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Resistenza alla barbarie

È accaduto tra il 21 e il 22 febbraio scorso, a San José de Apartadó Urabá, dipartimento di Antioquia, nord-ovest della Colombia: 7 civili della Comunità di pace, tra cui il leader Eduardo Guerra e tre bambini, sono stati massacrati a colpi di machete, fatti a pezzi e gettati in un fossato.
«Una vergogna per l’umanità» ha esclamato Amerigo Incalcaterra, direttore aggiunto dell’Ufficio colombiano dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. La vergogna non sta solo nella barbarie dimostrata in tale eccidio, ma che a compierlo sia stato l’esercito, cui è affidato il compito di proteggere tali Comunità. Quello di San José è solo l’ultimo di una lunga serie di crimini, con cui si vuole uccidere ogni speranza di pace in un paese martoriato da 40 anni di guerra civile.

P assaggio obbligato verso i dipartimenti circostanti, il territorio di San José e le sue 32 frazioni è un punto strategico per gli attori del conflitto armato: esercito, guerriglia e paramilitari. Inoltre, questa zona, essendo molto fertile e ricca di carbone, ha attirato l’attenzione di imprese nazionali e transnazionali, per le quali è utile lo sfollamento messo in atto dai paramilitari, che terrorizzano la gente e la costringe ad abbandonare le loro terre.
Di fronte a tale situazione e al problema dello sfollamento forzato a livello nazionale, il vescovo della diocesi di Apartadó, mons. Isaías Duarte Cancino (assassinato nella città di Cali nel 2002), propose la costituzione di spazi neutrali, dove fosse garantito il rispetto alla vita e all’integrità della popolazione civile. Il 23 marzo 1997, 500 contadini di 17 frazioni di San José decisero di organizzarsi per allontanare la guerra dal territorio, di non collaborare con nessun gruppo armato, di sviluppare un processo di neutralità, in un paese dove questa è severamente combattuta da tutti gli attori armati.
Con l’accompagnamento formativo e l’assistenza giuridica della Commissione intercongregazionale di Giustizia e Pace, la Comunità di pace di San José si è organizzata in modo tale da diventare un interlocutore per il governo, per istituzioni nazionali e inteazionali.
Con la strategia di vivere in Comunità e lavorare in gruppo, i contadini hanno riconquistato poco a poco il territorio perso, hanno creato le condizioni per il ritorno di tutte le famiglie nelle proprie terre e dato vita a strutture di organizzazione sociale, formazione culturale, produzione e commercializzazione dei frutti del loro lavoro.
Tale processo non è stato indolore: oltre un centinaio di persone della Comunità di pace sono state uccise da formazioni guerrigliere, esercito e paramilitari. Senza contare le distruzioni, furti, attacchi e minacce.

L a determinazione della Comunità di San José di continuare il processo di resistenza non violenta, le ha attirato l’attenzione di numerosi organismi inteazionali: la rivista statunitense Fellowship of Reconcillation le ha assegnato il premio Pfeffer della pace.
Su raccomandazione della Corte interamericana dei diritti umani, la Corte costituzionale della Colombia, lo scorso anno, ha dichiarato che la Comunità di pace ha diritto a una protezione speciale da parte delle forze armate, perché regolarmente esposta alle vessazioni della guerriglia e dei paramilitari.
La continuazione di questo processo di resistenza civile e nonviolenta dipende in larga misura dal coinvolgimento di ampi settori dell’opinione pubblica e dall’azione di diverse organizzazioni nazionali ed inteazionali. Amnesty Inteational ha avviato una campagna di pressione sul governo colombiano, in difesa di questa comunità (www.amnesty.it/primopiano/colombia).
Tenendo conto della degradazione e ferocità del conflitto colombiano, la sola esistenza della Comunità di pace di San José di Apartadó (e di altre esperienze simili) è già un successo e prova che è possibile resistere collettivamente alla guerra e alla barbarie.
Tale esperienza, poi, va oltre la semplice neutralità. La Comunità di pace, con i suoi processi economici di tipo comunitario, le relazioni democratiche di autogoverno, la convivenza civile che risolve le tensioni pacificamente, testimonia che è possibile un’alternativa al modello dominante di sviluppo economico e convivenza sociale sia in Colombia che in altre parti del mondo.
Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi