DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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IRAQ IL GRANDE IMBROGLIOuna guerra assurda, crudele, illegale

TANTI PERCHÉ, ALCUNE RISPOSTE
Cosa sarà l’Iraq del dopo Saddam?
Perché Bush non ha attaccato la Corea del Nord?
Dopo Baghdad a chi toccherà?
L’analisi dei fatti porta ad una sola conclusione:
questa guerra inventata non produrrà nulla di buono,
forse neppure per i «vincitori».

Una guerra breve, che duri al
massimo 4-6 settimane. Insomma,
una guerra «benigna
», come certi tumori. Questo è
l’aggettivo utilizzato dal Csis (Center
for Strategic and Inteational
Studies), un istituto di ricerca vicino
al governo e al Pentagono, per
descrivere lo scenario ottimale che
dovrebbe garantire all’economia
statunitense di uscire dal ristagno.
Tra le opzioni prese in esame dal
Csis, una situazione di no war (le
parole «pace» e «dialogo» sono state
bandite dal vocabolario diplomatico
Usa) non sarebbe auspicabile,
perché verrebbe considerata
solo temporanea dai mercati, che ne
risentirebbero.
Viceversa, una guerra di lunga
durata, 3 o 6 mesi, potrebbe incidere
altrettanto negativamente sulla
fiducia dei consumatori e delle
borse, senza contare che il prezzo
del petrolio potrebbe schizzare a 80
dollari al barile. E dato che ogni aumento
di 10 dollari brucia 100 miliardi
di dollari nell’economia Usa,
le conseguenze sarebbero catastrofiche.
Nonostante l’embargo, oggi
l’Iraq è il sesto fornitore di petrolio
al mercato Usa, che ogni giorno
spreme 19,5 milioni di barili, pari al
26% del consumo mondiale. Di
questi, più della metà, 9,8 milioni,
provengono dai pozzi petroliferi esteri:
Arabia Saudita, Messico, Canada,
Venezuela, Nigeria, Iraq nell’ordine.
Inoltre, mentre un barile di petrolio
estratto in Texas costa 15 dollari
al produttore, in Iraq il prezzo
scende a soli 5 dollari. È chiaro,
quindi, l’interesse per l’Iraq mostrato
dall’amministrazione Bush,
che ha 41 membri con legami nell’industria
petrolifera Usa e dalla
quale ha ricevuto 1,8 milioni di dollari
per la campagna presidenziale.
Ma il gioco vale la candela?

COME UNA STAZIONE
DI POMPAGGIO

Dopotutto la guerra del Golfo del
1991 non ha portato quella ripresa
economica di cui tanto favoleggiava
Bush senior e gli 80 miliardi di
dollari, spesi durante le 6 settimane
di Desert Storm, sono stati pagati
per la maggior parte dagli alleati Usa,
Arabia Saudita in primo luogo.
William Nordhaus, economista della
Yale University, afferma che, a seconda
del protrarsi delle azioni belliche,
la guerra potrebbe costare da
un minimo di 100 miliardi di dollari
ad un massimo di 1.900 miliardi,
pari al 2% del Pil Usa per 10 anni.
A questi si devono aggiungere i costi
per la ricostruzione (100-600 miliardi
di dollari per i prossimi 10
anni) e i 20 miliardi di dollari di
compenso ai paesi arabi che hanno
ospitato le truppe anglo-americane.
L’Ufficio per la ricostruzione e
l’assistenza umanitaria (un dipartimento
creato ad hoc dal Pentagono
per controllare la fase immediatamente
successiva la guerra) ha già
chiesto a cinque compagnie statunitensi
(la Betchel Group, la Fluor,
la Louis Berger Group, la Parsons e
la Kellog Brown & Root, quest’ultima
controllata dalla Halliburton, ex
società del vicepresidente Dick
Cheney) di presentare costi e piani
logistici per la ricostruzione dell’Iraq
del dopo-Saddam.
Il progetto prevede la riparazione
di 2.800 km di strade, la costruzione
di ospedali per 13 milioni di persone,
la riapertura di scuole, la costruzione
di 3.000 nuove abitazioni
e la riparazione di altre 5.000. Ma,
come azione principale, a cui viene
dedicato il 90% degli sforzi, si punta
alla privatizzazione dell’Iraq Petroleum
Company (Ipc), la compagnia
di stato irachena, nazionalizzata
nel 1973, e del ministero del
petrolio, i cui nuovi funzionari dovrebbero
essere affiancati da consiglieri
Usa.
L’ostilità verso le Nazioni Unite e
gli organismi di sviluppo non governativi
non tenta neppure di essere
celata: «Sarebbe controproduttivo
– si legge – permettere ai burocrati
Onu (…) di governare
l’industria petrolifera». La BP, la
Shell e la Exxon-Mobil, tre delle
quattro compagnie straniere che avevano
partecipazioni nella IPC
prima di essere liquidate con lauti
compensi (la quarta era la Total),
hanno avanzato richieste di risarcimento
chiedendo il monopolio dello
sfruttamento del petrolio iracheno.
Il piano del Pentagono è così sfacciatamente
orientato a foraggiare
l’economia statunitense che alcuni
analisti ed economisti non hanno esitato
a definire l’Iraq del dopo-
Saddam come il Klondike sullo
Shatt al-Arab’. Il greggio iracheno
verrebbe slegato dall’Opec sia in
termini di produttività (non più
quote di estrazione) che in quelli di
vendita (prezzi più bassi del mercato
corrente). In tal modo le immense
riserve nazionali (seconde solo a
quelle saudite) verrebbero spremute
e la produzione, dagli attuali 2,8
milioni di barili al giorno, si innalzerebbe
a 5 milioni entro il 2005. La
ricetta Bush trasformerebbe l’Iraq
in una stazione di pompaggio Usa
nel Vicino Oriente.
Tutto secondo copione.

DA KABUL A BAGHDAD,
PROSSIMA TAPPA A…

Prima Kabul, ora Baghdad e già
ci si chiede quale sarà la prossima
capitale nelle mire di Bush. Dall’11
settembre 2001, nel giro di soli 18
mesi, gli Stati Uniti sono riusciti a
riportare truppe in paesi e territori
da dove erano assenti da decenni o
addirittura dove non avevano mai
messo piede. Oltre in Turchia, Arabia
Saudita, Emirati Arabi, Bahrain,
Qatar, Kuwait, tradizionali alleati
degli Usa, il Pentagono ora ha uomini,
consiglieri e mezzi militari dislocati in Pakistan, Afghanistan,
Tajikistan, Uzbekistan, Georgia.
Con il controllo dell’Iraq, Washington
riuscirà a realizzare la strategia
di recupero del Vicino Oriente
e Centro Asia inaugurata da Ronald
Reagan prima, e continuata da
Bush senior poi. Basta guardare una
normalissima cartina geografica
per accorgersi quale sia l’obiettivo
finale di questa lunga marcia di accerchiamento:
l’Iran. La dinastia
Bush ha sempre mostrato interesse
per Teheran. Più che il suo petrolio,
pur abbondante e di buona qualità,
alle compagnie petrolifere statunitensi
e europee fa gola l’ottima rete
di oleodotti di cui dispone il paese.
A differenza dell’Iraq, gli impianti
petroliferi e le pipeline iraniani sono
modei e in ottimo stato di manutenzione;
riuscire a sfruttare questa
risorsa per trasferire il greggio
del Mar Caspio sino ai porti del
Golfo Persico, non solo farebbe risparmiare
miliardi di dollari, ma garantirebbe
agli Stati Uniti il definitivo
controllo del principale bacino
petrolifero del mondo.
Naturalmente l’Iran non è l’Iraq.
Il suo esercito, provato dalla guerra
con il vicino negli anni Ottanta, è
stato in gran parte ricostruito e rimodeato
e da allora non ha dovuto
affrontare nessun altro conflitto
esterno che lo abbia decimato.
Al suo interno gli ayatollah
devono combattere una guerriglia
curda e una comunista, abbandonate
a se stesse e dimenticate dai
mass media e dall’opinione pubblica
occidentali, permettendo ai generali
iraniani di testare sul campo
le nuove armi e tattiche di guerra. Inoltre
Teheran ha sviluppato nuove
tecnologie militari ed avviato programmi
di sviluppo nucleare attirando
con lauti stipendi gli scienziati
sovietici licenziati dopo il crollo
dell’Unione Sovietica. Il missile
balistico Shihab-3, derivato dalla
tecnologia nordcoreana Nodong e
lanciato il 1° maggio 2002 dalla regione
di Semmai, può raggiungere
un raggio di 1.300 chilometri. Anche
se la Cia non crede che i generali
iraniani abbiano già pronte armi
a testate atomiche, il generale
russo Yuri Baluyevsky, ha confermato
che «l’Iran possiede armi nucleari.
Non sono armi strategiche,
nel senso che non sono Icbm (Inter
Continental Ballistic Missiles), che
raggiungono un raggio d’azione di
più di 5.500 chilometri, ma sono
certamente in grado di colpire Israele».
È sicuro che Teheran sta sviluppando
un veicolo di lancio spaziale,
lo Slv (Space Launch Vehicle), in grado
di spedire missili in orbita per
colpire paesi extracontinentali. Le
agenzie strategiche affermano però
che questo nuovo vettore non sarà
pronto prima del 2015. Nel frattempo
Washington sta affilando le
armi: appena conquistata la Casa
Bianca, Bush ha ribadito l’appartenenza
dell’Iran all’Asse del Male,
l’ha riaffermato all’indomani
dell’11 settembre e lo ha riconfermato
poco prima dell’inizio di Iraqi
Freedom. E dato che nelle diplomazie
più accorte e autorevoli, ogni
parola viene soppesata con attenzione,
gli ayatollah sono avvisati.
L’Iraq deve esser
ancora ingurgitato
e digerito
dagli americani
e dalla loro
economia, ma una
volta espulso la
Casa Bianca lavorerà
per tendere
l’agguato alla prossima
preda. Kabul
e Baghdad sono solo
delle tappe. L’arrivo
è Teheran. Almeno
nel Vicino Oriente.

E LA COREA DEL
NORD?

Saddam Hussein deve andarsene
perché ha trasformato l’Iraq in uno
stato canaglia. Questa, tra le tante,
è la giustificazione addotta dal presidente
Bush e dalla sua amministrazione
mentre, nello stesso periodo,
si apriva in Estremo Oriente
un altro fronte caldo, quello della
Corea del Nord.
Come è logico, sono stati in molti
a chiedersi come mai gli Usa adottassero
due atteggiamenti apparentemente
così differenti tra due
stati classificati entrambi come pericolosi
sostenitori del terrorismo
internazionale. L’abbondanza di
petrolio presente nel sottosuolo iracheno
può essere una motivazione
e forse la più preponderante, ma
certamente non è la sola che giustifichi
le differenti prese di posizione.
Appare, invece, più importante
rafforzare a breve termine il nuovo
assetto geopolitico regionale che si
è venuto a creare nel Vicino Oriente
dopo Enduring Freedom. Difatti,
mentre nella regione estremo orientale
dell’Asia, Washington può
contare su basi militari la cui esistenza
e giurisdizione sono oramai
consolidate, nell’area centroasiatica
e del Golfo Persico la stabilità politica
e militare statunitense è ancora
precaria.
In Afghanistan, i marines hanno
dovuto chiamare gli alpini italiani
per liberare un fronte a loro carico
e trasferire le forze in Iraq, mentre
lo stesso governo di Kabul ha fatto
più volte sapere di non essere disposto
ad accettare la presenza straniera
(spesso identificata con gli
Stati Uniti) oltre il necessario. La
nazione, lungi dall’essere pacificata,
si sta mostrando per quello che
è stata per gli inglesi nell’800 e per
i sovietici negli anni Settanta-Ottanta:
un micidiale terreno adatto
alle imboscate, dove la conoscenza
degli anfratti, delle vallate, delle lingue,
delle usanze, la parentela, le amicizie
valgono molto più della sofisticata
tecnologia. I militanti di al-
Qaeda possono contare su una fitta
rete di conoscenze sparse su tutto il
paese; i militari stranieri, invece, solo
sui loro armamenti che non sono
mai persuasivi alla maniera delle parole.
E se in Estremo Oriente il Pentagono
ha alleati fidati come Giappone,
Sud Corea, Taiwan, Filippine,
Thailandia, nel Vicino Oriente
persino alleati storici come l’Arabia
Saudita sono visti sempre più con
scetticismo da Washington.
Il figlio e successore di re Fahd è
stato intimo amico di Osama bin
Laden e sembra che continui ad avere
rapporti con lui. Questa ambiguità
fa parte della politica mercantilistica
utilizzata per secoli dalle popolazioni
locali (situate lungo le
principali rotte commerciali tra Europa
e Asia; si pensi alle vie della seta,
dell’oxiana, delle spezie, del
caucciù, del tè). In base ad essa, anche
il nemico può divenire fonte di
vantaggio: basta dialogare. Gli Stati
Uniti, nati da una rivoluzione e
cresciuti con lo sterminio di milioni
di aborigeni, sono rimasti incapaci
al dialogo. Da qui la necessità
di interventi frequenti e, il più delle
volte, cruenti.
Il vuoto di potere, creatosi nella
regione tra il Mediterraneo e la Cina
dopo la scomparsa dell’Urss,
non si è verificato in Oriente, dove
Pechino ha mantenuto, anzi a volte
incrementato, le alleanze con i vari
paesi dell’area. Questo implica che,
se un intervento militare Usa nel Vicino
Oriente (Iraq) e in Centro Asia
(Afghanistan) non trova apparati
in grado di contrastarlo, in Estremo
Oriente (Corea del Nord) la
Cina non gradirebbe certo la politica
aggressiva della Casa Bianca e
reagirebbe di conseguenza.
È anche per questo che Seoul e
Tokyo hanno guardato con preoccupazione
l’acuirsi della tensione
tra Washington e Pyongyang, adoperandosi
per aprire un dialogo con
la Corea del Nord.

Piergiorgio Pescali