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BOLIVIA – “Che fatica essere boliviani”

Con l’Argentina e Venezuela, la Bolivia è nell’occhio del «ciclone latinoamericano»; ma con differenze sostanziali: per esempio, non ha un accesso al mare.
La povertà si tocca con mano. Povero anche democraticamente, specialmente se si vive sotto tutela. E si muta governo ad ogni batter di ciglio.

All’inizio del nuovo millennio le nazioni che possono essere definite «democrazie» sono 86 su 193. Se un sistema politico è democratico allorché garantisce partecipazione alle decisioni e pluralismo politico, la Bolivia è un paese che può e vuole definirsi tale. Ma ha sofferto a lungo (e ancora soffre) per tale conquista.
Della Bolivia ci ha parlato Mauro Bertero Gutiérrez (*), stimolato da alcune domande e considerazioni.
STORIA POLITICA TORMENTATA
«Con il presidente Heán Siles Zuazo, 20 anni fa – ricorda il dottor Bertero -, siamo tornati alla democrazia. In una lunga storia repubblicana, caratterizzata da frequenti golpe di stato (oltre 170 presidenti in circa 150 anni), la Bolivia ha subìto gravi perdite territoriali nelle guerre coi vicini. Nella guerra contro il Cile (1879) la perdita vitale dell’accesso al mare: il Litoral marítimo, ancora oggi rivendicato (per questo le relazioni diplomatiche tra Bolivia e Cile si limitano a rappresentanze consolari e non di ambasciata); nel 1904 la cessione al Brasile dell’Acre, ricco di caucciù; nel 1933 il Chaco nel conflitto con il Paraguay. Complessivamente i territori perduti ammontano a circa 1 milione di kmq».
La mancanza di una via diretta al mare ha segnato i destini della Bolivia sia in senso commerciale, sia limitando l’immigrazione, specie verso l’Europa. La Bolivia annovera una numerosa popolazione indigena, che supera il 57% degli abitanti.
Dottor Bertero, che cosa è successo nella struttura politica boliviana dal 1982 ad oggi?
«Per capire, bisogna risalire alla rivoluzione nazionale del 1952, paragonabile a quella del 1900 in Messico e a quella cubana alla fine degli anni ’50. La rivoluzione boliviana poggiava su tre pilastri: voto universale (prima del 1952 indigeni e donne non votavano: ndr), riforma agraria e nazionalizzazioni.
Sono seguiti 12 anni di governo rivoluzionario con il cambiamento della Costituzione nel 1964 e un colpo di stato».
«Nel 1969-70 si sono avuti vari governi, sino al colpo di stato che ha portato al potere il generale Juan José Torres, di sinistra, ma che ha governato pochi mesi, perché destituito dal colonnello Hugo Banzer Suárez. Questi ha stretto forti legami con gli Stati Uniti e ha instaurato una rigida dittatura, tentando di rilanciare lo sviluppo economico, a spese però delle masse popolari, sollevando un’ondata di agitazioni che ne hanno determinato l’isolamento del paese».
E dopo questo evento?
«Nel 1978 c’è stata la pressione statunitense di Jimmy Carter e, sino al 1982, si sono succeduti sei governi di transizione, in seguito ai quali è ritornata la democrazia con Heán Siles Zuazo, che sosteneva: È necessario che questa terra continui ad essere la terra di uomini liberi! Il suo governo ha tentato invano di varare misure anticrisi, suscitando il malcontento delle masse popolari; ha rinunciato al suo mandato un anno prima della scadenza, per consentire nuove elezioni e stabilizzare l’economia con un nuovo governo».
«Nel 1985 è tornato al potere Victor Paz Estenssoro, leader del Mnr, che ha affrontato con qualche successo il riordino della finanza statale; più difficile si è rivelata la lotta alla corruzione e narcotraffico, divenuto una piaga nazionale».
Fino al 1982 in Bolivia i partiti politici sono stati un segno di speranza, mentre oggi sono forse la sommatoria di tutti i mali. Fino al 1982 c’è stata la possibilità di costruire una vera democrazia; ma in questi ultimi anni la situazione è diventata cruciale a causa di una politica «tradizionalista», per molti versi mal gestita e ingannevole. Dal 1952 al 1985 la Bolivia è passata dal capitalismo di stato a un’economia neoliberista.
È così, dottor Bertero?
«Dissento da tale modello, perché l’unica cosa che si è fatta nel 1985 è stata la stabilizzazione economica, con un modello rispondente alla disciplina fiscale: limitare le uscite rispetto alle entrate. Oggi ci ripetiamo le stesse domande: qual è il mezzo migliore per generare più crescita economica? Come trovare una più razionale ed equa distribuzione delle entrate? Come proteggere l’economia nazionale nei cicli critici dell’economia mondiale?».
Oggi in Bolivia l’indice di povertà è del 70% (34% in città): 7 individui su 10 non si alimentano a sufficienza. Sorge spontanea la domanda:
si può essere così «conservatori», senza recare insulto alla dignità di un essere umano?
«Ciò dipende da una falsa democrazia, che è solo rappresentativa e non partecipativa. Bisogna cambiare. Occorre rimpiazzare un modello economico che, finora, ha creato opportunità solo per pochi e ha lasciato ai margini una grandissima parte della popolazione. La società civile non si accontenta di essere rappresentata; vuole partecipare attivamente a proposte e soluzioni, rigettando ogni intermediazione».
FUGA DEL PRESIDENTE

Nell’ottobre 2003 si è dimesso il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Aveva già governato dal 1993 al 1997, instaurando la capitalizzazione dello stato e facendo regredire tutto ciò che si era ottenuto dal 1952. Ritornato al potere nel 2002, non ha dato alcuna risposta positiva alle istanze del popolo, che chiedeva: Assemblea nazionale costituente, referendum sulla politica energetica di esportazione del gas (contro la legge sugli idrocarburi), l’annullamento della legge sul mercato della terra e la fine della libera contrattazione, la ridistribuzione della terra, il rispetto dei diritti sociali dei lavoratori e della proprietà comune originaria, la riattivazione dell’apparato produttivo nazionale, rigettando il libero commercio dell’Alca (Area di libero commercio delle Americhe), voluto dagli Stati Uniti.
Sanchez de Lozada è fuggito sottraendosi al giudizio-accusa di genocidio: 140 sono stati i morti durante le sommosse popolari di ottobre 2003. La gente è insorta in difesa della democrazia e delle risorse naturali del paese.
E commenta Bertero: «Noi crediamo molto nel governo, presieduto oggi da Carlos Mesa Gisbert, noto scrittore e profondo conoscitore della storia e cultura del paese. Egli è deciso a riportare l’ordine attraverso due strade: un referendum vincolante per l’Assemblea nazionale costituente e un governo senza partiti politici».
Poche risorse
molte necessità
Dottor Bertero, Washington non vede bene il nuovo presidente, e questo potrebbe far ritornare, come ai tempi della dittatura, la legge marziale. Cosa ne pensa?
«Certo, il governo di Washington ha avuto un ruolo nella crisi. Ma vi hanno contribuito anche alcuni nostri interventi, in quanto si prevedeva il rischio che a Sanchez de Lozada subentrasse Evo Morales, un leader dell’opposizione (rappresenta i coltivatori di coca nel Chapare, ndr). Secondo la Costituzione boliviana, se si dimette il presidente, gli subentra il vice presidente, evento che si è appunto verificato».
Il nuovo presidente ha riconosciuto la gravità della crisi, definendola strutturale, fonte di ribellioni, perché esclude i popoli indigeni. Sarà possibile riscrivere il contratto sociale e rifondare la nazione?
«La rifondazione è urgente. Carlos Mesa ha già dimostrato la sua sensibilità nella crisi politica che la Bolivia sta vivendo: per questo ha chiesto al Congresso di fare un governo senza partiti politici, riducendo la notevole pressione. Inoltre ha lanciato importanti messaggi, dimostrando di essere vincolato ad una società che domanda di partecipare alla vita democratica reale».
Ciò che preoccupa maggiormente Washington è l’Assemblea costituente, che potrebbe portare la Bolivia a una soluzione «alla venezuelana». È un timore fondato?
«Tutti i boliviani devono capire che bisogna favorire il cambio e non essere “conservatori”: non si può continuare a vivere in una democrazia basata sulla povertà. Abbiamo bisogno di cambiamenti strutturali: chi ha troppi privilegi deve rinunciarvi in parte, per una più equa ridistribuzione di beni e servizi».
Però, è impossibile un passo avanti, senza incidere nella politica latifondista in mano a poche famiglie? È possibile un’apertura in favore della collettività meno abbiente?
«Al riguardo c’è già un processo, iniziato qualche anno fa. Se un latifondista ha 100 mila ettari e li fa produrre, creando 2 mila impieghi, egli compie una funzione sociale ed economica. Invece preoccupa chi ha molte terre e non produce per il bene comune. Credo che sia possibile ridistribuire le risorse e, nel contempo, far capire alla gente che la terra bisogna lavorarla: con la riforma agraria del 1952, a ogni contadino si sono distribuite terre, ma non assistenza tecnica, credito agricolo… È indispensabile, per così dire, democratizzare lo sviluppo sia politico che economico».
Sarà possibile, con una democrazia più partecipata, la rifondazione istituzionale per un nuovo patto sociale?
«I partiti politici tradizionali vogliono che Carlos Mesa finisca il mandato nel 2007; capi dell’opposizione, invece, Evo Morales e Felipe Quispe, vogliono elezioni immediate, perché credono di vincerle. Mesa ha parlato di governo di transizione di almeno un anno. Ma i problemi non sono stati risolti con il cambio del presidente, a partire da quelli strutturali dell’intera economia».
Forse la Bolivia non sarà più la stessa, soprattutto per le troppe ferite subite in passato e di recente: lei è più ottimista?
«Il fallimento del processo rivoluzionario è dipeso dal non avere creato le condizioni per una identità nazionale: la vera sfida della Bolivia è «cominciare a essere Bolivia». Al nostro interno ci sono regioni che credono di avere la prevalenza sull’unità nazionale; per questo si teme la federazione. La sfida, quindi, è credere in uno stato in cui potersi identificare e che non può escludere lo sviluppo umano.
Personalmente sono ottimista: si può e si deve cambiare la pseudo democrazia in vera democrazia. Un cambiamento che deve avvenire attraverso l’istituzione di un governo capace di amministrare bene poche risorse per molte necessità. Ossia: privilegiare lo sviluppo umano e le necessità di chi ha meno». •

(*) Mauro Bertero Gutiérrez, 45 anni, boliviano di origine piemontese.
Dal 1985 al 1989 presidente della Banca Nazionale di Agricoltura e, dal 1989 al 1992, ministro dell’Agricoltura. Portavoce del presidente nel 1997 e poi ministro dell’Informazione. Oggi è segretario del partito «Azione democratica nazionalista». Si è laureato in Economia in Brasile e ha conseguito il «Ph.D.» in Scienze economiche alla Coell University di Ithaca, New York.

L’articolista ringrazia Domenico Bertero Gutiérrez, Console generale di Bolivia a Torino dal 1991, per avergli dato l’occasione di intervistare il fratello Mauro.

Eesto Bodini