DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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001-Così sta scritto – Dalla Bibbia le parole della vita (introduzione e 1a. puntata)

INTRODUZIONE a «Così sta scritto» (Lc 24,46)

Auguriamo un buon anno ai nostri lettori, aprendo una nuova rubrica. Essa avrà una caratteristica particolare: sarà ancorata alla Scrittura e non deborderà fuori di essa. Forse qualcuno penserà che moltiplicare parole e scritti aumenta la confusione. Forse è così, ma noi pensiamo e crediamo di non cadere in questo tranello di vacue parole. Abbiamo rispetto di ogni singola «parola», perché riteniamo che abbia un’anima e un corpo, come le persone, ed è per questo che la nostra rivista non vuole essere una testata d’opinioni o di cultura fine a se stessa.

Ogni mese proponiamo un viaggio, un cammino, oseremmo dire, un «esodo» per le vie del mondo per cogliere, senza fingimenti e senza secondi fini, gli sprazzi di quella Parola che è disseminata nella storia e nella geografia dei popoli della terra. Ogni mese visitiamo il mondo per rendere testimonianza a Dio che il mondo è oggetto del suo regno e al mondo che Dio è possibile, attraverso la nostra credibilità, che rende accessibile e vicina la credibilità di Dio.

Siamo operatori missionari e non intendiamo smarrire il carisma del nostro Fondatore che, aprendoci al mondo, ci sprona a seguire le orme originarie e originali dei padri della chiesa, Giustino, Clemente di Alessandria, Origene, i quali osavano parlare di semina verbi (lógoi spermatikói). Guardiamo ai popoli e alle condizioni dei loro figli con fede, ma anche con verità, senza coltivare interessi di alcun genere, che non siano quelli della fedeltà alla nostra coscienza e al vangelo. Nel linguaggio biblico, «coscienza» è equivalente di «cuore»; «vangelo» è la parola che si fa annuncio di una Persona, che a sua volta si comunica a noi con una Parola di senso e di plenitudine.

La nostra rivista è fatta di «parole» che commentano la «Parola» che si è fatta cioè carne vivente e vita palpitante nella carne e nella vita delle singole persone, dei singoli popoli, nell’insieme delle nazioni, nell’umanità. Specialmente l’umanità che geme e soffre le doglie dell’abbandono e povertà, sfruttamento e guerre sempre ingiuste e tracotanza dei popoli sazi e gaudenti in mezzo a un oceano di miseria; umanità che grida al cielo la realizzazione del «beati i poveri…» e il dono necessario del «pane di ogni giorno».

Con questo nuovo appuntamento, di mese in mese, in qualsiasi parte del mondo faremo il nostro «esodo/viaggio», sosteremo un poco all’ombra della Scrittura e mediteremo una parola, una frase o un detto, come se centellinassimo un bicchiere d’acqua fresca nella calura di un giorno afoso.

Questa rubrica è aperta e interattiva: i nostri lettori possono suggerire loro stessi eventuali piste di riflessione, purché siano di natura biblica, perché vogliamo rispettare l’impegno assunto nel titolo stesso: «Così sta scritto…», (in greco Lc 24,46: hoútõs gégraptai), che nella bibbia ricorre 94 volte circa e sempre riferito alla legge/parola di Dio.

Ecco il nostro obiettivo: essere in ascolto di Dio per essere in ascolto degli uomini e donne del nostro tempo. Credenti strabici, con un occhio al cielo e un occhio alla terra: la messa a fuoco di questi due estremi è l’armonia perfetta, il natale cristiano che celebra il Bambino, Uomo-Dio. Non l’uno senza l’altro. Auguri di buon anno 2005!

 

(*) Nota sull’autore:

Paolo FARINELLA, prete di Genova, biblista ed esperto di Medio Oriente (dove ha lungamente vissuto), da un anno combattivo collaboratore della nostra rivista, inizia con questo numero una nuova rubrica che cercherà di collegare le parole della Bibbia con i fatti della vita quotidiana.

«Così sta scritto…» verrà pubblicata con cadenza mensile o bimensile. L’autore è disponibile anche ad un dialogo con i nostri lettori. Buona lettura, dunque.

Paolo Farinella

 

 

«In principio era il Lògos»

«In principio… Dio disse…  

In principio era il Lògos/Verbo/Discorso-Parola»

 

L a bibbia ebraico-cristiana si apre con queste parole: «Nel principio… Dio disse… – Bereshìt… wayyiòmer Elohim (ebraico) – En archê… eîpen ho theòs (greco). Nella prima pagina della Genesi, nel racconto della creazione, scritto dopo l’esilio di Babilonia (v-iv sec a.C.), per ben 10 volte ricorre l’espressione «E Dio disse»; tale ripetizione corrisponde alle 10 generazioni patriarcali annotate nello stesso libro della Genesi, alle 10 piaghe inflitte al faraone, emblema del potere schiavista di tutti i tempi, e infine alle 10 parole di libertà, i comandamenti, che Dio offre a Israele ai piedi del Sinai.

Alle 10 parole della creazione corrispondono 10 risultati, perché il testo biblico conclude sempre con: «E così fu». Il «principio», il fondamento di ciò che esiste è una parola che comunica ciò che esprime, fino al punto di suscitarlo come realtà vivente (il sole, la luna, le stelle, gli alberi, i pesci, gli animali, l’uomo e la donna). La Parola non è vuota, ma creativa, genera relazioni viventi e proficue, perché ogni realtà che nasce dalla parola di verità produce frutto «secondo la propria specie».

 

A lla prima pagina della Genesi, risponde come una eco la prima pagina del vangelo di Giovanni: «In principio era il Lògos», parola ebraica e greca insieme, che non si può pienamente tradurre in italiano senza perdee un pezzo per strada. Questo Lògos che è «in principio», al v. 14 «carne fu fatto». Il cielo e la terra, l’eterno e il temporale, l’immutabile e il mortale: «Lògos-sarx», cioè Parola-carne. Consistenza divina e fragilità coesistono senza annullarsi, ma l’uno alimenta e illumina l’altra.

Se il «principio/fondamento» della creazione è la parola soltanto pronunciata, che crea in forza della sua potenza, senza bisogno di manipolare materia, nel Nuovo Testamento, il «principio/fondamento» è da ricercare nella fragilità della condizione umana, che svela e identifica la persona stessa di Dio, perché «il Lògos è Dio».

Queste espressioni nella loro sintetica pregnanza ci inducono a riflettere oltre il chiasso delle morte parole che coprono i giorni degli uomini e donne, che spesso con i loro cicalecci si smarriscono dietro un telefonico dell’ultima generazione, uccidendo nella banalità e nel nulla l’anima intima delle parole e quindi della comunicazione.

Oggi tutti parlano, ma pochi comunicano e per strada vedi gente che parla da sola, mentre sta parlando con altri del più e del meno. Le parole si sprecano all’indefinito, ma hanno cessato di danzare la vita che portano dentro di sé. L’inflazione delle parole vacue stanno uccidendo la parola parlante e il silenzio d’ascolto.

A ogni parola di Dio corrisponde un fatto. In ebraico «parola» si dice «dabar» e «fatto/evento» si dice «dabar». Lo stesso termine «dabar» significa contemporaneamente «parola e fatto», due cose che nella nostra cultura occidentale sono considerate opposte. Quando Dio parla, crea; e quando crea, parla. In Lui la parola corrisponde alla sua identità e, quando è pronunciata, manifesta la sua consistenza e la sua identità. La Parola di Dio è un macigno di verità e coerenza.

Non è un caso che il massimo della rivelazione, operata dalla Parola, si realizza nell’incarnazione della stessa Parola/Lògos nel corpo fisico di una persona, che è Gesù di Nazaret, figlio di Maria e figlio dell’Uomo. In altri termini, la Parola vera non viene mai meno alla sua natura, che è quella di generare una relazione generativa, un rapporto d’amore, una comunicazione di vita.

 

V iviamo in un tempo in cui le parole si sprecano, le promesse si moltiplicano, le menzogne lastricano le vie; e il frutto sono la delusione, la paura del futuro, l’amarezza e la sfiducia negli altri e nelle istituzioni, alimentate scientificamente dalla menzogna istituzionalizzata a strumento di persuasione e di coercizione: è la parola tradita, il vuoto e l’inganno camuffato da parola. È l’omicidio della comunicazione.

Dall’altro lato, in un tempo in cui la parola non ha più la dignità che le compete, «tacere» di fronte all’emergenza della vita e allo sfacelo dei singoli e dei gruppi, è una colpa grave che pesa sulla «coscienza-cuore» di quanti hanno la responsabilità di annunciare, «opportune, importune» (come insegna san Paolo: 2Ti 4,2), non parole di convenienza o di circostanza o, peggio ancora, di opportunismo, ma la «parola» di consolazione e di verità, per sostenere la speranza delusa dei piccoli e dei poveri e il desiderio di quanti fanno fatica a camminare sulla via del bene e della verità. La parola del credente, oggi, deve assumere in sé il peso dello scoraggiamento collettivo, la croce che schiaccia chi non ha voce e diventare «urlo» che sale dal profondo per scalare le vie del cielo: «Dall’abisso grido a te, o Signore» geme il salmista (Sal 130/129,1). Solo così la parola è profezia e la profezia è annuncio che accade «oggi», per leggere alla luce di Dio l’«oggi» dell’uomo. I credenti che rinunciano alla profezia della testimonianza della «Parola divenuta carne» sono un impedimento al cammino della storia e un ostacolo al regno di Dio. 

Toi la parola, maturata nel silenzio e frutto di ascolto, a risuonare sulle vie del nostro mondo, a scuotere le coscienze intorpidite e morfinate da chi impedisce con ogni mezzo che singoli e popolo riprendano possesso del proprio pensiero e capacità di scelta. Toi la parola di chi ha responsabilità di autorità, a indicare la via della Genesi e di Giovanni. Così sta scritto… «In principio Dio disse…», sperando che qualcuno «oggi» risponda come rispose «In principio il Lògos» che «carne fu fatto». Spetta a ciascuno di noi, «oggi», decidere di essere «dabar», parola/fatto che resta scritto nella carne dell’umanità. Parola e sigillo di verità.

Paolo Farinella