Leali, corretti, cordiali

Leali, corretti,
cordiali

Egregio direttore,
sono un’assidua lettrice del vostro giornale e mi complimento con lei e con tutto il suo staff per la grande professionalità con la quale realizzate Missioni Consolata. In questo mondo, dove spesso il giornalismo si assoggetta alle classiche logiche di potere, voi dimostrate in ogni numero di mantenere un comportamento corretto e leale, permettendo quindi a noi, lettori, di formarci un’idea e un’opinione oggettiva su molti fatti che accadono vicini e lontani da noi.
Apprezzo in particolare la sincerità e la schiettezza con le quali compilate i vostri articoli, riuscendo comunque e mantenere sempre un tono pacato e cordiale anche nei confronti di idee diverse.

Gli apprezzamenti sono sempre graditi. Però, forse, commentiamo meglio le lettere che ci criticano che quelle che ci lodano

Anna Avanzi




Gli angeli di pietra sono stanchi

GLI ANGELI DI PIETRA
SONO STANCHI

Messaggio alle comunità cristiane
nel mondo
G li angeli di pietra sono stanchi. Da 2.000 anni attendono i coloni cristiani a Gerusalemme… I coloni cristiani partirono a migliaia verso la Palestina per pulirla del sangue e distruggere le leggi dell’odio.
Finalmente i crociati della pace cammineranno sopra dune d’acqua per abbracciare il Cristo ferito, mille volte deriso, calpestato dalle armi: a Gerusalemme, Nazaret, Betlemme.
Quanti verrete, coloni, tra un miliardo di cristiani? Tutti i cristiani della terra. Tutti i cristiani uniti a difendere un popolo costretto alla morte e un altro costretto alla guerra.
Gli angeli di pietra piangono Gerusalemme. Gerusalemme di tutti i popoli, Gerusalemme di tutti gli dei e di un solo Dio. Gerusalemme del Monte degli Ulivi e del Golgota, dove sei?
La Pasqua non è più ebraica e non è cristiana, finché un’arma schiaccia la colomba della pace: la vita di una ragazza o di un giornalista cosa contano in terra di Palestina? Rabin è morto per la pace. Quante volte è stato ucciso Rabin!
Israele vedrà i granelli del deserto farsi uomini-scudo contro le stragi perpetue. Israele, città del Messia ucciso, risorto e che verrà.
Israele, è tempo di perdono: è tempo che l’Arca rapisca i malvagi della tua terra, perché chi attende preghi al muro del pianto, chi spera nel Risorto s’incammini premuroso per le vie dei miracoli e raggiunga le acque del Giordano.
Allora gli apostoli e i bimbi di Gesù ritoeranno a frotte, non da macerie e sangue, ma da case e orti profumati. Cristiana

Cristiana




Missione da sfogliare

L a parrocchia è stato l’oggetto privilegiato dell’assemblea straordinaria della Conferenza episcopale italiana (Cei), svoltasi ad Assisi alla fine del novembre scorso. Oltre a rilevae difficoltà e problemi, a ribadie importanza e ruolo, i vescovi ne hanno delineato «il volto missionario», convinti che la «connotazione missionaria può aiutare la parrocchia a superare il rischio dell’autoreferenzialità, come pure di configurarsi come stazione di servizio».
Il riferimento alla missionarietà deriva dal programma tracciato nel documento Cei: «Comunicare il vangelo in un mondo che cambia», in cui sono stati indicati gli orientamenti pastorali per il decennio 2001-2012. In esso si invita la chiesa ad «allargare il nostro sguardo… alla vera e propria missione ad gentes, paradigma dell’evangelizzazione»; a «non leggerà più l’impegno dell’evangelizzazione del mondo come riservato a “specialisti”, quali potrebbero essere i missionari, ma lo sentirà come proprio di tutta la comunità. L’allargamento dello sguardo verso un orizzonte planetario, compiuto riaprendo il “libro delle missioni”, aiuterà le nostre comunità a non chiudersi nel “qui e ora” della loro situazione peculiare e consentirà loro di attingere risorse di speranza e intuizioni apostoliche nuove guardando a realtà spesso più povere materialmente, ma nient’affatto tali a livello spirituale e pastorale» (46).

P er «dare concretezza alle decisioni indicate… per imprimere un dinamismo missionario» alle singole comunità cristiane, è in corso la preparazione del «Convegno missionario nazionale», che si terrà a Montesilvano (Pescara) dal 27 al 30 settembre 2004 ed ha come tema «Comunione e corresponsabilità per la missione».
Organizzato dall’Ufficio nazionale per la cooperazione tra le chiese, il convegno ha alcuni obiettivi molto importanti, spiega mons. Giuseppe Andreozzi, direttore dello stesso Ufficio:
– aiutare la comunità cristiana, e in particolare la comunità parrocchiale, a prendere coscienza che si deve aprire all’universalità, assumendo come paradigma della propria attività pastorale la missio ad gentes;
– superare il preconcetto che il compito missionario sia solo per «addetti ai lavori»;
– proporre nuove forme di evangelizzazione, perché tutta la comunità possa sentirsi missionaria;
– individuare e sostenere occasioni e strumenti di lavoro che concorrono a definire e qualificare l’apertura ad gentes della comunità cristiana.

T ale apertura non è a senso unico. Sfogliando «il libro delle missioni» le parrocchie italiane possono trovare risposte alle sfide che fanno anche dell’Italia una «terra di missione». Le comunità cristiane in Africa, Asia e America Latina hanno molto da insegnare in fatto di freschezza di fede vissuta, gioia delle celebrazioni, testimonianza fino all’eroismo e, soprattutto, ricchezza di ministeri laicali .
Una delle mete del documento Cei per il decennio in corso riguarda proprio «l’impegno dei fedeli laici alla testimonianza evangelica, all’assunzione di nuove forme ministeriali» (67). Soprattutto in questo campo «il libro delle missioni» può essere di stimolo e di esempio per valorizzare il ruolo dei laici, uomini e donne, trasformare la parrocchia in una «chiesa ministeriale», ancora tutta da inventare, senza scivolare in una ennesima «clericalizzazione».

Benedetto Bellesi




Non servono i muri…

Il papa ha criticato il muro di Sharon. L’Unione europea pure. Addirittura Bush pare non gradirlo. Eppure, a contestare pubblicamente Israele si rischia di…

Mentre scrivo queste note per "Missioni Consolata" il luogo comune più in vista è costituito dall’equiparazione, ormai divenuta quasi automatica, tra una qualsiasi espressione di critica verso lo stato d’Israele e la sua politica, da un lato e l’antisemitismo dall’altro. Dunque è quasi obbligatorio ragionarci sopra, anche se è un tema straordinariamente difficile e – lo confesso – lo affronto con un certo disagio, ben sapendo che ogni virgola fuori posto sarà usata immediatamente per affibbiare anche a me l’epiteto di «antisemita». Ma ci provo, facendomi scudo del… papa.
Giovanni Paolo II ha detto a Sharon che «non servono muri, servono ponti» (1). Sharon sta costruendo un muro che, letteralmente, ruba territori ai palestinesi e, come ha detto anche il cardinale Sodano, trasforma lo stato palestinese in una gruviera. Antisemita anche lui? Anche quando dice che bisogna collocare una forza d’interposizione tra israeliani e palestinesi, che tenga a freno gli uni e gli altri?
Ma il presidente Bush e Ariel Sharon non ne vogliono sapere. Eppure prova a dire o a scrivere una cosa del genere e immediatamente sarai tacciato di voler attentare alla sicurezza degli ebrei. E perfino le parole del papa, che ha già chiesto perdono per il passato, che è andato laggiù a pregare sul muro del pianto, sono messe in un angolo, quando non ignorate dai giornali e dai telegiornali.

Lo scorso novembre quattro ex capi del servizio segreto israeliano, lo Shinbeth, hanno pubblicato un documento congiunto in cui criticano severamente Ariel Sharon per aver puntato esclusivamente sulla guerra, sulla violenza contro i palestinesi, per il suo rifiuto ostinato di abbandonare gl’insediamenti dei coloni nei territori che il processo di pace aveva già assegnato ai palestinesi. Il New York Times mette la notizia in prima pagina, ma i giornali italiani o ne tacciono, o la relegano in luoghi invisibili. I telegiornali italiani, tutti, senza eccezione alcuna, la ignorano.
Qualche giorno prima l’Unione europea aveva pubblicato un sondaggio (su 7.500 cittadini europei, distribuiti uniformemente) (2) in base al quale – scrissero tutti i giornali tra grida di scandalo e accuse di antisemitismo – la politica dello stato d’Israele rappresenta, per il 59% degli europei, la maggiore minaccia alla pace mondiale. Quasi tutti i capi partito italiani si mostrarono indignati. Il presidente della Camera, Casini, definì il sondaggio «inopportuno» (non gli era piaciuto il risultato o il sondaggio?). Quasi tutti ignorarono che il sondaggio era composto di 10 domande, solo l’ultima delle quali riguardava Israele (lo stato, non gli ebrei). Le altre 9 erano tutte sulla guerra americana in Iraq e tendevano a scoprire quale fosse l’orientamento dei cittadini d’Europa. Ebbene, dal sondaggio emergeva che la stragrande maggioranza degli europei riteneva la guerra sbagliata, ingiusta, e si attendeva dall’Europa una politica di forte distinzione rispetto a quella degli Stati Uniti.
Si trattava di un’informazione preziosa, per chi avesse voluto mettere mano a una politica estera dell’Europa più rispettosa della volontà dei suoi cittadini. Invece il coro scandalizzato dei commentatori fu rumoroso e scomposto: l’Europa – si chiesero – sta diventando antisemita? Ma che c’entra?
Dovremmo giungere alla conclusione che il 59% degli europei è diventato antisemita? E in Italia anche? C’è qualcuno disposto ad affermare pubblicamente che la maggior parte degl’italiani, che si è pronunciata contro la guerra, è diventata antisemita? Begli amici di Israele per davvero quelli che sostengono questa tesi! Dice il proverbio: dai nemici mi guardi Iddio che dagli amici mi guardo io. È chiaro che non è vero, ma la pressione mediatica guerriera e bugiarda è riuscita a far diventare senso comune un’equazione falsa.
Difendono gli ebrei? Niente affatto. Sono preoccupati di difendere l’imperatore e le sue guerre. E poiché Sharon le sostiene e ne fa parte integrante, ecco invocare a sua difesa il ricordo dell’olocausto, che non c’entra assolutamente niente. Eppure non si può più discutere di queste cose in termini civili. I dibattiti (si fa per dire) televisivi si trasformano in risse non appena si tocca l’argomento Israele. È diventato un tabù. E, ogni volta che qualcuno osa alzare il dito per proporre un distinguo, ecco l’altra accusa, che diventa anch’essa un luogo comune invalicabile: se non sei con Israele non solo sei antisemita, ma sei anche a favore del terrorismo, dei terroristi, di Osama bin Laden e di Saddam Hussein. Tutto in un fascio, per creare la massima confusione nelle menti.

Anche in Iraq, dove sono morti pure 19 italiani (si veda l’ampio servizio su questo stesso numero di MC), vogliono che si veda soltanto il terrorismo islamico. E invece c’è una guerra che non è affatto finita e non è affatto vinta. Dove c’è sicuramente il terrorismo (prima non c’era e ce lo ha portato la guerra americana), ma c’è anche una enorme resistenza popolare all’occupazione. Così i luoghi comuni uccidono, perché, sbagliando e ingannando la gente, si manderanno altri soldati italiani a morire inutilmente e per una causa sbagliata.

Giulietto Chiesa




Troppo facile piangere quando ci fa comodo


È assurdo rispondere al terrorismo con la guerra.

«Qualcuno vuole “uno scontro di civiltà”».

Non è facile trovarlo, ma quando ti risponde ha una voce calda e sicura e soprattutto parole chiare, ancorché concilianti. Padre Giulio Albanese è il vulcanico direttore della Misna, l’agenzia di informazione missionaria che già tanta credibilità si è guadagnata in pochi anni di attività.
Non nasconde la propria preoccupazione: per la guerra, il terrorismo, la pace, il giornalismo asservito o svilito a gossip.
Sulla chiesa rimane cauto e non vuole tornare sulle polemiche che hanno accompagnato l’omelia funebre del cardinale Camillo Ruini, pronunciata durante le esequie di stato per le vittime della strage di Nassiriya. E men che meno vuole commentare i virulenti attacchi subiti da monsignor Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, colpevole di aver detto verità troppo scomode per essere ammesse in pubblico.

Direttore, ci sono stati i morti iracheni, i morti statunitensi ed alla fine anche i morti italiani. Più che dalla giusta pietas il nostro paese è stato travolto da un’ondata di patriottismo non proprio disinteressato...

«Che senso ha questo patriottismo in un’epoca di villaggio globale? Se i confini nazionali sono ormai soltanto virtuali, allora anche la percezione del patriottismo dovrebbe essere cambiata.
Dobbiamo piangere per le sorti del mondo intero e di tante vittime innocenti delle quali spesso neppure sappiamo l’esistenza.
Noi della Misna siamo tra i pochi che danno notizia delle stragi quotidiane che avvengono, ad esempio, nei paesi africani.
Il patriottismo del 2003 dovrebbe avere un respiro globale. Insomma, è troppo facile piangere quando ci fa comodo…».

La guerra fa male e va male. Gli Stati Uniti lasceranno l’Iraq?

«Lo avrebbero lasciato se non ci fossero troppi interessi legati al petrolio e al business della ricostruzione. Certo di sbagli ne hanno fatti, anche dal punto di vista operativo. Tra l’altro, ormai hanno aizzato una guerra intrairachena in quello che prima del loro arrivo era il paese più laico del mondo islamico».

Il presidente Bush sostiene che la guerra in Iraq andava fatta per difendere il mondo dal terrorismo internazionale…

«Combattere il terrorismo con degli eserciti convenzionali? Già questo mi sembra uno sbaglio operativo clamoroso. Detto questo, l’unica lotta lecita è quella fatta attraverso la legge internazionale, l’unica in grado di difendere interessi non particolari».

Ma in un’epoca dominata dall’unilateralismo statunitense non è semplice parlare di diritto internazionale…

«Il papa ha detto che bisognava rispettare il diritto internazionale, che è stato palesemente violato. Questo significa che l’Onu deve tornare a svolgere un ruolo centrale e super partes. Sappiamo tutti che è un’istituzione burocratica, mastodontica, eccessiva, ma nonostante i limiti le Nazioni Unite rappresentano l’unica via d’uscita».

Come spiega il fenomeno del terrorismo?

«Prima di tutto una cosa va detta a voce alta: il terrorismo va condannato comunque, senza se e senza ma. Sempre. È vero che i terroristi trovano terreno fertile dove le situazioni di privazione e ingiustizia sono maggiori. Ma sicuramente essi non combattono per porre fine a ciò, come dimostra il fatto che le vittime delle loro azioni sono quasi sempre gente innocente. In realtà, credo si voglia arrivare al cosiddetto clash of civilizations, lo scontro di civiltà».

Cioè sta dicendo che qualcuno spinge verso questa direzione?

«Sì».

E chi perseguirebbe questo obiettivo?

«Io non posso dirlo, ma le dò un suggerimento. Pensi alla storia italiana e a quanti attori c’erano dietro la stagione del terrorismo negli anni ’70 ed ’80. Ora è su scala globale…».

Mi permetto di tornare alla domanda iniziale alla quale ha preferito non rispondere. Le tematiche della guerra, del terrorismo, della pace continueranno a dividere la chiesa italiana?

«Continuo a non rispondere. Però, un piccolo suggerimento ce l’avrei. Non è un’idea né nuova né originale, ma potrebbe essere qualcosa di positivo. Sto pensando ad un Osservatorio internazionale della chiesa cattolica italiana, formato da personalità religiose e laiche, che studi e valuti le problematiche inteazionali».

Nel suo libro lei è molto critico con il giornalismo italiano. Ora si dice che la guerra e la strage di Nassiriya lo abbiano ucciso…

«Il giornalismo italiano era in crisi già prima della strage di Nassiriya. Prigioniero del provincialismo e del gossip». •

Paolo Moila




Propaganda ad una guerra travestita


Don Tonio, che Italia è uscita dalle commemorazioni per la strage di Nassiriya? Non le sembra che la pietas per i morti sia stata quantomeno messa in secondo piano?

«Abbiamo vissuto momenti di forte ed intensa commozione, ma come sempre, questi sono sentimenti che devono essere compostamente vissuti nell’intimità delle lacrime e non in una sorta di liturgia civile che ricicla parole e simboli vecchi. Se ne è approfittato in maniera sciacalla per far propaganda alla guerra travestita, per riproporre una retorica patriottica che speravamo ormai sepolta. Persino un maresciallo dei carabinieri, confidandosi, mi ha detto che si sentiva molto “usato” e che non vedeva l’ora che la cosa avesse termine! Non sono poi mancati coloro che hanno fatto i conti e i confronti tra bandiere arcobaleno e bandiere tricolore, tra gente in piazza il 15 febbraio e i partecipanti ai funerali… Insomma una brutta pagina in cui, ancora una volta, il ruolo più importante è stato svolto dalle televisioni che hanno fatto leva sui sentimenti e sulle emozioni».

Quella italiana a Nassiriya era tutto fuorché una missione di pace. Ma pare che non si possa dirlo…

«Come Pax Christi lo abbiamo ribadito anche nello stesso giorno dell’attentato. La missione italiana non si svolge nel rispetto del diritto internazionale e si propone accanto ad un esercito che ha occupato militarmente un paese straniero dopo un pesante bombardamento. D’altra parte, se continuiamo a mettere in evidenza il buon rapporto con le popolazioni locali e gli aspetti umani dei carabinieri, significa che sono queste le cose che contano. Sarebbe stato meglio allora essere lì come italiani, ma senza armi, accanto alla gente, per aiutare e sostenere la ricostruzione, per riconciliare le parti… E per la verità c’è chi, anche in queste ore, lo sta facendo ma senza meritare nemmeno una citazione nel telegiornale di mezzanotte».

Sembra che ci siano due chiese cattoliche, ben contrapposte. Quella personificata dal cardinale Ruini e quella del papa e di monsignor Nogaro. È d’accordo?

«Basta leggere i passaggi dell’omelia ai funerali e le prese di posizione dei mesi scorsi del pontefice per rendersene conto! Il problema semmai è che non abbiamo una forte attenzione pastorale sui temi della pace e questo fa sì che un sostegno all’uso della forza, giustificato a partire dalla dottrina sociale o dal vangelo, non scandalizza i cristiani come dovrebbe. Sono altrettanto convinto però che, sia pure a fatica, questa sensibilità sui temi della pace e della nonviolenza vadano diffondendosi all’interno della comunità cristiana».

Il popolo delle bandiere della pace è assediato. Come fare ad uscire allo scoperto per reclamare, ancora più fortemente, le ragioni della pace e l’assurdità della guerra?

«Le bandiere sono una rappresentazione, un simbolo che indicano una realtà più vasta che ha bisogno di un migliore radicamento. Il compito che ci attende è soprattutto di carattere educativo per far crescere nella coscienza della gente il valore della nonviolenza, che è l’unico linguaggio della croce. Dovremmo concentrare gli sforzi per dare priorità a questo compito nella comunità e nella società italiane».

Lei è nella redazione del mensile Mosaico di pace. Da Nassiriya come ne esce il giornalismo italiano?

«Rassegnatamente, succube del punto di vista dei potenti. Se si presentassero le testimonianze di vita di tanti missionari e volontari con la stessa dovizia di particolari e la stessa enfasi mediatica con cui ci sono state raccontate le storie dei morti di Nassiriya… avremmo fatto un servizio vero alla pace soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. Missioni Consolata si è spesa molto per presentare la testimonianza di Carlo Urbani.
Penso a lui, ad Annalena Tonelli, ai tanti che ho conosciuto in questi anni, pur diversi tra loro, ma accomunati dalla vocazione di servire i poveri, la pace, la giustizia. Ecco, stasera pregherò per quei giornalisti che non hanno ancora conosciuto il valore vero che si nasconde in queste persone e non hanno trovato il coraggio di proporlo ai propri lettori».

Paolo Moiola




Con calma e perseveranza…


Per sedare il vespaio che la guerra ha prodotto, ora occorre un intervento internazionale. Anche se prima questo è stato disprezzato.



Monsignor Bettazzi, non le sembra che televisioni e giornali abbiano usato la strage di Nassiriya?


«L’emozione nazionale per la strage di Nassiriya è stata molto grande, sia per la gravità del fatto, sia perché è giunta improvvisa dopo tutte le assicurazioni dei nostri governanti sulla assoluta mancanza di pericolo per i nostri soldati, che anzi erano molto ben voluti dalla popolazione.
Certo che c’è stata una strumentalizzazione nel ripetere che si trattava di spedizione di pace, senza mai nemmeno accennare che si andava a sviluppare le conseguenze di una guerra, per di più illegale, voluta con determinazione ma affrontata con superficialità. Senza appunto valutare il… vespaio che si sarebbe sollevato, per il quale ora si chiede quell’aiuto internazionale che si era prima spregiato».

«Onore ai soldati morti per la pace» così recitava un manifesto di un partito di governo… Dunque, pace è guerra?

«Mi rendo conto che bisognava soprattutto cercare di attutire il dolore delle famiglie delle vittime, esaltando la finalità della spedizione. Essa, tra l’altro, per non pochi, era un rimedio alle manchevolezze d’aiuto che la patria non sa dare a tante categorie, coprendo così le responsabilità dei governanti per decisioni prese con spirito di parte. Ora credo che, a emozioni sopite, bisognerà valutare con obiettività la situazione e chiedere che i responsabili sappiano riconoscere i loro errori e le loro leggerezze, chiedendo che la responsabilità della gestione passi davvero alla comunità internazionale, al di sopra degli interessi di parte».

Ancora una volta, sulla guerra e sulle sue conseguenze sembra che ci siano due chiese cattoliche, ben contrapposte. Quella personificata dal cardinale Ruini e quella del papa e di mons. Nogaro. Che ne pensa lei?

«È ovvio che vi sono diverse sensibilità al di dentro della chiesa; così come era un po’ prevedibile che il card. Ruini, in quell’atmosfera, potesse dire, sia pure con diversa sfumatura, quel che ha detto. Fra l’altro non era scontato che insistesse tanto sul “non odiare”! Forse era preoccupato che, in quel momento, un atteggiamento più… profetico potesse venir visto, più che come allineamento al papa, come allineamento ai settori più avanzati dell’opposizione politica. È risultato per altro evidente che mons. Nogaro (a parte le malevole deformazioni che certa stampa ha voluto dare delle sue parole) non era isolato, anche nella Cei. E credo che anche questo, all’interno della chiesa e della stessa gerarchia, non può non essere avvertito».

Che si può dire al variegato popolo delle bandiere della pace?

«Credo si debba continuare ad insistere, con calma e con perseveranza. La maturazione della coscienza della pace, così evidente nel confronto tra la prima guerra del Golfo e l’attuale, continuerà ad avere un suo sviluppo se tutti continueremo a compiere quanto sta in noi».

Lei ha pubblicato parecchi libri ed è da sempre una persona che scrive. Che ci dice del giornalismo italiano dopo Nassiriya?

«Questa vicenda conferma le preoccupazioni su quanto si è voluto e si sta continuando a compiere per subordinare i mezzi di comunicazione al potere di chi governa. Quand’ero ragazzo mi commossi per la conquista dell’Etiopia e per quella pace di Monaco, ottenuta anche da Mussolini nel 1938, che fu in realtà la premessa della seconda guerra mondiale. Ma allora si sapeva solo quanto e come il governo voleva si sapesse! La libertà e l’oggettività dei mezzi di comunicazione è la condizione indispensabile per un’autentica democrazia».

Paolo Moiola




Vittime di inutile strage

Il 2 agosto 1922 a Pederobba, un paesino della pedemontana di Treviso, veniva inaugurato all’interno della chiesa un altare in ricordo dei 43 morti della prima guerra mondiale.
Il parroco aveva dettato il testo della lapide che diceva così: «Sacro ricordo, tributo di preghiera, di compianto, di amore ai 43 figli di Pederobba caduti vittime di un’inutile strage nella barbara guerra 1915-1918».
Il prefetto di Treviso, allarmato da queste affermazioni, chiese al vescovo di far cancellare sia l’espressione «vittime di inutile strage», sia l’aggettivo «barbara» riferito alla guerra da poco terminata.
Fu mandato un giovane sacerdote che munito di martello e scalpello cancellò dal marmo quelle parole. Il parroco non oppose resistenza, anche se si permise il gesto di non offrire una stanza da letto all’esecutore di tale ordine, che dovette accontentarsi di passare la notte su una sedia.
Poi aprì il registro dei battesimi e vi scrisse quanto segue: «Il 2 agosto 1922 fu benedetto ed inaugurato il ricordo-altare pei nostri caduti nella guerra 1915/18. (…) Fu celebrata una solenne ufficiatura con grande concorso di popolo; non si volle invitare alcuna rappresentanza civile né militare, per non profanare la serietà della cerimonia con manifestazioni di falso patriottismo che non è sentito dal nostro popolo. Sul monumento venne scolpita la iscrizione seguente … (fa seguito il testo sopra riportato)… La raschiatura delle parole operata sul monumento venne fatta per ordine del prefetto di Treviso, costretto dai fascisti. Ma la verità è una sola: vittime di inutile strage nella barbara guerra 1915 – 1918».

Sapevo dell’esistenza di questo testo, ma non l’avevo mai letto. Nel giorno dei funerali di stato delle 19 vittime della guerra in Iraq ho voluto cercarlo. Dopo averlo trovato mi sono recato a pregare, insieme con l’attuale parroco di Pederobba, davanti al ricordo-altare per le nuove vittime di una inutile strage di una barbara guerra.
Questo testo sapiente offre diverse chiavi di lettura per il nostro oggi. È da cinque giorni che durano questi funerali infiniti, che ormai sembrano non portare più rispetto né per le vittime, né per i loro famigliari. La retorica politico-militare sembra essersi appropriata della loro morte per trasmettere messaggi di altro contenuto che non siano quelli che solamente genitori, figli, spose o fidanzate conoscono.
A me pare di assistere a un’orrenda operazione in cui la morte degli altri viene sfruttata per convincere il popolo italiano che noi non siamo andati in Iraq per fare da pedine di complemento in un contesto di guerra, ma per una scelta umanitaria.
Noi che abbiamo appeso centinaia di migliaia di bandiere di pace sui nostri davanzali, ben prima che scoppiasse la guerra, avevamo, invece, ragione di credere che essa si sarebbe risolta in un’inutile strage. E tale è questa guerra di cui non s’intravede l’uscita. È di ieri la notizia delle dimissioni del rappresentante italiano presso il governo di transizione iracheno, che ha motivato il suo gesto con il fatto che nella presente situazione non si intravedono né i presupposti né la volontà politica che intenda usare i mezzi giusti per ristabilire pace e democrazia in Iraq.
Ci siamo cacciati dentro ad un ginepraio e, ora, per orgoglio, non sappiamo come uscie. Ma intanto c’è chi paga prezzi altissimi: uomini e donne americani che contano già 9.200 morti e feriti, inglesi, italiani, ma anche e soprattutto iracheni.
La sapienza dell’antico parroco di Pederobba l’aveva condotto a compiere un gesto grave e difficile per quegli anni: egli aveva messo alla porta tutte le autorità civili e militari perché il popolo potesse vivere e confrontarsi da solo con il suo dolore e «per non profanare la serietà della cerimonia con manifestazioni di falso patriottismo che non è sentito dal nostro popolo».
Un anno prima, in un gesto sconsolato, sempre usando il registro dei battesimi, egli aveva scritto a conclusione di un anno particolarmente prolifico: “Aumentano in maniera vertiginosa i nati, ma non aumenta la gioia di vivere”. (frase scritta in latino: moltiplicatur gens, at non moltiplicatur laetitia).
Solamente uno che aveva patito con il suo popolo le stragi, le distruzioni, il pianto infinito del dopoguerra e della esasperante, lenta ricostruzione delle case e dello sminamento dei campi, poteva prendersi il lusso di usare tale libertà.
Ma la chiesa di oggi, nella liturgia nazional-popolare a cui abbiamo assistito, ha dato prova di libertà e di profezia evangelica?
Ho sentito pronunciare la fiera parola: li fronteggeremo!
Ma non ho sentito dire né un «mea culpa» né che siamo andati a morire in una terra che non è nostra e per motivi quanto meno ambigui; né una parola di pietà per tutti gli iracheni innocenti che sono morti dall’inizio di questa guerra e che sono i più numerosi; né l’invito a costruire la pace attraverso le vie della pace. C’è stato un deficit di libertà e di vangelo che mi ha inquietato e umiliato. Eppure bastava ricordare le semplici parole del card. Renato Martino: «Se avessero ascoltato il papa non ci troveremmo ora a piangere tutti questi morti».
Forse soltanto tra i suoi, nel proprio paese, tra la propria gente ognuna delle 19 vittime troverà pietà. Solo allora si pronuncerà una parola vera sulla guerra.

don Giuliano Vallotto

(Scritto il 18 novembre 2003 in solidarietà con monsignor Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta).

Paolo Moiola




Una domanda, un dubbio, una riflessione…

La chiesa deve essere «sentinella di pace». I suoi nemici sono coloro che ne uccidono l’anima. Con il denaro, l’onore, il potere.

Don Aldo, secondo lei che Italia è uscita dai funerali del 18 novembre? A leggere i giornali e soprattutto a vedere le televisioni ha vinto la propaganda della ragion di stato e non certo la pietas per i morti…
«Dalle cronache televisive è venuta fuori l’immagine di un’Italia inesistente: un’Italia non così come è, ma come, da parte dei nuovi padroni, si vorrebbe che fosse. A tale scopo tutto è stato sapientemente e cinicamente centellinato, filtrato: le sequenze, i volti, le reiterazioni, ma soprattutto le domande agli intervistati ed i commenti alle immagini.
Per una settimana siamo stati sottoposti ad un bombardamento monotematico, una sorta di overdose mediatica, in cui mai e da nessuno è stata posta una domanda, un dubbio, una riflessione. È sembrato quasi che la solidarietà con le vittime comportasse l’imbecillità, l’impotenza mentale a porsi dei perché. In questa ubriacatura anche i termini sono stati stravolti, al punto che le vittime sono state promosse “eroi”. L’eroe è colui che motivatamente ed in maniera attiva intraprende un’azione di alto valore. Qui, invece, ci troviamo di fronte a dei ragazzi che hanno subito un attacco; vittime, appunto, non eroi».

Quella italiana a Nassiriya era tutto fuorché una missione di pace. Ma pare che non si possa proprio dirlo…
«È chiaro; e non potrebbe essere diversamente. Dal momento in cui si impone un teorema per cui la guerra in Iraq è finita con la vittoria delle truppe americane, tanto frettolosamente proclamata da Bush; da quel momento tutte le azioni susseguenti diventano azioni di “pace”, di ristabilimento della “legalità” e delle condizioni necessarie per la riconquista della “libertà”. Attraverso questo ipocrita escamotage, l’America è riuscita ad ottenere la sponsorizzazione dell’Onu; e l’Italia, inviando i suoi uomini, è riuscita ad aggirare la costituzione, tradendola. Ogni altra versione dei fatti diventa menzogna e, in quanto tale, va combattuta; di qui i bavagli e le censure».
Sembra che ci siano due chiese cattoliche, ben contrapposte. Quella personificata dal cardinale Ruini e quella del papa e di monsignor Nogaro. Che ne pensa, don Aldo?
«Nella chiesa c’è sempre stata una certa dialettica tra l’anima profetico-progressista e quella, uso termini un po’ leggeri, ma solo per intenderci, tradizional-conservatrice; una dialettica, anche legittima, già presente ai tempi della prima predicazione degli Apostoli. Mi viene da pensare al primo “concilio” di Gerusalemme, convocato per ricomporre i contrasti tra Pietro e Paolo. Oggi, però, non siamo a questo tipo di contrapposizione. Oggi la lotta, soprattutto nella chiesa italiana, è tra una chiesa servile ed una chiesa libera; tra una chiesa che per un piatto di lenticchie vende la propria anima, ed una chiesa che non può sottrarsi, pena il rinnegare se stessa, alla voce dello Spirito che la chiama ad essere sentinella di pace in un mondo di violenze risorgenti. A questo proposito, a me sembrano quanto mai attuali gli avvertimenti del vescovo sant’Ilario di Poitiers (+367). Quando con Costantino il cristianesimo diventò cristianità e si ritrovò a essere cultura cristiana, civiltà cristiana, il martirio scomparve come quotidiana, contemporanea, reale memoria crucis nella storia cristiana. Ilario di Poitiers, che vede ormai la chiesa non più contraddetta né osteggiata, ma omaggiata e apparentemente ascoltata, ritiene di dover così mettere in guardia i cristiani: “Ora combattiamo contro un nemico insidioso, un nemico che lusinga… non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni, dandoci così la vita, ma ci arricchisce, dandoci così la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo, non ci percuote ai fianchi, ma prende possesso del cuore, non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro, l’onore, il potere”. A qualcuno piace restare nel palazzo».

Il popolo delle bandiere della pace è assediato, non dalla gente ma da editorialisti e da commentatori televisivi. Come fare ad uscire allo scoperto per reclamare, ancora più fortemente, le ragioni della pace e l’assurdità della guerra?
«Il popolo della pace ha bisogno di essere alimentato di speranza e di ragioni per cui sperare. Quando invece viene imbavagliato, bastonato e messo pubblicamente alla berlina, allora è duro resistere e persistere. Che fare? Vedo nascere mille piccole iniziative, ma manca un cornordinamento. E poi, presso chi reclamare le ragioni della pace, se la classe politica attualmente al potere la vedo cieca e sorda ad ogni ragione? Lei ha visto i loro volti, ai funerali presso la basilica di San Paolo? Erano delle sfingi.
Non vedo strategie vincenti a breve raggio, ma so che la storia e il futuro sono dalla nostra parte. A noi non resta che continuare a tessere questo nuovo risorgimento, con parole dette e scritte, con gesti semplici e con manifestazioni. Se taceremo noi, urleranno le pietre».

Porta a porta, Excalibur, Otto e mezzo, i telegiornali…: dalla strage di Nassiriya come ne esce il giornalismo italiano?
«Muto e mutilato. Checché ne dica Berlusconi, se si eccettua qualche testata, la maggior parte dei giornali italiani sono allineati. C’è in giro, un proliferare di testate servili che fa pensare. Chi le finanzia? Per quale scopo? È vero che l’informazione è sempre stata, più o meno, manipolata. In questi ultimi tempi, però, si assiste ad un fenomeno nuovo, in quanto l’informazione non si limita più ad influenzare la pubblica opinione, ma diventa essa stessa una fabbrica di consenso. Le notizie non vengono solo distorte ma create ad arte. Siamo al ribaltamento nel rapporto “fatto-parola”, in quanto le parole non sono più “comunicative”, ma “creative”. La parola crea la realtà. Uno scimmiottamento del mistero cristiano dell’incarnazione. Noi cristiani crediamo che la Parola si “è fatta carne”! Qui invece ci troviamo di fronte alla parola che “crea”!».

Eugenio Scalfari ha scritto che Bush ed amici hanno scatenato la «bestia dell’Apocalisse». La serie degli attentati terroristici dimostra che l’immagine è purtroppo vera. Che fare ora contro l’ondata terroristica che, di norma, non colpisce il potere, ma persone innocenti?
«La guerra ha sortito, sotto questo aspetto, l’effetto di un cerino acceso e gettato in un pagliaio. È stato come soffiare sul fuoco, gettare benzina sulla brace. Il fuoco del terrorismo lo si sarebbe potuto controllare, o al minimo tenere a bada, con una politica di dialogo e di confronto; e invece lo si è voluto ad ogni costo attizzare. In questo senso Bush ed i suoi accoliti sono più terroristi dei terroristi. Come li chiama lei coloro che appiccano fuoco per ogni dove (Kosovo, Afghanistan, Iraq, Medio Oriente ecc.)? Piromani incendiari, non pompieri!
Da questa politica traggono guadagno solo gli apparati militari, i fabbricatori di armi ed i petrolieri. La povera gente ci rimette la vita.
Personalmente sono dell’avviso che un approccio diverso al problema terrorismo avrebbe dato risultati diversi. Come cristiano, poi, sono dell’avviso che, sull’esempio del poverello di Assisi, con i “lupi” è sempre possibile parlare, invece che scotennarli». •

Paolo Moiola




La pietà affogata nella retorica

Sacrificio per la patria o tragedia dell’irresponsabilità umana?
Lacrime pubbliche o lacrime private? Guerra al terrorismo o lotta al terrorismo? Missioni di guerra o missioni di pace? Soldi pubblici ai bilanci militari
o allo stato sociale? Gioalismo al servizio del potere o giornalismo al servizio della verità? A mente fredda, abbiamo chiesto ad alcuni uomini di chiesa com’è cambiata l’Italia dopo la strage di Nassiriya nell’interminabile guerra irachena e in un momento di terrorismo dilagante.
Le loro risposte sono state tutt’altro che scontate…

«Noi siamo i buoni. Cos’altro dobbiamo sapere?». Così ragionano, secondo il settimanale statunitense The Nation (1), i neo-conservatori che, con George W. Bush, guidano attualmente gli Usa.
In epoca di globalizzazione e di imitazione pedissequa delle idee del più forte, il ragionamento si è propagato per ogni dove. Le obiezioni e le critiche, ancorché motivate, sono subito messe a tacere, con le buone o con le cattive.
La guerra preventiva è lo strumento migliore contro il terrorismo? Perché, invece di ridursi, il fenomeno è aumentato a dismisura? I militari italiani in Iraq sono un contingente di guerra o di pace? L’articolo 11 della Costituzione italiana è stato rispettato? La risoluzione 1511 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (ovvero l’autorizzazione alla creazione di una forza multinazionale in Iraq) ha sanato ex post l’illegalità della guerra di George W. Bush? E ancora: si può ottenere il «burro» dai «cannoni»? Fuor di metafora, è lecito utilizzare le armi e le guerre per dare impulso all’economia? La risposta dovrebbe essere ovvia, ma la realtà dice l’opposto.
Lo scorso novembre il Congresso statunitense ha approvato il bilancio della difesa per il 2004: oltre 400 miliardi di dollari, il doppio del prodotto interno lordo (pil) della Danimarca, più di quello della Russia. In questi stessi mesi, il pil degli Usa è in crescita vertiginosa (e forse drogata), dopo un biennio di recessione. I due dati sono in stretta relazione: le spese militari hanno dato una spinta decisiva alla crescita dell’economia. È lecito chiedersi se è morale incentivare la crescita economica di un paese con spese immorali (e che, tra l’altro, andranno a danneggiare altri)?
Guardiamo all’Italia. La campagna Sbilanciamoci, promossa da 30 organizzazioni della società civile (da Altreconomia al Wwf, passando per Mani Tese e Pax Christi), ha prodotto uno straordinario libretto di 66 pagine dal titolo: Cambiamo finanziaria. Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente (2). Se qualcuno dei grandi giornali italiani decidesse di regalare questo volumetto ai propri lettori (al posto dei consueti gadgets), farebbe un grande servizio all’informazione e soprattutto alla formazione degli italiani.
«La manovra 2004 – si legge a pagina 28 – prevede uno stanziamento (fondo di riserva) di 1 miliardo e 200 milioni di euro per le necessità finanziarie legate alla proroga delle “missioni di pace”. Ma quali “missioni di pace”? Quella in Iraq è ben altro: un contributo all’occupazione del paese, al di fuori delle decisioni dell’Onu. In sostanza un aumento surrettizio di oltre il 5% delle spese militari del nostro paese, che negli ultimi anni erano già aumentate del 10%. Anche perché (…) le missioni vengono poi finanziate con nuovi decreti ad hoc, e mai con i fondi del bilancio della Difesa. La presentazione dell’aumento come finanziamento delle “missioni di pace” è un modo per dare maggiore disponibilità di fondi alla Difesa che, tra l’altro, in questi anni li ha utilizzati male e con molti sprechi».

Nella maggior parte dei paesi occidentali i governi stanno tagliando le spese che vanno al cosiddetto «stato sociale» (welfare state): ancora meno soldi pubblici alla sanità, all’istruzione, all’assistenza, alla previdenza.
Oggi questi governi hanno una motivazione in più per tagliare i finanziamenti statali: la lotta al terrorismo, che ha bisogno di molte risorse. È un crescendo di intensità, con l’aiuto determinante dei telegiornali e dei programmi televisivi, non soltanto quelli di «approfondimento», ma anche quelli di «intrattenimento» (che raggiungono un pubblico più vasto e popolare).
Ormai è impossibile distinguere dove inizia il vero pericolo e dove quello costruito ad hoc. Padre Giulio Albanese parla di una «voglia di scontro di civiltà», secondo la nota tesi (3), che anche don Bruno Forte rifiuta in toto.
«I morti italiani in Iraq come quelli ebrei in Turchia – scrive il teologo napoletano (4) – non sono semplicemente vittime di una follia ideologica che falsamente si appella a ragioni religiose; essi pagano purtroppo anche il prezzo di scelte culturali e politiche sulla cui infondatezza storica, morale e religiosa si era levata fra tante la voce altissima di Giovanni Paolo II. Quando la Santa sede insisteva nel considerare la guerra in Iraq immorale, illegale, inutile e dannosa, la sua voce è stata disattesa».

Il 29 novembre è toccato alla Spagna pagare il fio dell’alleanza con gli Stati Uniti. In un agguato della guerriglia irachena sono stati uccisi 7 uomini appartenenti ai servizi segreti di Madrid. Oltre a queste nuove morti, quello che ha impressionato e, forse, fatto riflettere sono stati quei cadaveri presi a calci tra scene di giubilo.
Com’è possibile?, ci si è chiesti. Ormai tutto è possibile. Il vaso di Pandora dell’Iraq è stato scoperchiato e la violenza che ne esce sembra senza fine e soprattutto sembra travalicato ogni limite alla barbarie dell’uomo bellico.
Davanti alla deriva, non tutti riescono a stare zitti e ad accettare ogni giustificazione calata dall’alto. C’è anche qualcuno che osa dire l’indicibile: «Per quanto possa sembrare strano – ha scritto, ad esempio, il magistrato Domenico Gallo (5) -, non tutto il popolo iracheno ha considerato la conquista e l’occupazione militare americana come una “liberazione”».
Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Italia si era ritagliata un importante ruolo di mediazione, di cerniera tra l’Europa e il mondo arabo-islamico. Con l’intervento nella guerra irachena (tra l’altro, per conto terzi) questo ruolo è stato gettato alle ortiche, esponendo il paese e la sua popolazione a possibili vendette dei terroristi.
All’indomani della strage di Nassiriya, su un importante quotidiano un giornalista parlò della «nuova Italia che non scappa» (6). Quasi che «il valore morale» di un paese dipendesse non dal proprio vivere civile all’interno e nel mondo, ma dal comportamento macho in una guerra. In quell’articolo si legge che, dopo Nassiriya, l’Italia non è più «l’Italietta di sempre», non è «un paese molle», ma un paese che ha ritrovato «l’orgoglio nazionale»…
Viene allora in mente padre Eesto Balducci: «L’uomo ha qualcosa di pre-umano in sé, ed è appunto l’aggressività distruttiva».

Paolo Moiola