DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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IRAN: paese in evoluzione

RIFORMISMO AL CONTAGOCCE

Dopo 20 anni
di regime islamico,
l’Iran sta cambiando,
la gente
più velocemente
delle istituzioni.
I giovani, soprattutto,
vogliono più libertà.

Può sembrare strano: tra i principali
fautori delle riforme in
Iran, oggi, ci sono alcuni degli
ex-studenti che nel novembre 1979
assalirono l’ambasciata americana a
Teheran e la tennero in ostaggio per
444 giorni. Facciamo qualche nome.
Massumeh Ebtekar: interprete e
portavoce degli studenti, è stata vice
presidente per l’ambiente nel primo
governo del riformista Khatami e
prima donna a ricoprire una carica
politica tanto prestigiosa.
Ibrahim Asgharzadeh: con la rivoluzione
ha iniziato la sua carriera
politica: è stato eletto in parlamento;
poi ha perso il posto per avere criticato
il dispotismo dei religiosi.
Abbas Abdi: guidò l’assalto all’ambasciata;
scontò otto mesi d’isolamento
nel 1993 per avere criticato
il regime. Noto editorialista del quotidiano
Salaam, chiuso nel 1999 perché
troppo liberale, oggi è uno degli
strateghi dei riformisti. Sostiene la
necessità di un avvicinamento con
l’Occidente.
Akbar Ganji: diventato giornalista,
ha avuto il coraggio, durante un
processo che lo vedeva imputato per
aver preso parte a un convegno sull’Iran
a Berlino, di denunciare i mandanti
di una serie d’assassini di stato
commessi negli anni ’90.
Mohsen Mirdamadi: diventato
professore di scienze politiche, è uno
dei fondatori del partito riformista.

ERRORE DI GIOVENTÙ
Tale trasformazione può sembrare
strana, ma forse non lo è. È, piuttosto,
il segno di un fallimento e di una
nuova consapevolezza. Abbas Abdi
lo ammette apertamente: la rivoluzione
è stato un errore di gioventù.
Quei ragazzi non sono passati illesi
attraverso i 20 anni di regime islamico;
sono cambiati e sono giunti alla
conclusione che il loro clamoroso
gesto di un tempo non ha dato i risultati
che si aspettavano. È un’esperienza
comune a molti ex-rivoluzionari.
Coloro che mal tolleravano
il dispotismo dello scià hanno finito
per trovarsi a disagio anche col nuovo
ordinamento e subire analoghi
trattamenti, se tentavano di dare voce
al proprio dissenso. A molti è capitato
di sperimentare, dopo le prigioni
dello scià, quelle non meno dure
della Repubblica islamica.
Comunque lo si giudichi, questo
fatto la dice lunga sull’Iran d’oggi,
che, nel nostro immaginario collettivo,
continuiamo ad associare agli eccessi
del primo periodo rivoluzionario,
processi sommari, roghi di libri
nelle strade, folle fanatiche.
Sebbene il rituale di bruciare la
bandiera americana e gridare «morte
agli Usa» sia tuttora praticato, a tenere
viva questa triste tradizione è
una parte fortemente minoritaria della
popolazione: sono gli integralisti,
le fanatiche «guardie della rivoluzione
». La gente normale non prova odio
per l’America. Semmai indifferenza.
Non fosse altro perché moltissime
famiglie hanno almeno un
parente negli Stati Uniti o in Europa.

NUOVI SPAZI DI LIBERTÀ
Tutti i regimi rivoluzionari, una
volta consumatosi il movimento che
ne ha favorito l’ascesa, costringono i
cittadini a un doublethink, una doppia
vita: netta scissione tra comportamento
pubblico e privato. Il regime
khomeinista non fa eccezione.
In Iran si sta verificando, però, un
fenomeno nuovo: da un po’ di tempo
gli iraniani non si sforzano più di
nascondere quello che pensano. Per
strada e in luoghi pubblici ho assistito
a veri e propri sfoghi contro
l’oppressiva etichetta islamica e lo
strapotere dei mullah (clero). Nel
2001, occasioni per esprimere la voglia
di libertà e gridare slogan contro
i capi islamici sono diventate le celebrazioni
dopo le vittorie della nazionale
di calcio. L’incomprensibile
sconfitta contro la debole squadra
del Bahrein, con la conseguente
mancata qualifica degli iraniani ai
mondiali, si dice sia stata architettata
dal regime, stufo di quelle spontanee
manifestazioni di piazza.
Centimetro dopo centimetro gli iraniani
si conquistano nuovi spazi di
libertà. A Teheran, senz’altro la città
più spregiudicata, gli abiti delle donne
diventano ogni anno più succinti:
i pantaloni si accorciano (qualcuna
mostra addirittura le caviglie); le
maniche sono arrivate a metà avambraccio;
gli spolverini alle ginocchia;
eppure la polizia religiosa, i famigerati
sepah, non osa intervenire. Le
antenne satellitari sono proibite, ma
molti ce l’hanno lo stesso.

GIOVENTÙ FRUSTRATA
L’Iran è un paese anagraficamente
giovane: più di metà della popolazione
è sotto i 20 anni. Nel 1979
Khomeini invitò la gente a procreare,
senza prevedere quale minaccia
stesse preparando alla sua repubblica
islamica. Fu ascoltato. Adesso in
Iran ci sono 65 milioni di abitanti,
contro i 35 milioni di allora, e sono
in maggioranza giovani, per cui egli
non è che un’icona, tollerata, ma
vuota, un po’ come lo era Lenin nell’ex
Unione Sovietica.
Il mito di Khomeini è cominciato
a sfumare già negli anni ’90, subito
dopo la sua morte. Le nuove generazioni
non hanno vissuto l’epopea
della sua lotta contro lo scià. L’hanno
studiata sui libri, è vero, ma essa
rimane pur sempre remota. Ben più
concreti per loro sono i limiti e i sacrifici
che impone lo stato islamico.
Tra i giovani è molto diffuso il sentimento
che in Iran non ci sia futuro,
che per esprimere al meglio i propri
talenti sia necessario espatriare; e il
senso di frustrazione per non poterlo
fare.
I giovani sono dunque arcistufi
della tutela dei religiosi; ma non hanno
lo spirito rivoluzionario dei padri;
non vogliono fare la rivoluzione, ma
chiedono cambiamenti e, in più occasioni,
hanno dimostrato notevole
dose di coraggio e determinazione.
Nel luglio del 1999 l’Iran, stranamente,
tenne per qualche giorno le
prime pagine dei nostri giornali. Fu
quando a Teheran scoppiò una violenta rivolta studentesca, presto allargatasi
ad altri grossi centri universitari
del paese: all’università di
Teheran, l’8 luglio, si tenne una dimostrazione
di massa contro la chiusura
del giornale progressista Salaam
e contro un progetto di legge sulla
stampa, che avrebbe reso più vulnerabili
i giornalisti.
La giornata si concluse in modo
relativamente pacifico. Le violenze
vere e proprie si verificarono dopo
che, nella notte, truppe antisommossa
e vigilantes attaccarono i dormitori
degli studenti, picchiando i
presenti e distruggendo ogni cosa.
Tale invasione galvanizzò la protesta,
che si trasformò in vera e propria
guerriglia urbana.
Quell’estate avevo deciso di visitare
per la prima volta il paese e temevo
di dover rinunciare al viaggio. Poi,
d’improvviso tutto si chetò. Si ebbe
paura che la cosa potesse degenerare;
ci furono arresti, ma la repressione
fu relativamente poco cruenta.
Da allora ogni anno, il 10 luglio,
viene ricordato quell’episodio, ma
proteste così violente non ce ne sono
più state; gli studenti, per il momento,
hanno capito la lezione e sono
più attenti a non offrire il fianco
a provocazioni. Uno dei modi per esprimere la protesta è quello di partecipare
in massa ai discorsi pubblici
dei leader riformatori, in primis il
presidente Mohammed Khatami.

EPOCA KHATAMI
Quando si parla della storia recente
in Iran, il riferimento cronologico
è sempre uno: prima o dopo la rivoluzione.
Da qualche anno, però, è diventato
comune un altro termine di
riferimento: prima o dopo Khatami.
Il suo avvento ha segnato un’epoca.
Correva l’anno cristiano 1997; l’Iran
si apprestava a scegliere un nuovo
presidente. Quello uscente, Ali
Akbar Hashemi Rafsangiani, già al
secondo mandato, non poteva più
essere rieletto. C’era qualcosa di
nuovo nell’aria: la gente capì che
questa volta l’esito non era così scontato.
Sebbene il Consiglio dei guardiani
– organo formato da sei religiosi
e sei esperti legali laici, cui spetta, tra
l’altro, vagliare le leggi alla luce della
dottrina islamica e controllare l’affidabilità
morale dei candidati alle elezioni
– avesse approvato solo quattro
dei 238 candidati alla presidenza;
sebbene Nateq Nuri, il candidato sostenuto
dal clero conservatore, fosse
dato abbondantemente per favorito,
il 23 maggio la gente si riversò nei
seggi, facendo registrare la più alta
affluenza alle ue dai tempi della rivoluzione.
Khatami ottenne un vero
e proprio plebiscito.
Nella sua breve campagna elettorale
(era entrato in lizza relativamente
tardi) si era presentato con
uno stile ben diverso da quello degli
altri contendenti. Aveva parlato di
sé, della sua famiglia, dei suoi interessi,
dell’esigenza di creare una società
civile tollerante e libera. E, cosa
non da poco, aveva manifestato
un discreto senso dello humour.
Bisogna riconoscere che molte cose
sono cambiate negli anni della sua
presidenza: ci sono meno interferenze
nella vita privata dei cittadini,
sono cessati gli assassini politici di
stato, che fino al ’98 hanno colpito
l’intelligenzia dissidente, ci sono stati
maggiori riconoscimenti dei diritti
delle minoranze.
Anche i cristiani sono stati oggetto
dell’attenzione del presidente. Egli è
stato il primo capo islamico a visitare,
nel settembre del 2000, una chiesa
cristiana: Santa Maria a Urmiah.
Khatami è diventato il punto di riferimento
degli studenti e del movimento
riformista. Tuttavia, la sua politica
di democratizzazione delle istituzioni
e moderata apertura verso
l’occidente ha subito ripetuti contraccolpi,
perché il potere di cui gode
è molto relativo.

RIFORMISMO TIRA E MOLLA
Anche se la gente non vuole più sapee
dei mullah, considerati la
quintessenza dell’ipocrisia, e dei loro
turbanti, neri o bianchi che siano,
le istituzioni nate con la rivoluzione
consegnano il potere reale totalmente
nelle loro mani.
L’ordinamento della repubblica islamica
funziona secondo principi
contraddittori. Da una parte ci sono
un parlamento e un capo dello stato,
democraticamente eletti. Il primo esercita
il potere legislativo e il secondo
quello esecutivo, insieme al consiglio
dei ministri; dall’altra c’è la guida
suprema, un tempo Khomeini e
dal 1989 il suo successore Ali Khamenei,
che è la maggiore autorità
spirituale e politica della repubblica,
in carica a tempo illimitato.
Queste sono le sue prerogative:
designa il capo dell’esercito, il capo
delle guardie rivoluzionarie, nomina
i giudici della corte suprema, direttori
delle reti radio-televisive, può
bloccare le leggi del parlamento e le
iniziative dell’esecutivo. È, quindi,
molto più potente di presidente e
parlamento messi insieme.
Finché alla presidenza ci fu un
conservatore come Rafsangiani e in
parlamento i conservatori erano la
maggioranza, questa contraddizione
non fu così palese, ma dall’arrivo di
Khatami e, soprattutto, da quando,
con le elezioni del febbraio 2000, la
maggioranza parlamentare ha bruscamente
cambiato indirizzo, i conflitti
istituzionali sono esplosi. Clamoroso
è stato il fatto che Khamenei
abbia bloccato la legge sulla libertà
di stampa, promessa e voluta dal
nuovo parlamento riformista.
Khatami ha sempre tentato di evitare
lo scontro diretto, piegandosi,
quando non poteva fare diversamente,
all’autorità di Khamenei.
Non lo si può biasimare. Si rende
perfettamente conto che un conflitto
con la guida suprema potrebbe
innescare una miccia pericolosa.
Quest’atteggiamento conciliante
ha suscitato tra i suoi elettori un senso
di frustrazione; contrariamente
alle aspettative, tuttavia, essi si sono
ripresentati compatti alle elezioni
presidenziali del 2001 e gli hanno affidato
un secondo mandato. D’altra
parte, non avevano alternative e
hanno preferito esprimere così, anziché
con l’astensionismo, la loro
scelta per le riforme.
Naturalmente, con la rivoluzione i
religiosi hanno provveduto ad assumere,
oltre al potere politico, anche
quello economico. Imprese e banche
sono state nazionalizzate e sono stati
creati i boniad, fondazioni benefiche
che amministrano i beni confiscati
alla monarchia nel ’79.
I boniad operano sopra la legge:
non pagano le tasse, non hanno l’obbligo
di bilanci pubblici e rispondono
direttamente alla guida suprema.
Con il tempo essi sono diventati giganteschi
trust, che inglobano centinaia
di aziende, con interessi nei più
diversi campi economici. Non se ne
conosce la ricchezza effettiva, ma si
calcola che gestiscano circa un quinto
del bilancio dello stato.
Il nuovo parlamento ha tentato di
sottoporli a meccanismi di controllo,
ma il provvedimento è stato bloccato
dal Consiglio dei guardiani.
Il settore privato, invece, è penalizzato
da leggi limitanti e protezionistiche.
Di conseguenza il 40% dell’economia
si basa sul mercato nero,
dove fiorisce, tra l’altro, il contrabbando
di beni ufficialmente proibiti,
come cosmetici, cassette di musica,
film, alcolici.

RIPENSAMENTI DEI MULLAH
I leader religiosi non possono non
avvertire che il paese sta sfuggendo
loro di mano e la gente ha preso una
strada diversa dalla loro; tuttavia,
non intendendo cedere il potere,
stanno usando ogni mezzo per arrestare
un movimento che si fa sempre
più ampio. E di frecce al loro arco ne
hanno parecchie: ricorrono ai servizi
di sicurezza e mezzi d’informazione;
chiudono giornali e riviste liberali
con l’accusa di pubblicare materiale
ingiurioso dell’islam; arrestano
giornalisti, scrittori, attivisti politici.
Possono contare sulla totale acquiescenza
del sistema giudiziario. Essi
controllano i giudici e tanto basta,
perché nei tribunali non c’è obbligo
di processi pubblici e non è prevista
la giuria popolare.
Il parlamento non ha potuto far
nulla neanche in questo campo. Un
suo progetto di riforma della giustizia
è stato bloccato nel luglio 2001
dal Consiglio dei guardiani.
Tuttavia, la comunità dei religiosi
non è più compatta come una volta;
anche tra di loro si è da tempo manifestata
una certa dissidenza. Alcuni
mettono in dubbio il diritto del
clero al potere assoluto e condannano
la svolta autoritaria assunta dalla
dottrina khomeinista. È significativo
che Khatami abbia riscosso ampi
consensi perfino a Qhom, il maggiore
centro religioso del paese, insieme
a Mashad, e sede di prestigiose scuole
coraniche.
C’è un buon numero di religiosi
impegnati nel campo riformista, a
cominciare dallo stesso presidente
Khatami, che è stato discepolo di
Khomeini a Qhom e porta il turbante
nero dei discendenti di Maometto,
e da Hadi Khamenei, fratello della
guida suprema.
Tra i riformatori troviamo anche
alcuni religiosi che hanno svolto un
ruolo importante durante la rivoluzione,
come Mohammed Musavi
Khoeniha, consigliere spirituale degli
studenti che hanno assalito l’ambasciata
americana; o Abdollah Nuri,
un tempo guida religiosa delle
guardie della rivoluzione. Per le sue
idee liberali, nel novembre del 1999
è stato condannato a cinque anni di
carcere e altrettanti d’interdizione da
pubblici uffici. Gode di una così
grande popolarità che il suo discorso
di difesa al processo, pubblicato
col titolo di La cicuta
delle riforme, è andato esaurito
in poche ore.

IDENTITÀ IRANIANA
L’Iran sta cambiando
in fretta, la
gente più velocemente delle istituzioni,
ma anche quest’ultime dovranno
prima o poi adattarsi ai nuovi
tempi.
Non si deve, tuttavia, credere che
cambiamento per gli iraniani voglia
dire tornare nell’abbraccio del mondo
occidentale. Said Hagiarian, ideologo
delle riforme, coautore del
programma di Khatami per la campagna
elettorale del ’97, sostiene l’idea
di una società civile, democratica,
sì, ma basata sui valori dell’islam,
quindi non di tipo occidentale.
In questo sistema, però, la libertà
è considerata un valore primario. Lo
ha detto chiaramente Khatami in un
discorso tenuto davanti a migliaia di
studenti: «Nessuno può attentare alla
libertà con la scusa della religione».
La libertà è proprio ciò cui aspirano
i giovani innanzitutto. Essi ritengono
che, una volta tornati padroni
del proprio talento e delle
proprie risorse, troveranno la loro
strada, senza doversi rifare ad altri
modelli. Sono convinti di non dovere
imparare da nessuno né invidiare
alcuno: non sono forse i discendenti
degli achemenidi e sasanidi?
L’orgoglio di appartenere a una
civiltà millenaria viene, oggi, coltivato
con cura. Ci tengono ai loro
«sassi», li visitano, li restaurano, li
studiano. Ovunque nei siti archeologici,
grandi e piccoli, vicini e remoti,
si incontrano famiglie iraniane.
La valorizzazione del passato preislamico
è pure un modo per prendere
le distanze dagli arabi conquistatori,
con cui non vogliono essere
confusi e rispetto ai quali si sentono
superiori. Non è un caso che la festa
più popolare del calendario iraniano
sia il no ruz (capodanno), celebrato
il 21 marzo, e non una ricorrenza islamica.
Per questa celebrazione, nonostante
lo scontento delle autorità
islamiche, è stato recentemente ripristinato
anche il «salto del fuoco»,
una tradizione legata a Zoroastro.
L’Iran che cambia chiede anche a
noi di fare la nostra parte: uno sforzo
di conoscenza che permetta di
andare oltre i vecchi cliché con cui
troppo spesso lo etichettiamo, senza
sapere quanto diversa, ricca e feconda
sia la realtà di quel
paese.

Mariachiara B.