DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Caro genitore, caro soldato

L’ articolo di Paola Bizzarri sui bambini-soldato (Missioni Consolata, ottobre/novembre 2003) mi ha suscitato la seguente riflessione.
Anche nei paesi supersviluppati esistono meccanismi molto subdoli. Pertanto succede che, invece di lavorare e guadagnare in conformità alle istanze evangeliche della pace e nonviolenza, alcuni ragazzi (ma anche ragazze), col pieno consenso dei genitori, cedono all’idea che la carriera militare sia il migliore antidoto e la migliore prevenzione contro le malattie chiamate «stress da disoccupazione, precarietà permanente, flessibilità acuta, decontribuzione cronica, postumi da Co.Co.Co., Legge Biagi», ecc.
Ebbene: credo che sia arrivato il momento di dire a questi poco più che bambini (e soprattutto ai loro familiari) che, dicendo sì al servizio militare, si dice sì ad un sistema di ingiustizie, sperequazioni e prevaricazioni. Lungi dal contribuire a creare un’Italia più credibile, un’Europa più forte e un mondo più democratico, si collabora con forze maligne (umane e sovrumane), che vogliono la rovina dell’Italia, la disgregazione dell’Europa, lo sfacelo del pianeta.
Molti genitori si sono amaramente pentiti di essersi lasciati abbindolare dalla propaganda militarista e dalla vergognosa retorica sull’«amore di patria», sul soldato italiano, inglese o americano «costruttore di pace» e sulle guerre giuste.
Non mi riferisco solo ai genitori di giovanissimi militi, morti negli scontri a fuoco con i nemici o vittime di attentati-kamikaze, ma anche ai genitori di ragazzi deceduti dopo avere subito atti di nonnismo nelle caserme, a quelli caduti sotto il cosiddetto «fuoco amico», a quelli di reclute che hanno pagato a carissimo prezzo le disattenzioni e il pressapochismo dei superiori. Mi riferisco ai genitori che i figli li hanno persi per colpa di leucemie e patologie, contratte per esposizione all’uranio contenuto nelle cluster-bombs, nei missili e in altri ordigni usati nelle tanto osannate «missioni di pace».
C aro giovane e caro genitore, la «patria» che ti chiede di legare la storia della tua famiglia a quella delle forze armate è la stessa patria che, poi, ti abbandona quando rimani ferito, menomato, irradiato… oppure quando perdi il figlio, la figlia, il marito, il fidanzato. È la patria «welfare dei nababbi», che tratta i poveri come se fossero ricchi e i ricchi come se fossero poveri (vedi le ultime leggi finanziarie, il progetto di riforma delle pensioni, la legge sul falso in bilancio che crea il terreno ideale per nuovi mostruosi crack, come quello della Parmalat).
È la patria che indennizza con 11 milioni di lire il giovane poliziotto, rimasto paralizzato dopo essere stato colpito a tradimento da malviventi, e con 6,13 miliardi il suo coetaneo dentista, che riporta lesioni a una mano dopo un incidente stradale.
È la patria che applaude e appoggia Bush nella guerra contro l’Iraq, perché Saddam Hussein rifiuta di consegnare il suo arsenale di armi chimiche, ma poi, coi suoi ministri Martino, Marzano, Pisanu, Tremonti e Frattini decide di dotare il suo esercito di materiali d’armamento «atti a determinare danni alle popolazioni o agli animali, a degradare materiali o a danneggiare le colture e l’ambiente…» (Decreto del 13 giugno 2003, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 25 luglio 2003).
Caro genitore e caro aspirante soldato, per riportare una patria così sulla retta via, è indispensabile una serena ma ferma obiezione di coscienza: obiezione all’uniforme, alle spese militari, all’operato dei piani piramidali ecclesiali (piani alti, indubbiamente; ma non sempre stare in alto tra gli uomini significa essere più vicini a Dio!), che partecipano all’attuazione delle politiche imperialiste e guerrafondaie.
Si pensi alle diocesi militari e ai loro «vescovi-generali», che inviano cappellani militari al seguito dei marines e dei loro alleati…

È un intervento provocatorio, che sottoponiamo al giudizio dei lettori.
Sul tema complesso della nonviolenza, si veda anche l’articolo «Giù il mitra, signore!» in questo stesso numero della rivista.

Lettera firmata