DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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ROMANIA – Via del silenzio n° 13

1989: a Berlino crolla il muro della vergogna.
Scoppia… «la terza guerra mondiale»,
che libera l’Est europeo dal comunismo:
una guerra unica nella storia, perché incruenta.
Fa eccezione la Romania, che trucida lo stesso presidente Nicolae Ceausescu.
A 15 anni di distanza, come si vive a Bucarest?
La fatica è palpabile.
La testimonianza anche di un nunzio e un arcivescovo.

Tutti affermano che sia sempre spettinato e noi lo confermiamo. Così, almeno, ci è apparso durante il nostro soggiorno in Romania, ospiti in casa sua con padre Antonio Rovelli, direttore dell’animazione vocazionale dei missionari della Consolata in Italia.
Eccolo, con i capelli arruffati, ad accoglierci all’aeroporto della capitale Bucarest. «Benvenuti in Romania! Avete fatto buon viaggio?». Si esprime in italiano, oltre che in francese, tedesco e romeno naturalmente. La sua stretta di mano è calorosa, vigorosa. Gli occhi sorridenti. Si chiama Martin Cabalas (*), sacerdote cattolico di rito latino. Supera di poco la cinquantina, ma dalla sua chioma bianca e strapazzata sembra più attempato.
Saliamo sull’auto del prete romeno. È rumorosa e abbastanza sgangherata. «Dovrei cambiarla – mormora nell’accorgersi che fatichiamo un po’ a chiudere la porta -. Però una nuova macchina è cara in Romania». Lungo la strada adocchiamo file di vetture come quella (se non peggiori) del nostro conducente.
A una curva, ci balza incontro un palazzone mastodontico, curioso e pacchiano, con numerosi piani, tutto a guglie dentate. È un centro amministrativo del governo, «dono» a suo tempo del popolo sovietico a quello romeno, allorché l’Urss era una superpotenza politica e militare. Ne ricordiamo altri, tutti identici, fotografati in Cina e, ovviamente, in Russia.
L’automobile rallenta, gira a sinistra e imbocca Strada Linistei (Via del Silenzio), tutta buche e sassi, che accentua la precarietà del mezzo di trasporto. Ma il tratto è breve, perché al numero 13 di Via del Silenzio siamo a destinazione, nell’abitazione di padre Martin.
Appena entrati, udiamo di nuovo parlare italiano. È una voce del nostro tg1: annuncia che a Roma due romeni sono stati rinvenuti carbonizzati in una baracca, anch’essa bruciata.
Erano immigrati clandestini.

SENZA SPERANZA

L’emigrazione di romeni, esplosa dopo la scomparsa di Nicolae Ceausescu (1989), è un tema di conversazione con l’arcivescovo Jean Claude Perisset, svizzero di lingua francese, nunzio apostolico del Vaticano in Romania. Secondo il presule, circa un milione e mezzo di romeni vivono all’estero: non pochi su una popolazione di 23 milioni. Il piccolo Israele, da solo, ne accoglie 50 mila. L’emorragia non si è ancora arrestata, considerando che il 20% dei giovani intende abbandonare il paese.
«Con le rimesse di denaro – osserva Perisset – gli emigrati costituiscono senza dubbio un reddito per le loro famiglie. Ma il prezzo umano pagato è salato. Si veda, per esempio, la tragica fine di quei due poveretti carbonizzati a Roma». Scartato l’incidente domestico, non è inverosimile la vendetta di qualche gruppo straniero, clandestino e malavitoso.
«Per non parlare delle ragazze – incalza l’arcivescovo -. Spesso, ingannate, finiscono sui marciapiedi delle vostre città italiane. In ogni caso si emigra dal paese per mancanza di speranza».
La Romania è candidata a entrare nell’Unione Europea. Questo fatto non potrebbe costituire un’iniezione di fiducia?
«Potrebbe – è la risposta di mons. Perisset -. Ma il processo sarà lento e faticoso. Prima, bisogna arginare la corruzione dilagante, ridimensionare la burocrazia, privatizzare con intelligenza, ridurre l’indebitamento dello stato (che al contrario aumenta). Nel frattempo il divario sociale fra ricchi e poveri si sta accentuando: il 36% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. C’è persino chi afferma che i disagiati raggiungano il 45%».
Alcuni imprenditori italiani, veneti in particolare, operano in Romania. A Timisoara e dintorni sarebbero circa 3 mila le piccole aziende nostrane. Garantiscono un po’ di benessere anche agli operai locali?
«Certo – risponde Perisset -. Ma non si dimentichi lo sfruttamento di manodopera a basso costo. Inoltre sembra che il boom dei vostri piccoli imprenditori stia sgonfiandosi. Alcuni stanno già smobilitando, per andare in Cina».
I segni materiali del degrado sociale a Bucarest sono evidenti: strade dissestate, autobus obsoleti, caseggiati malandati, fogne scoperte. Grava la tristissima eredità di Ceausescu. Il paese non ha saputo o potuto capovolgere la situazione, perché condizionato ancora dalla Russia. Così, economicamente, ha perso l’ultimo decennio.
Impressiona la penuria degli anziani, che sognano il ritorno del comunismo, o quella dei «barboni»; questi ultimi sarebbero circa 5 mila nella sola Bucarest.
Un’altra piaga è costituita dal numero di aborti: un milione all’anno. A prescindere dalla gravità morale, il fenomeno denuncia il problema di molte bocche da sfamare senza mezzi. Oppure si abbandonano i neonati non desiderati.

RAGAZZE DI STRADA

L’abbandono di bambini era praticato durante il comunismo: un fenomeno che lo stato arginava con gli orfanotrofi. Ma, raggiunti i 18 anni, gli orfani erano messi in libertà, dovendo badare a se stessi, ma senza alcun sostegno economico. Ossia erano buttati sulla strada.
Abbiamo incontrato quattro ragazze, sopra i 20 anni, provenienti dagli orfanotrofi statali e dalla strada. Si sono salvate dalla prostituzione coalizzandosi fra loro, fuggendo da «protettori» senza scrupoli, trascorrendo lunghe notti rannicchiate sotto i ponti. Oggi, con altre compagne dello stesso ambiente (una ventina), si avvalgono dell’aiuto morale e organizzativo di suor Anna, romena, della congregazione di santa Giovanna Antida. Vivono insieme in appartamenti. Lavorano part time come colf o in piccole aziende, accontentandosi di qualsiasi stipendio, con il quale pagano l’affitto dell’alloggio, le spese di condominio e si mantengono. Come altri romeni (complice la televisione), si esprimono un po’ in italiano.
– Perché non mi porti in Italia – si fa avanti una.
– Anch’io, anch’io! – fanno coro tutte le altre.
– E che cosa farete in Italia?
– Lavoreremo tutto il giorno. Poi ci compreremo un alloggio qui a Bucarest.
Possedere una casa è il sogno di tutti i cittadini in affitto, perché il costo di un alloggio è pazzesco nei centri urbani: a Bucarest, per due stanze, un cucinino e il solo water, si pagano 130-150 euro al mese, a fronte di stipendi che si aggirano su 90 euro. Insomma: la casa in proprio, più che un sogno, è un miraggio.
Le quattro ragazze parlano e ridono con eccitazione. Una però è tacitua, assente: e quasi subito si abbandona a succhiare il dito come una bimba. «Psicologicamente sono tutte infantili, anche se hanno 20-25 anni – commenta suor Anna -. Bambine tarate dalle umiliazioni e percosse subite durante i tanti anni di orfanotrofio. Vorrebbero sposarsi e formare una famiglia. Ma temono gli uomini. Non si fidano neppure dei loro padri, perché le hanno abbandonate».
Una sera inoltrata, mentre rincasavamo camminando verso Via del Silenzio, abbiamo notato alcune ombre aggirarsi attorno ai tombini dell’acqua. Erano «ragazzi di strada», anch’essi rifiutati dai genitori e provenienti da orfanotrofi statali. In città vivono di espedienti.
E che facevano quella sera? Stavano organizzandosi per passare la notte in un meandro della rete idrica di Bucarest: sempre meglio dell’addiaccio, specie se piove o spira la gelida tramontana. Qualcuno li ha battezzati «i ragazzi delle fogne».
Alcuni coetanei sono ritornati dai genitori; ma, trovandosi a disagio tra passato e presente, trascorrono molte ore dai missionari maristi, per esempio, che mettono a disposizione sale con libri, computer e giochi.
I maristi (due spagnoli e un greco) non sono sacerdoti, ma fratelli religiosi, con voto di povertà, castità e obbedienza. «Non siamo molto apprezzati – si lamentano -. Secondo l’opinione pubblica ortodossa (ma anche cattolica), non siamo né carne né pesce. Qui, a Bucarest, sembra che non vi sia spazio e lavoro per i fratelli. Per questo pensiamo di trasferirci altrove».

LA CALATA DEI BARBARI

Caduto il regime ateo di Ceausescu, numerose congregazioni religiose dell’Europa occidentale hanno messo piede in Romania. Secondo il nunzio J. C. Perisset, sarebbero troppi gli istituti religiosi stranieri approdati nel paese: addirittura un centinaio, di cui 80 femminili. Tutti per… reclutare vocazioni. «Nei primi anni ’90 – spiega mons. Perisset – i giovani che entravano in seminario o convento erano tanti. Ma ora non più: a tal punto che alcuni centri, costruiti in fretta per accogliere tutti i candidati al sacerdozio e alla vita religiosa, oggi stanno tramutandosi in collegi per studenti».
Al comunismo si è quasi subito sostituito il materialismo dell’«usa e getta» del capitalismo. Di qui la brusca frenata delle vocazioni sacerdotali. Inoltre non si scordi che la stragrande maggioranza dei preti e delle suore romeni proviene dalla regione della Moldavia (da non confondere con l’omonima repubblica indipendente), dove i cattolici raggiungono il 20%.
Indubbiamente nel 1989 la caduta del muro di Berlino ha offerto alla chiesa cattolica nuove possibilità. Per convertire la popolazione al cristianesimo? Ma la Romania non è «pagana», anzi è cristiana. Quindi è fuori luogo parlare di conversione.
In realtà le istituzioni cattoliche occidentali hanno guardato all’Est europeo, in genere, con lo spirito di una «nuova evangelizzazione», alla stregua del papa polacco Karol Wojtila. Tuttavia i gruppi religiosi stranieri, soprattutto cattolici, sono accusati di proselitismo dal clero ortodosso: attirerebbero i fedeli nelle proprie comunità con gesti accattivanti di beneficenza. Di più: la loro discesa in campo è stata talora paragonata alla «calata dei barbari».
In Romania lo stesso clero cattolico, sia di rito latino sia di rito orientale, non è interamente soddisfatto dei confratelli stranieri, anche perché troppo innovativi nella pastorale e nella liturgia. Ce l’ha ricordato Ioan Robu, arcivescovo cattolico di Bucarest. Secondo il prelato, la comunione in mano ai fedeli, per esempio, è prematura e i canti liturgici, accompagnati da chitarre, suscitano perplessità.
Il 7-9 maggio 1999 Giovanni Paolo ii visitò la Romania. Fu una visita altamente ecumenica, che smussò alquanto le spigolosità anticattoliche dei gerarchi ortodossi e avallò il desiderio profondo di unità di tutti i cristiani. Il grido «unitate, unitate!», al termine della visita del papa, fu inatteso quanto gradito. Inoltre il viaggio calamitò l’attenzione mondiale grazie alla «Dichiarazione comune» delle chiese (cattolica, ortodossa e protestante) sulla guerra in Kosovo, proprio mentre infuriava il fuoco bellico. «Dove sono le nostre chiese, quando il dialogo tace e le armi fanno sentire il loro linguaggio di morte?» si domandò il pontefice.
Al di là delle discussioni teologiche, il cammino verso l’unità delle chiese cristiane passa attraverso comuni impegni sociali, non esenti da scelte politiche controcorrente. Ciò sarebbe rivoluzionario per le chiese ortodosse, autocefale, spesso vincolate alla nazione di appartenenza anche politicamente.

Oscurità e foschia ovattano Via del Silenzio, rendendola più muta. Sennonché, di tanto in tanto, si odono uggiolii di cani o grida festanti di bambini, zingari rom, che giocano intorno a un falò all’interno di una staccionata…
Domani ritoeremo a Torino.
Alle ore 19 padre Martin Cabalas invita cortesemente il collega Antonio Rovelli a presiedere l’eucaristia in italiano.
– In italiano, no – replica istintivamente il missionario.
– Non temere! Qui sono abituati…
È vero. Da anni, durante l’estate, vari gruppi giovanili (specialmente della diocesi di Treviso), accompagnati da un «don», sono ospiti del sacerdote romeno per campi di conoscenza e lavoro. Tra l’altro padre Antonio è a Bucarest per organizzae uno speciale, che prevede giovani italiani, spagnoli e portoghesi, legati ai missionari della Consolata nei rispettivi paesi.
Alla messa partecipano anche le suore di santa Antida, i fratelli maristi, nonché tre missionarie di madre Teresa di Calcutta: tre volti differenti, cioè uno indiano, uno tanzaniano e uno polacco. La liturgia è animata da un concerto di sei chitarre, che secondo padre Martin non «stonano», anzi! Qualche fedele riceve la comunione in mano.
Dopo l’«andate in pace» del sacerdote, si celebra un’altra eucaristia, ma in rito orientale, perché padre Martin condivide la chiesa con altri credenti, giacché… esiste «una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio, Padre di tutti».
«Questo è un merito ecumenico, esclusivo del nostro parroco – dichiara una certa Maria -. Sì, perché il prete greco-ortodosso, se disponesse di una sua chiesa, probabilmente non ricambierebbe il favore ai cattolici».
Maria, a pochi passi dal sorridente e costantemente spettinato padre Martin, è avvolta in uno scialle nero, che le incoicia con grazia il volto. Per contrasto, i suoi occhi azzurri brillano di un fulgore abbagliante.
Si congeda con una piccola genuflessione, scandendo: «Laudetur Iesus Christus!». Nientemeno.

Nel baratroda lui stesso scavato

«Conducator» in romeno significa conduttore: di un autobus, per esempio. Un termine comune per un’attività normale. Ma in Romania, allorché il conducator si chiamava Nicolae Ceausescu, la vita si inasprì maledettamente.
«Securitate» (sicurezza) è un’altra parola di uso corrente. Però la Securitate, al soldo del despota Ceausescu, si tramutò in famigerate repressioni da parte della polizia segreta. E il tonfo del dittatore marxista fu tragico. Si tenne un processo-farsa: il conducator e la corrotta consorte Elena furono giustiziati in segreto nel natale del 1989. Fu pure una vergogna in un paese che si dichiara cristiano quasi al 100 per cento.
Eppure, solo un mese prima, gli oltre 3.300 delegati al Congresso del Partito comunista avevano osannato il conducator e l’intera sua famiglia. Ma dal 24 novembre 1989 (fine del Congresso) al 15 dicembre (inizio delle rivolte contro il regime a Timisoara) la Romania imboccò un’altra via. Il vento della perestrojka sovietica, che aveva già abbattuto il muro di Berlino, investì furioso anche Nicolae Ceausescu e lo travolse.

Tutto fu quasi fulmineo, perché la voragine di miseria, scavata in 25 anni di dittatura, era enorme e profonda: code interminabili davanti ai negozi di alimentari e razionamento di cibo (ad esempio: un chilo di carne per famiglia, ossa comprese); sottoproduzione agricola in un paese che, in antecedenza, esportava cereali; coabitazione di vari nuclei familiari in uno stesso e squallido appartamento; spopolamento di migliaia di villaggi per una politica agricola diversa, dove i contadini erano sottoposti a controlli capillari; arretratezza di impianti industriali per mancanza di investimenti; culto dei «papaveri» del partito ed esportazione in Svizzera di ricchezze sottratte al paese; nepotismo e privilegi concessi ai 20 mila adepti della Securitate (con offesa dell’esercito); fuga di intellettuali, quali Eugène Jonesco, Paul Goma, ecc.
E, soprattutto, la scomparsa di 60 mila persone. Ma le vittime sono state più numerose: 60 mila sarebbero solo i morti in seguito alle repressioni dei tumulti popolari di dicembre 1989 (cfr. La Civiltà Cattolica, 7 aprile 1990).
Tuttavia, all’estero Ceausescu aveva brillato come una stella di prima grandezza: Richard Nixon e Charles de Gaulle lo avevano applaudito, perché oppositore dell’Unione Sovietica; la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e la Comunità economica europea gli avevano spalancato le porte.

Al conducator successe un ex comunista, Ion Iliescu. Però la pace sociale era lontana.
Nel 1999, a un decennio dalla fine del regime di Ceausescu, Nicolae Coeanu, arcivescovo ortodosso di Timisoara, dichiarò: «La democrazia ha creato non poche difficoltà: la più grande riguarda il campo economico-finanziario. A livello politico, la democrazia ha prodotto una sorta di caos. Vi sono persone, formate durante la dittatura comunista… e queste non possono più cambiare radicalmente. Spero che le difficoltà siano superate nel corso dei prossimi anni» (cfr. Il regno, 8/1999).
Nel dicembre dello stesso 1999, uno sciopero di minatori (migliaia e migliaia di litri di cianuro furono versati nei fiumi) e aspri dissidi politici costrinsero il governo di Radu Vasile alle dimissioni. Al potere ritoò Iliescu, in carica tutt’oggi.
Fra gli obiettivi del leader spicca il progetto di entrare nell’Unione Europea. È un obiettivo non facile, perché suppone un risanamento economico con «lacrime e sangue».

Francesco Beardi