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L’OPINIONE – Incontro con Bartolomeo Sorge

Padre Sorge, lei è un esperto della dottrina sociale della chiesa. Come la valuta oggi?

Esprimo una valutazione di fondo: la dottrina sociale della chiesa cambia con l’evolversi della «questione sociale». Nell’ottocento la dottrina sociale è nata dalla lotta fra la classe operaia e quella capitalista; poi ha risentito dello scontro fra i sistemi del capitalismo e del comunismo.
Con il papa Giovanni XXIII la questione sociale è divenuta mondiale: non dipende più da classi, nazioni e ideologie. Resta la contrapposizione fra nord e sud del mondo, mentre la pace è in pericolo. Allora Paolo vi, nell’enciclica Populorum progressio, afferma che «il nome nuovo della pace è lo sviluppo».

Oggi la questione sociale investe anche l’etica.

Certamente, perché le nuove tecnologie, applicate anche alla biologia, hanno fatto nascere problemi morali inediti. Si pensi alla bioetica. Siamo ad una svolta epocale. Si rischia di creare un mondo senz’anima. Questo, ovviamente, sfida anche l’evangelizzazione.

L’evangelizzazione – affermano i vescovi italiani in Comunicare il vangelo in un mondo che cambia – presuppone «un metterci in ascolto della cultura del nostro mondo, per disceere i segni del Verbo già presenti in essa» (35)

Se lei continua la citazione, trova una bellissima descrizione del missionario, il quale, di fronte agli uomini del suo tempo, deve diventare «servo della loro gioia e speranza». Inoltre non possiamo escludere che i non credenti abbiano qualcosa da insegnarci riguardo la comprensione della vita. Lo richiede anche la globalizzazione.

Il termine «globalizzazione» è sulla bocca di tutti. Padre Sorge, può definire questo fenomeno con parole semplici?

Per spiegare con parole semplici la globalizzazione, direi: oggi tocchiamo con mano come l’umanità stia diventando una sola famiglia. È un fatto stupendo. Questo mondo, non più diviso tra est ed ovest, non più con missili puntati gli uni contro gli altri o con muri di divisione, è un mondo nuovo che ci supera tutti.

Tuttavia in questo «mondo-famiglia» domina la superpotenza degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti che, di fronte al terrorismo, affermano: «Pensiamo noi a mettere ordine nel mondo!». Di qui la guerra in Afghanistan e Iraq, con atteggiamenti di sufficienza. Però, oggi, fa impressione vedere il presidente americano George Bush che quasi prega in ginocchio le Nazioni Unite: «Datemi una mano, perché dall’Iraq non ne vengo più fuori e, dopo avere vinto la guerra, non riesco a vincere la pace!».
Ebbene, questa è la prova più bella che non esiste al mondo un’unica nazione, per quanto potente, che possa costruire da sola un nuovo mondo. O ci salviamo tutti insieme o moriamo tutti insieme.

Questo significa che dobbiamo tutti pensare e comportarci allo stesso modo?

Noi siamo chiamati a diventare tutti «glocali». È una parola nuova, composta da «glo» (inizio di «globali») e «cali» (fine di «locali»). Il pericolo è che si rompa l’equilibrio tra globale e locale, per chiudersi nel «particolare», così che una diocesi o una provincia vede solo se stessa. C’è pure il pericolo opposto: che si punti all’«universale» attraverso l’economia del libero mercato.
Il libero mercato è anche uno strumento che produce una nuova cultura. Essa impone un modo di pensare e agire, ma rischia di creare un nuovo colonialismo: un colonialismo culturale, molto più grave di quello economico tradizionale. La cultura del libero mercato rischia di generare razzismo, mancanza di solidarietà; allarga il divario fra il nord ricco del mondo e il sud povero; produce sacche di povertà fra le stesse nazioni benestanti.
Pertanto la globalizzazione, come dice il papa, non è né buona né cattiva. È un bisturi che può anche uccidere, se usato male.

Però – si rileva – a uccidere è stato soprattutto il comunismo, non il capitalismo, padre della globalizzazione!

Il comunismo non poteva risolvere i problemi sociali: ecco perché è fallito. Ma questo non significa che, venuto meno il comunismo, siano scomparsi anche i problemi. E sono problemi dovuti al capitalismo.
Nella lettera Novo millennio ineunte il papa scrive: «Il nostro mondo comincia il nuovo millennio carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale e tecnologica, che offre a pochi fortunati grandi possibilità e lascia milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana. È possibile che nel nostro tempo ci sia ancora chi muore di fame? chi resta condannato all’analfabetismo? chi manca delle cure mediche più elementari? chi non ha una casa in cui ripararsi?» (50).

Che dire del movimento «no global» o «new global», che contesta il capitalismo?

Più che il capitalismo, si contesta l’Organizzazione mondiale del commercio. Si tratta di una contestazione che nasce anche dai paesi del sud del mondo. Lo si è visto nel vertice di Cancún, in Messico, dove per la prima volta il fronte dei poveri si è unito e ha impedito che la cultura neoliberista facesse pagare ai poveri le scelte utili ai ricchi. Questo è un segno positivo.
E non dice niente che l’anno scorso, in un solo giorno di marzo, circa 110 milioni di persone siano scesi in piazza in tanti paesi del mondo gridando «no alla guerra»? Sapevano che era imminente la guerra in Iraq. Ma questo ha reso ancora più valida la loro protesta, perché hanno dimostrato di resistere contro la rassegnazione dell’inutilità.

Padre Sorge, direbbe pure che non ci si rassegna che qualcuno pensi per tutti?

Anche questo. Non ci si rassegna al «pensiero unico».

In altre parole?

Il pensiero unico è la cultura neoliberista, che ci viene trasmessa anche dalla tivù. Finito il comunismo, sembra che parlare di solidarietà e socialità sia parlare ancora di comunismo. Ecco qual è il virus: ritenere che abbia valore solo ciò che è efficiente, che consente i risultati migliori in termini economici.
Di conseguenza il giudizio etico deriva dal consenso sociale, dovuto al successo. Se piaci alla gente, sei nel giusto. Ma scherziamo? Anche Hitler godeva del consenso sociale e piaceva!
Il papa, all’Accademia delle Scienze, ragiona così: l’etica non può legittimare un sistema sociopolitico; essa richiede che i sistemi si adattino ai problemi dell’uomo, non viceversa.
In Italia, per venire incontro ai problemi dell’uomo – si dice ancora -, tutte le pensioni sono state elevate a un milione di lire.
Ma per fare questo, è stato tolto il sostegno alle regioni, mentre sta per nascere la sanità regionale. Pertanto, se una regione non ha soldi, che medicine dà ai suoi abitanti? Inoltre, mentre un anno fa le famiglie che faticavano ad arrivare a fine mese erano il 38%, oggi sono il 51%.

Qui nasce il problema del «bene comune». La vera etica non può ignorarlo.

Ma è proprio il bene comune che viene stravolto dal pensiero unico. Si ritiene che il bene comune sia la somma dei beni individuali… dove ognuno si arrangia. Questo è individualismo puro.
Esempio: io ho 100 pecore. Quando avrò raggiunto il bene comune del gregge? Quando ogni pecora avrà brucato la sua erba e avrà la pancia piena. Ma il bene comune non è questo! Si è dimenticato che, nel gregge, vi può essere un montone, che incoa la pecora debole e mangia per due. Altro che bene comune!
Il bene comune è rappresentato anche da ospedali pubblici che abbisognano di infermiere, da cantieri che richiedono manodopera… E se mancano le braccia?
La domanda rimanda alla «bomba demografica». Il nord del mondo è abitato da un miliardo di persone, che consuma l’83% delle riserve che Dio ha destinato all’intera umanità. Nel sud del mondo abitano 5 miliardi di individui, che sopravvivono con il restante 17% delle risorse… E tu vuoi che ci sia pace tra i due mondi? Cosa faranno, un giorno, i due terzi di questi 5 miliardi di persone che, oggi, hanno solo 15 anni?

Le Nazioni Unite raccomandano alle nostre famiglie di avere almeno due figli…

Intanto nell’Europa del nord la crescita è zero. Mentre, fra 15 anni, quei due terzi di 5 miliardi di persone avranno 30 anni: con la loro forza e le loro idee! Fra una decina d’anni l’Europa avrà bisogno di manodopera, pari a 150 milioni di stranieri. In Italia, dove ce ne sono 1 milione e mezzo, ne occorreranno 10 milioni.
I problemi non mancano quando si parla di extracomunitari. Si pensi alla Francia: che pasticcio con il chador delle musulmane! In ogni caso le difficoltà si risolvono insieme.

Anche l’Italia è divenuta multiculturale e multireligiosa, dove non ci dovrebbero essere culture e religioni di serie A e serie B. O è una pia illusione?

No, è solo giustizia, oltre che realismo. Le culture e le religioni devono dialogare. Per iniziare il dialogo, partiamo (almeno noi cattolici) da ciò che ha detto il Concilio ecumenico Vaticano ii: ci sono elementi di verità anche fuori della nostra chiesa (Lumen gentium, 8); le religioni non cristiane riflettono raggi di verità che illuminano tutti gli uomini (Nostra aetate, 2); si trovano verità anche presso quei non credenti che coltivano altri valori umani, perché non ne conoscono ancora la sorgente (Gaudium et spes, 92). Il coraggio del Concilio è dire: noi siamo portatori della verità, perché il Signore ci ha fatto conoscere tutto ciò che è necessario alla salvezza; però nella chiesa non ci sono tutte le verità.

Lei, padre Sorge, in una conferenza ai missionari della Consolata, ha dichiarato: «Il vangelo non è stato scritto solo per quelli che hanno la fede».

Sì, perché il vangelo contiene la risposta agli ultimi interrogativi che ogni uomo si porta dentro. Per me, in tanti anni di lavoro culturale, è stata un’esperienza impressionante vedere come la cultura laica rispetti il vangelo; non solo, ma trovi in esso la risposta ad alcuni interrogativi, anche senza la fede. È chiaro che, se uno crede che Gesù è figlio di Dio ed è l’unico salvatore, cambia molto.

Però il vangelo produce anche cultura, e non sempre la cultura è vangelo.

Il rapporto tra fede, cultura e storia è centrale nella nuova evangelizzazione. Se la rivelazione non si serve della cultura, il messaggio rimane muto. La cultura nasce e cambia con la storia e la geografia. La fede no: essa nasce dall’obbedienza a Dio che si rivela; quindi non dipende da eventi umani. Tuttavia fede e cultura, pur essendo diverse (e guai se si identificano), non prescindono l’una dall’altra. Quindi l’inculturazione del messaggio cristiano, di cui tanto si parla, è questione di vita o di morte per l’evangelizzazione. Non si tratta di battezzare le culture, ma di assumerle in ciò che hanno di vero. Una cultura lontana dal cristianesimo può insegnare a capire il vangelo stesso.
Questo è dialogo.

Come dialogare con l’islam?

La domanda è secca, e me l’aspettavo… Se noi crediamo di essere portatori di una Parola non nostra, ma di Dio; se la Parola è luce e dà luce… perché temere di dialogare con ciò che può sembrare oscuro? È mai successo che un raggio di luce, attraversando il buio, si sia spento? O, piuttosto, non è forse la luce che rischiara la tenebra? Un po’ di coraggio apostolico dobbiamo averlo!
Uso un’altra immagine: quella dei raggi della ruota. I raggi non formano un’unità, anzi non si incontrano mai: sono disparati e vanno in direzioni diverse. Questo è evidente alla circonferenza della ruota. Però, se si guarda al centro della ruota, da dove partono tutti i raggi, l’unità è inscindibile… Papa Giovanni ci ha detto: partiamo da ciò che ci unisce.
Sia chiaro che il dialogo non è passatempo, moda, pubblicità. Il dialogo è fatica e diventa efficace specialmente quando si è «sale», «lievito», non «massa».

Nel vero dialogo si può scegliere l’interlocutore?

Direi di no. Il dialogo è come l’evangelizzazione: non deve escludere nessuno. Ci è richiesto di compiere la missione ad gentes anche in Italia fra gli emigrati. Pur con rispetto verso le loro culture e religioni, dobbiamo essere capaci di testimoniare il vangelo anche a loro. E, se piace al Signore ed essi lo desiderano, annunziare loro la benedizione di Dio, promessa ad Abramo e a tutti i popoli. Non dimentichiamo che Gesù è morto e risorto anche per i musulmani. Però c’è un guaio…

Quale guaio?

Noi viviamo «come se il vangelo fosse vero». Invece «è» vero. Si sentono prediche sul messaggio di Gesù Cristo, sull’esistenza di Dio come se «fosse» vero… Dov’è la profezia? Noi parliamo perché abbiamo studiato. Forse non abbiamo ancora raggiunto quella maturità che è «la trasformazione in Gesù». Noi siamo chiamati ad essere Lui.

Chi è? Bartolomeo Sorge

Nato a Rio Marina (LI) nel 1929. Gesuita, docente di Dottrina sociale, direttore di Aggioamenti Sociali e di Popoli.

Direttore de La Civiltà Cattolica dal 1973 al 1985. Dal 1986 al 1997 è direttore dell’Istituto di formazione politica «Pedro Arrupe» di Palermo. Dal 1998 opera quale superiore dei gesuiti nella residenza di San Fedele a Milano.
Conferenziere, giornalista, saggista, scrittore.

Tra le sue pubblicazioni:
Le scelte e le tesi dei cristiani per il socialismo, Torino-Leumann 1974; Capitalismo, scelta di classe e socialismo, Roma 1976;
La ricomposizione dell’area cattolica in Italia, Roma 1979; Il dibattito sulla ricomposizione dell’area cattolica, Roma 1981; Uscire dal tempio, Genova 1989; Cattolici e politica, Roma 1991; L’Italia che verrà, Casale Monferrato 1992 – Bur supersaggi Rizzoli, 1992; I cattolici e l’Italia che verrà, Casale Monferrato 1993 – Oscar bestseller Mondadori 1993; Per una civiltà dell’Amore. La proposta sociale della Chiesa, Brescia 1996 (traduzione in portoghese, spagnolo e polacco).
Per Missioni Consolata, settembre 2002, ha scritto: «Il missionario fa politica. Ma come?».

L’IRAQ COME PALERMO

Il fenomeno della globalizzazione si realizza nel bene e nel male: quindi si globalizzano i rapporti fra ricchi, le comunicazioni tra poveri, la giustizia, il diritto… Si pensi, ad esempio, al diritto internazionale. Nel gennaio 2003 è nata la Corte penale internazionale, che rivoluziona il mondo.
Fino a ieri si diceva: ciò che avviene nei confini nazionali sono affari interni e nessuno ci può mettere le mani. Oggi non più: c’è una coscienza nuova.
Se un criminale ha commesso un delitto contro l’umanità, ne deve rispondere alla comunità internazionale. Se Milosevich ha compiuto dei genocidi nell’ex Jugoslavia, la Corte penale internazionale può intervenire e portarlo davanti al tribunale. Infatti i crimini contro l’umanità non vanno in prescrizione, anche se commessi molto tempo fa. Però alcune importanti nazioni (Russia, Cina, Israele) non hanno accettato la nuova regola. C’è da augurarsi che la coscienza maturi.
Quella donna musulmana, Amina, che doveva essere lapidata viva, perché non è stata uccisa? Perché, grazie alla globalizzazione, da tutte le parti del mondo sono arrivati, via internet, milioni di messaggi come questo: «Non uccidere Amina». Questo è un altro esempio di globalizzazione positiva, che favorisce la vita, che porta la giustizia.

Anche il terrorismo può globalizzarsi. E questa è una grave minaccia che pesa sull’umanità. Noi, prima dell’11 settembre 2001, non l’avevamo capito. Pensando alla violenza nel Medio Oriente, dicevamo: «È solo un terrorismo locale, con palestinesi e israeliani che si combattono». Non avevamo capito che il terrorismo è ormai globalizzato. Ed è un fenomeno senza volto. Non ha volto in Afghanistan, in Iraq.
Ma è una follia pretendere di vincere il terrorismo con la guerra. Esso è un fenomeno anche culturale, con radici disseminate in tutto il mondo: per esempio, nei campi-profughi, dove un povero palestinese (pur essendo la sua terra) nasce, cresce e muore. Allora i kamikaze, che uccidono se stessi per uccidere altri, diventano una forma di sublimazione. «Così mi rendo utile alla causa comune» ragiona il kamikaze suicida e omicida.
Quando ho sentito i rumori di guerra per sconfiggere il terrorismo internazionale, mi è stato spontaneo pensare alla mafia a Palermo, dove ho lavorato 11 anni guardandola in faccia. Mi è venuto istintivo questo paragone: bombardare l’Iraq per vincere il terrorismo internazionale, sarebbe come bombardare Palermo per sconfiggere la mafia… Quando tu avrai bombardato Palermo, la mafia starà meglio di prima, perché il fenomeno non è bellico, ma culturale, pseudoreligioso, fondamentalista…

Oggigiorno, se piglia fuoco la terra in un angolo, tutto il mondo è coinvolto… Giovanni Paolo II, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, già nel 1987 proponeva una soluzione, scrivendo: «Nel mondo diviso e sconvolto da ogni tipo di conflitti, si fa strada una radicale interdipendenza e, per conseguenza, la necessità di una solidarietà che l’assuma e la traduca sul piano morale» (26). Ecco la nuova questione sociale.
Bartolomeo Sorge
(da una conferenza ai missionari della Consolata, Torino 10 febbraio, 2004) •

Francesco Beardi