Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

RWANDAChiamati all’ora 11a

Da tempo in pensione, 52 anni
di matrimonio, Laura e Giovanni hanno trascorso alcuni mesi
in Rwanda e sono tornati con una convinzione: la presenza di «coniugi missionari» è utile e necessaria
per aiutare la famiglia africana
a fondare la loro vita su una solida esperienza spirituale. Si augurano che altre coppie sentano questa chiamata «tardiva» e la attuino.

È naturale domandarsi, a una certa età, se si può ancora essere utili. Grazie a Dio, siamo sani; la famiglia o meglio il clan, che da noi è sorto, è ben strutturato; qualche energia può ancora essere spesa, malgrado artrosi e limiti che inevitabilmente l’età comporta.
Volevamo conoscere l’Africa, ma fuori dai soliti viaggi turistici, che riportano in clima e posti diversi, ma senza un vero contatto con la realtà del paese e della gente.
Come sempre, quando si desidera veramente qualcosa, la si va a cercare e, in un modo o nell’altro, la si trova. Così è stato per noi.
Un giorno inaspettatamente riceviamo una telefonata da un’amica: «Volete andare in Africa per un po’ di tempo? Perché non in Rwanda?». L’invito arrivava da padre Canisius Niyosaba, parroco di una immensa e sperduta parrocchia (114 mila anime) della diocesi di Kigali (Rwanda), che avevamo conosciuto in Italia. Abbiamo colto la palla al balzo con entusiasmo.
Alcuni figlioli erano entusiasti della nostra idea, altri molto meno: «Se vi capita qualche malanno? Non avete più l’energia di un tempo e le vostre reazioni sono più lente. Sopporterete il clima caldo dell’Africa, voi che amate solo le montagne d’alta quota? E se poi scoppiasse una rivoluzione? In Rwanda sono avvenute cose incredibili, ecc.».
L’elenco degli aspetti negativi che l’affetto dei figli presentava non finiva mai. Ci hanno dimostrato che ci volevano bene e questo ci ha fatto molto piacere, ma non ci ha smosso dalla nostra decisione, anche perché la maggioranza dei nipoti era entusiasta d’avere nonni pronti a partire per un’avventura africana.
Anche se le nostre esperienze specifiche non avrebbero avuto riscontro nella realtà africana, abbiamo risposto con entusiasmo all’invito inaspettato di andare in Rwanda per parlare della nostra lunga esperienza di vita matrimoniale e familiare. Eravamo una coppia con figli e nipoti e questo era il punto centrale. Da oltre 40 anni ci siamo interessati all’aspetto spirituale del nostro stato di vita, cioè del matrimonio e della famiglia, con lo studio e la discussione con altre coppie e persone competenti.
È così che siamo partiti.

S iamo arrivati in Rwanda senza porci un limite di tempo e senza idee da colonizzatori: volevamo vedere e capire, per poi coinvolgere amici e conoscenti.
L’abitudine ai rifugi di montagna e ai disagi delle alte quote ci avevano addestrato a non guardare troppo per il sottile. Non abbiamo cercato alberghi, ma solo l’accoglienza che ci era offerta, per vivere con la gente e avere contatti e incontri.
Inizialmente siamo stati a Kicukiro, vicino alla capitale Kigali, per un primo approccio con la realtà e la storia del paese. Quindi abbiamo raggiunto Ruhuha, a 80 km dalla capitale, nelle regione di Ngenda, confinante con il Burundi, a 1.500 metri di altitudine; così, invece del caldo paventato, abbiamo avuto un’estate fresca.
Le difficoltà dei primi contatti sono state facilmente superate dalla gentilezza e accoglienza ricevute, soprattutto dal rispetto e curiosità: una coppia di anziani sempre insieme, bianchi coi capelli bianchi, in posti dove forse non si erano mai viste cose simili e dove l’età media degli uomini è di 60 anni, 50 per le donne… suscitava meraviglia, interesse e stupore.
Bambini e ragazzini erano strabiliati: ci accompagnavano volentieri nelle nostre passeggiate, mentre i più piccoli avevano paura: appena si mostrava di andare loro incontro, scappavano o si nascondevano.
Tutti volevano salutare stringendoci la mano, spesso con entrambe le loro mani, o sostenendo il braccio destro con la sinistra: quasi volessero trasmettere il loro spirito e chiedere il nostro.

I l Rwanda è un piccolo paese molto giovane, dove la gente vuole conoscere, sapere, imparare. Ben presto abbiamo scoperto che, prima di ogni attività concreta, dovevamo instaurare un rapporto fra persone, ponendoci allo stesso livello, nell’amicizia umana semplice, spontanea e priva di interessi.
Il genocidio del 1994 ha lasciato segni visibili (cimiteri, ossari, tombe comuni, carceri stracolme) e molti rancori nascosti nell’animo di tutti, determinando atteggiamenti di silenzio, paura e sfiducia. I danni della colonizzazione e ideologie importate dall’Occidente sono ancora presenti e pesanti: le prevenzioni sui bianchi sono giustificate.
Tuttavia, anche se ci sono ancora problemi enormi (povertà, mancanza di lavoro, malattie, deficienze sociali) la gente che abbiamo incontrato è sempre stata gentile, dignitosa, paziente, anche allegra e serena. C’è una grande voglia di danzare e cantare, cosa che esplode negli incontri religiosi. Caratteristiche che fanno parte del loro essere.
Occorreva, innanzitutto, costruire la pace e la riconciliazione, la fiducia in se stessi e ristabilire i rapporti di fiducia reciproca. Far capire che, per essere persone libere, occorre assumere diritti e doveri, prima di poter pensare a qualche obiettivo concreto e realizzare una collaborazione.
La domanda sulla nostra età dava avvio a una conversazione. Pensavamo che la nostra anzianità avrebbe potuto essere un fattore negativo. Invece l’interesse, l’attenzione e la viva partecipazione in ogni nostro rapporto con gli altri hanno messo in luce come l’anziano sia di per sé, per la sua esperienza di vita, portatore di saggezza e merita rispetto e ascolto.
Per questo ci chiedevano consigli pratici, a cui cercavamo di rispondere, adattando la nostra esperienza alle condizioni locali. Negli incontri abbiamo raccontato la nostra vita e ascoltato i loro problemi, spesso originati da ignoranza o consuetudini, assunte in modo acritico: cosa riconosciuta anche da loro.

U n’altra domanda che ci rivolgevano spesso era: «Come avete fatto a vivere assieme per tanto tempo?».
La nostra presenza di coppia, con 52 anni di matrimonio, era più eloquente delle parole: testimoniava che marito e moglie possono vivere serenamente nell’amore, che non bisogna mai perdere fiducia in se stessi, ma cercarla insieme per fare ogni giorno un passo avanti.
Invitati a vari incontri con singole persone, famiglie e gruppi, abbiamo constatato grande attesa, apertura e desiderio di comprendere il matrimonio nella sua vera realtà umana e religiosa. I loro molteplici interventi ci hanno aperto una porta sul loro modo di vivere nello stato di vita che è anche il nostro; infatti, sia loro che noi camminiamo su una stessa strada che, per tutti, non è facile e assicurata.
Ci siamo resi conto di come la famiglia viva in una situazione di crisi latente, forse dovuta a una fede ancora superficiale. Mancanza di fedeltà, poligamia, liti e dissapori provocati dall’alcornolismo, problemi legati alla dote, predominio dell’uomo e condizione pesante della donna, eccessiva natalità e povertà sono i maggiori problemi ascoltati dalla loro bocca.
Le molte domande rivelavano il loro modo di vivere lo stato matrimoniale, le difficoltà legate a situazioni ancestrali e radicate profondamente nella cultura. Uno dei punti centrali e difficili da capire era l’uguaglianza tra uomo e donna nella famiglia. Soprattutto erano curiosi di sapere come l’amore vero possa implicare la fedeltà reciproca: altro punto che capivano poco.
Eppure abbiamo incontrato tante coppie africane che ci hanno impressionato per la loro aspirazione a una vera esperienza spirituale familiare.

T oati a casa abbiamo valutato la nostra avventura e abbiamo voluto raccontarla.
In una zona dove si vedono pochissimi bianchi, appartenenti a organizzazioni umanitarie, ma generalmente non sposati, la nostra presenza è stata una novità positiva per noi e per la gente incontrata. Ha corroborato la convinzione che una lunga vita matrimoniale è un valore in sé di testimonianza ed esperienza.
Non avremmo mai pensato che i nostri 52 anni di vita come sposi e genitori fossero una credenziale di altissimo valore per il contesto culturale africano. L’apertura dell’africano verso l’anziano e la situazione della coppia africana sono segni dello Spirito per un nuovo tipo di chiamata.
Siamo convinti che, oggi, l’Africa ha bisogno anche di «coppie missionarie anziane», come testimoni di fedeltà. Naturalmente devono avere certi requisiti: lunga esperienza di vita familiare cristianamente vissuta e capacità di manifestarla agli altri, continuando ad amare insieme.
Molte coppie di pensionati, chiamate nell’undicesima ora a lavorare nella vita del Signore, potrebbero fare un’esperienza come la nostra. Già si organizzano viaggi per visitare le missioni; ma è giunta l’ora d’incarnarsi per qualche tempo nella realtà missionaria. Noi siamo pronti a ritornare, perché il cristiano non può andare in pensione.

Laura e Giovanni Paracchi