DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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MESSICO viaggio tra le aspirazioni della gente

L’ERBA DEL VICINO…

Al di là dei monumenti delle varie civiltà
che si sono succedute nel paese, il Messico offre
una umanità palpitante di speranze e sogni,
sempre in attesa che diventino realtà.

Attraversata la frontiera, mi
trovo d’improvviso in un altro
mondo: dal lindore asettico
di San Diego (Stati Uniti) al degrado
ambientale e umano delle vie
intorno alla centrale Avenida de la
Revolucion di Tijuana, in Messico.
Sporcizia, buche nei marciapiedi,
prostitute, mendicanti, povere bancarelle
di donne indie in costume.
Sono disorientata nel vedere numerosissime
e linde farmacie, una accanto
all’altra. Incredibile anche il
numero degli studi medici, che attirano
i clienti nordamericani con co-
loriti cartelloni. In Usa le cure sono
costosissime; qui, invece, gli stessi farmaci
sono più a buon mercato. I medici
sono preparati, coscienziosi e umani
nel trattare i pazienti.
Ampi viali trafficati mi portano al
quartiere Rio, con i suoi centri commerciali
e direzionali: è un altro aspetto
di Tijuana, città che vuole
cambiare e ha già raggiunto importanti
mete nello sviluppo.
La periferia è immensa, ma non
sono solo favelas dei nuovi immigrati
quelle che si arrampicano sulle colline:
sono le «colonie», cioè i quartieri
di chi si è inserito bene nella
nuova economia.
Avrei bisogno di un prete. Uno
che mi racconti le cose come stanno;
che mi faccia capire.

UN PASSO DAL «PARADISO»
È già notte. Dal campanile di una
chiesa un orologio illuminato segna
le 10,15. Entro. La messa è quasi terminata.
I pochi fedeli escono e mi avvicino al prete. Ha una faccia simpatica;
si chiama padre Francisco Javier
Perez; mi invita a seguirlo per le preghiere
e a condividere la cena.
Mi trovo nel seminario maggiore
di Tijuana, un’oasi di tranquillità e
pulizia nel centro caotico della città.
«Vocazioni? Molte – risponde il padre
-. Abbiamo un centinaio di seminaristi;
stiamo progettando un edificio
più ampio, completo di campi
sportivi. La diocesi di Baja Califoia
del nord, sfoa ogni anno una dozzina
di preti, che si trovano subito oberati
di lavoro.
La città è cresciuta enormemente
in pochi anni e sta ancora ricevendo
immigrazione da tutto il Messico,
specialmente dalle zone più povere
e remote, nella speranza di varcare il
confine e stabilirsi negli Usa. I più
fortunati trovano sistemazione presso
parenti o amici. Chi non ce la fa,
bivacca e vive di espedienti».
In effetti oggi ho visto dei poveracci
dormire ai margini dei viadotti,
in mezzo all’immondizia. Parlare
con padre Francisco mi aiuta a capire
meglio la situazione, al di là del disgusto
provato all’arrivo.
Molti immigrati sono arrivati dopo
il terremoto di Città del Messico
del 1985. Un disastro reso più spaventoso
dal crollo di numerosi edifici
statali nuovi, prova di malgoverno
e corruzione negli appalti pubblici.
Tijuana offre ai nuovi arrivati maggiori
possibilità e un clima migliore
di tante città messicane; soprattutto,
siamo vicini agli Stati Uniti, tanto da
attraversare il confine a piedi. Molti
messicani vanno a lavorare oltre confine
e ritornano la sera. I più benestanti
portano i figli a scuola in uno
dei sobborghi di San Diego; i ricchi
vivono negli Usa, anche se gli affari
li hanno a Tijuana.
La Baja Califoia è la regione che
registra il maggior tasso di crescita economica
del Messico e, dal punto
di vista politico e sociale, si dimostra
più avanzata e intraprendente: è il
primo stato messicano a voltare pagina
nelle ultime elezioni, scegliendo
come presidente il leader dell’opposizione
Fox. Da qui è partita la spinta
al cambiamento, mandando a
spasso il potente e corrotto Partito
rivoluzionario istituzionale (Pri), che
per 60 anni ha gestito il potere a suo
esclusivo vantaggio.
Fox deve aver dato fastidio a molti
potenti, se è continuamente oggetto
di critiche e, recentemente, gli
è stato impedito di prendere parte a
conferenze inteazionali in Canada
e Usa: la costituzione prevede l’approvazione
del parlamento per i
viaggi del presidente all’estero.
Fox è un ricco impresario con una
buona volontà di cambiare le cose,
ma poca abilità politica. Comunque
ha avuto il coraggio di iniziare seri
cambiamenti e «pulizia» della società
messicana, cominciando dai poliziotti
legati al cartello della mafia della
droga. A causa della corruzione
della polizia, il controllo del traffico
di droga viene fatto dall’esercito.
Da quando gli Usa sono riusciti a
bloccare il traffico di stupefacenti
nell’area caraibica, quello di Tijuana
è diventato il più potente e pericoloso
cartello dell’America Latina.

MISSIONARI TORINESI
Fratel Luigi, della Sacra Famiglia
di Torino, abita sulla collina Buena
Vista, una «colonia» della periferia
di Tijuana. Non è facile trovare la sua
scuola, nel dedalo di vie senza nome
o senza numero.
I fratelli della Sacra Famiglia, due
italiani e uno spagnolo, per venire incontro
alle esigenze di una popolazione
in continuo aumento, hanno aperto
una scuola elementare e media
con quattro sezioni. Le famiglie sono
di estrazione medio-bassa, che
hanno capito l’importanza di una
buona educazione e cercano di iscrivere
i figli nelle scuole cattoliche,
perché rispondono a tale esigenza.
«Qui siamo fortunati. In Baja Califoia
il 95% dei bimbi va a scuola,
mentre in alcune zone del Messico
la situazione è molto diversa» racconta
fratel Luigi, entusiasta del suo
lavoro. Ma si lamenta delle difficoltà
create dal governo con cieca e assurda
burocrazia: «Si perde molto tempo
nel preparare i ragazzi a parate,
concorsi dell’inno nazionale, picchetti
d’onore… tutte attività che distraggono
i ragazzi dallo studio».

STORIA AMARA
Da Tijuana, l’aereo mi porta a Zacatecas,
antica città mineraria a 2.500
metri sul mare, che detiene tuttora la
più alta produzione d’argento del
Messico. La miniera Eden, chiusa da
qualche anno, un tempo era un vero
inferno per gli indigeni che vi lavoravano,
dovendo risalire per otto
piani con i massi auriferi e argentiferi
portati a spalla.
All’uscita della miniera, una funivia
mi porta sulla cima di un colle dove
sono i ricordi di un’altra storia:
statue in bronzo ritraggono, tra gli altri,
Pancho Villa, il mitico eroe della
rivoluzione messicana del 1914. In
basso si stende la città, magnifica nel
suo caldo color ocra delle costruzioni
antiche.
La cattedrale ha una ricca ed elaborata
facciata, ma l’interno, un tempo
splendido di ori e argenti, è stato
del tutto spogliato durante i periodi
di rivolta che hanno caratterizzato la
storia del paese. È stata coinvolta anche
la chiesa (vedi riquadro).
Di peggio è capitato al tempio secentesco
degli agostiniani, saccheggiato
dall’alticlericalismo di fine ’800
e trasformato in casinò. Ora ospita
una esposizione di arte modea,
mentre continuano i restauri per ricomporre,
almeno in parte, le decorazioni
barocche.
Tale situazione la ritrovo in varie
parti del Messico, testimone di una
storia amara e sconcertante, segnata
da una sequenza di fatti tragici, governi
corrotti, guerre civili, esecuzioni
e voltafaccia politici.
Storia anche recente, in cui l’arroganza
del potere è rimasta indifferente
ai bisogni della gente. Troppe
regioni, nonostante le loro potenzialità,
sono ancora depresse e lontane
da ogni forma di sviluppo; benché ci
siano stati miglioramenti nell’istruzione
popolare e maggiore presa di
coscienza degli strati poveri della popolazione,
rimane forte la sensazione
d’impotenza di fronte ai soprusi
della classe dominante.

CICATRICI IN MANI E CUORI
Salgo sulla corriera che unisce Ciudad
Juarez, al confine col Nuovo
Messico (Usa), alla capitale messicana.
Siedo accanto a un uomo che rimane
a lungo silenzioso. Poi mi mostra
le mani, grandi e segnate da tagli
e profonde cicatrici: «Machete e
canna da zucchero» mi spiega.
Inizia così la conversazione, anzi lo
sfogo di un uomo che, pur faticando
dalle 5 del mattino fino a tarda sera,
non riesce a risparmiare il denaro per
comprarsi la terra dove vive. «In questo
paese le macchine agricole sono
rare e il terreno che lavoro è ripido,
per cui bisogna fare tutto a mano»
continua Manuel Castillo Abrego.
Sta ritornando a casa, dopo un
lungo viaggio per accompagnare la
suocera al confine con gli Stati Uniti.
Due giorni fa si sono incontrati alla
frontiera con due cognati, da alcuni
anni emigrati in Califoia.
«Mia suocera ha pagato 4 mila dollari
per avere i documenti necessari
per espatriare. L’hanno aiutata i figli
a pagare tale somma. Vorrei anch’io
vivere in un paese dove c’è maggiore
speranza per i miei figli».
Manuel mi parla dei suoi quattro
bambini, da due a dodici anni, della
moglie e della sua casetta, circondata
da alberi di mango, in un villaggio
dello stato di Michoacan. Ha ancora
davanti parecchie ore di viaggio per
arrivare a Morelia, dove prenderà un
altro autobus per arrivare a casa.
Intanto indica sulla mappa la città
di Puruaran, dove ogni settimana
trasporta la canna per la lavorazione:
l’85% del ricavato va al proprietario
del terreno. «Lavorando duro, riesco
a guadagnare quanto basta per
sfamare i miei, nulla di più – continua
-. Se riuscissi a risparmiare qualcosa,
cercherei di emigrare con tutta la famiglia.
Non lascerei moglie e figli in
Messico, come fanno molti disperati,
che in Usa si rifanno una vita».
Manuel perse la mamma all’età di
tre anni, morta di parto dando alla
luce il decimo bambino. Trovatosi
con una nidiata da sfamare, il padre
pensò bene di risposarsi e, ben presto,
arrivarono altri 10 figli. La terra
non bastava per tutti, anche se i più
grandi lavoravano già.
Manuel mi consegna un foglio,
firmato dagli allievi della scuola professionale
San Pedro di Zacatecas: reclamano
il diritto a un posto di lavoro
e denunciano favoritismi. «Chi la-

vora per il governo è in una botte di
ferro; gli altri non hanno alcun diritto
– spiega sconsolato, per continuare
con orgoglio -: mia figlia Jasmine
è molto brava a scuola, ha preso diversi
premi. Ma solo i raccomandati
riescono a ottenere una cattedra
d’insegnante; anzi, possono anche avere
più di due scuole e trascurare le
lezioni».

OASI DI BELLEZZA
Dai 2.500 metri di Zacatecas siamo
scesi ai 1.800 di Guanajuato, una
città giorniello, ricchissima di monumenti,
chiese e palazzi, circondata da
monti metalliferi.
Scendiamo ancora e raggiungiamo
Queretaro, un’altra città coloniale,
dichiarata dall’Unesco patrimonio
dell’umanità. Dovrebbero essere così
tutte le città del mondo: linde, coloratissime,
con ampi spazi verdi a
disposizione di tutti. Le case sono
curate, anche in periferia, dove sorgono
modee imprese e industrie.
Il centro è un giorniello: non un edificio
moderno che stoni col tessuto
antico e ben conservato della città.
Ma ciò che incanta è l’atmosfera festosa
delle piazze, di giorno ombreggiate
dai ficus, la sera allietate da
pianisti e orchestrine, con anziani e
giovani che hanno tempo e spazio
per godersi il fresco.
Sontuose le numerose chiese e
conventi, quasi tutti trasformati in
musei e gallerie. Il più famoso e antico
è il convento francescano de la
Cruz. Lo visito in compagnia dell’anziano
frate Jesus Uzman. «Fondato
nel 1683, fu il primo collegio apostolico
di Propaganda fide. I frati
vi dimoravano due anni per prepararsi
alla missione tra gli indigeni nomadi
del Messico del nord. Successivamente
ne sorsero altri: 5 in Sierra
Gorda, 21 in Baja Califoia, 5 in
Texas, 1 a San Antonio. Per 87 anni,
a partire dal 1824, il convento fu occupato
dalle truppe. Quando lo restituirono,
la fuliggine e lo sporco avevano
ricoperto tutte le pitture».

SOGNANDO L’AFRICA
Sterminata metropoli, congestionata
dal traffico e con l’aria fortemente
inquinata: così viene descritta
la capitale, Città del Messico. Ero
preparata al peggio, ma rimango sorpresa.
I problemi sono ancora molti;
uno, almeno, è stato risolto felicemente:
ci si sposta benissimo con
metrò e bus, che passano in continuazione
e senza causare code alle
fermate.
Raggiungo facilmente Avenida Eugenia,
il viale che attraversa un quartiere
borghese, per visitare suor Edelmira.
La trovo nel suo studio di
direttrice della scuola gestita dalle
clarisse del Santo Sacramento.
Sempre uguale, sorridente e attiva,
mi accoglie con un abbraccio e subito
mi parla della Sierra Leone, dove
la conobbi per la prima volta nel
1992. «Le mie consorelle sono ritornate
da pochi giorni da un sopralluogo
a Lunsar, il villaggio della nostra
missione. Pare che presto si potrà
ritornare e dovremo ricominciare
tutto da capo. Spero proprio di poterci
andare anch’io. Il mio cuore è
rimasto laggiù».
Dirigere una scuola borghese della
capitale può dare soddisfazioni,
specialmente ora che le suore hanno
potuto aggiungere un nuovo edificio
per le varie attività delle studentesse.
Ma 30 anni di vita missionaria in Africa
hanno segnato per sempre l’esistenza
di suor Edelmira. La nostalgia
si fa sentire anche quando il paese
è disastrato, pericoloso
e difficile come è ancora
la Sierra Leone.

La Chiesa in Messico
Da quando arrivarono i primi missionari
nella Nuova Spagna, insieme
ai conquistatori spagnoli, la
chiesa messicana ha sempre sofferto.
Francescani e domenicani si distinsero
per il coraggio con cui cercarono di
difendere gli indigeni dagli eccessi
dei coloni. In breve tempo riuscirono
a convertire gran parte del paese e
fondarono centinaia di monasteri.
L’intera popolazione faceva parte della
chiesa, unica istituzione che assicurava
servizi sociali e istruzione.
Con l’espulsione dei gesuiti dal continente
americano nel 18° secolo, le relazioni
tra stato e chiesa entrarono in
crisi e i governi tentarono di limitare
il potere della chiesa, intervenendo
sulle proprietà che quest’ultima riusciva
ad accumulare più velocemente
dei corrotti capi di governo.
Per due secoli la chiesa cattolica messicana
ha avuto momenti di grande
turbolenza. Fu un parroco cattolico,
Miguel Hidalgo y Costilla, che nel
1810 lanciò il famoso «grito de dolores
» per esortare la gente a ribellarsi
al malgoverno degli spagnoli. I ribelli
riuscirono a conquistare Zacatecas,
ma un anno dopo furono sconfitti e il
povero prete giustiziato. La stessa fine
fece un suo allievo, prete pure lui,
durante la guerra d’indipendenza; una
vittoria che non riuscirà a portare il
paese a una stabilità politica.
La costituzione del 1917 stabilì che
i religiosi non potevano votare, esprimere
opinioni, possedere beni, né
gestire scuole o mezzi d’informazione.
Negli anni ’20 si arrivò alla guerra civile:
i cristeros bruciavano le scuole
statali e uccidevano gli insegnanti; i
governativi distruggevano o saccheggiavano
le chiese e uccidevano i preti.
Solo nel 1992 furono stabilite relazioni
diplomatiche tra Messico e Santa
Sede.
Non bisogna confondere, però, problemi
e persecuzione della chiesa cattolica
con la fede. I messicani restano
profondamente religiosi e legati
alle tradizioni cristiane.

Claudia Caramanti