DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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PERÙ viaggio nelle carceri

LA DIGNITÀ SEQUESTRATA

Dopo il decennio di Fujimori, da due anni il Perù è tornato alla democrazia.
Ma nelle carceri la strada da percorrere è ancora lunga.

«VENGO DALL’ITALIA.
VORREI VISITARE IL DETENUTO…»

Un’insegnante di italiano passa dalle conversazioni
con i genitori dei suoi alunni a quelle con i detenuti
nelle carceri del Perù.
Un’esperienza «sconvolgente, ma anche arricchente
e stimolante».

di Franca Pesce (*)
(*) Laureata in lettere all’Università cattolica
di Milano, FRANCA PESCE è insegnante
di italiano a Torino. Dall’anno
del giubileo si occupa della situazione
nelle carceri peruviane, aiutata
anche dai figli Melissa ed Alessandro.
Fa parte dell’associazione «Yanamayo»,
con sede a Vicenza.
Dall’anno del giubileo sono
entrata in corrispondenza
con alcuni prigionieri politici
peruviani del Movimento Rivoluzionario
Tupac Amaru (M.R.T.A.),
che nel luglio scorso sono andata a
visitare, per rendermi conto della situazione
che mi veniva esposta attraverso
le loro lettere.
È stata un’esperienza sconvolgente,
ma anche arricchente e stimolante,
da cui ho tratto insegnamenti
morali ed umani che oggi cerco
di comunicare e condividere con
i miei alunni.
Il Perù sta vivendo in una democrazia,
ma mantiene in carcere numerosi
prigionieri politici processati
da tribunali militari in base a leggi
emanate durante la dittatura di
Fujimori. Spesso la detenzione si
svolge in carceri situate lontano dai
luoghi d’origine e crea quindi difficoltà
oggettive per la visita dei familiari.
Lo stato sembra presente solo nel
suo aspetto repressivo: non riconosce
i suoi torti e non risarcisce, se
sbaglia. Chi è povero non può difendersi
da accuse ingiuste, perché
non può permettersi di assumere un
avvocato che si occupi del suo caso.
In un paese che oggi vuole giustamente
essere definito democratico,
si continuano a costruire carceri,
si reprime, ma non si eliminano
le cause del malessere sociale e
non si aiuta chi si trova in difficoltà.
Durante il mio viaggio, ho avuto
l’opportunità di visitare alcune carceri
(a Lima, Chorrillos, Chimbote,
Trujillo, Chiclayo) e parecchi prigionieri
politici del movimento Mrta,
osservare la loro situazione e
quella dei loro visitatori.
Queste sono alcune delle impressioni
che ne ho ricavato.

L’UMILIAZIONE
DELLE PERQUISIZIONI

All’entrata delle carceri le difficoltà
sono nate dall’arbitrio delle
guardie che quasi sempre cercano
di creare problemi, di intimidire i
visitatori e scoraggiae le visite.
Il giorno in cui mi sono recata al
carcere (penal) di Castro Castro a
Lima (dove ho visitato Juan Antonio
Leon Montero, Maximo Gargate
Cerda ed altri), quando ho presentato
i miei documenti al primo
controllo, non mi è stato reso quello
attestante il mio soggiorno. Alla
mia richiesta di restituzione, la
guardia ha finto di cercare e poi me
l’ha porto.
Alla porta d’ingresso, invece, si è
presentato il problema di una torta,
acquistata poco prima; essa non poteva
entrare perché, a detta della
guardia, poteva contenere droga. In
seguito alla mia richiesta di parlare
col direttore, mi è stato detto che avrei
dovuto tagliarla. Alla fine, la
torta è stata fatta passare intatta.
Alcuni giorni dopo, il problema si
è presentato con alcuni libri che io
avevo fotocopiato. Erano libri foitimi
da un interno e dunque portavano
già la stampigliatura della revisione
carceraria. Eppure mi hanno
detto che dovevano essere
sottoposti ad una nuova revisione.
Forse, per evitare questi inconvenienti,
avrei dovuto essere più gentile
facendo «cadere» o «perdendo»
qualcosa…
La perquisizione corporale viene
fatta da personale femminile, ma sovente
il suo comportamento umilia
chi subisce il controllo: madri, sorelle,
fidanzate, amiche dei carcerati.
Una madre mi ha confidato che si
possono subire palpeggiamenti osceni.
In un’occasione lei non ce
l’ha più fatta e ha reagito dando uno
schiaffo alla guardia e dicendole
che avrebbe dovuto vergognarsi e
pensare a che cosa proverebbe se
un domani accadesse a lei una cosa
simile.

MATRIMONIO NEL CARCERE
DI CHORRILLOS

Anche per entrare nel carcere
femminile di Chorrillos, alla periferia
di Lima, ho dovuto affrontare
qualche discussione.
Una guardia mi rispondeva dallo
spioncino, ma mi negava l’entrata.
Alle mie insistenze, è stato chiamato
un superiore.
Egli, evidentemente lusingato di
parlare con un’italiana, prima si è
intrattenuto con me a discutere di
mafia, di Roma e Venezia, di vini,
poi mi ha fatto entrare. Ringalluzzito,
ha dichiarato che le italiane sono
belle. Io ho risposto che anche le
peruviane lo sono, così come i peruviani. Ormai conquistato, finalmente
mi ha portato dalle detenute,
che ormai temevano avessi rinunciato
a visitarle.
Mi sono intrattenuta con loro:
Carolina Curahua Huerta, sua sorella
Delia, Hormecinda Feandez
Bravo, Lucinda Rojas Landa, Lucy
Garcia Lopez, Marcela Gonzales
Astudillo, Maria Concepcion Pincheira,
Milagros Chavez Gonzales,
Mirka De La Pietra Oliva, Nancy
Cuyubamba Puente, Pilar Hinojosa
Tellez, Yanire Bautista Saavedra,
Yolanda Cruz Santillan.
Tutte erano contente di vedere una
persona che arrivava da tanto
lontano e avevano un atteggiamento
dolce ed affettuoso.
Una di loro, la cilena Marcela, si
era sposata la settimana prima con
un suo amico d’infanzia, anch’egli
cileno, con una cerimonia officiata
dal cappellano, il comboniano padre
Luigi Gasparini, che le seguiva
con dedizione da anni (ma che, purtroppo,
pochi giorni dopo sarebbe
stato trasferito negli Stati Uniti, interrompendo
un lavoro di autentica
solidarietà cristiana e lasciando
un grande vuoto tra coloro che ne
avevano ricevuto aiuto e attenzione).
La cerimonia è stata molto
commovente, mista a sorrisi e lacrime.
Quasi tutte le settimane lo sposo,
innamoratissimo, si reca dal Cile
a visitare sua moglie, con cui non
può avere alcun momento di intimità,
in quanto alle donne è impedito
appartarsi da sole con uomini,
anche se questi sono mariti o fidanzati.
Le visite avvengono in presenza
di una guardia, che ne controlla
la «moralità».
Nelle carceri maschili, invece, tali
impedimenti non esistono, ma
spose, fidanzate e anche prostitute
possono entrare nelle celle degli uomini,
senza «controlli».

SOLTANTO
CON MENTE E CUORE

Al Penal Cambio Puente di Chimbote,
una prima guardia mi ha chiesto
soldi per l’acquisto di una scopa;
da una seconda guardia mi sono
stati chiesti 20 soles per articoli
di pulizia per i carcerati. Ho rifiutato,
chiedendo di poter parlare col
direttore, che però non era presente.
Mi sono allora avviata verso un
breve corridoio, stretto tra il muro
dell’ufficio e una parete di maglie di
ferro. La guardia mi ha richiamata,
dicendomi che non potevo stare lì,
perché pericoloso.
Le ho risposto che non capivo cosa
ci fosse di pericoloso, in quanto
non ero armata, ma soltanto dotata
di mente e cuore. Ho dovuto comunque
tornare indietro. Nel frattempo,
però, la mia presenza era
stata notata dagli interni, detenuti
comuni, che avevano iniziato a protestare
perché potessi visitarli. Grazie
a loro mi è stato concesso di accedere
al patio e parlare a lungo con
alcune intee (Anatolia Falceto,
Nelida Mundaca Diaz, Celina
Saenz ) e uno sfortunato marocchino,
Barry Palhavi Amar.
Mi ha colpito vedere che si aggirava
in mezzo a loro un bambino di
circa 5 anni, anche lui prigioniero in
quanto figlio di una detenuta, che
non aveva alcun familiare che si occupasse
di lui.
Quando sono entrata nel Penal El
Milagro di Trujillo, a non andare bene
erano le mie scarpe da ginnastica
color rosa. Ho chiesto spiegazioni
e mi è stato nuovamente risposto,
in tono arrogante, che non sarei potuta
entrare con quelle scarpe. Ho
protestato, chiedendo di parlare
con un superiore; mi è stato detto
che dovevo risolvere il problema
con la guardia. Alla fine, al gesto di
togliermi le calzature, mi è stato
permesso di entrare con le stesse ai
piedi.
A Trujillo ho visitato, nella parte
maschile, Moises Sancez, Victor Saquinaula,
Alberto Huaman e, nella
parte femminile, la signora Victoria
Salgano, moglie di Victor Saquinaula.

EMILIO, IL DETENUTO
CHE AMAVA L’ITALIANO

I problemi maggiori si sono presentati
nel Penal Picsi di Chiclayo,
dove ho incontrato Edisson Mori
Barrientos, Oscar Ordonez Huaman
e soprattutto Emilio Villalobos
Alva, ingegnere di 46 anni, condannato
all’ergastolo, molto interessato
alla lingua italiana e alla nostra
cultura.
In questo carcere le guardie spesso
attuano perquisizioni corporali
umilianti, che hanno indotto i detenuti
a protestare e ottenere che la
perquisizione avvenga solo alzando
gonna e camicetta e mostrandosi in
mutande e reggiseno.
Per quanto mi riguarda, i problemi
maggiori sono venuti dallo stesso
direttore del carcere, comandante
Victor De la Cruz Chafalote. Cosa
ha fatto il direttore? Di tutto pur
di rendere difficile il mio incontro
con i detenuti e, soprattutto, impedirmi
l’insegnamento dell’italiano e
della nostra cultura attraverso lezioni,
libri e videocassette. Mi ha indignato
che, invece di favorirlo, il
direttore e personale di guardia fossero
impegnati ad annientare il progresso
spirituale e culturale dei carcerati,
nonché a umiliare e allontanare
i loro familiari.
Per la mia ultima settimana, Emilio
Villalobos Alva aveva richiesto
che io potessi entrare al di fuori del
giorno di visita (permesso che viene
normalmente concesso a familiari
ed amici che vivono lontano e
che raramente possono recarsi in visita).
Il direttore Chafalote non ha stilato
alcun permesso scritto, ma verbalmente
ha consentito che io potessi
entrare il lunedì, martedì, giovedì,
venerdì seguenti.
Purtroppo il lunedì, non essendoci
un permesso scritto, mi hanno
fatto attendere per circa due ore al
primo posto di controllo. Poi, anche
a seguito di proteste fatte dagli
interni del carcere, sono entrata, ma
ho chiesto chiarimenti al direttore.
Questi, in presenza dei suoi collaboratori,
mi ha assicurato che l’indomani
sarei potuta entrare dalle 10
alle 11.
Il giorno dopo, però, presentatami
puntuale alle 10, mi hanno fatto
attendere perché non esisteva un
permesso scritto. Verso le 11,30 è
arrivato il direttore: a lui mi sono rivolta
per chiedere spiegazioni sull’accaduto
e mi ha assicurato che sarei
entrata subito. Ho invece dovuto
aspettare ancora, poi sono stata
invitata a parlare col direttore, che
si era sentito offeso per le mie rimostranze
e che perciò aveva deciso
che quel giorno dovevo ritornare
a casa.
Io ho risposto che, se questa era
la sua decisione, io l’avrei accettata,
ma comunque sarebbe stato meglio
da parte sua una posizione più chiara.
Gli ho accennato al ruolo rieducativo
delle carceri, ma non credo
che abbia inteso.
Poco dopo, stranamente, il direttore
ha capovolto la sua decisione,
consentendomi di entrare, ma relegandomi
nell’ufficio di psicologia,
un locale sporco e squallido. Non
potendo usare i libri, che erano nella
cella di Villalobos, ho utilizzato il
tempo parlando del contenuto e dei
personaggi de I promessi sposi, che
per molti versi propongono situazioni
simili a quelle che si stanno verificando
in Perù (Chafalote mi ha
ricordato la figura di don Abbondio).
Nel frattempo EmilioVillalobos,
è stato chiamato a rapporto. Il direttore
gli ha fatto intendere che era
disposto ad aiutarlo per l’ingresso
dell’apparecchio televisivo e del
videoregistratore fermi in «revisione
» (erano gli strumenti didattici
che io e alcuni amici gli avevamo regalato)
e anche a favorire una visita
«intima», «particolare».
Davanti alla reazione indignata
del detenuto, il direttore voleva che
mi informasse di riportare via quegli
strumenti. Villalobos si è rifiutato
di farlo, aggiungendo che egli in
persona avrebbe dovuto informarmi
di questa sua decisione. (Ho saputo
che in seguito il direttore ha
stilato un rapporto di mala conducta
del prigioniero politico in questione,
che potrebbe ritardargli
l’applicazione di eventuali «benefici
» carcerari).

«MA È UN PRIGIONIERO
DI “MAXIMA”!»

Al termine della mia lezione d’italiano,
una guardia mi ha comunicato
la decisione del signor direttore.
Io ho risposto che non mi sarei
ripresa né televisione né videoregistratore
e che inoltre avrei portato
a conoscenza del fatto i superiori, le
associazioni di diritti umani e i giornali.
A quel punto, il direttore mi ha
convocato e in disparte mi ha detto:
«Ma cara signora questo è un
prigioniero di Maxima!», aggiungendo
che io non avevo capito come
occorreva comportarsi. Ho risposto
che sarebbe stato più intelligente
e fruttuoso chiedermi un
programma sugli argomenti che avrei voluto trattare ed estendere
questa opportunità a più prigionieri,
invece di impedirmi di fatto di
poter insegnare.
Esausta per tanto mercanteggiare,
il giovedì e venerdì non mi sono
più recata nel carcere, ma, preoccupata
per la sorte delle nostre strumentazioni,
sono andata dal console
onorario di Chiclayo, Antonio Rinaldi,
cui ho consegnato la mia
testimonianza scritta. Il console mi
ha accolta con gentilezza e mi ha
fatto conoscere la direttrice dell’Associazione
italiana di Lambayeque,
nonché insegnante di italiano,
Carmen Clara Gamallo Palao. Per
suo merito siamo state ricevute dal
direttore regionale delle carceri del
Nord (Inpe Norte), Manuel Silva
Palacios, che ci ha assicurato che
tutto si sarebbe sistemato. Anzi,
questi si è spinto più in là dichiarando
che il signor Villalobos era un
prigioniero di grande intelligenza e
ottima condotta.

UNA STORIA DI LIBRI,
DIZIONARI E CULTURA

Dopo essere rientrata in Italia, ad
agosto ho inviato una grammatica,
un libro di proverbi e due di narrativa
ad una signora peruviana (per
precauzione, non ne scriviamo il
nome), che li ha portati nel carcere
di Picsi alla fine del mese.
Qui ha dovuto subire una perquisizione
corporale molto intrusiva,
per un evidente scopo punitivo
e intimidatorio. Infine gli stessi libri,
dopo circa due mesi di «revisione
», senza alcuna giustificazione
da parte delle autorità carcerarie e
senza alcuna comunicazione al signor
Villalobos cui erano destinati,
sono stati riportati da due guardie a
Lima, a casa della signora che li aveva
portati.
Contro tale episodio è stata fatta
formale denuncia dal detenuto interessato
alle autorità competenti.
Emilio Villalobos non si è dato
per vinto. Il 16 settembre ha iniziato
a insegnare gratuitamente ciò che
conosce dell’italiano ad una trentina
di suoi compagni, in un’attività
scolastica intitolata «Papà Cervi».
Venuta a conoscenza dell’iniziativa,
il 26 settembre ho inviato in Perù altri
testi (una grammatica, un vocabolario,
I promessi sposi), questa
volta al console onorario di Chiclayo.
Purtroppo questi libri sono arrivati
al signor Villalobos solo il 27
novembre (due mesi dopo), quando
egli aveva iniziato da due giorni
uno sciopero della fame per ottenere
che libri, riviste o materiale simile
possano circolare liberamente;
che non sia impedito l’accesso a
strumentazioni per uso didattico;
che venga istituito un servizio di ricezione
della posta nel carcere, evitando
di dover ricorrere a terzi per
la corrispondenza.
L’assurdo è che, mentre si è ostacolata
l’attività di diffusione della
nostra lingua e cultura, l’Aliance
Francaise, dopo poco più di un mese
di trattative, ha potuto entrare
nello stesso carcere e iniziare un
corso, a pagamento, per l’insegnamento
della lingua francese.
Grazie alle proteste dei prigionieri
e anche alle nostre, l’11 dicembre
la situazione sembrava essersi risolta
positivamente. Invece…

VIA DA PICSI:
«TUTTI A YANAMAYO!»

Alle tre di notte del 12 dicembre
c’è stato un improvviso trasferimento
di massa a Yanamayo, un
carcere a 4.000 (!) metri d’altezza,
giudicato da varie associazioni inteazionali
non adatto a una detenzione
rispettosa dei diritti umani.
I prigionieri trasferiti indossavano
indumenti leggeri, propri per una
città di mare come Chiclayo, ma
non ovviamente per un carcere d’alta
montagna. Tra i detenuti c’era anche
Emilio Villalobos Alva (*), reduce
da 16 giorni di sciopero della
fame.
Il trasferimento è stato comunicato
attraverso un documento firmato
dal direttore delle carceri del
Nord, quello stesso che mi aveva ricevuto
e che aveva avuto parole di
apprezzamento ed elogio per Emilio
Villalobos Alva, «il detenuto che
amava la lingua italiana».

«COM’È CAMBIATO IL MONDO,
FUORI?»

A colloquio con alcuni detenuti del carcere
di Ayacucho, nei luoghi dove (era il 1970)
nacque «Sendero Luminoso»,
uno dei più sanguinari movimenti rivoluzionari
della storia.

di Paolo Moiola

Ayacucho è una bella cittadina
coloniale sugli altopiani centrali
delle Ande peruviane. Il
carcere di Yanamilla è poco fuori il
centro abitato, in un posto panoramico,
accanto alla base militare e all’aeroporto.
Dopo una veloce perquisizione, le
guardie ci pongono un timbro sul
braccio destro. Al secondo controllo
ci vengono ritirate le borse e posto
un altro timbro, questa volta sul
braccio sinistro. Ci accompagna
Luis Bastidas Cuentas, responsabile
della sicurezza intea, che lavora
in ambito carcerario da 14 anni.
«La prigione di Yanamilla – spiega
– è stata inaugurata nel 1996. Attualmente
ospita 707 detenuti, tra i
quali 72 donne. La maggioranza è
qui per reati connessi al traffico di
droga. Ci sono poi una cinquantina
di persone imprigionate per terrorismo».
Come la gran parte delle carceri
peruviane, anche Yanamilla è diviso
in due sezioni: maxima per i delitti
più gravi (terrorismo, droga) e minima
per i delitti più lievi. A loro
volta, ciascuna sezione è divisa in
«padiglione A» e «padiglione B».
«Purtroppo – ammette l’ufficiale
-, almeno il 60% di loro è ancora in
attesa di sentenza. È cioè inculpado,
ma non sentenciado».
Ci muoviamo veloci, perché il direttore
ci attende. Sarà lui a dirci se
possiamo scattare delle foto e conversare
con i detenuti.
Siede a lato di una grande bandiera
del Perù. Alle spalle
un’immagine di Cristo, su cui
si legge «Amigo que nunca falla!»
(un amico che non sbaglia mai). Sull’ordinata
scrivania, accanto allo
stemma dell’Inpe (Instituto nacional
penitenciario), la targhetta con il nome:
Walter Gutierrez Zambrano.
Sembra giovane il direttore di Yanamilla.
«Ho 33 anni, ma già da 13
lavoro nell’amministrazione penitenziaria
», ci spiega subito.
Chiediamo come funziona Yanamilla.
«Nel nostro carcere – risponde
con visibile orgoglio -, il 90% dei
detenuti lavora nei laboratori artigiani
(tallers), soprattutto di carpenteria
e tessuti. Il “Centro educativo
occupazionale” del ministero
dell’educazione ci fornisce gli insegnanti
per istruire i prigionieri. Per
incentivare i reclusi, l’articolo 44
della legge 654 prevede dei benefici:
due giorni di lavoro (o studio) significano
un giorno in meno di pena».
Dunque, a sentire il direttore, Yanamilla
sembrerebbe un’isola di serenità.
Ma naturalmente non è proprio
così. «Anche noi – ammette –
soffriamo di sovraffollamento. In
questo momento ci sono 200 persone
in più rispetto alla capacità. Questo
significa che l’attenzione verso i
detenuti non può essere come si vorrebbe.
Inoltre, la disponibilità di
fondi pubblici è insufficiente; mancano
mobili, carta, computers, oggetti
quotidiani».
A giudicare dall’essenzialità del
suo ufficio, non dubitiamo che il direttore
stia dicendo il vero. Chiediamo
il permesso per la cosa che
più ci interessa: una visita ai padiglioni.
Il direttore ci affida a Jesus
Vidalon Robles, responsabile del lavoro
e dell’educazione.
Il cortile interno (patio) è pavimentato
con lastre di cemento.
Su un lato ci sono alcuni gradoni
per sedersi a conversare o per
guardare chi gioca a palla. Sui muri
bianchi campeggiano due grandi
scritte di ammonimento: «educa al
nino y no tendras que castigar de adulto
» (educa il bambino e non castigherai
l’adulto) e «la libertad es
don de Dios y la justicia obra del
hombre» (la libertà è dono di Dio,
la giustizia è opera dell’uomo).
È una giornata particolare per il
carcere di Yanamilla. Domani ci
sarà la fiera dei prodotti fatti dai prigionieri.
Si stanno preparando i
banchetti.
«Mi consigliavano di pentirmi.
Ma di cosa, se non avevo commesso
alcun delitto? Mi volevano utilizzare
per denunciare altre persone,
scritte in una lista da loro preparata.
Ma io non me la sentivo di incolpare
degli sconosciuti soltanto per avere
uno sconto di pena». Rosario
Rondinel Palomino è una bella signora
di 35 anni con gli occhi tristi
e una treccia che le scende sulle spalle.
È in carcere dal 1994. «Quando
mi arrestarono, mi rinchiusero nella stazione di polizia sottoponendomi
a 15 giorni di torture psicologiche
inimmaginabili. “Sendero – mi
dicevano – ti ha preparata a non parlare,
ma con noi non funzionerà”.
Poi, un tribunale di giudici senza
volto mi condannò a 20 anni per terrorismo».
Rosario faceva l’educatrice e studiava
filosofia e psicologia all’Università.
Sostiene di essere stata accusata
da una pentita e da prove
fabbricate. «A questo punto, soltanto
la mia avvocata può tirarmi
fuori da quest’incubo. Vorrei tornare
dalle mie tre figlie».
Mentre ci avviamo ai corridoi
che portano all’uscita, da
dietro una grata due detenuti
richiamano la nostra attenzione.
Vorrebbero scambiare qualche
parola con noi, ma il tempo della visita
sta per finire. Il più loquace dice
di chiamarsi Persy Hugo Francia:
«Mi hanno dato 14 anni per terrorismo
e ne ho già scontati 10. Com’è
cambiato il mondo fuori?».

Franca Pesce Paolo Moiola