DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Storie tristi a lieto fine

In my Father’s House (Nella casa del Padre mio) è una città dei ragazzi di Abor (Ghana). Nata per iniziativa del comboniano padre Peppino Rabbiosi, ospita 83 orfani dai 4 ai 17 anni, di ambo i sessi.

Nei due mesi di permanenza ad Abor, nel sud-est del Ghana, ai confini col Togo, sono stato obbligato dalle necessità a farmi carico dell’aspetto sanitario, pur non essendo medico: somministrazione di medicinali, medicazioni di ferite più o meno infette, fasciature, ecc., fra malati veri o… immaginari, desiderosi solo di un poco di attenzione. Così ho potuto entrare maggiormente in contatto con i ragazzi accolti In my Father’s House e guadagnae la fiducia.

FRANCIS E IL MOSTRO INSAZIABILE
– Pensi che dopo potrò giocare a pallone?
– Perché no?
Cosa si può rispondere a una domanda, così diretta, di un ragazzo che ti stringe come una morsa e si appiattisce sul tuo torace quasi voglia penetrarvi? Un ragazzo che sta entrando in sala operatoria, per un intervento dall’esito non scontato. La sua gamba sinistra è a forte rischio. Per tutti era e resta da amputare. Ma un chirurgo tedesco, in Ghana da una vita, forse può fare il miracolo. Forse riesce a salvarla.
Francis ha 16 anni; ma ne dimostra una dozzina scarsa. Il suo corpo è deformato e dilaniato da osternomielite spongiforme. Malnutrizione e carenze igieniche hanno ulteriormente aggravato la situazione.
Due occhi dolcissimi da gazzella, in cui si legge il terrore per ciò che potrebbe succedere oltre quella porta. Il terrore di essere di nuovo abbandonato, perché non utile alla comunità. Perché impossibilitato a lavorare come tutti gli altri. Il terrore che possa essere scaricato anche da quel padre che una «Mano» guidò un giorno nel suo villaggio e lo raccolse. Raccolse un povero mucchietto di ossa, corrose da un mostro insaziabile, ma alimentate da una forte volontà di vivere. Nonostante tutto e tutti.
Facendo leva su questa forza l’ho convinto a provarci. Ha fiducia in me. Quella «Mano» che un giorno guidò il missionario, forse ha aiutato anche me a trovare le parole giuste. Gli prometto di restare qui. Di aspettarlo e stargli vicino, anche se lui sarà addormentato. E quando, dopo alcune ore, la porta si apre e spunta il lettino, i miei occhi cercano immediatamente i piedi: «Grazie!».
Un pensiero al Grande Artefice, mentre gli occhi, velati di lacrime, sono fissi sui due piedi: sì, ci sono tutti e due.
Esce l’assistente, una dottoressa tedesca dalla imponente stazza, con un sorriso a tutta bocca. Mi conferma il buon risultato. Il chirurgo ha potuto fare un buon lavoro di ricostruzione dell’arto.
Dopo una ventina di giorni lo riporto a casa, In my Father’s House.
E l’ultimo, interminabile abbraccio prima di partire è per lui. Come gli avevo promesso.
Daniel, il giovane poeta
«Perché mi avete messo al mondo se poi mi dovevate abbandonare così presto? È dura la vita per un bambino se nessuno l’aiuta, se nessuno gli dice come fare…».
Questo atto d’accusa nei confronti dei genitori, colpevoli di averlo lasciato solo nei primi anni di vita (morti entrambi per malattia) è la sintesi di una lunga poesia, scritta da Daniel, quando aveva 12 anni. Recitata con l’angoscia nel cuore, gli è valsa un importante riconoscimento in un concorso di poesia tra gli studenti del Ghana.
Sì, Daniel, che ha appena compiuto 14 anni, scrive poesie. In ewe, la lingua della sua etnia. A una di queste la stampa locale ha dato importante spazio: esorta i giovani a essere fieri della propria africanità; a non fuggire in America o in Europa; a non ripudiare le loro radici e tradizioni per inseguie altre che non saranno mai assimilate. Cose sconvolgenti se dette da un ragazzino che ha sempre vissuto in poveri villaggi sulle rive del fiume Volta.
A 10 anni Daniel non sapeva ancora scrivere. Non era mai entrato in una scuola, benché lo volesse con tutte le sue forze. Per il parente (ammesso che lo fosse) a cui era stato ceduto, era un lusso che non si poteva permettere. Un’inutile perdita di tempo. Non era per gente come lui.
Solo lavorando duro poteva sperare in qualcosa da mangiare. Il lavoro era davvero duro: già a 7-8 anni Daniel s’immergeva, prima che facesse chiaro, nelle acque del fiume e poi andava nei mercati, con una cesta sulla testa, a rivendere il pescato. Sovente, se i frutti non erano soddisfacenti, severe punizioni condivano o sostituivano il poco cibo.
Ma curiosità e fame di sapere (non inferiore a quella del suo stomaco) non potevano passare inosservati. Le voci che riguardavano questo ragazzino, dai modi così educati, arrivarono anche al villaggio della vecchia nonna, a una trentina di chilometri. Nonostante gli acciacchi che le impedivano di muoversi normalmente, non esitò ad andarselo a riprendere, una volta appurato che si trattava del nipote.
Il direttore della locale scuola si interessò personalmente della sua istruzione. «Era sempre pronto a ricevere più di quanto gli riuscissi a dare. E le garantisco che non era poco» mi confidò quando lo andai a trovare.
Un giorno, quasi per caso, si accorse delle poesie che Daniel cominciava a scrivere. Lo incoraggiò. Lo designò come rappresentante della scuola alle varie selezioni, che Daniel superò senza problemi, di quel concorso per giovani poeti e musicisti. Nella giornata finale, 64 distretti scolastici erano rappresentati. Centinaia di persone lo hanno applaudito… e pianto con lui.
Ora, con 82 bambini che hanno alle spalle storie tristi come la sua, è In my Father’s House. Ha la fortuna di poter frequentare regolarmente la scuola e ha recuperato il tempo perduto. Daniel vuole diventare dottore. È conscio che sarà dura, ma promette di mettercela tutta:
«Anche se l’università mi porterà lontano, toerò nel mio villaggio. Troppi bambini hanno bisogno di cure e non se le possono permettere…».
Lo guardo; non riesco a credere che, dietro quegli occhi sinceri, ci sia solo un ragazzino di 14 anni, compiuti da pochi giorni.

SELASI E L’ATAVICA RASSEGNAZIONE
«Thank you» (grazie). Che dolce suono. È solo una parola pronunciata quasi sottovoce, ma ha lo stesso impatto di un concerto di campane.
«Thank you». È la prima parola che gli sento pronunciare da quando sono arrivato In my Father’s House. Una decina di giorni. E ne ho passate di ore accanto al suo letto.
«Thank you». Quasi non ci credo, mentre lo guardo negli occhi e vi scorgo finalmente un poco di luce.
L’ho aiutato a sedere nel letto e sto iniziando a imboccarlo. La febbre è calata; se si riesce ad alimentare normalmente, eliminiamo alcune flebo.
Selasi si sta riprendendo piano piano da un bruttissimo attacco malarico, con febbre sempre molto alta. Una sorta di foruncolosi, diffusa su tutto il corpo e diagnosticata inizialmente come varicella, ha ulteriormente aggravato la situazione.
Ha 12 anni Selasi; ma nel letto che gli abbiamo approntato accanto alla nostra camera per tenerlo maggiormente sotto controllo e per non correre rischi di contagio, sembra ancora più minuto di quanto sia in realtà.
«Ma allora non sei muto. Ce l’hai la voce» gli dico sorridendo.
Quante volte l’avevo esortato, anche in modo brusco, per farlo reagire: «Non pretendo che tu sorrida. Non ne avresti motivo. Ma fai qualcosa. Rispondimi anche male, se credi, ma parla. Dì qualcosa».
Il suo volto non cambiava espressione: una maschera senza vita. I suoi occhi, pur aperti, erano un monitor spento: non trasmettevano alcunché. Accettava passivamente ogni sorta di tortura, flebo o iniezioni che fossero. Come un automa ingurgitava decine di compresse. Inerte come un manichino, mentre lo imbiancavo da capo a piedi con un ributtante liquido dermatologico. Senza alcun gesto d’insofferenza si lasciava lavare prima di questa operazione.
Questa accettazione passiva di una grave malattia e la rassegnazione di fronte alle conseguenze più tragiche mi sconvolgeva. Quante volte è stata descritta l’atavica rassegnazione dei meno fortunati, quando aleggia minaccioso lo spettro di chi li vuole traghettare in un’altra vita. È capitato anche a me di vederla in India e in Mali. Pur essendo pugni nello stomaco, si trattava di persone che non conoscevo, con cui non avevo contatti diretti. Ma non riuscivo ad accettarla in questo dodicenne; descritto come pieno di vita e fanatico del pallone.
«Thank you». È solo una parola, ma intuisco che è l’inizio del suo risveglio, della sua riscossa. E infatti scompare la febbre e scompaiono… i biscotti che continuamente gli lascio sul tavolino.
«Thank you». Mentre sfebbrato, ma ancora debole, guarda il mare, dove i suoi compagni si stanno spruzzando e spintonando.
«Thank you». Mentre sudato e visibilmente soddisfatto, prende dalle mie mani il pallone che era uscito nei pressi.
«Thank you». Mentre una sera mi si viene a sedere vicino, sui gradini della chiesetta, dove stavo meditando sulla straordinaria esperienza che stavo vivendo: appoggia la testa sulle mie gambe e si addormenta.

L’ERNIA DI EMMANUEL
«Questo bimbo deve essere operato. Se si fa ora, a questa età, la cosa si risolve facilmente». G., il medico trentino che mi ha accompagnato nei primi giorni ad Abor, guarda l’eia ombelicale di Emmanuel, un bimbo di 4 anni, con occhi sempre luminosi come fari da stadio.
No problem. Le uniche obiezioni potrebbero forse venire dall’interessato, ma nessuno chiede il suo parere. L’intervento riesce perfettamente. Il chirurgo è soddisfatto. Molto meno Emmanuel quando, diminuiti gli effetti anestetici, comincia ad avvertire dolori che prima non sentiva. Quando vede sul suo ventre grossi cerotti che prima non aveva.
Odierà il nostro gruppetto, dottor G. compreso, per alcuni giorni. Odierà anche me, per le visite di controllo che lo porto successivamente a fare e per le medicazioni che gli devo praticare.
Ma una volta spariti i cerotti, sarà molto attivo nel contendere le mie ginocchia (sedile privilegiato) ai suoi coetanei Daniel e Cristopher.
Accanto alla macchina che mi conduce in aeroporto, mi prende un braccio, si scopre l’ombelico alzando la maglietta e, in un misto di inglese/ewe che risulta ben comprensibile: «Se non vai via, puoi mettere ancora medicine qui. Ti prometto che non piango più».
Ora possono SOGNARE
Quante storie. Tutte diverse, ma con denominatori comuni: tristezza, sofferenza, abbandono.
Bambini abbandonati perché orfani; perché la madre, con compagni spesso diversi, non poteva prendersi cura di loro. Trascurati perché, a causa di malformazioni, non erano in grado di garantire aiuto, perché mostri insaziabili divoravano loro le ossa o perché, a causa della malnutrizione, il loro ventre era gonfio come un pallone.
Bambini in tenerissima età, coetanei di quelli che da noi vengono accompagnati fino al portone della scuola, costretti ogni giorno a inventarsi come fare per sopravvivere. Il che non significa solo procurarsi qualcosa per tacitare i tormentosi morsi della fame.
Bambini che, tuttavia, hanno avuto il colpo di fortuna (mi sia consentita questa grottesca espressione, date le tragedie che li hanno visti protagonisti). Sì, ripeto, bambini fortunati, perché, fra migliaia e migliaia di altri come loro, sono stati sorteggiati. Hanno vinto una lotteria ben più importante di quelle che imperversano nel mondo, creando illusioni fra la povera gente. Hanno trovato qualcuno sulla loro strada che li ha raccolti e accompagnati In my Father’s House, dove ora possono mangiare regolarmente, dormire al coperto, lavarsi con acqua corrente, frequentare la scuola.
Possono sognare di diventare missionari, agronomi, dottori, informatici, chimici, autisti, meccanici, infermieri. Gioo dopo giorno imparano che in questo mondo c’è posto anche per loro e possono giocarvi un ruolo da protagonista.
Bambini e Generosità
Tra le tante cose che amo dell’Africa, c’è che nessuno fa caso alle… padelle che hai su maglietta e pantaloni. Se poi vivi fra bambini, diventano come i marchi inevitabili.
Entri nel refettorio con maglietta e pantaloncini freschi di bucato (cioè lavati alla benemeglio) e decine di mani unte di fufu (polentina tipica ghanese) sono pronte a lasciare affettuosamente le loro indelebili impronte.
Quelle mani ti sfiorano, ti accarezzano, reclamano attenzione; si alzano per offrirti un pesciolino, un pezzetto di carne, un morso di banana, togliendoli da razioni mai sufficienti per la fame arretrata: sono tutti abbondantemente sottopeso per la carente e inadeguata alimentazione prima di entrare In my Father’s House.
E tutto ciò ti commuove perché t’accorgi che non è solo un gesto di cortesia. Devi sfoderare tutta la diplomazia di cui disponi per rifiutare. Se lo accetti da uno, lo devi accettare da tutti. E sono 83. Allora sorridi, accarezzi la testa, baci una fronte e, quando non è sufficiente, ti inventi un mal di pancia.
Quando poi, prima di coricarti, ti sfili la maglietta, la guardi con simpatia, quasi fosse un’opera d’arte modea, realizzata appositamente per te.
Bambini e devozione
Alzi la mano chi, da bambino, ha sempre partecipato con entusiasmo al rosario che, almeno ai miei tempi, quotidianamente veniva recitato in famiglia o in chiesa. Chi non posava spesso gli occhi su quei grani che sembravano scorrere così lenti?
Nella Casa del Padre mio è adottato un sistema simpatico per tenere sempre attiva la partecipazione, soprattutto fra i più piccoli: un’Ave Maria a testa. Chi non ha la coroncina conta le teste di chi lo precede per capire se a lui capiterà un’Ave o il Gloria. Ma, ad onor del vero, va detto che anche le risposte dimostrano che è una pratica sentita, senza insofferenza.
La partecipazione è ancora più sentita quando si intonano i canti; quando le percussioni segnano il ritmo e a decine si può uscire dai banchi e, danzando, dare libero sfogo alla innata musicalità. I ritoelli sono continuamente alimentati e riproposti, rendendo i canti interminabili.
Si può pregare in tanti modi, anche cantando e danzando. Guardando loro, capisci che, al di là delle parole, questo è il loro modo più bello per rivolgersi all’Altissimo.

Mario Beltrani