DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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DOSSIER TRANSIBERIANA (2):”Quando si stava peggio”

10 mila km di rimpianti e umori contrastanti

Vecchi e nuovi poveri, delusioni del presente e nostalgie del passato, camaleonti e profittatori di tuo, fobie e degrado ambientale… corrono lungo i binari della Transiberiana.

Afferma Evgenij Evtusenko che «per quanto brutto possa essere il presente, un ritorno al passato sarebbe peggiore». Forse non tutto è così logico in Russia. Durante il tragitto abbiamo incontrato molta più gente che rimpiangeva il kasermensozialismus (socialismo da caserma), come Karl Kautsky aveva definito l’Unione Sovietica, rispetto alla dikayasizn (vita selvaggia), cioè il capitalismo, che pure apprezzava.
E la demokratija? Una parola che viene associata a der’mokratija, dove der’mo in russo significa merda.

TRADIMENTO E RIMPIANTI
Solo a Mosca abbiamo trovato una certa disponibilità per il nuovo corso politico; ma le ferite, impresse da una liberalizzazione senza briglie, sono tuttora aperte e sanguinanti, testimoniate dalle numerose persone che tendono la mano in cerca di qualche copeco. Non solo disoccupati, barboni, ma anche lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese, pensionati che hanno visto i loro introiti volatilizzarsi nel giro di poche settimane.
Ciò che i russi oggi rimpiangono, non è tanto l’ideologia comunista, quanto il sistema sociale da essa creato, che permetteva a tutti di sopravvivere in un «secondo mondo» in cui non esistevano i lussi sfrenati del primo, ma neppure le miserie del terzo.
L’Unione Sovietica dissoltasi nel 1991 era oramai solo l’ombra di quella creata il 30 dicembre 1922 come figlia legittima della rivoluzione d’ottobre. I funzionari del Pcus, trasformatisi da rivoluzionari in burocrati, erano ben lontani dall’idea di incarnare l’esempio di purezza, dedizione e sobrietà lanciato da Lenin e da Trockij. Al contrario, entrare a far parte del Partito comunista era divenuto per molti l’unico modo per emergere dalla vita spartana condotta dai comuni cittadini.
È anche per questo tradimento che molti russi, rimpiangendo l’idea incarnata da Lenin, continuano a far la fila per visitare la salma mummificata nella Krasnaja Ploscad, il cui nome non rispecchia un colore politico, bensì l’antica etimologia slava, per cui krasnaja significa al tempo stesso «bello» e «rosso», perché il rosso era considerato il colore più bello.
A Perm’, 1.300 chilometri da Mosca e prima tappa del nostro viaggio, troviamo parecchie coppie di sposi che, dopo essersi scambiata fedeltà reciproca, vengono ai giardini pubblici Komsomolsky a deporre mazzi di fiori ai piedi della statua di Lenin. Un omaggio che vedremo ripetersi costantemente in tutte le soste successive.
Il pope della cattedrale Petropavlovsky, il primo edificio in mattoni della città, allarga le braccia: «Settant’anni di comunismo pesano ancora sui russi. Ci vorranno ancora due o tre generazioni affinché rinasca la fede».
Girovaghiamo per i quartieri cittadini, che ci mostrano come gli effetti della liberalizzazione, sommati al torpore economico e sociale dell’era brezneviana, abbiano sconvolto la vita dei russi. Attraverso le stradine fangose, ci inoltriamo in questo spaccato di inferno dickensiano, formato da casupole di legno i cui interni, illuminati dalla fioca luce di lampadine a bassa intensità, nascondono drammi umani e storie di emarginazione, testimoniati dalle numerose bottiglie vuote di vodka e birra abbandonate per le vie.
Per molti russi, l’alcolismo è l’unica via di fuga da una società che, nel giro di pochi mesi, ha sostituito le esaltazioni delle conquiste socialiste con i McBurger, le cucine Berloni, la Coca Cola.
Chi si è adattato più facilmente a questa nuova società, sono gli adolescenti. Ne incontriamo alcuni sulla Mockba 69, la motonave che, durante il periodo estivo, compie crociere risalendo il fiume Kama per qualche chilometro. Sono studenti delle secondarie, quasi tutti appartenenti a famiglie benestanti: «Altrimenti come farebbero a pagare libri, rette, gite, mensa e tutti gli altri servizi che prima erano gratuiti?» sentenzia una professoressa. Anziché interessarsi al paesaggio, si dimenano sul ponte dell’imbarcazione al ritmo di musiche rock.
«Che ne è dei canti patriottici e rivoluzionari?» chiedo alla stessa insegnante.
«Quasi scomparsi. Dopo l’indigestione, ci si disintossica con i nuovi gruppi rockettari russi, ma anche con i vostri Eros Ramazzotti, Adriano Celentano, Al Bano e Romina Power, che qui sono un’istituzione».
Il nuovo è meglio del vecchio? In campo musicale lascio trasparire chiaramente i miei dubbi all’educatrice, che si limita a ridere divertita.

RITORNO ALLA FALCE E MARTELLO
Ci congediamo da Perm’ dopo aver fatto provviste di cibarie al mercatino rionale situato in periferia. Qui, ogni giorno, arrivano dalle campagne circostanti decine di contadini con i loro prodotti: frutti di bosco, verdure, mele, pere, carne.
Daigo, mio figlio, ne approfitta per fare incetta di lamponi, fragole, more, mirtilli. Una babuska cerca di intrattenere una conversazione con le poche parole di inglese che conosce, incoraggiata dalle altre compagne. La vita, a quanto ci dice, non è affatto migliorata dopo il dissolvimento di molti kolchoz e sovchoz.
In parte questo peggioramento è dovuto alle rivalità personali tra le varie famiglie, ma è da attribuirsi anche, anzi soprattutto, alla mancanza di iniziativa individuale, ammazzata da decenni di decisioni calate immancabilmente dall’alto, e per la riluttanza dello stato a concedere incentivi e sussidi economici.
Così la falce, scomparsa assieme al martello dagli emblemi nazionali, è tornata nei campi al posto delle mietitrebbiatrici, dei trattori e della meccanizzazione.
È un paradosso, ma i contadini, considerati da tutti i rivoluzionari bolscevichi una classe nemica e per questo i più colpiti da carestie e purghe, si sono rivelati i più ferventi sostenitori dell’economia socialista.

CITTÀ DELLA BACCHETTA MAGICA
A Novosibirsk, che significa Nuova Siberia e della Siberia ne è la capitale, incontriamo padre Corrado Trabucchi, un francescano che nel 1991 è stato tra i primi sacerdoti stranieri a ottenere un visto per la Russia. Con lui abbandoniamo la bella e ricca parte centrale della città, per immergerci nella zona povera, che sorge «al di là» del fiume Ob.
All’improvviso è come essere catapultati in un altro mondo: casermoni fatiscenti, accanto a tuguri costruiti alla bell’e meglio; persino i giochi dei parchi pubblici sono abbandonati; il comune preferisce spendere i pochi soldi a disposizione per rispolverare le parti del centro visitate dai turisti e delegazioni commerciali che intendono investire i loro capitali nella regione.
Insomma, una copertina patinata di rivista che, sfogliandola, rivela le brutture di un sistema andato a catafascio ancora prima di nascere.
«Prima del 1991 i servizi funzionavano, a singhiozzo, ma funzionavano per tutti» dice padre Corrado; poi continua: «Ora, se non ci fossero le organizzazioni di assistenza socio-umanitaria, queste persone sarebbero totalmente abbandonate a se stesse». I francescani, assieme alle suore di Madre Teresa, hanno fondato una scuola per sopperire alle necessità educative delle famiglie più povere del quartiere.
Nell’era sovietica la città era additata come modello culturale e formativo non solo nell’Urss, ma in tutto il mondo. La celeberrima Akademgorogod, la cittadella universitaria, fucina del mondo scientifico e umanistico del paese, ora è solo l’ombra di quella che era 20-30 anni fa.
Ci aggiriamo tra le erbacce e gli edifici abbandonati, ricordando che, proprio tra queste mura, sono state ideate e progettate la perestroijka e la glasnost. Sembrava che Abel Aganbegjian e Tat’iana Zaslavskaja, i teorici del nuovo corso varato da Gorbacev, avessero trovato la zelionaja palochka, la bacchetta magica, che Lev Tolstoj cercava da bambino per donare felicità agli uomini.
Così non è stato, almeno per la stragrande maggioranza dei russi, ma per pochissimi di loro il mondo del bengodi è oggi divenuto una realtà.
Ce ne accorgiamo a Krasnojarsk, all’apparenza città anonima e poco attraente, ma che troviamo invasa da turisti giapponesi, statunitensi e russi, che dal porto fluviale si imbarcano sulle navi che risalgono lo Jeniseij fino a Dudinka, ai limiti del Circolo polare artico russo. Durante le crociere, tra un giro di valzer e l’altro, sgranocchiando tartine ricolme di caviale: i nuovi ricchi russi concludono affari da milioni di euro proprio nei luoghi dove, qualche decennio prima, Lenin e la Krupskaja, esiliati dal regime zarista, pianificavano il futuro di una Russia socialista, che sembrava ancora lontanissima da realizzare.
Assieme a Maxim Popov, primo siberiano «doc» ordinato prete dopo la rivoluzione d’ottobre, visitiamo la città. Dall’alto della collina che la sovrasta, Maxim ci indica alcuni quartieri storici: gli ultimi rimasti dopo che l’amministrazione ha svenduto intere aree, per far posto a lussuosi rioni residenziali.
Oggi anche questa ultima fetta di passato rischia di scomparire, nonostante gli abitanti delle case si siano riuniti e abbiano formato un’associazione per sensibilizzare la città di ciò che sta accadendo. «La crisi economica ha creato ben altri problemi – mi dice sconsolato Maxim -. Centinaia di famiglie rischiano di perdere il loro unico introito, dopo che il partner americano ha ritirato i propri capitali dalla joint-venture con i russi, e ora molti operai verranno licenziati dal kombinat di alluminio, l’industria più importante della zona».
La litania dei licenziamenti continua anche a Irkutsk, dove alloggiamo in un bell’appartamento che appartiene a una coppia di anziani, Valentina e Aleksandr Croitskyi: 4 ampie stanze, zeppe di ricordi e fotografie. Aleksandr era un dirigente delle ferrovie e ha viaggiato per anni per tutta l’Unione Sovietica, continuando a farlo anche dopo il pensionamento, fino a quando la rendita statale si è talmente assottigliata da «imprigionarlo» a Irkutsk.
Lo sgretolamento del sistema socialista e dell’Urss, gli ha rubato quegli unici valori su cui aveva basato la sua esistenza e da allora passa le giornate disteso sul letto, sentendo la radio e aspettando pazientemente che la morte ponga fine alle sue delusioni.

SENZA REGOLE
Da Irkutsk a Listvianka, sul lago Baikal. Lontani migliaia di chilometri dal mare, questo immenso bacino naturale, lungo 630 km, che si inabissa per 1.800 metri nel ventre della terra (il lago più profondo al mondo), è il luogo di villeggiatura preferito dai russi della regione. Peccato che è praticamente impossibile bagnarsi nelle sue acque, che non superano mai i 10 gradi, neppure nei periodi più caldi della breve estate siberiana.
Fatichiamo non poco a trattenere Daigo, che vorrebbe tuffarsi comunque, seguendo l’esempio di pochissimi temerari i quali, dopo essersi imbottiti di vodka, sfidano il gelido lago, nella speranza che si avveri la leggenda, secondo cui, chi si tuffa completamente guadagnerà 25 anni di vita. Noi preferiamo trascorrere la nostra esistenza con qualche raffreddore in meno.
Non ci fidiamo neppure di imitare Nikolai, il capitano del peschereccio che, dopo aver accettato di accompagnarci nel minuscolo villaggio di Bolshoi Koti, preleva direttamente dal Baikal un bicchiere di acqua, trangugiandolo d’un fiato.
Il lago è rinomato per la purezza delle sue acque, tra le meno inquinate al mondo, ma Marina Soboleva, ricercatrice presso la Stazione biomarina locale, non è troppo ottimista sul suo futuro: «Il Baikal ha un tasso di inquinamento inferiore alla media nazionale, ma in alcuni punti abbiamo registrato livelli in forte aumento, nonostante numerose industrie lungo le sue sponde siano state chiuse per improduttività. La Russia è un paese privo di leggi, quindi, ognuno può fare ciò che vuole senza alcun controllo. Solo lo scorso mese abbiamo scoperto una fabbrica che scaricava liquami chimici direttamente nel lago. Il proprietario ci ha assicurato che si è trattato di un errore, ma non ci facciamo illusioni: una volta terminata l’ispezione in corso riprenderà a far defluire i suoi rifiuti».
La mancanza di regole ecologiche è una grande attrazione per chiunque voglia produrre a basso costo e la regione di Irkutsk ha beneficiato di queste «leggerezze». Sergei Kuklin, capo dell’Ufficio stampa per la Russia Centrale, mi sviolina una serie di successi ottenuti dal nuovo governatore della provincia: con la produzione industriale in forte aumento e la disoccupazione in calo, il benessere sociale è in aumento.
Rispondendo alla mia obiezione sul crescente numero di persone che vorrebbero un ritorno al passato, Sergei dice: «Sono solo due tipi di persone che ricordano con nostalgia il passato regime: vecchi e poveri».
Il problema è che il miglioramento della vita per i pochi noviye bogatiye, nuovi ricchi, viene realizzato a scapito dell’ambiente. Le infrastrutture industriali ereditate dall’Urss, già poco rispettose dell’ecosistema, sono oggi una fonte di inquinamento per le foreste siberiane.
Sul treno che da Irkutsk ci porta a Khabarovsk, notiamo che almeno il 10-20% degli alberi presentano evidenti segni di bruciature da piogge acide e la deforestazione avanza a ritmo preoccupante, anche perché nelle campagne la legna è il solo combustibile disponibile per scaldare le isbe nei lunghi e freddi mesi invernali.

OCCHIO AI CINESI!
È Svetlana, ragazza di 22 anni, che ci ospita nella sua casa, a svelarci un’incredibile «verità», in base alla quale tutti i problemi che attanagliano oggi la Russia hanno una sola origine: la Cina. L’influenza cinese è chiaramente presente in questa città posta a soli 25 km dal confine. Numerosi immigrati («per la maggior parte illegali» aggiunge Svetlana), soggioano in città.
In tutti i paesi del mondo c’è una componente xenofoba e razzista, che tende a incolpare un certo gruppo etnico per qualunque cosa accada: in Italia ne fanno le spese i «marocchini», in Giappone i coreani, in Cambogia i vietnamiti. In Russia vengono generalmente presi di mira gli ebrei. A Khabarovsk, in mancanza di ebrei, si preferiscono i cinesi.
La droga? Importata dai cinesi. L’inquinamento dell’Amur? Colpa delle industrie cinesi. Le dispute territoriali ancora in atto? Provocazioni cinesi. L’alcornolismo? Se non ci fossero i cinesi a fabbricare vodka scadente rivendendola a basso prezzo…
Yuri Gubkin, 67 anni, una vita spesa nel Pcus a cercare di far carriera, oggi si è rifatto la fedina politica entrando a far parte dell’amministrazione locale: «Occorre essere chiari: dobbiamo impedire la sinizzazione dell’Estremo Oriente russo. Secondo le statistiche, fra una o due generazioni i russi saranno un’infima minoranza e la Cina pretenderà di inglobare il territorio, come ha già fatto nel 1968. Non vogliamo né essere comandati da Pechino, né ritornare sotto l’ideologia comunista».
Gubkin è la stessa persona che una quindicina di anni fa, durante la fase di distensione tra Urss e Cina, parlava di legami di amicizia indissolubili tra i due popoli.
Ha ragione Evgenij Evtusenko quando scrive che in Russia «non vinceranno né i boia imperialisti, né i conigli liberali; ma i camaleonti».
Nella stupenda e, a prima vista, cosmopolita Vladivostok la fobia dei cinesi sale al parossismo. Yulia, la responsabile del piano dell’hotel in cui alloggio, mi dice: «Qui a Vladivostok tutti odiano i cinesi; ma sappiamo troppo bene che sono loro a portare i soldi. Li odiamo, ma non possiamo fare a meno di loro, per questo può sembrarti che la città abbia un volto cosmopolita che in realtà non ha».
Da parte loro i turisti cinesi non amano i russi: «Troppo villani, maleducati, arroganti. Si capisce fin troppo bene che l’unica cosa a cui sono interessati sono i nostri soldi», afferma Nina, una guida turistica di Pechino, che sta accompagnando un gruppo di 25 connazionali.
Ma li capisco, questi russi. Dopo 7 decenni di propaganda, in cui si metteva in risalto i successi sociali ed economici raggiunti, all’improvviso si sono visti dire che erano stati raggirati e che la vera ricchezza si poteva raggiungere solo seguendo la via capitalista. E loro, da buoni sudditi, si sono riconvertiti, per ritrovarsi, però, invasi da cinesi comunisti, armati di videocamere digitali, vestiti alla moda italiana, alloggiati in alberghi di lusso da 100 dollari a notte.
«Eppure, quando eravamo comunisti anche noi, i cinesi erano i nostri fratelli poveri – commenta sconsolato Sasa, studente in medicina, che sta cercando disperatamente di avviare uno studio privato -. Li vedevo arrivare, comprare tutto ciò che potevano razziare, per poi rivenderlo al di là del confine. Mi facevano pena. Oggi quando vedo un cinese mi vergogno. Penso che siano loro a provar pena per noi. In cosa sbagliamo?».

PANTANO ECONOMICO
Non so cosa rispondere, ma mi viene in mente una frase che mi ha detto padre Myron Effings, primo prete cattolico straniero che nel 1991 ha messo piede nell’Estremo Oriente russo: «Per i russi democrazia significa far ciò che si vuole».
La dimostrazione è la forzata privatizzazione di numerose industrie adibite a servire la popolazione: anzichè migliorare i servizi, è servita a far accumulare profitti. Poco importa se l’industria del gas, svenduta dalla regione a una cordata di neoindustriali russi, abbia improvvisamente interrotto l’erogazione all’intera cittadinanza, perché il comune di Vladivostok non riusciva a pagare gli arretrati. Così in pieno inverno con temperature vicine ai trenta gradi sotto zero, due milioni di persone si sono trovati senza riscaldamento.
«La caduta del comunismo si è portata con sé anche gli ultimi residui di solidarietà umana esistenti nella società» riflette il sudcoreano Lee Jung-hoon, capitano della sezione locale dell’Esercito della Salvezza.
Ed è in questo pantano economico, di cui l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare hanno la loro buona parte di colpe, per aver spinto una transizione troppo accelerata, senza preparare le basi su cui poggiare le fondamenta della nuova società, che la Russia sta cercando di non affondare.

Piergiorgio Pescali