DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Quale economia? (1) La spesa pubblica non è una iattura

Una serie di organizzazioni italiane (ben 36, sia cattoliche che laiche) hanno scritto
una «finanziaria alternativa», che guarda ai diritti, alla pace, all’ambiente.
Cifre e obiettivi messi nero su bianco
ovvero quando i sognatori diventano concreti.

Tutti sanno cosa sia la finanziaria, ma pochi vanno al di là di un vago «stabilisce più o meno tasse». In realtà, con la finanziaria si decide una parte del futuro immediato di ognuno di noi (sanità, scuola, ambiente, famiglia, ecc.) e del paese nei confronti del mondo (spese militari, cooperazione internazionale, ecc.). Esattamente un anno fa scrivemmo un elogio della campagna «Sbilanciamoci», che studia numeri e proposte per una finanziaria «a favore dei diritti, della pace e dell’ambiente»; quest’anno dobbiamo ripeterci ed anzi ampliare i complimenti. Il lavoro fatto dalle 36 organizzazioni promotrici (sia cattoliche che laiche) è la dimostrazione che i sogni – diritti per tutti, pace, preservazione dell’ambiente – potrebbero tradursi in realtà concrete, se soltanto politici ed amministratori lo volessero.
Rimandando i lettori alla fonte originale per il dettaglio delle varie voci di spesa, per noi è importante ricordare alcuni dei principi su cui si fonda la finanziaria approntata da Sbilanciamoci.

Privilegi ed egoismo. «Nel dibattito politico di questi anni il tema della leva fiscale è stato strumentalizzato in modo ideologico e populista al fine di perseguire l’obiettivo della riduzione indiscriminata dell’imposizione fiscale identificata come un “male in sé”, una gabella “estorta” dallo Stato “inefficiente e sprecone”. Tanto più grave è ciò in quanto a farsene portatore è proprio chi questo Stato sta gestendo in maniera fallimentare, il ceto dirigente responsabile primo del dissesto della finanza pubblica, dello scadimento dei servizi, dell’appropriazione personale delle risorse pubbliche, della legittimazione dei peggiori comportamenti opportunistici.
Le imposte non sono mai buone o cattive in sé, ma lo sono solo e in quanto sono lo strumento che permette di far funzionare le nostre istituzioni e garantire ai cittadini quei servizi e quelle prestazioni che rafforzano la coesione sociale, lo sviluppo, il godimento dei diritti fondamentali anche da parte delle classi più disagiate. Senza risorse – e dunque senza un adeguato prelievo fiscale – non può esserci un Welfare che funziona ed adeguato alle esigenze dei cittadini, non possono darsi politiche di sostegno allo sviluppo e di aiuto alle regioni più povere, non possono essere messi nelle condizioni di operare i comuni – e più in generale gli enti locali e le regioni – nell’offerta dei servizi essenziali alla comunità e al territorio. Al contrario di chi attacca le tasse – e che ha in mente solamente i privilegi dei più ricchi e l’egoismo sociale – noi difendiamo il principio della contribuzione fiscale, come un principio di civiltà, di coesione comunitaria e di solidarietà».

La società non è un’impresa. «Ritorna oggi con forza una richiesta di equità e sicurezza sociale, di giustizia e regole cui non si può non dare risposta; il primato di un’economia deregolamentata e senza anima sociale è al capolinea; ci sono questioni di fondo che vengono poste: è la società che si deve comportare come un’impresa, o è invece quest’ultima che deve essere responsabile incorporando nelle sue valutazioni anche l’impatto sociale ed ambientale delle proprie azioni? O più in generale: è il mercato una produzione sociale – e quindi dalla società dipendente – o è la società ad essere subordinata al primo?
È in crisi questo modello di sviluppo, energivoro, consumistico, individualista, che può sopravvivere solo su una appropriazione sregolata di risorse, di produzione di diseguaglianze; ci sono dei limiti a questo sviluppo che sono dati da un ambiente che non si può massacrare, da una coesione sociale che non si può distruggere, da beni comuni dai quali dipendono la nostra sopravvivenza, che non potranno mai essere ridotti a merce. Gran parte del peso di questo nostro modello di sviluppo ricade sul Sud del mondo, al quale viene impedito di trovare la strada al proprio futuro, e sulle future generazioni, che rischiano di pagare con conflitti, povertà e degrado i nostri comportamenti.
In questo contesto si colloca la crisi del modello industriale che abbiamo sin qui conosciuto; per quanto ci riguarda possiamo propriamente parlare della scomparsa dell’Italia industriale. E non si tratta tanto dei cinesi che fabbricano più a buon mercato. Ci sono responsabilità specificatamente italiane di imprese che non puntano più sulla qualità, il lavoro, l’innovazione; di imprese che preferiscono puntare sui mercati finanziari e non sugli investimenti produttivi, che preferiscono risparmiare precarizzando il lavoro e non investire puntando sulla qualità e formazione dei lavoratori. È la logica del “mordi e fuggi” dei casinò finanziari, che il governo Berlusconi ha alimentato al massimo con le sue misure che – riguardandolo in prima persona – hanno indotto ogni imprenditore a credere che fosse ormai arrivato il momento di “prendere i soldi e scappare”. A partire dal sempre minore tasso di legalità e deontologia. Oppure le responsabilità di un settore pubblico che non fa più ricerca, che non ha più una politica industriale, che non fa programmazione, che non dà vere regole, che non pensa al welfare come strumento anche di sviluppo e coesione sociale.
Invece è proprio il ruolo del settore e dell’intervento pubblico che bisogna rilanciare. Dopo più di un ventennio di sbornia ideologica di mercato, liberismo e privatizzazioni, l’intervento e la spesa pubblica possono essere strumento di una vera economia diversa: la ricerca, il welfare, l’uso della leva fiscale, la programmazione, il controllo dei mercati e la reale regolamentazione della concorrenza, possono essere gli strumenti di un’economia sostenibile; non si tratta ovviamente di statalismo, ma di una sfera pubblica che attinge dalla dinamica del protagonismo degli attori sociali».

Non c’è tempo da perdere. La finanziaria 2005 del governo Berlusconi non contiene nulla di quanto propone la controfinanziaria di Sbilanciamoci. Ma un obiettivo importante questa l’ha ottenuto: dimostrare, conti alla mano, che una gestione alternativa dei soldi pubblici è possibile. E sempre più impellente.
Pa.Mo.

Paolo Moiola