Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

RELIGIONI STRUMENTO DI PACESulla via di Allah (3)

Per capire gli elementi di pace e non violenza presenti nell’islam, è fondamentale comprendere il concetto del jihad (sforzo). Esso non implica la guerra, tanto meno la «guerra santa», ma non la esclude, a certe condizioni.

«O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di Satana. In verità, egli è il vostro dichiarato nemico» (Corano xi,208); «Con essi Allah guida sulla via della salvezza quelli che tendono al suo compiacimento. Dalle tenebre li trae alla luce, per volontà sua li guida sulla retta via» (Cor v,16); «Allah chiama alla dimora della pace e guida chi egli vuole sulla retta via» (Cor x,25); «Fu detto: “O Noè, sbarca, sbarca con la nostra pace, e siate benedetti tu e le comunità (che discenderanno) da coloro che sono con te”» (Cor xi,48); «Colà la loro invocazione sarà: “Gloria a Te, Allah”; il loro saluto: “Pace”» (Cor x,10); «Coloro che invece credono e operano il bene li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli e vi rimarranno in perpetuo con il permesso del loro Signore. Colà il loro saluto sarà: Pace» (Cor xiv,23).
Non possiamo affermare tout-court che l’islam sia una religione pacifista o pacifica, ma neanche il contrario, che sia, cioè, basata sulla guerra, il qital o il harb (il jihad, in realtà, significa «sforzo» e non guerra).
Invero, il dibattito sulla natura violenta o nonviolenta dell’islam è tuttora in corso e coinvolge molti studiosi musulmani, in Oriente come in Occidente. E, in questo dibattito, fondamentale è affrontare il complesso significato di jihad.

AL JIHA FI SABILI-LLAH
SFORZO SULLA VIA DI ALLAH

«Il jihad si distingue in base all’orientamento (verso l’interiorità o verso l’esterno) e al metodo (violento o nonviolento). Il jihad esteriore può essere inteso come la lotta per eliminare il male all’interno della ummah (la comunità dei credenti, ndr); jihad è il comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Muhammad, i quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità a combattere la tirannia e l’oppressione – il continuo adeguamento dei mezzi all’obiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità etica»1.
Satha-Anand, docente presso la facoltà di scienze politiche all’università di Bangkok, in Thailandia, pacifista, musulmano, seguace di Gandhi, impegnato nella nonviolenza, analizza i concetti di salam, pace, e di jihad, sforzo, nel Corano giungendo alla convinzione che quest’ultimo significhi «lottare contro oppressione, dispotismo, ingiustizia nel nome degli oppressi, qualunque essi siano».
A sostegno della sua tesi cita le sure ii,190: «Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah non ama coloro che eccedono»; ii,191: «Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla santa moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti»; viii,39: «Combatteteli finché non ci sia più politeismo, e la religione sia tutta per Allah. Se poi smettono… ebbene, Allah osserva quello che fanno»; iv,75: «Perché mai non combattete per la causa di Allah e dei più deboli tra gli uomini, le donne e i bambini che dicono “Signore, facci uscire da questa città di gente iniqua”».
Inoltre Satha-Anand afferma che jihad indica uno «sforzo o tensione verso la giustizia e verità, che non necessariamente implica violenza»2.
La radice di jihad è jhd, che, nella prima forma verbale jahada, significa letteralmente «cercare, sforzarsi, tentare, impegnarsi, battersi, lottare, affaticarsi»; nella terza «sforzarsi, tentare, cercare, impegnarsi, lottare». Ma numerose sono le sue accezioni nell’islam e gli ambiti di utilizzo. Il primo è quello afferente all’individuo e alla sua natura più intima e profonda, composta da negatività e positività. Il contrasto contro le forze «oscure» dell’essere, quali la collera, avidità, animalità, violenza, potere, può essere inteso come jihad, sforzo sulla via del miglioramento, della «rivoluzione umana».
Tale jihad viene definito jihad an-nafs, «sforzo dell’essere, dell’anima». Esso è il cuore della spiritualità islamica perché rappresenta la lotta continua tra bene e male indirizzata all’autocontrollo, all’evoluzione verso livelli di spiritualità superiori e alla ricerca di Dio.
Un altro significato è quello dell’impegno bellico, che viene definito nei termini di al-qital. La logica che muove il principio del jihad an-nafs è qui applicata sul piano comunitario e socio-politico: lo sforzo contro la propria natura oscurata diventa lo sforzo di resistenza alle aggressioni estee che colpiscono la comunità. Si leggano, al proposito, i già citati versetti della sura ii,190-1913 e il ii, 216: «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che, invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva».
Scrive ‘Ali M. Scalabrin nel suo sito4: «Allah, nel Corano, non ammette la guerra per scopi politici, o altro che esuli dalla legittima difesa; in tutti gli altri casi viene considerato un omicidio, naturalmente, proibito, nell’Islam, come continuità dei 10 comandamenti della Torah. “Oh voi che credete, non divorate vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi” (Cor iv,29).
“Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore. Chi, involontariamente, uccide un credente, affranchi uno schiavo credente e versi alla famiglia (della vittima) il prezzo del sangue, a meno che essi non vi rinuncino caritatevolmente. Se il morto, seppur credente, apparteneva a gente vostra nemica venga affrancato uno schiavo credente. Se apparteneva a gente con la quale avete stipulato un patto, venga versato il prezzo del sangue alla sua famiglia e si affranchi uno schiavo credente. E chi non ne ha i mezzi, digiuni due mesi consecutivi per dimostrare il pentimento verso Allah. Chi uccide intenzionalmente un credente, avrà il compenso dell’inferno, dove rimarrà in perpetuo. Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato atroce castigo” (Cor iv,92-93). “La sua passione lo spinse ad uccidere il fratello (Caino e Abele). Lo uccise e divenne uno di coloro che si sono perduti. Poi Allah gli inviò un corvo che si mise a scavare la terra per mostrargli come nascondere il cadavere di suo fratello. Disse: Guai a me! Sono incapace di essere come questo corvo, sì da nascondere la spoglia di mio fratello? E così fu uno di quelli afflitti dai rimorsi.
Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele, che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I nostri Messaggeri sono venuti con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra” (Cor v,30-32). “A chi crede in Allah e nel giorno del giudizio è vietato procurare alcun male al proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile, specialmente con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi dalla menzogna” (Hadith profeta Muhammad)».

GIUSTIZIA E PERDONO

L’islam si è sviluppato da un bisogno radicato di giustizia, ‘adl 5: «Oh voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete testimonianza innanzi ad Allah, fosse anche contro voi stessi, i vostri genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è più vicino (di voi) agli uni e agli altri.
Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi distruggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di quello che fate» (Cor iv,135); «Oh voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione» (Cor v,8); «Chi commette una mancanza o un peccato e poi accusa un innocente, si macchia di calunnia e di un peccato evidente» (Cor iv,112); «In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza, ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate» (Cor xvi, 90).
Si è inoltre indirizzato, sin dall’inizio, verso la lotta all’oppressione, all’ingiustizia, alla tirannide dei potenti.
Sottolinea ancora Scalabrin: «L’islam proibisce l’attacco di civili innocenti. L’islam è religione di giustizia, di perdono. L’islam è una religione che garantisce la libertà del credo e della fede di tutti. Amare il prossimo tuo come te stesso per la causa di Allah».
Il jihad fi sabili-llah è lo sforzo, l’impegno sulla via di Allah. Secondo la shari’a (legge islamica), si tratta di un obbligo della collettività della comunità musulmana (nell’espressione araba di giurisprudenza islamica: fard kifaya, è sufficiente che siano solo alcuni membri della comunità a compiere jihad)».
Su un’analoga linea interpretativa si colloca Tariq Ramadan6: «Il termine jihad è uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani misinterpretano il termine per ignoranza o per screditare l’islam e i musulmani.
In realtà, è stato ben specificato dai più eminenti studiosi della religione che il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”. Il jihad non è uno strumento di guerra contro innocenti, né un mezzo per mostrare i muscoli o tiranneggiare i deboli e gli oppressi.
La parola jihad significa, piuttosto, “sforzo” e più precisamente sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta, ma anche più semplicistica, indica uno sforzo serio e sincero che il credente compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stessi, l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia, nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la prevaricazione, ma attraverso lo sforzo interiore e personale di ciascuno, con mezzi leciti e istruttivi che possano spingere alla conoscenza, alla perfezione, per quanto è possibile a esseri imperfetti quali gli uomini. Lo sforzo è, dunque, sociale, economico e politico. Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il Corano lo nomina 33 volte, e ogni volta esso ha un significato differente, ora riferito a un concetto come la fede, ora al pentimento, alle azioni buone, all’emigrazione per la causa di Dio. Nell’accezione più vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a conformare il proprio comportamento alla volontà di Dio».
Il jihad non è una guerra, dunque, ma può diventarlo se la situazione di pericolo lo richiede. Continua Ramadan: «L’islam è una religione di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione, o che chieda la passività o una generica presa di distanza di fronte all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’islam ci insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non violenti fino a quando sia possibile. Il termine jihad, in questo contesto, indica anche lo sforzo materiale teso a difendere se stessi, la propria famiglia e paese da attacchi estei e lo sforzo morale per rafforzare il proprio carattere ed essere pronti anche al sacrificio estremo pur di raggiungere quell’obiettivo. La guerra è permessa, nell’islam, ma solo quando i mezzi pacifici, quali dialogo, trattati e negoziati siano falliti: essa deve essere evitata con tutti gli strumenti possibili. Il suo scopo non è convertire con la forza, né colonizzare o rubare terre e risorse altrui. “Il migliore – disse il profeta – è dire una parola di condanna contro un governante ingiusto”».

GUERRA SANTA

Quando si parla di jihad, in Occidente, è facile equivocare o fraintendere, o forse leggere, adattare i «significanti» di altre culture con i propri «significati» e tradizioni storiche, con i riferimenti alla civiltà di appartenenza. Così il jihad viene, in qualche modo, assimilato alle crociate, alla «guerra santa».
Nel mondo occidentale ci è stato presentato questo termine secondo il significato completamente diverso e negativo di «guerra santa».
Le ragioni di questa manipolazione del vero significato vanno ricercate nella storia. Le numerose guerre di conquista territoriale dei primi califfi arabi post-islamici che arrivarono a espandere il dominio arabo (quindi musulmano) fino alla Spagna e il parallelo ipotetico fra queste guerre e le crociate dello stato-chiesa, nella contesa fra cristiani e saraceni della città benedetta di Gerusalemme hanno indotto i mass-media occidentali a tradurre il termine jihad, molto usato dagli arabi per reclamare giustizia, con guerra santa.
Tale interpretazione ha fatto e fa, tuttora, molto comodo all’informazione occidentale per parlare di «guerra di religione», quando si parla negativamente dell’islam, associando tale affermazione alla presunta arretratezza mentale (a sentir loro) dei paesi islamici.
Non si esclude, comunque, che possano esistere, in talune applicazioni giuridiche dell’islam di alcuni stati, significati diversi e contorti della stessa parola jihad, ma la ricerca e lo studio informativo sull’interpretazione della parola di Dio contenuta nel Corano e sulla vita di Muhammad ci hanno dato segni inequivocabili sui reali e molteplici significati della parola jihad 7.
I primi anni di vita della comunità islamica sono stati contrassegnati da persecuzioni a cui i musulmani hanno risposto in modo passivo. Solo con la loro «emigrazione» a Medina, con il proseguire e aumentare delle ostilità nei loro confronti, essi riceveranno l’autorizzazione, da parte di Dio, a difendersi. Ma a determinate condizioni: legittima difesa, situazione di oppressione, violazione della proprietà, aiuto ad altri che vivono in analoghe situazioni.
Il jihad, dunque, rappresenta una forma di resistenza. Ai musulmani non è consentito infatti fare la guerra per impadronirsi delle ricchezze altrui, di territori o del potere. O per far opera di proselitismo: il Corano afferma che «non c’è costrizione nella religione».
«Se nel corso della storia ciò è potuto accadere – spiega Ramadan -, quelli sono stati dei casi ma non la regola, e ad ogni modo, queste pratiche erano in contraddizione con gli insegnamenti islamici. La Pace è uno dei nomi di Dio e anche del paradiso. Tuttavia, l’islam ci insegna a non essere naif: gli esseri umani sono inclini al conflitto, al punto che l’equilibrio del mondo sembra passare attraverso l’equilibrio delle forze: “Se Iddio non respingesse gli uni per mezzo degli altri” la terra sarebbe perversa, spiega il Corano. Vuol dire che bisogna restare vigili e sapere che gli uomini sono capaci di fare il peggio, se nulla si oppone alla loro volontà di potenza. Nell’avversità, il Corano ci incoraggia a rivaleggiare in bontà, ma ci intima di non confondere la pace e la bontà con la rinuncia e il lassismo di fronte all’ingiustizia. Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza resistenza agli oscuri disegni della volontà di potenza e di potere. Di fronte all’invasione culturale dell’Occidente e al famoso “scontro” di civiltà, la maggior parte dei movimenti islamici non risponde con le armi e non pensa in termini di guerra armata. Per loro c’è ovviamente il jihad, ma questa resistenza passa attraverso la promozione dei loro valori, della loro identità, attraverso l’educazione, l’impegno sociale, l’iniziativa economica. Nel cuore delle nazioni soffocate dal peso della dittatura e del sottosviluppo, resistono lottando continuamente per il pluralismo, la libertà d’espressione e la solidarietà. Essi parlano veramente di jihad ed è proprio di questo sforzo e resistenza che si tratta»8.

MECCA E MEDINA

I riferimenti alla «guerra», cioè al harb (da haraba, essere furioso, fare la guerra, combattere), al qital (qatala, uccidere, combattere, fare la guerra) si ritrovano nel sopracitato periodo medinese9, quando Muhammad, capo di un gruppo o comunità, assume il compito di leader politico e non solo più religioso, e deve pertanto occuparsi anche degli aspetti temporali, organizzativi.
Scriveva Edgar Weber10 nel 1990: «La comunità di Medina deve rispondere a bisogni ben precisi mentre la lotta contro i politeisti della Mecca si fa sempre più decisiva. Il vocabolo che tradurrà chiaramente questa lotta è il verbo qatala. La lotta che il profeta ha ingaggiato contro i suoi detrattori, siano essi ebrei e cristiani o politeisti e abiuri, è presente ben 170 volte nel Corano nella radice qtl (uccidere), sia in forma verbale sia nominale. Dall’esame di questi versetti si impone una prima conclusione: Muhammad predica la guerra santa non astrattamente, come una verità assoluta, ma in condizioni particolari determinate sia dall’opposizione della Mecca o araba, sia dagli ebrei di Medina. La violenza raccomandata dal Corano è quindi occasionale e relativa».
Mecca e Medina segnano due periodi storici essenziali anche per la comprensione del significato dei termini jihad, harb, qital e della loro contestualizzazione storico-politica, contrassegnata dal passaggio di Muhammad da capo spirituale a politico e dalla lotta contro i nemici della comunità islamica (esteamente, politeisti della Mecca, ebrei, cristiani; internamente, ipocriti, rinnegati). Quindi, da una forte esigenza di autodifesa.
«La rivelazione coranica, dunque, ingiunge ai credenti di fare la guerra e uccidere, ma, non lo si ripeterà mai abbastanza, bisogna precisare il contesto e le circostanze che hanno motivato questi versetti. Infatti, presi isolatamente, essi possono apparire di una violenza scioccante. È dovere dei commentatori ricollocarli nel contesto per non travolgee il vero senso. Disgraziatamente oggi gli uomini di religione non hanno questa preoccupazione, ma si impadroniscono dei versetti coranici per giustificare un’azione ispirata più dall’ideologia che dalla dimensione spirituale dell’islam secondo il pensiero del profeta. Se si legge bene il Corano, il jihad non appariva affatto nel primo periodo della predicazione, al contrario»11.

LA PACE

Il periodo meccano, infatti, era contrassegnato da una visione più spirituale, meno operativa e politica dell’islam. Qui i riferimenti alla «pace», salam, sono molti: essa viene citata 25 volte, come augurio, invocazione, speranza, promessa.
Ma è anche vero che la piccola comunità non era ancora così visibile e pericolosa per il mantenimento dello status quo da scatenare la persecuzione dell’oligarchia meccana, detentrice di un vasto potere economico e politico.
«Possiamo notare invece che se l’islam primitivo, quello della Mecca, ignora la guerra e il ricorso alla violenza, è perché il profeta non si è ancora realmente confrontato con gli abitanti della Mecca. La sua predicazione monoteista non rappresenta ancora un pericolo per il vecchio ordinamento sociale. È a partire dal momento in cui il monoteismo diviene una visione sociale che l’opposizione si fa concreta. Predicare il monoteismo in un ambiente politeista era, in un certo senso, rivoluzionario. Muhammad diventava così vittima di una violenta opposizione alla quale egli credeva bene di rispondere con la medesima violenza, restando in tal modo fedele alla legge del deserto, che tutti i beduini ben conoscevano sotto la forma della razzia. Il jihad infatti non può essere totalmente separato dal suo modello preislamico: la razzia»12.
Dunque il jihad non costituisce una novità all’interno dello sviluppo dell’islam, bensì è un prestito dell’epoca precedente, quella preislamica.

LIMITI NELL’USO DELL’HARB

Violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate. La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case, campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali per una nazione, vendetta, stupro, ecc. sono vietate dal Corano: «Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, che Dio non ama gli eccessivi» (xi,190).
In occasione di una spedizione militare, il primo califfo Abu Bakr, fece il seguente discorso, riportato in Sahib Muslim: «Non commetterete slealtà, deviando dal sentirnero della rettitudine. Non mutilerete i corpi di coloro che avrete ucciso. Non ucciderete il fanciullo, né la donna, né un anziano. Non danneggerete la vegetazione, né brucerete le piante, specialmente quelle che producono frutti. Non sgozzerete le greggi del nemico: risparmiatele perché siano cibo per voi stessi. Quando incontrerete persone che hanno consacrato la loro vita alla missione monastica, passate oltre e non turbatele». E ancora: «Dio non cerca vendetta, nemmeno contro gli idolatri che adorano molti dei, la cui colpa è molto grave. Egli non permette la mutilazione neppure contro la manifesta infedeltà. Non praticare la mutilazione, perché è una pena molto grave. Dio ha preservato l’islam e i musulmani dall’odio e dall’ira incontrollata. Ricordati che caddero nelle mani del messaggero di Dio quei nemici che l’avevano rabbiosamente perseguitato, cacciandolo dalla sua casa e portando la guerra contro di lui, ma egli non permise che fossero inflitte loro mutilazioni».

TEORIA E PRATICA

Vediamo bene quale distanza corra tra quanto qui prescritto e la prassi di gruppi terroristici che hanno deviato, come sostengono molti studiosi e ulama (eruditi) dall’islam, per creare una via meramente politica e ideologica che strumentalizza la religione per propri fini. Guerra di difesa, quindi, e non di offesa, contro oppressione e ingiustizia.
Alla luce di ciò, non solo il terrorismo, dirottamenti, bombardamenti indiscriminati, ma anche l’uso delle armi nucleari o di sterminio di massa sono contrarie all’islam, perché consentono l’uccisione di migliaia di persone innocenti, la distruzione di case, campi, mezzi di produzione e sostentamento.
‘Ali Scalabrin afferma: «C’è anche un’interessante interpretazione su un hadith (discorso) del profeta, il quale vieta completamente l’uso del fuoco come arma contro le genti, secondo cui, riportato ai giorni nostri, ogni arma da fuoco sarebbe proibita nell’islam. Ciò probabilmente è vero, ma basare oggi un sistema difensivo senza armi da fuoco, contro dei nemici che sicuramente le usano è praticamente impossibile.
Sono quindi permessi estremi rimedi nel tentativo di salvarsi la vita, bene estremamente prezioso che Dio ci ha donato»13.

Box 1

CHI SONO I MARTIRI?

Chi è il muhajid, colui che si sforza sulla via di Dio?
«Coloro che partecipano alla lotta sulla via di Allah sono chiamati mujahidin: in vita hanno un’ottima considerazione e vengono spesso presi come esempio; nell’altra vita saranno tra i più vicini al Signore. E non possono essere considerati “morti”, quando vengono uccisi in battaglia. E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, che, invece, sono vivi e non ve ne accorgerete» (Cor II,154). «Non considerate morti quelli che sono stati uccisi sul sentirnero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore, lieti di quello che Allah, per sua grazia, concede» (Cor III,169-170)14.
Ma la condizione è che questi musulmani abbiano opposto una resistenza «dignitosa» ad attacchi ingiusti, e che siano «morti in combattimento o dando la loro vita per colpire i loro persecutori per sola legittima difesa e senza eccedere». Solo costoro hanno diritto ad essere chiamati shuhùd, testimoni o martiri nell’islam. L’azione di «ribellione» alla persecuzione deve essere halal, lecita agli occhi di Dio, perché, se ritenuta haram, proibita, come l’uccisione di persone innocenti (vecchi, donne, bambini), o l’aver scatenato una reazione violenta contro un pericolo o una persecuzione non vera, è destinata a ricevere la punizione di Dio e non il compenso.
Sottolinea al riguardo Ramadan: «Il jihad non è terrorismo. L’aggressione verso civili innocenti è illecita nell’islam e non rappresenta jihad ma fasad, un’azione proibita e grave. Anche in guerra, i non-combattenti e gli innocenti hanno il diritto di essere salvaguardati nella vita, onore e proprietà. L’islam vuole stabilire un ordine mondiale in cui tutti gli esseri umani – musulmani e non musulmani – possano vivere con giustizia e pace, armonia e buona volontà. È nostro preciso dovere, come musulmani, sforzarci di comprendere di più la nostra religione, per poterla trasmettere agli altri in forma positiva. Nel contesto delle società occidentali in cui viviamo, è oggi questo il nostro jihad»15.

Angela Lano