DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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KIRGHIZISTAN Alla scoperta della via della seta perduta

In equilibrio instabile tra passato e futuro, schiacciato tra il colosso cinese e quello russo, il Kirghizistan conserva intatto, come ai tempi di Marco Polo, il fascino dell’antica Via della seta, dove miti, leggende e storia si mescolano con l’armonia degli astri.

«Noi kirghizi siamo un popolo che vive di miti e leggende; ogni villaggio, montagna, fiume, lago può raccontarti la sua epopea». Sheeren, la ragazza conosciuta durante una visita all’Università del Kirghizistan, si bea al sole, sotto una delle poche statue di Lenin sopravvissute all’ubriacatura liberista degli anni del post-comunismo in Urss.
Lo sguardo bronzeo del padre della Rivoluzione d’ottobre, continua a sfidare fiducioso il futuro, volgendosi verso i monti Ala-Too (montagne colorate), che sovrastano Bishkek, capitale dello stato. Di fronte a lui, gli autobus carichi di passeggeri, procedono lentamente, mostrando sulle fiancate pubblicità di prodotti occidentali: Seven Up, pellicole Fuji, elettrodomestici Philips, automobili tedesche.
È qui, tra queste evidenti contraddizioni di una società ancora nostalgicamente aggrappata al passato e al tempo stesso proiettata verso un domani alquanto incerto e precario, che inizio il mio viaggio lungo il tratto meno conosciuto e battuto della Via della seta: quello che da Bishkek giunge fino alla leggendaria Tash Rabat, l’ultimo caravanserraglio a disposizione dei mercanti, prima di varcare le soglie del Celeste Impero e raggiungere la città di Kashgar.

La Via della Seta

La Via della seta, che nell’immaginario collettivo viene vista come un’unica grande «autostrada», in realtà è un groviglio di sentirneri, che si intersecano, si allontanano, si uniscono, lungo 7.000 km.
Stalin ricordava che «la rivoluzione non si fa con i guanti di seta». Sbagliava. Per 17 secoli, lungo l’arco di 14 dinastie, la Via ha rappresentato la più importante fonte di comunicazione tra il mondo orientale e quello occidentale. Grazie a questa forma di primitiva globalizzazione, il buddismo ha varcato i formidabili contrafforti himalayani, per dilagare in Cina, Corea e Giappone, l’Islam è giunto in Asia Centrale, nuove culture sono sorte, altre sono deperite, calpestate da eserciti inarrestabili.
Solo l’arrivo in America degli europei, nel xvi secolo, ha decretato il definitivo declino della Via della seta: la necessità di solcare le infide acque dell’oceano ha dato impulso alla navigazione e i mercanti europei si sono accorti che, con le nuove navi, si risparmiava tempo e fatica, il viaggio era più sicuro e la quantità di merce trasportabile, maggiore.
Ma il fascino emanato dalla Via è resistito. Viaggiatori, scrittori, turisti più o meno preparati, hanno continuato a percorree i suoi segmenti o l’intero tragitto.
La Rivoluzione del 1917, prima, e quella iraniana del 1979, poi, hanno interrotto questo via vai di stranieri, concedendo solo l’apertura di qualche limitata porzione, piccoli assaggi di un tragitto che riserva emozioni a non finire.
Il tratto kirghizo, quello che mi accingo a coprire, è stato completamente chiuso durante il periodo sovietico, a causa della delicata posizione geografica, a ridosso del confine cinese, in cui si veniva a trovare. Solo verso la metà degli anni ’90, dopo l’indipendenza del Kirghizistan, il nuovo governo (formato dalle vecchie autorità sovietiche abilmente riciclatesi), ha riaperto, piano piano, la via al turismo di massa e individuale.
Questa nuova politica ha, inoltre, permesso la fioritura di piccole e discrete bed & breakfast a Bishkek che, con 15-20 euro a notte, permettono di limitare la spesa dell’alloggio nella città, altrimenti piuttosto dispendioso (40-100 euro per un albergo di media categoria).
Bishkek
Inizio la visita di Bishkek nel Museo di storia, indispensabile, se non altro, per capire quale sia l’attuale percorso politico del paese. Dei tre piani di cui si compone l’edificio, il secondo, dedicato a Lenin, è chiuso ufficialmente per restauro; ma Sheeren insinua che verrà presto smantellato. Il primo piano è occupato, per metà da una mostra permanente dello scrittore locale At Chinghiz Aitmatov, leggenda vivente nazionale, l’altra metà dal presidente Askar Akaev (vedi riquadro). Solo il terzo piano ripercorre velocemente la storia del paese, dalle origini alla Rivoluzione comunista.
Attraverso Panfilov Park, frequentato da bambini e da coppie di sposi che vengono a farsi fotografare sulla ruota panoramica, per entrare nel Museo di Mikhail Vasilievich Frunze, il personaggio politico kirghizo più conosciuto all’estero e il cui nome ha identificato la città sulle cartine geografiche fino al 1991.
Nato nel 1885, Frunze nel 1917 guidò le Guardie rosse alla presa del Cremlino. Otto anni dopo, divenuto troppo scomodo per Stalin, morirà durante un’operazione chirurgica. Il Museo ingloba la sua casa natia; almeno così affermano le guide; ma Shereen, che sul rivoluzionario sta scrivendo una tesi, ritiene improbabile che la vera dimora sia potuta sopravvivere a 110 anni di sconvolgimenti storici. La cosa che più mi colpisce è che nessuna delle foto in esposizione ritrae Frunze con Stalin. Anzi, nessuna foto ritrae Stalin.
Prima di abbandonare le comodità della capitale, mi immergo nell’Osh bazaar, un brulicare di venditori dispersi in un bailamme di colori, suoni, risa, dove con pochi som (1 som vale 25 centesimi) è possibile comperare spezie, frutta, verdura, carne. I som¸ invece, non servono per scattare fotografie, a differenza di quanto accade nei mercati di Bukhara o Samarcanda, più avvezzi al turismo.

La leggenda della Torre di Burana

Dopo due giorni a Bishkek, imbocco finalmente la Via della seta, dirigendomi a est, verso il lago Issyk Kul. A farmi da guida è Evgenij «Jenia», laurea in ingegneria elettronica e in lingue, ma disoccupato, come il 20% dei suoi connazionali.
La prima meta è la Torre di Burana, la vecchia Balasugun conquistata nel 1224 dai mongoli di Gengis Khan. Nel mezzo di una pianura sconfinata, la torre a tronco di cono si erge quasi a sfidare i primi contrafforti della catena Tien Shan che si elevano all’orizzonte.
A conferma di quanto diceva Shereen, anche questo monumento ha la sua leggenda: quella di una principessa rinchiusa nella rocca dal padre, il quale intendeva salvarla da una predizione che la voleva in pericolo di morte sino al compimento del 18° anno di età. A nulla, però, valsero i propositi regali. La morte giunse puntuale il giorno del 18° compleanno, sotto le sembianze di un ragno, intrufolatosi in un cesto di frutta, il quale morse la fanciulla, uccidendola.
Né io né Jenia siamo riusciti a capire come una persona normale abbia potuto sopravvivere all’interno di un luogo tanto angusto e tetro, ma si sa, le principesse non sono mai state persone normali. Il mito esprime piuttosto la metafora dei pericoli provenienti dall’esterno per il piccolo e indifeso popolo kirghizo. Solo restando entro le pianure e valli delimitate dalle alte montagne della catena Tien Shan, i kirghizi potevano sperare di far fronte alle scorrerie nemiche. E così hanno fatto dal xiii secolo, quando, scacciati dalle steppe siberiane, si sono stabiliti in queste lande.
Issyk Kul
Da Burana costeggiamo il fiume Chuy, rinomato per i canyons di rara bellezza, a cui poeti e mercanti che ne costeggiavano le sponde si sono ispirati per scrivere versi letterari di struggente bellezza. Oggi le sue rapide sono affrontate da esperti raftisti che giungono da tutto il mondo.
Raggiungiamo la città di Balykchy, che si affaccia sull’Issyk Kul (issyk = caldo, kul = lago), il secondo lago alpino più esteso al mondo, dopo il Tititaca. Qui i sentirneri e le rotte marittime intee, provenienti dall’Asia nordorientale, confluivano nel tronco principale della Via della seta. Nel bazaar cittadino, ancora oggi tra i più colorati del Kirghizistan, venivano barattate merci di ogni tipo, per essere poi portate in Mongolia, Siberia e nord della Cina.
La regione di Issyk Kul è stata interdetta agli stranieri per tutto il periodo sovietico. Nei suoi 6.236 kmq di superficie, la marina russa sperimentava i nuovi siluri, e attorno ai 688 km di costa sono sorte città dormitorio per i militari.
Tutto ciò, però, non ha impedito che le acque limpide e calde del lago siano, oggi come ieri, meta del turismo interno. Le stupende spiagge di sabbia che si aprono sulla costa, l’acqua leggermente salata, dovuta ai depositi minerali dei fiumi immissari (l’Issyk Kul non ha emissari), permettono di non far rimpiangere troppo ai kirghizi, la mancanza di uno sbocco marino.
Costeggiamo tutto il lago fino a raggiungere Karakol, dove rendiamo omaggio al più grande esploratore russo dell’800: Nikolai Mikhailovich Przhevalsky. Nonostante fosse cristiano e le sue spedizioni abbiano dato lustro al regime zarista, le autorità comuniste non hanno mai cercato di oscurare i suoi meriti, dedicandogli anche un interessante museo.

Son Kul dove ancora cavalca Manas

Toiamo sulla Via della seta per dirigerci verso un altro lago, più piccolo, ma decisamente ricco di fascino: il Son Kul. La strada che vi conduce lascia senza fiato, per la straordinaria bellezza dei panorami: in pochi chilometri il Mammut (camion delle truppe militari) arranca tra paesaggi alpini che ricordano le valli svizzere, tra desolazioni desertiche afghane, per poi sfrecciare in pianure altaiche.
È durante questa tappa che iniziamo a scorgere le prime yurte e i primi cavallerizzi. Sono le «avanguardie» del fiero popolo kirghizo, quello che non ha mai scordato le sue origini nomadi e battagliere, che ha per patria le steppe, per dèi gli astri del cielo, per compagni i cavalli. Tutto questo si materializza a Son Kul, una perla azzurra incastonata tra chilometri e chilometri di verdi praterie e dolci colline.
Non è difficile immaginare gli eserciti agli ordini di Manas, l’eroe della mitologia kirghiza, scorrazzare tra queste pianure, per poi scontrarsi con i nemici, lancinando l’aria con urla e sibili di frecce, mentre gli zoccoli dei destrieri lanciati all’attacco, fan tremare l’acqua del lago.
A Son Kul non c’è elettricità né acqua corrente; si dorme nelle yurte assieme ai nomadi, sistemazioni spartane, ma sicuramente le più compatibili con l’ambiente.
Da secoli i popoli delle steppe vivono in queste capanne mobili. Marco Polo, ne Il Milione, descrive in modo mirabilmente minuzioso queste dimore: «Le case sono di legname e sono coperte di feltro, e sono tonde, e portanseli dietro in ogni luogo ov’egli vanno, però che egli hanno ordinato sì bene le loro pertiche, ond’egli le fanno, che troppo bene le possono portare leggiermente in tutte le parti ov’egli vogliono. Queste loro case sempre hanno l’uscio verso il mezzodie…». Nulla è cambiato da allora ad oggi.
Al crepuscolo, sorseggiando kumus e sbocconcellando del nan e kurut, ascoltiamo Chinara e Jazgul, due manaschi che intonano canzoni kirghize. Parlano di amori impossibili, di epiche battaglie, di Manas, delle «Quaranta Madri Tribali», da cui si dice discendano le 40 tribù che formano il popolo kirghizo. Racconti tramandati da secoli, sentiti da migliaia di mercanti che transitavano sulla Via della seta, così come oggi noi li risentiamo. Stesse parole, stesse melodie, che si perdono nelle stesse praterie, rimbalzando sulle acque cristalline del Son Kul.
Emozioni. Le stesse provate nel sentire, il giorno dopo, la nonna raccontare al nipotino come il grande Gengis Khan aveva sconfitto i turchi, passando proprio dove ora è innalzata la loro yurta. E se poi questo racconto non è avvalorato dal corso degli eventi, beh, tanto peggio per la storia. Le leggende non chiedono certo il suo permesso per penetrare nella mente di un popolo.
La sera, mi siedo con Jazgul sotto un cielo stellato che non riesco a definire altro se non «simply great». Stiamo in silenzio per decine di minuti, incuranti dell’aria che a 3.000 metri si è fatta fredda e pungente. Alla fine, Jazgul, accorgendosi del mio disagio di fronte a tanta immensità, inizia: «Quando saprai ascoltare la musica del cielo, le parole che ti provengono dalle stelle e dalla luna, allora saprai di essere in pace con te stesso».
Il ricorso alla sinfonia celeste mi ricorda tanto la teoria della «musica delle sfere» di Pitagora: dopotutto la mente del genere umano non è così diversa…
Naryn
Lasciamo con dispiacere Son Kul alle spalle e puntiamo ancora verso sud, dirigendoci a Naryn. Oramai le yurte sono visibili ovunque, anche dove non dovrebbero esserci: lungo le strade, appena si apre uno spiazzo, ecco un gruppo di yurte-ristorante.
A Naryn, città che prende il nome dal fiume più lungo del Kirghizistan che la attraversa, dormiamo in un yourt-inn alla periferia della città.
Il bazaar di Naryn è stato per secoli uno dei più attivi della Via della Seta, dato che è il primo grosso mercato che si incontra provenendo dalla Cina. Oggi i suoi fasti sono solo un ricordo, ma dopo che Pechino e Bishkek hanno riaperto le frontiere, Naryn sta conoscendo una seconda rinascita

Tash-Rabat: ultima frontiera

L’ultima tappa del nostro viaggio verso sud ci porta a Tash-Rabat. La strada si intrufola tra strette gole, costringendo il Mammut a guadare fiumi, sprofondare in buche, inclinarsi pericolosamente su un costone roccioso. Alla fine, ecco aprirsi di fronte a noi il caravanserraglio di Tash-Rabat.
Qui, a 3.500 metri di quota, le carovane han sostato per secoli, rifocillandosi prima di intraprendere la scalata al passo che porta in Cina. Accanto alla costruzione in pietra, risalente al xv secolo, ma restaurata nel 1984, ci sono delle yurte abitate da nomadi e la piccola fattoria dove vive il direttore del caravanserraglio, Jergobiek Karpiekof, assieme alla moglie Tursun e le figlie. Assieme a loro visitiamo l’edificio: la luce del giorno penetra dai pertugi della cupola, illuminando la sala principale. Da qui si aprono a ventaglio le stanze dei mercanti, le prigioni, le stalle, le mangiatornie. Il tutto in uno spazio alquanto ristretto.
È l’ultima notte che trascorriamo a Tash-Rabat, domani cominceremo il viaggio di ritorno. Mentre me ne sto seduto a gambe incrociate di fronte alla yurta dove sono alloggiato, osservo il cielo rischiarato dalla luna. Aikanish, la figlia più piccola di Jergobiek ed il cui nome significa «Regina della luna», ha appena terminato di cantare una filastrocca.
Ora, solo l’acqua del vicino ruscello fa da sottofondo alle stelle. Fisso la fioritura della Via Lattea lassù, proprio sopra la valle e non riesco a distinguere se il dolce sciabordio è dovuto all’acqua del ruscello o allo scorrere degli astri nell’infinito. Che sia questo il Nirvana?

Box 1

Alla ricerca degli ultimi "manaschi"

Da Bishkek, un viaggio di 13 ore ci ha portato sulle rive delle acque color smeraldo di Son Kul, al centro di un vasto altopiano a 3.500 metri. Attoo al lago, dopo il dissolvimento dell’Urss, che li aveva costretti alla vita sedentaria, sono tornati ad abitare i nomadi, che ne hanno punteggiato di yurte bianche il tappeto verde e, con molta fatica e abnegazione, cercano di far rivivere le loro tradizioni ataviche.
La spedizione a cui mi sono aggregato, è composta da etnologi, antropologi e musicologi, che si prefiggono di studiare e registrare i canti degli akyn, i cantastorie itineranti del Kirghizistan, che raccontano la vita quotidiana, gli amori, le gesta delle tribù locali, per poi metterli a confronto con quelli degli anni ’30, periodo in cui Stalin obbligò i nomadi a stanziarsi nei kolchoz, e annotare le differenze che il tempo e gli eventi politici hanno apportato.
Son Kul è stata scelta per due motivi: per il paesaggio, che ricorda le terre d’origine dei kirghizi nella Mongolia e Yenisei, e per il tipo di tribù insediatesi nelle regioni, considerate le più fedeli alle tradizioni del passato.
«Se è vero che il territorio è uno dei principali elementi che influiscono nella formazione di una società, allora Son Kul è il terreno ideale per studiare il nuovo corso del pathos kirghizo» dice l’etnologa Susan Mat Som, della Malaya University di Kuala Lumpur. In effetti, qui tutto ricorda lo spirito che pervade l’animo di questo piccolo popolo: fierezza e spartanità della vita, libertà di spazi incontaminati in una terra stupenda ma inospitale, assoluto silenzio delle notti stellate.

Nelle società nomadi kirghize, gli akyn occupano tradizionalmente un posto di riguardo, accanto agli sciamani. Ma, mentre questi ultimi sono parte integrante di uno specifico clan e prendono parte a tutte le attività sociali a esso collegate, i cantastorie ne sono al di fuori. Nomadi tra i nomadi, sono sempre stati elementi super partes, quindi le persone più adatte per suggellare rapporti tra le diverse tribù, divulgare notizie, mediare matrimoni, sedare liti e, nei tempi passati, chiamare alla guerra.
Prima dell’introduzione della lingua scritta, a opera del governo sovietico, gli akyn erano anche delle biblioteche viventi. A loro erano affidate le memorie storiche e mitologiche dell’intero popolo kirghizo, mentre ai più capaci veniva dato il compito di tramandare il testo dei testi per eccellenza: l’epopea di Manas, il leggendario eroe guerriero che portò questo piccolo popolo a ritagliarsi un territorio in cui vivere libero e pacifico. L’intero racconto di 550 mila strofe, supera in lunghezza qualsiasi altra mitologia e per la completa declamazione occorrevano ben 13 giorni di estenuanti performances. I pochi akyn che raggiungevano un tale livello di sapienza (e onore), venivano fregiati del titolo di manaschi, cantori di Manas.
Oggi, la trasposizione scritta dell’epopea ha dissuaso gli akyn a intraprendere il faticoso ed estenuante processo di memorizzazione, tanto che i manaschi attuali possono declamare al massimo qualche decina di migliaia di strofe.

Dopo una settimana di registrazioni, veniamo a sapere che nella regione stanno girando due tra i migliori akyn del paese. Ci dirigiamo verso il luogo indicato e, appena superata l’ennesima collina, giungono alle nostre orecchie le melodie, un poco malinconiche, di una canzone tradizionale accompagnata dalle note di un liuto.
Appena giunti ci aspetta una sorpresa: uno dei due akyn è una ragazza, Orozkavieva Chinara, che gira assieme a Macsaz Moldagauizv. Jacques Charreaux, musicologo del gruppo, che sta preparando un programma per la radio francese sullo sviluppo della cultura musicale dei popoli delle steppe, è entusiasta: «L’era post-sovietica, oltre a rinnovare la metrica di alcuni canti, ha introdotto una vera rivoluzione nella tradizione dei cantastorie: la voce femminile».
A mano a mano che Chinara e Macsaz continuano la loro esibizione e Mambetova Jazgul, la nostra guida, ci traduce il significato delle parole, ecco delinearsi nella nostra mente, tra le steppe, migliaia di soldati a cavallo che urlano per incutere timore all’avversario, ma anche per esorcizzare la propria paura. Poi gli scontri, cozzi cruenti e crudeli, come solo i duelli all’arma bianca e all’ultimo sangue possono essere. Uomini calpestati dagli zoccoli dei cavalli, zolle di terra sollevate che ricadono sui corpi dei caduti, clangori di lame che si incrociano, sibili di frecce…
Poi, improvvisamente, lo stornello cambia e con esso lo scenario. Il canto d’amore di Ailanash per il suo uomo che mai più toerà, si perde nell’immensità delle pianure, senza che nessuno riesca a raccoglierlo. I cavalli che pascolano tranquillamente sulle alture sembrano non accorgersi del dolore della fanciulla. Solo uno si avvicina e chiede alla ragazza di salirgli in groppa: è il destriero cavalcato dall’amato e solo lui potrà ricongiungere i due. Ailanash si ritrova a librare nel cielo, con i capelli al vento. Andrà a raggiungere l’amore e, come lui, si tramuterà in stella.

Per ore e ore, Chinara e Macsaz continuano a declamare versi accompagnandosi con il liuto. «Molte canzoni le abbiamo composte noi, ascoltando la sera i racconti degli anziani: storie di quotidianità che a molti passano inosservate, ma che in realtà rappresentano testimonianze di una tradizione che, prima o poi, sappiamo che scomparirà, soppiantata dai miti dell’agiatezza della città» afferma con voce pacata Chinara qualche sera dopo, mentre mangiamo nella yurta.
È fiera di cantare assieme a Macsaz Moldagauizv, attualmente il più giovane akyn, che sta imparando a memoria l’epopea di Manas. Dall’età di 7 anni, suo nonno, manaschi anche lui, gli ha insegnato passo per passo come cantilenare le strofe. Gli chiedo cosa significa essere manaschi e come si diventa. «Solo chi ha un albero genealogico puro kirghizo può sperare di diventare manaschi. Ma non basta: un manaschi deve saper amare il suo popolo e le tradizioni più di sé stesso e della propria famiglia. E ancora non basta: oltre a tutto questo, un manaschi deve essere cosciente che sta per diventare colui che tramanda il ricordo del più grande eroe dei kirghizi, quindi deve sentire su di sé tutto il peso di tale responsabilità. Quando un manaschi canta le gesta di Manas, diviene lui stesso Manas».
Poi indica il tunduk, l’intelaiatura tonda di legno rosso, peo centrale in cui si innestano le pertiche di sostegno laterali e attraverso cui defluisce il fumo del focolare domestico: «Senza tunduk non ci sarebbero yurte; senza Manas non ci sarebbero i kirghizi. Manas è il supporto del tunduk, della nostra casa, della nostra famiglia, delle nostre tradizioni».

L’ aria gelida della notte rende limpida la volta celeste. Le stelle sembrano cristalli luminosi lanciati dalla mano di un gigante, chissà, forse proprio da Manas…
Nel sacco a pelo, sento Macsaz intonare un’ultima melodia.
«Le truppe dei Kara Kyrgyz si unirono nella battaglia.
Nessuno dei guerrieri si ritirò.
Tutti si unirono alla battaglia.
I resti delle yurte formarono una montagna.
I corpi delle persone vennero accatastati
per formare montagne.
Uomo, tu dormi su quelle montagne».

Piergiorgio Pescali