DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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L’APOCALISSE ASIATICA Riflessioni sulla tragedia

PERCHÉ IL DOLORE E LA MORTE?

Perché il male e la sofferenza? Perché? Perché?
Quando dubbi ed interrogativi opprimono le nostre menti.

Una montagna di fuoco fu scagliata nel mare. Un terzo del mare divenne sangue e morì un terzo delle creature che erano nel mare (Ap 8,8).
Le scene che, per settimane, sono giunte dal Sud-Est asiatico hanno lo sfondo e i confini di un’apocalisse cosmica, che ha coinvolto l’intero pianeta, se il cataclisma ha avuto la potenza di spostare anche l’asse di rotazione terrestre e un’intera isola di parecchi metri. Le parole sono totalmente afone non solo di fronte alla gravità inimmaginabile del maremoto, ma anche di fronte ad una tragedia nella tragedia: la catastrofe si abbatte su una porzione del Terzo Mondo che già paga il salatissimo prezzo della miseria e della povertà. Ancora una volta, come ricorda il detto popolare, «piove sul bagnato».
«Se Dio esiste, perché permette che succeda tutto questo macello cosmico e sempre a danno dei poveri che non possono neanche cadere dal letto visto che sono sdraiati per terra?». È l’eterno problema del «perché il male e la sofferenza?» e del «perché il dolore e la morte tragica degli innocenti?». Sono alcune domande che si sentono immediate e spontanee in bocca alla gente che non sa darsi una spiegazione logica. Quando gli uomini non sanno dove appigliarsi, quando sono incapaci di una qualsiasi risposta logica, di fronte alla maestosità sovrana della natura e terrorizzati dalla loro piccolezza, scaricano sempre (senza malizia beninteso!) una sfilza di «perché?» su quel Dio che il teologo evangelico, Dietrich Bonhoeffer, chiamava il «Dio tappabuchi». Di questo «dio» non sappiamo cosa farcene e crediamo che nemmeno Lui sappia cosa farsene.
Noi non abbiamo risposte preconfezionate, non abbiamo ricette con una risposta per ogni domanda. Anche noi siamo atterriti e sgomenti, pieni di «perché?» senza risposte e la nostra fede, seppure solida, è densa di dubbi e interrogativi che il nostro cuore, come Giacobbe, «medita in silenzio» (Gen 37,11) o come Maria che conserva gli eventi incidibili nel suo intimo, meditandoli davanti al mistero (Lc 2,19). Noi siamo poveri testimoni di un Dio «incarnato» nella storia di carne degli uomini e delle donne, specialmente degli ultimi e degli esclusi. Noi sappiamo che Dio non vuole né permette alcuna disgrazia perché egli è Padre-Madre di ciascuno dei suoi figli e un padre non si diverte a torturare i suoi figli, scaraventando su di loro un maremoto paragonabile per potenza a mille bombe atomiche. Se un «dio» così fosse solo ipotizzabile bisognerebbe ucciderlo in tempo, prima che distrugga ogni cosa. No, non è questo il Dio di Gesù Cristo! Egli non è un orologiaio che aggiusta i meccanismi secondo il capriccio degli uomini, come voleva Cartesio o come vorrebbero i fans di un Dio juke-box, pronto a rispondere a comando di monetina. Questo «dio» è un dio a immagine e somiglianza della malvagità degli uomini che non possono ipotizzare un dio diverso dal loro modo di agire e di pensare. Questo «dio» carnefice, vendicativo, insensibile è stato sconfitto da Gesù Cristo sulla croce che resta la lucerna accesa sul moggio (Mt 5,15) per rischiarare tutte le croci e tutti i crocifissi che la Storia e la Natura portano con sé. Dio non gioca a bowling con le persone. Dio è persona seria!
Noi sappiamo, al contrario, che nel momento in cui il male accade e il dolore avvince l’uomo e la sofferenza stritola il giusto, l’innocente e il malvagio, Dio è già là che aspetta perché nessuno in quei tragici momenti si senta solo. Dio, come ci insegnano i vangeli nel racconto del battesimo, è sempre l’ultimo della fila, perché chiunque, colpito in qualsiasi modo, possa guardarsi indietro e non sentirsi ultimo, ma solo penultimo. Dio è sempre l’ultimo: è il povero, è l’emarginato, è il terremotato, maremotato, è il disperso, è il morto, è l’orfano, l’innocente crocifisso senza colpa e senza distinzione di razza, tribù e lingua, è veramente tutto in tutti (1Cor 15,28). A mi chiede: Dov’è Dio? Mi è facile rispondere: «Guardati attorno e volgi lo sguardo: viene dall’Oriente e dall’Occidente, dal Settentrione e da Mezzogiorno… una marea di volontari sale dal cuore dell’umanità e la maggior parte in silenzio, senza fragore, condividendo ciò che hanno e ciò che sono senza che la destra sappia quello che fa la sinistra» (Mt 6,3): uomini e donne, bambini e anziani, un mare di umanità, un maremoto di solidarietà sta riportando l’asse terrestre al suo posto e dai quattro angoli del mondo, il meglio degli uomini e delle donne è carne e osso del Sud-Est asiatico. Ecco dov’è il Dio di Gesù Cristo e il suo Spirito soffia dove vuole e irrompe in azione (Gv 3,8).

Se le cose stanno così, come spiegare questa apocalisse e tutte le altre tragedie che assediano e asfissiano l’umanità intera, come guerre, epidemie, transumanze, stragi di popoli interi, fame endemica, schiavitù di intere masse di poveri, sacrificati sull’altare del moloch del superfluo dei paesi industrializzati, ricchi, sazi e in cura dimagrante per combattere il colesterolo o per mantenere il «peso-forma»?
Leggiamo in Gen 2,15 che «Il Signore-Dio prese l’Adam e lo collocò nel giardino di Eden perché gli ubbidisse e lo custodisse» come si deve ubbidire e custodire la Torah o l’Alleanza. L’uomo che ha scacciato Dio dal suo orizzonte si è rivolto verso la terra e l’ha considerata sua schiava, l’ha asservita ai suoi soprusi, l’ha stuprata e continua a stuprarla nonostante i medici dicano che sta morendo. L’uomo nei confronti della terra ha un rapporto necrofilo: vuole possederla anche da morta. La terra però non riconosce nell’uomo il suo «signore» e da violata diventa violenta e quando si scatena non fa sconti. Tutti gli scienziati dicono che bisogna mutare stile di vita, il protocollo di Kyoto ne ha imposto l’urgenza nell’agenda del mondo, eppure l’America non vuole firmarlo, ma forse comprerà dai paesi poveri porzioni d’inquinamento per mantenere il suo «tenore di vita». Gli altri paesi occidentali firmano, ma non ottemperano e dilazionano, dilazionano o, come l’Italia, aumentano i parametri minimali per stare sempre dentro. Non c’impressiona la natura che fa il suo corso e la storia ne è fedele testimone. Interi popoli e civiltà, forse superiori alla nostra, sono scomparsi come i popoli e le culture precolombiane. Noi già sappiamo che, tra qualche manciata di milioni di anni, anche la terrà scomparirà e il sole si fredderà e scoppierà e sorgerà un nuovo sole e una nuova terra. È così da milioni di anni e così sarà ancora per milioni di anni. Sappiamo anche che dobbiamo convivere con queste tragedie e cataclismi che diventeranno sempre più frequenti e sempre più devastanti perché la terra è diventata più fragile e poggia su un sistema dall’equilibrio precario, la cui responsabilità ricade solo ed esclusivamente sull’uomo dei «paesi industrializzati» che vanta una civiltà radicata niente di meno che sulle radici cristiane. Ciò che ci scandalizza e ci indigna sono altri maremoti che riguardano l’atteggiamento degli uomini e delle donne, una sparuta minoranza, ma che monopolizzano l’opinione pubblica perché i mass media se ne fanno esclusivi portavoce.
Thailandia, Sri Lanka, Indonesia, Birmania, Maldive, Malaysia, Andamane, India… Nomi conosciuti anche da chi non li ha mai visitati. Nomi che la tv ammannisce, almeno tre volte all’anno: a Pasqua, in estate e a Natale, quando diventano mete per le vacanze esotiche.
In certe occasioni dire «Maldive» significa affermare uno status symbol, perché, in certi ambienti, chi non è stato in quella porzione di «paradiso» (naturale e fiscale) non dovrebbe meritare di stare al mondo. I vacanzieri dell’occidente civilizzato che affondano la loro identità nelle «radici cristiane», non si sono mai accorti, nemmeno per sbaglio, della povertà, della miseria e della fragilità di quelle popolazioni, schiave del lusso degli altri, asservite alle vacanze esotiche a basso costo, specialmente in periodi di super-dollaro o, come oggi, di super-euro che permettono di comprare due pagando uno.
Certo, chi va in quei paesi porta un po’ di ricchezza in valuta pregiata, ma ci ricorda la parabola di Luca 16,21 dove il povero Lazzaro è «bramoso di sfamarsi delle briciole che cadevano dalla mensa del ricco» tanto da impietosire i cani di guardia.
Ad inizio gennaio, pochi giorni dopo l’ecatombe naturale, si parlava già di una contabilità da brividi: i morti superavano la cifra di 140.000 persone, cifra destinata a crescere ancora e forse di molto. Si parla di 5 milioni di profughi.
Si poteva evitare o quanto meno contenere se non la furia irragionevole e violenta della natura, almeno il numero dei morti? Giappone e America sembra che sapessero per tempo quanto stava succedendo e pare anche che non abbiano informato i governi dei paesi coinvolti perché non facevano parte del protocollo preventivo, sottoscritto solo da alcuni paesi. Alcuni governi che sapevano, non hanno potuto informare i propri cittadini perché la maggior parte della popolazione non può essere raggiunta da tv, radio o altro. In un tempo in cui attraverso i satelliti si riesce ad individuare una formica nera su una pietra nera in una notte senza luna, nell’esotico Sud-Est asiatico, frequentato da turisti armati di cellulari, esistono ancora villaggi isolati, senza tv, senza radio, senza telefoni. In una parola: senza comunicazione. Questo è il vero inferno perché un popolo senza comunicazione è un popolo seppellito vivo, specialmente in regioni dove la prevenzione dovrebbe essere la regola e mai l’eccezione.
Abbiamo visto alberghi e bungalow, riservati agli stranieri (gli unici che si possono permettere certi prezzi) costruiti quasi a ridosso della battigia perché è esotico-esotico buttarsi in mare dalla finestra della propria camera. Govei, costruttori e tour operator hanno fatto scempio di quei paesi che hanno sottratto alla legittima proprietà degli abitanti e ne hanno fatto un sistema di soldi (per pochi occidentali) a servizio dei tanti occidentali che vengono in questi «paradisi» a svernare, quando in occidente fa freddo e a rinfrescarsi quando in occidente fa caldo. La tv italiana, ormai omogeneizzata al potere, ha quasi circoscritto la tragedia alla sorte dei nostri connazionali, mettendo in rilievo il durissimo colpo inferto al settore turistico, cioè ad una parte dell’economia occidentale che su quel settore prospera e specula.
Le prime notizie che gli italiani hanno appreso riguardava la sorte dei «vip». Non abbiamo sentito una parola sulle condizioni di quei popoli, sul loro sistema economico, sulle loro strutture sociali. Non un commento sul loro asservimento ad un sistema capitalistico che sfrutta il clima di una natura ordinariamente benigna, squassando l’equilibrio dell’ecosistema locale, lasciando quasi inalterate le condizioni miserevoli dei popoli nativi.
La Thailandia è famosa per il mercato delle minorenni, pagate pochi dollari per prestazioni sessuali «esotiche». Un tour operator italiano si è sentito dire da un turista italiano che nonostante l’apocalisse voleva partire lo stesso, avendo acquistato i biglietti: «Io voglio partire, ma mi dovete garantire che non vedrò nulla di sgradevole né sconveniente».
In questi «paradisi» depredati si passa accanto alla miseria e alla povertà e non si vede nulla di sgradevole e di sconveniente. Si viene, si lascia l’immondizia e si ritorna a casa, narrando ad amici e conoscenti mirabilia sulle proprie conquiste, sullo splendore della natura o sulle strabilianti avventure erotiche. No! Non apparteniamo né vogliamo appartenere a questo mondo che non sa svegliarsi nemmeno di fronte ad un maremoto di proporzioni abissali. Questo mondo è condannato all’autodistruzione ed è causa della distruzione della terra e dell’umanità. Dopo il primo sgomento, il criterio di misura, ormai quasi unico, è la sorte dei nostri connazionali che in un batter d’occhio passano da tredici a settecento (provvisori), senza rendersi conto che i nostri connazionali, morti o dispersi o salvati sono parte integrante di quei popoli morti, dispersi e parzialmente salvati.
Avremmo voluto sentire lo spirito della globalizzazione, tanto strombazzato in questi ultimi anni e identificarci senza distinzione di Sud-Est o Nord-Ovest con una umanità ferita e ancora una volta depredata non solo della sua dignità e libertà, ma anche della sua terra. Solo un giullare (lo diciamo con tutto il rispetto possibile per i poeti della satira), ElleKappa, ha saputo cogliere in una battuta la dimensione nascosta della catastrofe. Dice l’omino che legge il giornale: «Lo Tsunami si poteva prevedere». Gli risponde la spalla: «È stata la miseria che ha colpito il mondo di sorpresa».
In anni di vacanze nel Sud-Est asiatico, quasi nessuno si è accorto della «signora Miseria» che pagava il conto dei fruitori dei «paradisi» esotici. C’è sempre qualcuno che paga per tutti, ma di solito i «tutti» fanno finta di non vedere il «qualcuno» e se lo vedono lo rimproverano anche di non farsi vedere a disturbare le tanto agognate vacanze.

In questo contesto si colloca anche l’atteggiamento di chi ci governa e che avrebbe dovuto essere all’altezza della situazione, esempio per l’intera nazione. Nella conferenza stampa di fine anno (30 dicembre 2004), il presidente italiano del consiglio dei ministri, dopo dovute parole di prammatica sulla tragedia asiatica, comunica che ha già parlato con i suoi colleghi europei e, come sempre, tutti sono d’accordo con lui, salvo smentite del giorno dopo.
Egli auspica che sia l’Europa (per anni denigrata e contestata) a mettersi alla testa dei paesi europei per cornordinare gli interventi. Una manciata di secondi e… si passa all’ordine del giorno: il possibile acquisto di un piccolo partito dell’opposizione e le mirabolanti realizzazioni del governo, definite «svolta epocale», senza rendersi conto che di «epocale» vi erano solo le immagini di un’apocalisse planetaria.
Il mondo sprofonda nell’inferno dell’apocalisse cosmica e il capo del governo che dovrebbe prendere decisioni immediate d’intervento, coinvolgendo il paese in un afflato umanitario, parla di campagna acquisti e promesse di posti di potere. Se questa è la misura… Se questo è un uomo… direbbe Primo Levi.
Avremmo voluto sentire le seguenti parole semplici e lineari: «Signori della Stampa nazionale ed estera, vi do uno scornop che vi prego di porre in evidenza nell’edizione di domani: considerata la gravità e la portata del disastro asiatico, fedeli alla nostra cultura internazionale e solidali con quelle popolazioni, devastate anche nella loro anima, il governo all’unanimità e con l’appoggio incondizionato dell’opposizione, ha deciso di ritirare immediatamente i soldati dall’Iraq e di inviarli nel Sud-Est asiatico per portare assistenza e sollievo alle popolazioni superstiti. Siamo consapevoli della nostra scelta e ne siamo orgogliosi». Avremmo voluto ascoltare, ma non abbiamo potuto, perché tutto il tempo della conferenza stampa è stato impiegato a dipingere un «paradiso artificiale», che esiste solo nell’immaginazione di Narciso che si specchia nell’acqua di uno stagno.
Peccato, ancora un’occasione perduta.

Noi e, ne siamo certi, i nostri lettori che non siamo mai stati vacanzieri spensierati nel Sud-Est asiatico, ma dove siamo presenti lo siamo come amici, servitori o missionari, ci sentiamo nell’intimo parte vitale della loro tragedia. Noi faremo secondo le nostre possibilità, oltre le nostre possibilità, per alleviare dolore e sofferenza. Non possiamo ridare la vita ai morti, possiamo accompagnare la vita dei superstiti caricandola sulle nostre spalle, come farebbe il «Pastore bello» con le sue pecorelle.
Sull’esempio del Dio-pastore, anche noi gettiamo le reti della solidarietà umana e della carità cristiana, perché la credibilità di Dio passa attraverso la nostra gratuita e libera credibilità di uomini e donne veri, coerenti fino in fondo nel condividere «le giornie e le speranze, le tristezze e le angosce… dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et Spes, 1) nel Sud-Est asiatico e in ogni parte del mondo.

Paolo Farinella

Paolo Farinella