COLOMBIA – Intervista: “Servire la comunità è servire se stessi”

Non è un indios nasa; eppure da oltre 20 anni serve la comunità indigena del nord del Cauca di cui, pur essendo un «bianco», ne è leader indiscusso: è Gilberto Muñoz Coronado, il primo alcalde (sindaco) di Toribío. Appartiene al Movimento civico, il partito indipendente che raccoglie i voti ed esprime la coscienza politica indigena.
Oggi, Gilberto è cornordinatore del Cecidic, il Centro educativo che raccoglie più di mille studenti, dal primo anno della scuola elementare fino all’università. Nel mese di settembre dell’anno passato è stato sequestrato nel Caguán da gueriglieri delle Farc, insieme all’attuale alcalde di Toribio e ad altre autorità indigene. Gli chiediamo una testimonianza su questa sua esperienza di prigionia.

Che cosa l’ha spinta ad andare tanto lontano, in una zona «ad alto rischio» come il Caguán, e che sentimenti ha provato durante la sua detenzione?
Ero stato invitato dalle nostre autorità indigene a partecipare a un processo di formazione della comunità di Altamira, una piccola riserva indigena, i cui abitanti sono tutti originari delle nostre zone, di Toribío e di San Francisco. Hanno mantenuto la cultura, parlano la lingua della gente di qui. Sono pochi, circa 260 persone, ma vivono in un territorio molto grande, per cui è facile smarrirsi e perdere unità. Il nostro compito era far loro sentire l’appoggio della comunità di origine e aiutarli a crescere in un processo comunitario.
Questo dà certamente fastidio alla guerriglia, che nella zona vuole essere l’unica signora e padrona. Il primo e intenso sentimento che ho provato è stato quello di essere tenuto prigioniero in un territorio in cui, istintivamente e da sempre, mi sento più libero: la natura, la campagna.

Era preoccupato prima di partire?
Mi preoccupava sapere che anche l’attuale alcalde fosse parte del nostro gruppo. La guerriglia vede i sindaci come parte della struttura statale e li tratta come nemici. Da parte mia c’era la consapevolezza di offrire un servizio. Ascoltando il padre Antonio Bonanomi e l’equipo misionero ho imparato che bisogna spendere bene la vita che abbiamo ricevuto. Se si può fare qualcosa per qualcuno che ne ha bisogno, non dobbiamo tirarci indietro; la nostra esistenza è troppo breve per viverla egoisticamente.
Nella selva sono stato riportato all’essenzialità della vita. Avevo da mangiare, sopravvivevo. Molte volte ci affanniamo per cose futili, quando a troppa gente manca l’essenziale per vivere.

Come sono stati i rapporti con i suoi sequestratori?
Quelli che si occupavano direttamente di noi erano ragazzi, alcuni avevano meno di 20 anni, l’età dei miei figli. A loro ho chiesto che cosa li aveva spinti a imbracciare un fucile; in questo senso c’è stato un po’ di dialogo fra noi.
Ho avuto modo di parlare anche con alcuni comandanti, cercando sempre di non esprimermi come singolo, ma come portavoce del processo di una comunità, facendo anche rilevare alcune delle loro contraddizioni più evidenti. Ho detto loro che, in fin dei conti, abbiamo un programma simile: lottare per la giustizia sociale; ma ci divide il metodo. Mentre essi si definiscono «esercito del popolo» (bella ironia), vogliono conseguire la giustizia maltrattando contadini e indigeni. Noi non accettiamo questo modo: il nostro programma ci impone di difendere la gente.
Quando mi liberarono dissi al comandante del reparto che ci aveva in custodia che non coltivavo nessun risentimento per quanto mi era successo.
Ho scoperto a mie spese una faccia della Colombia occulta, che non avevo mai conosciuto in maniera così diretta. La vita del guerrigliero è dura, vi sono persone che per anni vivono sotto una tenda, in balia di pericoli e intemperie. Posso anche rispettare chi si sceglie una vita di questo tipo e lotta con coerenza per quello che desidera. Però, bisogna lavorare non per distruggere, ma per creare coscienze, e queste si creano con il lavoro e l’impegno di tutti, non con la coercizione e la violenza. Questa è una verità che vale per tutti gli attori del conflitto armato.

Cosa ha imparato da ciò che le è accaduto?
Il lato positivo è stato far emergere un sentimento straordinario da parte della gente; ci siamo sentiti appoggiati a livello nazionale e internazionale, da persone che ci hanno teso la mano non solo perché, «poverini», eravamo in una situazione difficile, ma anche perché hanno toccato con mano la bontà del progetto che rappresentavamo. Per non parlare della gente di qui, della nostra comunità. C’è un senso di unità, di appartenenza nella comunità indigena che non si riscontra in altre realtà. Penso alle guardie indigene che sono venute a reclamare la nostra liberazione, armate solo della loro chonta, il bastone del comando; non hanno guardato le ore di lavoro che perdevano o i rischi che correvano per arrivare fino a dove eravamo e tirarci fuori di lì.
L’insegnamento è che bisogna continuare, rendendosi conto, però, che quanto si è ottenuto è frutto del lavoro di tutti e che chi impara a servire l’altro finisce con il servire se stesso.

Ugo Pozzoli