DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

RICORDANDO CARLO URBANI (2):Il reporter di Missioni Consolata

L’incontro tra Carlo Urbani e la nostra rivista
rievocato in un capitolo del libro «Il medico del mondo».

Nel gennaio 1999, sulla rivista Missioni Consolata edita a Torino, appare una nuova rubrica, «Come sta Fatou?», curata da «Carlo Urbani, specialista in medicina tropicale».
L’incontro fra Carlo Urbani e la rivista Missioni Consolata avviene per caso. Paolo Moiola, classe 1960, abitante a Rovereto, era collaboratore della rivista – ne diventerà poi redattore capo – per i problemi del Sud del mondo. «Ho incontrato Carlo Urbani durante un viaggio nel Nord dell’India organizzato da Globetrotter di Trento nell’agosto 1988. Lui era il capogruppo. Ventidue giorni indimenticabili. Carlo era assieme a sua moglie Giuliana e come tutti noi voleva conoscere questo pezzo di terra fuori dagli schemi e dagli itinerari turistici. Di organizzato, in quel viaggio, c’erano soltanto i voli di partenza e di ritorno. Per il resto siamo andati all’avventura, su un piccolo pullman guidato da un sikh».
Ci sono piccoli episodi che restano nella mente. «Durante quel viaggio mi sono preso un’infezione alla mano, per il graffio involontario di un bambino troppo ansioso di ricevere una moneta. L’infezione si è estesa a tutto il braccio. Carlo Urbani mi ha tagliato e ripulito. Per fortuna c’era lui, in quel viaggio lontano da ospedali e sale operatorie. Da quando l’ho conosciuto, non è mai cambiato. Appassionato, ironico, generoso e anche curioso, fin troppo. Nei villaggi entrava nelle case o nelle capanne e chiedeva di assaggiare ciò che bolliva in pentola. E alla fine del viaggio si è preso la febbre tifoidea. Lo ricordo a Katmandù, davanti a un albergo, tremante di febbre. Lui era a letto, ma c’era stata una scossa di terremoto ed eravamo scappati tutti fuori. Pioveva a dirotto, cercavamo di ripararci in qualche modo. E lui cercava di sorridere. “Ecco” diceva “va tutto bene. Ho la febbre, c’è stata la scossa, sono qui che tremo. Bella vacanza”».
Già allora, anche dopo un viaggio turistico, Carlo Urbani ha voglia di raccontare la propria esperienza. Lo fa su un foglio riservato a pochi lettori, coloro che hanno partecipato ai viaggi di Globetrotter. E già in questo primo racconto (il titolo è «Da un viaggio nel Rajastan») si comprende che Carlo Urbani non riesce mai a essere soltanto un turista. (…)
L’amicizia fra Carlo Urbani e Paolo Moiola, iniziata durante quel viaggio, non è mai finita. «Quando sono entrato nella redazione di Missioni Consolata gli ho chiesto di tenere una rubrica per noi. Lui era già in giro in missione per Medici senza frontiere, ci serviva qualcuno che raccontasse i problemi della salute nel Sud del mondo. Ci abbiamo messo mesi, per trovare il titolo.
Quelli che proponevo io non andavano bene a lui, quelli che venivano in mente a lui non piacevano a me. Alla fine ha proposto: “Come sta Fatou?”, pensando al nome di un bambino africano. Io ho proposto di aggiungere, per spiegare di cosa si trattasse: “Viaggio fra malattie e sottosviluppo”, e finalmente abbiamo trovato il titolo.
Quando è partito per il Vietnam, come dirigente dell’Organizzazione mondiale della sanità, sulla rivista abbiamo annunciato che avrebbe continuato a scrivere la sua rubrica per noi. Ma non è andata così. Mi ha spiegato che, come alto funzionario dell’Oms, non avrebbe potuto portare avanti la sua denuncia contro le multinazionali dei farmaci, contro chi fa le proprie scelte pensando soltanto al profitto. “Non potrei essere così chiaro e netto come in passato, meglio sospendere la mia collaborazione”». (…)
Per ricordare il medico di Castelplanio, Missioni Consolata ha istituito anche un «premio annuale Carlo Urbani», per unire «la professione di medico con quella del giornalista», riservato ai laureati in medicina e chirurgia e odontorniatria. «I partecipanti dovranno cimentarsi in articoli divulgativi – cioè comprensibili da parte di tutti – su tematiche sanitarie riferite a paesi o situazioni del Sud del mondo».
I due vincitori – il mondo ha bisogno di altri Carlo Urbani – andranno a lavorare per qualche mese in ospedali africani.

“CARLO, CONRO LE INGIUSTIZIE”

«Quando verrete là» diceva «capirete di essere una nullità. Una goccia d’acqua nel deserto. Ma capirete quanto quella goccia sia necessaria». In queste parole, con cui Carlo Urbani descriveva il suo lavoro a servizio degli altri nei posti più poveri del mondo, si può concentrare il significato di questo libro. Nessuna affermazione di eroismo o di diversità, ma un’interiorizzazione completa e armonica di un mettersi al servizio degli altri.
Tutto questo in modo assolutamente normale, portando avanti insieme i rapporti familiari, il lavoro professionale, le relazioni con gli amici e una vita spirituale intensa e riservata. Una generosità straordinaria ma anche una normalità straordinaria, come dimostra la gerarchia di valori sempre presente in tutte queste pagine che illustrano la sua vita. Non vi è posto per l’esibizione (nemmeno per l’esibizione del coraggio) ma vi è sempre spazio e tempo per dedicarsi caparbiamente al proprio sogno, che è diventato missione di tutta una vita.
E questo sogno era molto semplice: «Distribuire accesso alla salute ai segmenti più sfavoriti della popolazione». Intendendo per popolazione il mondo intero. Per questo lo vediamo muoversi per l’Africa e per l’Asia, ora assistendo direttamente i malati ora organizzando le strutture necessarie per questa assistenza. Ed è anche singolare che la passione di curare direttamente gli ammalati sia accompagnata da un’uguale passione espressa per le complicate procedure necessarie alla direzione di un ufficio dell’Organizzazione mondiale della sanità in Vietnam o alla presidenza dei Medici senza frontiere.
Carlo Urbani non si è accontentato di dedicare tutto il suo impegno a questo scopo, ma l’ha accompagnato con una continua attenzione «politica» nella lotta contro le ingiustizie. Un’azione, questa, espressa nelle riviste che legano tra loro in modo invisibile ma indissolubile tutti quelli che si dedicano al servizio degli altri, in tutte le parti del mondo.
I reportage che leggiamo sulla rivista delle Missioni Consolata sono semplici e quasi brutali: descrivono le malattie, la loro diffusione e le conseguenze. Ma sempre ti inchiodano osservando come con la mobilitazione di una minima quantità delle risorse di cui disponiamo si potrebbero ottenere risultati straordinari. Il giudizio di condanna (che pure in alcuni momenti è durissimo, come quando denuncia il costo delle medicine nel Terzo mondo) è tuttavia sempre accompagnato dalla fiducia che si possa concretamente agire per allargare a tutti il diritto alla salute. A tutti, perché «non esiste una medicina povera per le popolazioni povere» e «l’accesso ai farmaci essenziali deve essere considerato un fondamentale diritto per tutti gli esseri viventi».
Ci si può chiedere come una visione così ampia e una ricerca di esperienze così diverse possano essere nate in un piccolo paese della provincia italiana. E forse la spiegazione viene leggendo alcuni messaggi che ci arrivano dalla vita dei genitori di Carlo Urbani, con la madre che ha affrontato da sola e in giovane età un cambiamento radicale e un padre che nel lavoro e dopo il lavoro ha sempre avuto il desiderio di cambiare esperienze. E forse la spiegazione è proprio nel fatto che questa provincia raccoglie ancora in questi casi le virtù nascoste, gli insegnamenti e gli esempi per pensare in grande e affrontae i sacrifici conseguenti.
È questa duplice eredità che ha permesso a Carlo di condividere tutta la sua vita con la moglie Giuliana e con i figli, che dovevano crescere rendendosi conto di tutti i problemi e di tutte le diversità. Carlo Urbani non era un cavaliere solitario. Sapeva che per affrontare la disperazione di una parte troppo grande del pianeta l’impegno dei singoli è necessario ma non basta. Per questo è stato presidente di Medici senza frontiere e poi dirigente dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ma avere avuto accanto a sé, nelle frontiere nascoste del mondo, la moglie e i figli, è stata forse per lui la consolazione e la gioia più grande.

Romano Prodi

Jenner Meletti