafricana è sicuramente uno dei segni del nostro tempo e quindi altamente significativa per la riflessione teologica cristiana. Essa annuncia la possibilità di pace e riconciliazione in contesti di conflitti apparentemente irrimediabili.
Tuttavia, è importante ricordare che questa riconciliazione è tutt’oggi incompleta e presenta seri problemi che dovranno essere assolutamente affrontati in un prossimo futuro. Tutto sta nell’atteggiamento da scegliere: vedere tale riconciliazione incompleta come un bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Nella situazione attuale, l’avere un bicchiere pieno a metà, invece di un bicchiere vuoto o rotto, è già un dono per il quale dobbiamo essere grati.

Il ruolo di guida

Sono molti nel mondo a credere che il miracolo sudafricano sia stato frutto, quasi esclusivamente, del lavoro di una sola persona, un leader e statista eccezionale: Nelson Mandela. Non c’è persona al mondo che non sia stata profondamente impressionata dalla sua totale mancanza di risentimento e dal suo spirito di perdono, nonostante i 27 anni di dura prigionia.
La sua figura impressiona per la libertà personale, che gli permette di esprimere le proprie idee e fare ciò che crede sia giusto, senza essere condizionato da ciò che può pensare o dire la gente, compresi i sostenitori più accaniti. Siamo stati testimoni dei suoi straordinari gesti di riconciliazione, come quando andò a prendere un tè da Betsie Verwoerd, l’anziana vedova dell’ideatore dell’apartheid.
Mandela non è l’unico grande leader espresso dal Sudafrica. Walter Sisulu, per esempio, deceduto l’anno scorso, fu una persona eccezionalmente umile e nobile, che ispirava sentimenti patei e mai fu tentato dalla fame di potere, prestigio o denaro. È sempre rimasto nell’ombra, anche se Mandela lo ricorda come suo consigliere e ispiratore. Entrambi sono stati in prigione a Robben Island.
Inoltre, non possiamo dimenticare Albert Luthuli, primo sudafricano a vincere il premio Nobel per la pace, e Oliver Tambo, fine e infaticabile guida dell’African National Congress (Anc), che visse in esilio durante gli anni cupi della prigionia di Mandela e Sisulu e che, purtroppo, non visse abbastanza a lungo per assistere alle prime elezioni democratiche del paese. Stesso destino toccò a Stephen Biko, torturato e ucciso nel 1979 dalla polizia dell’apartheid, ma ancora ricordato come eroe e sorgente d’ispirazione.
Anche due dirigenti del Partito comunista sudafricano meritano di essere menzionati per il significativo contributo al miracolo della riconciliazione: Chris Hani, figura estremamente importante e carismatica, assassinato dai bianchi di estrema destra nel 1993, e Joe Slovo, militante dell’Anc. Nonostante fosse un bianco, Slovo seppe guadagnarsi la stima di tutti e giocò un ruolo fondamentale nel negoziato e nel primo governo, prima della morte avvenuta alla fine degli anni ’90.
Anche grandi personalità religiose contribuirono in maniera significativa al processo di pace e riconciliazione del Sudafrica: il vescovo anglicano Desmond Tutu, il dottor Beyers Naude, direttore del Christian Institute e l’arcivescovo cattolico di Durban, Denis Hurley. E poi migliaia di «eroi sconosciuti», tra cui molte donne, imprigionati, torturati e uccisi affinché il popolo sudafricano potesse godere la libertà.
Ciò che l’esperienza sudafricana ci insegna è che la giustizia, la pace e la riconciliazione possono essere raggiunte solo grazie a una leadership efficace, cioè, non solo forte e capace di imporre decisioni, ma soprattutto umile, onesta, disinteressata e fondata su una profonda libertà personale.
Usando un concetto cristiano, potremmo definire questo stile come «santità», applicata alla guida di un popolo. Il fatto che essa sia stata vissuta da persone che poco o nulla avevano a che fare con la chiesa, è una sfida alla nostra teologia.

Politica di non-razzismo

L’Anc, a cui aderiva la maggior parte dei grandi leaders politici, ha sempre sostenuto una politica non razzista. Il vero nemico, sostenevano, non era la popolazione bianca, il National Party o il presidente segregazionista P. W. Botha, ma l’ingiustizia insita nel sistema dell’apartheid. Era il sistema da distruggere, non la gente.
Il conflitto, così come era inteso, non era tra minoranza bianca e maggioranza nera, ma tra politica razzista e politica non razzista. Di fatto, i bianchi che erano realmente convinti della necessità di una politica anti-razzista lottarono a fianco dei neri, mentre alcuni neri che, per qualsiasi ragione, decisero di adattarsi al sistema di segregazione razziale, cornoperarono con la politica razzista dei bianchi. Questo avvenne soprattutto nelle cosiddette homelands o bantustans.
Il conflitto sudafricano non fu tribale, né etnico e tanto meno religioso. Difatti, escludendo tutta la gente di colore, senza distinzione di cultura, religione o origine etnica, il regime dei bianchi riuscì a suscitare l’unanime opposizione di tutti i gruppi etnici e religiosi neri. Dato che solamente coloro che erano giudicati di pura stirpe bianca erano ammessi al voto, il conflitto divenne tra razzismo e democrazia più che tra bianchi e neri semplicemente.
Naturalmente non tutti leggevano la situazione in questo modo. Ci furono interminabili discussioni se essere non-razzisti o anti-razzisti, se ammettere o meno i bianchi nella lotta, se bisognava parlare di lotta di razza o di classe. Ma non c’è dubbio che la politica di trattare il sistema di apartheid in sé come il vero nemico contribuì in maniera sostanziale alla tranquilla transizione politica e, pur con tutti i suoi limiti, alla riconciliazione che ne è seguita.
Tutto ciò ha pure reso possibile ai cristiani e persone di altri credi religiosi di appoggiare la lotta con una teologia di giustizia e pace; fu anche possibile, tra l’altro, stigmatizzare il peccato di razzismo senza odiare i peccatori.

Ruolo della società civile

Un altro elemento tipico del cambiamento in Sudafrica fu lo sviluppo di una forte società civile. Siccome solo ai partiti politici di opposizione più moderati era permesso di operare, i veri oppositori dell’apartheid, bianchi e neri, agirono dentro e attraverso gli organi della società civile. Molti sudafricani erano infatti membri di movimenti «fuori legge» come l’African National Congress (Anc), il Pan African Congress (Pac) o il South African Communist Party (Sacp), ma di fatto lavorarono in movimenti civili come sindacati, movimenti giovanili, studenteschi e femminili, come pure in organizzazioni di volontariato o non governative, che si occupavano di realtà sociali come povertà, educazione, analfabetismo o handicap. Chiese e comunità religiose, specialmente i movimenti e organismi religiosi impegnati nel campo di giustizia e pace erano pure viste come parte integrante della società civile.
All’interno di questi organismi, gente di differente colore e credo impararono a lavorare uniti contro il comune nemico: l’apartheid. Nel 1983, quasi tutte queste organizzazioni e movimenti, compresi alcuni movimenti ecclesiali, si unirono per formare il fortissimo Fronte democratico unito (Udf).
L’incrollabile fiducia nella società civile è uno dei tratti distintivi che ha caratterizzato l’esperienza sudafricana, rispetto ad altri stati africani o mondiali dove gli unici protagonisti in conflitto sono stati solo i politici di professione. Ne è un esempio la Repubblica democratica del Congo, dove la società civile non ha alcuna voce. I conflitti sono lotte di potere tra uomini politici e i loro eserciti.
È impossibile esagerare il ruolo della società civile nel miracolo sudafricano, specialmente dopo che giunse a formare un fronte comune contro l’apartheid, facendo sì che sfociasse in una vera lotta di popolo, in cui anche le comunità religiose poterono fare la loro parte.
È stata la fede delle comunità a rendere in gran parte possibile la riconciliazione in Sudafrica. Le comunità di fede, specialmente le chiese cristiane (anche se non tutte), appoggiando la lotta all’apartheid e rifiutandone l’ideologia come «eretica», hanno aiutato a smantellare la segregazione razziale e portare i politici e rivoluzionari intorno al tavolo dei negoziati.

Il cammino dei negoziati

Da anni il governo del National Party aveva cercato di contenere la rivoluzione. Al tempo stesso, l’Anc era impegnato in azioni di guerriglia urbana, nota come lotta armata; la gente comune, specie attraverso l’Udf, stava rendendo il paese ingovernabile; le chiese delegittimavano la politica dell’apartheid, mentre le sanzioni inteazionali facevano vacillare l’economia.
Il regime aveva tentato ogni forma possibile di repressione per mantenere lo status quo: arresti di massa, torture, uccisioni, intimidazioni, propaganda, giustificazioni teologiche, spionaggio, infiltrazioni, tattiche di divide et impera, massacri orrendi… fino a trovarsi a un bivio: raggiungere un qualche tipo di accordo, oppure proseguire nella distruzione reciproca, affogando il paese in un bagno di sangue.
Dal canto suo, l’Anc aveva sempre spinto per una soluzione negoziata. Le varie forme di lotta, compresa quella armata, tendevano a questo: condurre il regime al tavolo dei negoziati. I leaders dell’Anc sapevano perfettamente che una vittoria militare o un colpo di stato erano impossibili.
In entrambe le parti quasi tutti arrivarono a capire che un negoziato doveva offrire la possibilità di una vittoria per tutti, senza vinti né vincitori. Il National Party e i suoi alleati dovevano capire che non ci sarebbe stata alcuna riconciliazione senza «giustizia»; l’Anc e i suoi alleati dovevano rendersi conto che non ci sarebbe stata alcuna pace senza «compromesso».

Pace senza giustizia

Nel corso degli anni un numero crescente di bianchi venivano implorando pace e riconciliazione; però non erano disposti a sacrificare i loro privilegi e concedere uguali diritti alla maggioranza nera, in una nazione indivisa. Volevano la pace senza la giustizia. Fu necessario negoziare duramente per cambiare questa visione.
Al contrario, la maggioranza nera oppressa era sospettosa verso ogni compromesso che, in un modo o nell’altro, li avrebbe lasciati in una situazione di svantaggio o discriminazione. Era urgente trovare una risposta alle paure dei bianchi. Alla fine i negoziatori trovarono modi ingegnosi per aggirare l’ostacolo, facendo concessioni provvisorie chiamate sunset clauses (clausole del tramonto). Una di queste, per esempio, fu il prolungare la durata delle amministrazioni municipali.
Fu quindi possibile accordarsi su una costituzione provvisoria, che consentisse di giungere a elezioni democratiche, per poi scrivere una costituzione definitiva, in cui tutti avrebbero avuto il diritto di esprimersi. Oggi abbiamo una delle costituzioni più progressiste del mondo e un’efficace corte costituzionale. Risultato di tale processo è la crescita di una cultura dei diritti umani e una società fondata sulla legalità.
Il processo di riconciliazione in Sudafrica si fonda nettamente sulla fede da tutti condivisa nel valore del dialogo. Per questo, oggi, sudafricani bianchi e neri viaggiano nel mondo per portare il loro aiuto nelle situazioni di conflitto, «predicando» i valori delle soluzioni negoziate.
Una caratteristica dell’esperienza sudafricana merita di essere ricordata: i negoziati non sono stati mai mediati o facilitati da forze estee, neppure quando essi minacciavano di interrompersi o quando, in un paio di casi, erano arrivati a un punto di rottura. Il fatto che gli stessi negoziatori furono capaci di raccogliere i pezzi in continuazione e riportare il processo in carreggiata, deve essere attribuito alla eccezionale saggezza e magnanimità dei nostri leaders.

Commissione verità e riconciliazione

La risoluzione negoziata doveva includere qualche forma di amnistia per le decine di migliaia di persone colpevoli di violazioni dei diritti umani durante il regime di apartheid. Senza di essa, non era possibile alcun accordo. L’ultima clausola della Costituzione provvisoria obbligava il futuro governo a stabilire i meccanismi per regolare tale amnistia.
Nel 1995, l’anno dopo le prime elezioni democratiche, fu istituita la Commissione verità e riconciliazione (Trc), composta da 17 membri e presieduta dal vescovo Desmond Tutu, con il mandato di investigare le gravi violazioni dei diritti umani, facilitare la concessione di amnistia a coloro che avrebbero confessato tutto ciò che avevano commesso, provando che lo avevano fatto per motivi politici. Inoltre, la commissione doveva suggerire le modalità per restituire alle vittime la propria dignità e suggerire qualche forma di risarcimento.
Negli anni seguenti, furono raccolte più di 20 mila dichiarazioni da parte delle vittime, di cui 2 mila in udienze pubbliche, trasmesse integralmente dalla radio e in parte dalla televisione. Ci furono 8 mila domande di amnistia, anch’esse rese attraverso udienze pubbliche.
Per più di due anni i sudafricani dovettero ascoltare rivelazioni quasi giornaliere sui traumi del loro passato. Il faccia a faccia tra carnefici (alcuni pentiti, altri no) e vittime (alcune disposte a perdonare, altre no), fu un’esperienza ricca di emozione.
Essendo un tribunale para-legale, non poteva pretendere il pentimento dei responsabili, né il perdono delle vittime, tanto meno arrivare a fornire le prove sulla sincerità di entrambi. Questo tipo di riconciliazione appartiene infatti all’ambito religioso (come il sacramento della confessione) o alla sfera delle relazioni interpersonali.
Ci furono alcune dimostrazioni molto drammatiche di rimorso e grandi gesti di perdono sia durante le udienze della Trc che negli anni successivi. Bisogna però sottolineare che, per i più, non fu per niente facile constatare l’impunità di alcuni dei peggiori responsabili di crimini contro l’umanità. Alcuni capi dell’apartheid non si presentarono neppure davanti alla Trc. Era il duro prezzo da pagare per raggiungere la pace. Molto probabilmente si sarebbe potuto fare di più per le vittime; ma non c’è alcun dubbio che la Trc è stata un potentissimo strumento di riconciliazione in Sudafrica e senza tale esperienza non si potrebbe parlare di pacificazione del paese.

La sfida continua

Per svariate e serie ragioni, il processo di riconciliazione in Sudafrica rimane incompleto. Il razzismo, per esempio, rimane diffuso. È una forma mentale che, si sapeva, non poteva scomparire da un giorno all’altro. Si dice che è stato solo messo sotto il tappeto. Affiora di tanto in tanto e, leggendo tra le righe, se ne può riconoscere la presenza.
I bianchi, oggi, sono pronti a negare di essere «razzisti», lo sentono come grave insulto. Ma poi, capita spesso di sentire declamare frasi del genere: «Io non voglio essere razzista, però…».
Abbondano le incomprensioni fra bianchi e neri. Alcune sono di matrice culturale, altre nascono dall’incapacità di riconoscere quanto la comunità nera ha dovuto soffrire durante il regime. Nel loro insieme, i bianchi mancano di riconoscenza per il miracolo di riconciliazione avvenuto in Sudafrica.
Bisogna dire che non tutte le differenze e divisioni sono di carattere razziale e che tutti stiamo imparando, in modo sorprendente, a vivere insieme come nazione. I dirigenti attuali fanno tutto il possibile per celebrare e promuovere la riconciliazione. Il 16 di dicembre, festa nazionale che una volta celebrava una vittoria militare, ora è il nostro «giorno della riconciliazione». Lo sforzo per la riconciliazione continua, perché, come ricorda spesso il presidente Thabo Mbeki, siamo ancora una nazione divisa.
L’altro grande male è la povertà. Molto è stato fatto: costruzione di milioni di case, estensione del servizio idrico ed elettrico, miglioramento di strade e scuole, economia in espansione… eppure molte persone sono ancora disoccupate e vivono in miseria. La giustizia economica sarà la grande sfida del futuro.
Problema speciale è la criminalità, cresciuta enormemente con la fine dell’apartheid. Non sappiamo perché. Vi sono senza dubbio molti fattori concomitanti che spiegano l’aumento di rapine a mano armata, furti di auto, assalti ad abitazioni e banche, spaccio di stupefacenti, frode, corruzione, violenze sessuali e sui minori. Sarebbe troppo lungo analizzae le cause. Diciamo, tuttavia, che il Sudafrica non è il tipo di paese che permette a questi fatti di passare inavvertiti e senza la volontà di cambiarli, ma cerchiamo di aiutarci a vicenda per non diventare apatici e compiacenti.
In cima alla lista di tutti i problemi troneggia quello dell’Hiv/Aids. Il Sudafrica è uno dei paesi più colpiti al mondo da tale pandemia.
Nel prossimo futuro, la nostra democrazia, economia e lo stesso processo di riconciliazione saranno messi in crisi dalla morte di milioni di giovani, molti dei quali istruiti ed economicamente produttivi, da milioni di orfani e da una popolazione sempre più traumatizzata da questa nuova tragedia.
Il dramma dell’Hiv/Aids aggrava la situazione psicologica della popolazione sudafricana, già profondamente traumatizzata dal terrorismo del passato e dalla criminalità del presente. Altri soffrono il complesso di colpa o d’inferiorità. Individualismo e avidità si insinuano dappertutto. Molti guardano al futuro con cinismo e disincanto. Abbiamo poca pace interiore e poca libertà personale. Anche questo è un grosso problema.
D’altro canto siamo un paese dinamico, pieno di energia e attivismo. Discutiamo, dibattiamo, litighiamo e ci accusiamo a vicenda. Ma di fronte ai problemi del razzismo, povertà, delinquenza, corruzione, violenze e Aids, organizziamo proteste, mobilitazioni, dimostrazioni e campagne. Nel linguaggio politico del Sudafrica rispondiamo con il toyi-toyi (danza dei militanti contro l’apartheid, ndr).
Questo è un segno di speranza per il futuro, perché, tra l’altro, queste forme di protesta riuniscono persone di differenti razze e fedi e culture. Dal punto di vista della speranza cristiana, poi, nonostante abbiamo fatto tanta strada, dobbiamo andare ancora molto più lontano.
Lo Spirito di Dio è sempre stato attivo in mezzo a noi; ma dobbiamo riscontrare che pace e riconciliazione sono ancora limitate, poiché molti di noi, presi individualmente, non sono in pace con se stessi, non sono ancora in pace con la terra né con Dio. Senza un maggiore grado di pace interiore, gli esseri umani, in Sudafrica come altrove, troveranno sempre difficile vivere tra loro in pace e armonia.

Albert Nolan