Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

La croce dell’Islam fondamentalista

Anche l’islam fondamentalista ha imparato a fare la croce. Ma è un segno di maledizione e sterminio.
In un tour attraverso l’Africa sono passato a Khartoum, in Sudan, paese dominato dall’integralismo islamico. Paese dove si discute il trattato di pace, dominato dai musulmani del nord, che volevano dare al sud cristiano, che poggia sul petrolio, il 15% dei proventi: il fatto che sia stato firmato il 50/50 è già positivo.
Con amici ho potuto vedere ciò che grida vendetta al cospetto di Dio: i campi profughi intorno a Khartoum; una guerra che dura da 20 anni e ha fatto oltre 2 milioni di morti e obbligato 4 milioni di persone a lasciare il loro verde e fruttuoso villaggio al sud, la loro capanna con gli animali e, su camion da bestiame o con marce forzate di 800 km, portati e buttati come animali da macello nella sabbia rovente intorno alla capitale dove manca tutto.
Per il cibo devono dipendere dalle organizzazioni umanitarie; mancano pozzi e l’acqua viene trasportata con gli asini e venduta in taniche; medicinali e medici sono un sogno.
Nel 2003, mi diceva un’amica, per 2 mesi la temperatura non è mai scesa sotto i 55° e una mosca, come le nostre, a questo calore, diventa velenosa e una sua puntura scava fino all’osso e lacera per 6 mesi.

M a è ciò che ho visto al campo di Geberona (700.000 profughi) che mi spinge a farmi voce di chi non ha voce.
L’Esodo parla dell’angelo sterminatore che risparmiava le case segnate col sangue dell’agnello. A Geberona, invece, ho visto lo sterminio dei poveri più poveri: una spianata di catapecchie, che la gente, in diversi anni e con infiniti sforzi e sacrifici, era riuscita a costruirsi con le proprie mani.
Con la scusa del futuro sviluppo della città, un grosso bulldozer opera la distruzione: vengono date 24 ore per sloggiare e prendere il nulla che hanno e poi le case segnate con una croce bianca vengono rase al suolo, e quella povera gente deve ricominciare da capo.
Ho pensato a un’altra croce, quella uncinata: stessa persecuzione, stessa crudeltà, stessa logica di morte.
Mi ha colpito la dignità di quei fratelli calpestati.
I miei amici cercano di aiutare i giovani dei campi profughi, offrendo loro il trasporto, un pasto (l’unico al giorno), l’istruzione e l’apprendimento di un mestiere. E un loro fratello fa da ponte per gli aiuti umanitari e la realizzazione di progetti per una preparazione adeguata e modea.
Sentivo il bisogno di far sapere tali atrocità, affinché nessuno possa dire: «Io non lo sapevo!».
Il popolo sudanese, il musulmano comune è buono, rispettoso e cortese. Il veleno del fanatismo è morte. Uno dei miei amici ha sognato, una notte, che stava difendendo gli agnelli, attaccati da lupi ringhiosi e decisi a sbranarli.
Sta costruendo la pace.
Sudan, sia pace su di te!
John

John