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Il miraggio dell’emigrazione

La guerra civile in El Salvador ha provocato milioni di profughi.
I governi neoliberisti che da una quindicina di anni guidano il paese non hanno portato alcun beneficio alle popolazioni rurali, che si sono riversate nella capitale, vivendo nella povertà ed emarginazione.
Dalla città l’emigrazione continua verso gli Stati Uniti: un quarto della popolazione salvadoregna vive negli Usa.
Il fenomeno dell’emigrazione continua, tra indicibili umiliazioni, anche se varie associazioni cercano di frenare tale esodo, con progetti di sviluppo solidale.

Con l’arrivo della globalizzazione, San Salvador, la capitale, riunisce in sé tutta la ricchezza e la miseria del paese. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i tipici mali dei modei agglomerati urbani: mancanza d’acqua, povertà, ghettizzazione, violenza e inquinamento. L’esodo dei contadini, in fuga dalla miseria rurale e dalla guerra, ha invaso la città e di conseguenza l’ha fatta crescere a dismisura.
Dalla capitale, poi, quasi tutti gli uomini, tranne vecchi e bambini, sono emigrati verso gli Stati Uniti, dove vivono 2 milioni di salvadoregni. Le donne più giovani, invece, sono rimaste a San Salvador per spendere la loro giovinezza nelle maquilas dove vengono pagate molto poco, «giusto quanto serve perché non muoia il lavoratore, perché non muoia lo sfruttato» si dice nel paese.
Il resto, donne e uomini contadini – una buona parte della popolazione economicamente attiva – lavorano nel settore informale, o sono andati a ingrossare l’esercito dei venditori ambulanti oppure girano per le strade del centro della città.
Durante il giorno li si vede trafficare tra le bidonvilles e i nuovi centri commerciali, copia identica di quelli degli Stati Uniti; tuttavia i margini di consumo e il modello di «progresso» di questo ingombrante vicino (il Nord America), trasferiti in un paese povero, rappresentano solamente un «miraggio» in termini di stabilità macroeconomica.
Infatti questi nuovi centri commerciali sono stati costruiti e, soprattutto, progettati per assorbire i 2.200 milioni di dollari che i 2 milioni di emigrati salvadoregni presenti in Usa mandano ogni anno alle proprie famiglie rimaste in patria. Tale flusso di denaro supera di 20 volte le esportazioni di caffè, che a loro volta rappresentano il 70% del totale delle esportazioni di El Salvador.

DIRITTI CALPESTATI

In queste circostanze è iniziato il nostro viaggio per San Salvador, con l’intenzione di capire più a fondo tale situazione, cercando, soprattutto, di ascoltare i leaders della società civile del paese. Abbiamo visitato la Commissione per i diritti umani di El Salvador (Cdhes). Tale Commissione, non governativa, fu fondata nel 1978 e da allora è impegnata nella difesa dei diritti umani del popolo salvadoregno, denunciando i soprusi a livello nazionale e internazionale.
Evidentemente, il lavoro di 26 anni nell’impegno per la giustizia è stato giudicato «scomodo», al punto da avere causato la perdita di 7 attivisti, assassinati o fatti sparire dalle forze militari. Tra loro Marianela García, che è stata la principale fondatrice di questa organizzazione, insieme al presidente Herber Anaya e altri cinque colleghi che hanno creduto in questo impegno di giustizia.
L’attuale direttore della Cdhes, Miguel Montenegro, oltre a parlarci del lavoro odierno della Commissione, ci ha raccontato un po’ della storia travagliata del paese: «El Salvador misura 21.000 kmq, con un’alta densità demografica: attualmente conta più di 6 milioni di abitanti residenti, oltre 2 milioni di emigrati negli Stati Uniti e altre migliaia in vari paesi del mondo.
La storia contemporanea del paese è segnata da diverse tappe. In un primo periodo sono stati violentati prevalentemente i diritti umani nella campagna. Verso gli anni ’20 El Salvador era praticamente un paese esportatore solamente di caffè, finché nel 1929, in conseguenza della crisi economica mondiale, il caffè restò senza mercato: la raccolta non si effettuò e migliaia di braccianti e contadini poveri soffrirono la fame.
A causa di questa situazione, lo scontento popolare crebbe fino a scoppiare in rivolta, nel 1932, guidata da Farabundo Martí. La ribellione fu soffocata nel sangue, con massacri perpetrati dalle truppe del generale Maximiliano Heández. La repressione fece 12 mila morti. Iniziò così una serie di regimi militari che durò per mezzo secolo».
«Tra gli anni ’60 e ’70 – continua Miguel Montenegro – i diritti umani vengono calpestati prevalentemente in città. In questi anni, infatti, la gente inizia a emigrare verso le aree urbane, per l’avvento dell’industrializzazione nell’ambito del Mercato comune centroamericano. Gli alti indici di crescita raggiunti, non furono sufficienti per abbattere la disoccupazione e lo scontento per le ingiustizie si trasferì in città.
Seguì un altro periodo di violenta repressione, portata avanti da differenti “corpi di sicurezza” e dalle forze armate. È in questo momento che iniziano l’organizzazione e la denuncia da parte nostra. Nel 1977, infatti, la contestazione civile era scesa per le strade e la repressione era stata dura e indiscriminata, causando oltre 7 mila morti.
L’impotenza e la mancanza di alternativa politica fecero esplodere il conflitto armato. Scoppiata nel 1980, la guerra civile durò per 12 anni, con un conto salatissimo: 80 mila persone assassinate, più di 7 mila desaparecidos e circa un milione di profughi. Dopo questo periodo estremamente difficile per El Salvador, nel 1992 furono firmati gli accordi di pace tra il movimento guerrigliero Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln) e il governo ed esercito, soggetti che in quel momento si equivalevano totalmente».
«Attualmente stiamo vivendo in tempo di post-guerra – conclude Miguel Montenegro -. Continuiamo a difendere i diritti economici, sociali e culturali, che sono quelli più calpestati. Certo, rispetto al periodo del conflitto armato e immediatamente dopo la firma degli accordi di pace, i diritti umani vengono violati in minore misura, ma continuano a essere ancora a rischio. La “Polizia nazionale civile”, per esempio, sorta dagli accordi di pace, defrauda le aspettative e speranze dei salvadoregni, commettendo abusi, torture, minacce di morte ai civili. Un comportamento che ubbidisce a una politica di stato: serve strategicamente a garantire la sicurezza di quei settori della società economicamente benestanti, che hanno in mano il potere e che lo utilizzano contro i poveri».

PER QUALCHE DOLLARO IN PIU’

Uno dei fenomeni sociali più importanti e drammatici di El Salvador è quello dell’emigrazione. Il problema investe la storia contemporanea di tutta l’America Latina in generale, ma riguarda in modo particolare i paesi del Centro America.
Il grande flusso migratorio dall’America Centrale verso gli Stati Uniti si spiega, da un lato, per la vicinanza geografica e, dall’altro, per il fatto che tutti i paesi centroamericani, tranne il Costa Rica e in parte il Panama, appartengono ormai al «quarto mondo», secondo la definizione del sociologo francese Serge Latouche. Tra i paesi dell’America Centrale, El Salvador è l’unico ad avere un quarto della sua popolazione residente negli Stati Uniti, prevalentemente concentrata a Los Angeles e New York, dove abita più di un milione, metà dei salvadoregni che vivono negli Usa.
In questo flusso migratorio verso gli Stati Uniti, i più vulnerabili sono i salvadoregni che emigrano per via terra e in maniera illegale. Essi sono costretti a emigrare perché divenuti oggetto dell’ingiustizia sociale nel loro paese.
Nell’ultimo decennio, infatti, in El Salvador il divario tra ricchi e poveri è aumentato di ben 24 volte. Ciò significa che il 20% delle famiglie più povere di questo paese partecipa alla ricchezza nazionale per un misero 2,4% (famiglie intere che vivono con meno di un dollaro al giorno); mentre il 20% delle famiglie più ricche si appropria del 58,3% della ricchezza nazionale.
È questa ingiustizia a spingere i salvadoregni a imboccare la strada dell’emigrazione, un autentico calvario, in cui devono subire maltrattamenti, da parte delle autorità migratorie nei paesi di transito, e i continui inganni dei coyotes, come vengono chiamati gli individui che trasportano illegalmente le persone attraversando Guatemala e Messico e le frontiere degli Stati Uniti.
Soprusi e angherie non finiscono con il viaggio, ma continuano nel paese d’arrivo, senza parlare del fatto che soltanto l’1% dei salvadoregni che intraprende la strada dell’emigrazione verso gli Stati Uniti, riesce ad arrivare alla meta.
Le donne emigranti sono la categoria più vulnerabile dopo i bambini. Queste donne, di solito sopra i 30 anni, si vedono obbligate a emigrare sia per il salario da fame che offre la maquila, sia per le difficili condizioni di lavoro a cui sono sottoposte: la vita lavorativa nelle maquilas finisce a 30 anni.
La sorte delle donne emigranti è drammatica: non avendo soldi per sopravvivere e per continuare il viaggio, si vedono loro malgrado coinvolte nella prostituzione. Altre decidono di consegnarsi alle autorità migratorie e sono costrette a rientrare a El Salvador come deportate.
A partire dal 2000, è iniziata anche l’emigrazione dei bambini, chiamati coyotitos: partono da soli da El Salvador per ricongiungersi ai genitori negli Stati Uniti. In alcuni casi, bambini e ragazzi tra i 10 e i 15 anni sono stati utilizzati alle frontiere per trasportare e smistare droga; oppure, in attesa di continuare il loro viaggio, questi minori vengono usati per vendere cocaina e marijuana a Guatemala City e a Città del Messico e finiscono per chiedere l’elemosina quando vengono «scartati» dai pusher. (Il viaggio della droga inizia in Colombia, passa per l’America Centrale e arriva negli Stati Uniti; da qui riparte per Spagna e Portogallo ed è smistata in tutta l’Europa).
Miguel Montenegro della Cdhes illustra ulteriormente la situazione degli emigranti: «Ai 2 milioni di salvadoregni emigrati negli Usa, molti altri se ne aggiungono ogni giorno; il fenomeno continuerà a lungo anche in futuro, perché la situazione economica di questo paese non sembra affatto migliorare. Inoltre, bisogna ricordare che, oggi, El Salvador sopravvive grazie alle rimesse degli emigrati; tali rimesse sono la voce più importante per quanto riguarda l’ingresso di dollari nel paese, valuta indispensabile per l’economia salvadoregna, soprattutto da quando è in vigore la dollarizzazione».
«Se è pessimo il trattamento riservato ai salvadoregni durante il viaggio verso gli Stati Uniti – conclude Miguel Montenegro – ciò che gli emigranti centroamericani incontrano nel nuovo paese non è certo migliore. Le politiche migratorie del governo degli Stati Uniti e l’applicazione di leggi sempre più restrittive sfociano spesso in atti di violenza che attentano alla vita dei migranti. Le autorità frontaliere sono arrivate a utilizzare armi con proiettili di gomma e bombe lacrimogene per disperdere i migranti che si avvicinano alla frontiera Usa. Inoltre, la legislazione in vigore tratta i migranti come delinquenti, quando in realtà sono solamente persone che cercano un lavoro più remunerativo, per soddisfare alle necessità elementari dei familiari rimasti nei rispettivi paesi».

DALLA CAMPAGNA ALLA CITTÀ

Di fronte a tale fenomeno, viene spontaneo domandarsi: dove inizia tale esodo, che negli ultimi 10 anni ha coinvolto il 20% della popolazione salvadoregna? Oggi, il 60% della popolazione del paese abita in città, mentre un decennio fa era il 40%.
Molte delle famiglie che emigrano nella capitale, San Salvador, e verso altri centri urbani, svolgono attività di commercio informale e finiscono praticamente per riprodurre la situazione di miseria che avevano in precedenza, senza ottenere nel medio e lungo termine un miglioramento delle loro condizioni di vita.
A San Salvador abbiamo incontrato Hugo Flores, direttore dell’Associazione per la cooperazione e lo sviluppo comunitario di El Salvador (Cordes). Da più di 15 anni questa associazione tenta di fermare l’esodo rurale e ha aiutato i profughi, alla fine della guerra, a ritornare nelle proprie comunità e a ricostruire la loro vita, utilizzando come strategia un nuovo modello di sviluppo associativo e sostenibile: creare, cioè, opportunità che non siano in contrasto con l’ambiente naturale circostante.
«Cordes è sorta nel 1988 – spiega Hugo Flores -, durante il processo di rimpatrio di migliaia di famiglie che all’inizio degli anni ’80, per fuggire al conflitto armato, si erano rifugiate in diversi paesi dell’America Centrale e nelle zone più intee di El Salvador. In tale contesto la nostra associazione ha accompagnato queste famiglie nella situazione di emergenza e reinserimento, aiutandole a risolvere le necessità più urgenti, come alloggio, scuola, sicurezza alimentare e sanitaria. Inoltre, Cordes si prefisse il compito di accompagnare queste famiglie nella lotta per il rispetto dei diritti umani che in quegli anni erano costantemente violati dalla dittatura militare.
Nel 1992, con la firma degli accordi di pace, abbiamo iniziato un processo di riorganizzazione strategica, che ci ha portato a specializzarci sul tema dello sviluppo rurale sostenibile. In questo modo, da una parte ci proponiamo di risolvere il problema della sicurezza alimentare e dall’altro di generare reddito e lavoro a circa 5 mila famiglie, promuovendo 5 programmi nella campagna salvadoregna.
Il primo riguarda progetti agricoli e di allevamento nell’ambito della sicurezza alimentare, indispensabile per contenere l’impoverimento della campagna salvadoregna; il secondo è un programma finanziario che promuove la creazione di cornoperative di risparmio e credito, come enti al servizio di queste famiglie. Attualmente in tutte le cornoperative funzionanti si hanno complessivamente 5 mila soci.
Il terzo progetto riguarda lo sviluppo imprenditoriale, che ha creato finora tre piccole imprese agro-industriali, per la trasformazione dei prodotti contadini e per la commercializzazione all’interno di El Salvador e per l’esportazione. Un quarto programma si occupa di gestione dei rischi: lavoriamo con le comunità e le famiglie, aiutandole e insegnando loro a reagire a situazioni di emergenza, come uragani e alluvioni, fenomeni frequenti nel paese.
Un quinto programma ha come oggetto il rafforzamento istituzionale: cioè accompagnare e sostenere l’organizzazione sociale perché sia capace non solo di realizzare con successo i loro progetti, ma abbiano pure capacità e forza per incidere nella politica, per negoziare con il governo e organismi inteazionali.
Attualmente stiamo lavorando in 300 comunità contadine e 17 mila famiglie; abbiamo creato 5 uffici dipartimentali in tutto il paese; continuiamo ad accompagnare lo sviluppo rurale sostenibile con la convinzione che è questa la chiave per fermare il depauperamento che colpisce soprattutto la campagna in El Salvador».

ALLO STATO CONVIENE….

Cordes e altre associazioni e organizzazioni non governative sono impegnate a contenere la povertà e l’emigrazione sia nella campagna che nelle città; ma i loro sforzi sono inutili, perché la spinta a tale esodo viene dalla stessa politica economica di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni. Una politica che ha danneggiato non solo le regioni rurali, ma anche le aree urbane, provocando concentrazione demografica e ghettizzazione nelle baraccopoli, come nella periferia di San Salvador.
In uno dei quartieri periferici della capitale abbiamo incontrato César Villalona, economista e consulente di un progetto di educazione popolare: ci ha spiegato le strategie fallimentari di sviluppo attuate dai governi neoliberali del paese.
«Negli ultimi due decenni abbiamo assistito a iniziative di decentramento del potere e a numerosi progetti di sviluppo locale promossi prevalentemente dalle Ong. Progetti in cui sono state combinate la partecipazione e l’organizzazione popolare, la riattivazione economica e la generazione di nuove fonti di lavoro.
Tutti questi sforzi, però, si scontrano con una realtà ben chiara: El Salvador sta sostituendo la sua produzione agricola con importazioni. Negli ultimi 14 anni sono crollate sia la produzione contadina, soprattutto di verdure e grano (elemento base per l’alimentazione) sia l’allevamento. Attualmente, buona parte del cibo è importato dall’estero.
In questo contesto, quindi, è molto difficile pensare a uno sviluppo locale concreto. Gli sforzi fatti fino a ora non sono stati risolutivi; la situazione è aggravata dal sistema finanziario, che non dà appoggio all’agricoltura. Le Ong, da parte loro, fanno quel che possono, poiché dispongono di risorse molto limitate.

Siamo in un circolo vizioso: da una parte la mancanza di sviluppo causa il fenomeno migratorio; dall’altra la fuga delle persone più valide all’interno delle comunità mette in crisi lo sviluppo locale.



DIPENDENZA POLITICA


La modeizzazione imposta dalla globalizzazione ha segnato la fine della sovranità economica del paese e l’inizio dell’ingerenza politica statunitense. Inoltre, l’introduzione di strumenti economici, come il Trattato di libero commercio (Tlc) recentemente siglato tra i due stati, ha aumentato la dipendenza di El Salvador dagli Usa, fino a diventare totale.
Tale situazione è degenerata solo negli ultimi 15 anni. Prima, infatti, El Salvador aveva poco capitale straniero e la sua economia si sostentava con l’esportazione di caffè e cotone. C’era più autonomia anche a livello politico. Ma in questi ultimi 15 anni, la classe imprenditoriale salvadoregna ha concluso che, nel mondo globalizzato, può sopravvivere solamente se è totalmente vincolata al capitale nordamericano. Il Tlc rinforza questa dipendenza.
Il 65% delle esportazioni di El Salvador va negli Usa; dagli Usa importa il 55% di beni e servizi; tutta l’industria delle maquilas, dove lavorano 90 mila persone, è vincolata al capitale nordamericano; da questo paese arrivano 2.200 milioni di dollari in rimesse; il debito estero è principalmente con gli Stati Uniti e con organismi multilaterali dipendenti dal governo degli Stati Uniti.
Si tratta, quindi, di una dipendenza economica totale, che ha un riflesso immediato a livello politico. El Salvador, per esempio, è stato l’ultimo dei paesi latinoamericani a decidere di ritirare le truppe dall’Iraq. Il governo non ha nessuna possibilità di prendere decisioni che riguardino le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.
Goveanti e classe dirigente di questo paese sono così legati al carro americano, da rendere El Salvador la nazione più dipendente dell’America Centrale e praticamente dell’America Latina. Gli Usa hanno ingerenza totale nella politica intea ed estera del paese.

Un esempio eclatante lo si è avuto nelle ultime elezioni politiche: il governo statunitense è intervenuto direttamente nella campagna elettorale, inviando alti funzionari che dicessero al popolo per chi votare. Il tutto accompagnato dalle dichiarazioni ufficiali dell’ambasciatore degli USA in El Salvador. Il risultato è che il governo è in debito con gli Stati Uniti: per ricambiare è diventato talmente compiacente verso il potente vicino, da dimenticare da chi è stato eletto

BOX 1

STOP ALL’ESODO

Nonostante le rimesse in dollari che gli emigrati inviano al paese di origine, l’emigrazione costituisce un forte impoverimento per la nazione. In El Salvador la gravità è doppia, poiché provoca lo spopolamento della campagna, primo anello della catena del depauperamento demografico e delle forze produttive del paese.
Come frenare tale esodo? Hugo Flores, direttore dell’Associazione per la cooperazione e lo sviluppo comunitario di El Salvador (Cordes) racconta un’esperienza significativa e innovativa realizzata nel municipio di Tecoluca, con cui la sua organizzazione è riuscita a frenare tale emorragia migratoria dalla campagna alla città.
«Un anno fa, abbiamo fatto uno studio per scoprire le cause e l’intensità dei flussi di emigrazione dalle zone rurali di El Salvador. La conclusione è stata che, nel nord del paese, nel municipio di Tecoluca, i flussi di emigrazione verso le città e poi verso l’estero, comparati con altri municipi, sono relativamente più bassi. In questo municipio avevamo lavorato in stretta collaborazione con l’amministrazione comunale e altre istituzioni, promuovendo una serie di iniziative economiche e produttive di ampio respiro, come il miglioramento delle infrastrutture, introduzione dell’acqua potabile e dell’energia elettrica.
Queste iniziative, che includevano la partecipazione popolare, hanno cominciato subito a dare frutti: la popolazione di questo municipio non desidera più emigrare. È evidente che la gente emigra solo se vi è costretta dalla povertà; ma rimane nella propria terra se viene offerta la possibilità di lavoro e di guadagno per sopravvivere dignitosamente.
Abbiamo quindi formulato una proposta incentrata sull’incremento dello sviluppo nel settore rurale dell’agricoltura e allevamento. Prima, però, abbiamo dovuto garantire le risorse necessarie, garanzie minime che negli ultimi 10 anni erano venute meno, a causa del modello neoliberale imposto dal governo. In tale processo, infatti, sono state soppresse e smantellate le strutture statali che sostenevano il settore agricolo e di allevamento: la banca agraria è stata privatizzata; il Ministero d’agricoltura e allevamento depotenziato; l’istituto per la creazione e mantenimento dei canali di commercializzazione è stato ridotto all’impotenza. Banche, ministeri e istituzioni varie sono rimaste senza risorse e nell’incapacità di promuovere sviluppo nel settore rurale; in questo modo la povertà si è generalizzata, fino a travolgere il 97% della gente che ancora abita in campagna.
Nell’implementare i sistemi di produzione cerchiamo di coinvolgere la gente e sviluppare il concetto di sostenibilità. Questa viene declinata attraverso progetti che rispettino l’ambiente, con iniziative che generino impiego, garantiscano la sicurezza alimentare e assicurino un guadagno alle famiglie coinvolte nei progetti. Questo modello partecipativo contribuisce a fermare la povertà nella campagna e quindi l’emigrazione e tutti i mali ad essa collegati; inoltre preserva e conserva le risorse naturali, che in questo paese sono state depredate negli ultimi anni proprio a causa della diffusione della povertà.
Ma tale modello di sviluppo sostenibile deve essere implementato a livello statale, perché i cambiamenti siano concreti e a lungo termine. Nel nostro paese, purtroppo, lo stato si disimpegna completamente e lascia che la situazione degeneri, mentre si è impegnato a firmare un trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, che produrrà benefici solo per questi ultimi e aggraverà la situazione della campagna di El Salvador».
J. C. Bonino .

Josè Carlos Bonino