DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

SUDAN – Viaggio in un paese ex cristiano

LA CIVILTA’ NEL DESERTO

Alla scoperta di un pezzo di una grande nazione africana,
ricca di storia e risorse, ma ambita da molti.
E dove il cristianesimo è – ahimè – soltanto un lontano ricordo…

Sudan. Un paese che molti considerano pericoloso. Uno stato canaglia, è stato definito. Il più grande dell’Africa, otto volte più vasto dell’Italia e tra i meno densamente popolati: solo 7 abitanti per chilometro quadrato.
Ho potuto vedere solo una piccola regione, la Nubia, legata alla storia dell’antico Egitto. Rimpiango il cielo, i sorrisi, la dignità della gente e i colori. In Sudan ho visto povertà, una vita semplice ed essenziale, quella del deserto. Forse, quella che amo.

Verso la Nubia

Il primo giorno, a Khartoum, lo dedichiamo al pellegrinaggio sulla tomba del Mahdi, il carismatico condottiero che riuscì a liberare il paese dal dominio anglo-egiziano (per un breve periodo) tra il 1885 e il 1899. Attraversiamo il Nilo sul nuovo ponte costruito dai cinesi, sostiamo nel ricco mercato di Omdurman per fare provviste e cerchiamo, poi, il luogo dove sorge il mausoleo: una cupola argentea in un giardino ombroso. Resto in disparte, osservando i fedeli che sostano in preghiera.
Incontro così una famiglia di profughi dal Darfur, venuta a pregare per la guarigione del figlio, un bimbo febbricitante e smagrito. Solo il padre sa spiegarsi in inglese, mentre la mamma, avvolta in un sari rosso, il viso assorto e la pelle molto scura, tace. Mohammed mi racconta di essere arrivato sette anni fa e di essere tuttora ospite di parenti, perché non ha ancora trovato lavoro.
Rientrando nella capitale, sosto presso l’imponente cattedrale cattolica che non si può fotografare, al pari del palazzo del presidente. Qui incontro un anziano missionario comboniano che, dopo 50 anni di servizio ai poveri, ha deciso di rimanere nel paese. Il governo tollera la presenza di salesiani e comboniani per la loro preziosa opera sociale, per le scuole professionali e i licei, frequentati dai figli delle famiglie più influenti del paese.
In Sudan vi sono centinaia di etnie e moltissimi idiomi. Noi siamo diretti a nord, nella Nubia, dove la popolazione è stata influenzata dall’Egitto, ma anche dalla cultura greca, cristiana e romana e dai primi esploratori europei. Seguiamo il corso del Nilo, sostando nella cittadina di Shendi, un tempo famosa per l’artigianato.
Il tempio di Musawwarat è il più vasto del Sudan. Il clima doveva essere molto diverso, a quel tempo. Nel grande recinto si trovano, infatti, molte rappresentazioni di elefanti, oggetto di culto, e del dio leone Apedemak, rappresentativo della regalità dei sovrani di Nubia. Non lontano, visitiamo un tempio che già dal nome, Naga, ricorda i contatti con la cultura indiana. I rilievi sulle pareti di arenaria sono nitidi, molto belli. Si nota la coppia di sovrani che incontra Apedemak, rappresentato con più braccia con altre divinità: Iside, Amon e alcuni prigionieri dai lineamenti mediterranei e africani.
Davanti al tempio, una curiosa costruzione, sempre in arenaria lavorata in capitelli e archi, denuncia le influenze greco romane, mentre un tempio dedicato ad Amon si trova su una collina, preceduto da una serie di arieti: sepolti da secoli nella sabbia, sono stati recuperati dagli archeologhi tedeschi.
La sera, il vento cala e ci sistemiamo nelle tende, sotto il cielo stellato. La mattina è radiosa, il cielo finalmente limpido. Sono davanti a noi le colline dove svettano le piramidi di Meroe, la capitale del regno di Kush, famosa nel mondo commerciale greco e romano dal 500 a. C. al 350 d. C.
I sovrani, allora, venivano sepolti con ricchi tesori. Ci avviciniamo a piedi e notiamo i danni fatti nel 1834 dall’italiano Ferlini, un avventuriero che utilizzò manovalanza locale per cercare i giornielli delle regine, ora conservati a Monaco e Berlino.
La sera, il cuoco prepara le melanzane fritte, buonissime. Gli autisti riposano; solo Atif, l’egiziano, è intento a fumare il narghilé; originario di Luxor, è arrivato bambino con la famiglia e non ha alcuna intenzione di ritornare in Egitto. «Questo è un paese molto ricco, nel futuro ci sarà grande sviluppo e io voglio approfittae». Poco pratico del deserto, Atif ci creerà problemi con la sua vettura, una Toyota malandata che dovremo lasciare nel deserto, a 50 chilometri dalla nostra meta.

Tracce cristiane

Lasciamo il Nilo e ci inoltriamo nel deserto del Bayuda, seguendo una pista che ci riporterà sulle sue rive, presso la cittadina di Merowe. Rarissime sono le abitazioni e i segni di vita, limitati nei dintorni dei pozzi. Qui, assistiamo a scene bibliche. I greggi devono venire dissetati e l’asino è l’aiuto principale per tirare su l’acqua negli otri di pelle; per il trasporto ci sono anche i dromedari, che, in Sudan, sono snelli ed eleganti, color miele.
Tra insabbiamenti e rotture di balestre, quando raggiungiamo le sponde del Nilo è scesa la sera. La pista diventa difficile da percorrere, per via del limo accumulato durante le inondazioni. A Merowe ci aspettano le feluche e, durante la traversata, si tace, emozionati. Nel cielo stellato sta sorgendo la luna.
Karima è al centro di una zona archeologica importante e ci fermeremo per visitare i dintorni, le piramidi della necropoli di Nuri, della 25a dinastia, e le tombe di Kurru, con i sorprendenti affreschi in stile egizio.
Saliremo all’alba sul gebel Barkal, la montagna sacra, che domina l’abitato e da cui si ammira il Nilo con la fascia verde di coltivazioni. Verso ovest, il gruppo di piramidi più belle e misteriose della Nubia.
Old Dongola fu capitale di un regno cristiano per quasi mille anni. La si raggiunge facilmente da Karima attraverso il deserto, dove piantiamo le tende ai piedi di un’altura pietrosa. In lontananza, si vedono le cupole di fango di una necropoli islamica, dette qubbe. Una missione polacca ha iniziato a scavare nella zona sin dal ’64, riuscendo a portare alla luce splendidi resti di basiliche e monasteri, colonne di granito, capitelli decorati con croci.
Su di una collina, da cui si domina la valle del Nilo, sorge una costruzione massiccia: era un monastero e un’iscrizione attesta che, nel 1317, un re islamico la trasformò in moschea.
I nubiani, discendenti delle popolazioni della valle del Nilo a sud di Assuan, furono influenzati dalla cultura egizia e si convertirono al cristianesimo monofisita nel vi secolo. Solo 8 secoli dopo, i mamelucchi egiziani riuscirono a sottometterli, costringendoli a convertirsi all’islam. «La prima chiesa di Old Dongola fu costruita dal vescovo di Assuan nel vii secolo – mi racconta Stefan, accompagnandomi nel complesso di edifici che formavano il monastero.

Il Nilo

Sono arrivati i cinesi. Anche qui, come in tutti i paesi del mondo, si confermano come i più aggressivi e pronti a sfruttare ogni occasione buona. Siamo sulla via del ritorno, ma la quarta cataratta non la potremo vedere, perché stanno brillando le mine. Un altro mostro ecologico sta sorgendo lungo le rive del grande fiume, una diga che darà energia e sviluppo alle città, distruggendo l’ecosistema e creando un bacino artificiale che coprirà anche i resti delle antiche civiltà.
Il Sudan è molto ricco in risorse naturali: petrolio, oro e altri preziosi minerali; ma la più importante è forse proprio l’acqua del fiume. A Khartoum, il Nilo Bianco, arricchito delle acque di grandi affluenti, si unisce al Nilo Azzurro, che scende dall’altopiano etiopico. Poi il corso è interrotto da una serie di cataratte, difficili da superare con le imbarcazioni e le rive sono abitate da gente che conserva abitudini antiche e coltivano la stretta striscia di terra fertile. Solo a Khartoum è possibile attraversare il Nilo su uno dei due ponti, uno di epoca coloniale e l’ultimo, recente, costruito dai cinesi per smaltire il traffico aumentato negli ultimi anni.
Si parte da Karima che fa ancora buio, per raggiungere il luogo dell’imbarco. Qui incontro Ibrahim, un signore alto e magro che porta con eleganza il tipico turbante bianco e l’abito immacolato. «Ho studiato a Khartoum – mi dice in perfetto inglese – ho due mogli e sette figli. Alcuni vivono e studiano nella capitale. Nel mio villaggio, El Kurru, svolgo la funzione di imam (colui che guida la preghiera)».
Ibrahim è un rispettato commerciante di cammelli, che oggi si mette in viaggio per la regione occidentale del Kordofan, confinante con il Darfur, dove ha intenzione di acquistare un centinaio di capi che rivenderà in Egitto, ad Assuan. «Se riesco, spedirò gli animali su un camion, altrimenti ci vorranno 15 giorni di pista carovaniera per arrivare in Egitto». Mi sorprende quando vuole darmi il numero del suo cellulare: «Chiamami, se ti fermi a Khartoum».
L’ultimo giorno lo passerò a Khartoum. Come in tutte le capitali africane, qui si possono conoscere i vari aspetti del paese. Arrivando dal nord, abbiamo attraversato le periferie dove abitano migliaia di rifugiati in case di fango, basse, prive di acqua e servizi. I mercati sono estesissimi e ricchi di colore. Era l’ora di uscita delle scuole e le studentesse portano divise belle e colorate, sempre con il fazzoletto sul capo, pantaloni attillati e tuniche corte. Sono numerosi i colleges e le università a Khartoum e non ho avuto l’impressione che le donne siano discriminate.

L ascio Khartoum nella notte, con un volo della Lufthansa che trasporta pochissimi passeggeri, come al nostro arrivo. L’equipaggio non si ferma mai in Sudan, è salito al Cairo e ora vi ritorna, direttamente. Ho avuto l’impressione di lasciare un paese blindato, assediato da stranieri che vedono nelle ricchezze potenziali del paese un motivo per cercare di inserirsi e fare affari.
Arrivare in Sudan non è facile, per ottenere il visto ci vuole tempo e pazienza. Proibita la telecamera, non si può fotografare il palazzo presidenziale e altre strutture (come i ponti). Lo stesso accadeva anni fa in Iraq, durante una mia visita in cui, come qui, avevo apprezzato le doti di gentilezza, ospitalità e civiltà della popolazione. Spero che un domani questo paese non debba diventare bersaglio di una guerra «preventiva»: troppi sono gli interessi puntati su un territorio poco popolato e ricchissimo di materie prime.

Claudia Caramanti