Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Reportage dall’Iraq di Saddam

ASSE DEL MALE O ASSE DEL PETROLIO?

Tony Blair, il più
fedele alleato di George W. Bush, ha presentato alla camera dei comuni un
dossier per avvalorare la pericolosità di Saddam. Ma il primo ministro
inglese non ha convinto, confermando indirettamente l’opinione di
Condoleezza Rice secondo la quale non c’è bisogno di provare la
colpevolezza dell’Iraq.
Non si sbaglia. Per giustificare una guerra contro Saddam, è sufficiente
sapere  che Baghdad possiede la seconda riserva di petrolio della terra
dopo l’Arabia Saudita. Intanto,

un ex ispettore
dell’Onu ha svelato che…

 

Quasi sempre si dimentica che il
groviglio di tragiche contraddizioni che lacerano oggi il Medio Oriente è
la conseguenza di due secoli di imperialismo francese, inglese ed
americano.

Interpretare la storia e
l’attualità del Medio Oriente trascurando l’esistenza del petrolio è come
voler scrivere la storia di Torino dimenticando l’influenza decisiva della
Fiat negli eventi della città. Come scrisse anni or sono Filippo Gaja:
«Tutta la legalità del Medio Oriente è stata costruita con l’illegalità,
la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non sono che righe
immaginarie che attraversano il deserto, tracciate dopo estenuanti
mercanteggiamenti e continue cancellazioni con riga, compasso e matita, in
base a imperativi arbitrari dettati da calcoli economici, totalmente
estranei agli interessi dei popoli (che, del resto, nessuno si è mai
sognato di interpellare). L’inchiostro con cui questa storia tragica è
stata scritta negli ultimi cento anni è il petrolio».

 Oggi, invece, ci spiegano che
l’intervento armato contro l’Iraq è necessario perché Saddam Hussein,
occultando pericolose armi non convenzionali, costituisce un pericolo per
il mondo intero e perché occorre finalmente portare la democrazia al
popolo iracheno e, a seguire, in tutto il Medio Oriente. 

Anche se le motivazioni sinora
addotte per giustificare l’attacco non si discostano poi molto da quelle
che in passato i regimi liberali e fascisti usavano per legittimare le
imprese coloniali, è interessante notare che questo nuovo diritto
dell’Occidente all’ingerenza democratica è invocato per i paesi del Medio
Oriente, proprio mentre nei paesi del Nord del mondo assistiamo ad uno
straordinario attacco alle libertà e ai diritti democratici fondamentali
in nome della globalizzazione, della governabilità, dei parametri di
Maastricht, del pericolo terrorista, ecc.  

SADDAM, BIN
LADEN E LA «GUERRA INFINITA»

La guerra in Afghanistan ed il
completo fallimento del dichiarato proposito di catturare vivi o morti Bin
Laden ed il fantomatico mullah Omar, hanno reso ancora più evidente che
l’obiettivo delle operazioni militari progettate dagli Usa sotto il nome
di Enduring freedom non ha nulla a che vedere con la guerra al terrorismo
internazionale.

Come il presidente Clinton con i
bombardamenti sull’Iraq riusciva a sviare l’attenzione dell’opinione
pubblica americana dalle sue «prestazioni extra politiche» e ad evitare
l’impeachment (dicembre 1998), così Bush jr., agitando tempestivamente gli
spauracchi di Bin Laden e di Saddam Hussein, riesce a garantire enormi
flussi di denaro all’industria bellica statunitense e tenta di far passare
in secondo piano gli scandali finanziari in cui membri autorevoli della
sua amministrazione sono ampiamente coinvolti.

La «guerra infinita» che Bush ha
garantito al mondo, non è però solo l’ennesimo stratagemma per coprire
difficoltà di politica intea e per tentare di risollevare l’economia
americana da una ormai cronica recessione.

Non è un caso che due degli «stati
canaglia» nel mirino degli Usa, Iraq e Iran (bollati da Bush nel suo
discorso del 29 gennaio scorso sullo «stato dell’Unione», come «asse del
male») siano anche importanti paesi produttori di petrolio.

Si diceva una volta che chi
controlla il Golfo, controlla il mondo. Oggi, il dominio delle risorse
energetiche dell’Asia Centrale, che con quelle del Medio Oriente
rappresentano circa i due terzi delle risorse del nostro pianeta, è un
obiettivo imprescindibile per chi come gli Usa vogliono che il XXI secolo
sia ancora un secolo americano.

Per un paese che aspira alla
«dittatura globale», l’intervento in Afghanistan era perciò necessario,
non solo per insediare un fedelissimo come Karzai al governo del paese, ma
soprattutto per piazzare per la prima volta alcune basi militari nelle
repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale che, oltre ad essere una
spina nel fianco di Iran e Cina, potrebbero diventare utilissime per un
attacco all’Iraq, nel caso probabile di un rifiuto di paesi arabi amici di
offrire le loro basi per tale operazione.

Gli eventi dell’11 settembre 2001
e ciò che n’è seguito, il diritto alla legittima difesa, il diritto alla
rappresaglia da tutti riconosciuti ed approvati (persino dall’Onu con
risoluzione 1368 del 12 settembre), sono serviti da pretesto per fornire
una parvenza di legittimità ad un nuovo capitolo della vecchia e mai
dismessa politica delle cannoniere.

Esemplari a tale proposito le
affermazioni del consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice:
«Per l’Iraq non c’è bisogno di prove: Saddam è un individuo pericoloso».

Se per l’Iran si sta ancora
battendo la via diplomatica, per l’Iraq, gli Usa hanno ormai scelto quella
militare.

RAFFREDDARE IL
CONFLITTO PALESTINESE

Nell’editoriale del 22 aprile il
Washington Post si rammaricava che gli Usa non possano attaccare a loro
piacimento l’Iraq senza avere alle spalle il consenso di tutti gli arabi.

Certamente per gli Stati Uniti è
difficile dare, contemporaneamente, una «lezione» a due popoli arabi,
quello palestinese e quello iracheno, senza creare tensioni irreparabili
tra le masse popolari di quei paesi arabi come Egitto, Arabia Saudita e
Giordania, cosiddetti moderati solo perché asserviti agli interessi
occidentali.

Gli Usa non hanno nulla da offrire
se non un temporaneo raffreddamento del conflitto mediorientale, giusto il
tempo occorrente per una guerra che porti ad un cambiamento di regime in
Iraq. Una volta neutralizzato Saddam, potranno delegare nuovamente a
Sharon, Netanyahu o Peres la soluzione del problema palestinese.

La ricerca di alleati interni ed
estei all’Iraq, la scelta all’interno dell’inconsistente e litigiosa
opposizione irachena di una «testa di legno» che garantisca in futuro gli
interessi nordamericani, la risistemazione territoriale del Medio Oriente
e il consenso dell’opinione pubblica americana e mondiale a questa nuova
«operazione di polizia coloniale», sono tutte questioni che gli Usa
debbono definire prima dell’intervento armato.

Per mascherare una divisione del
paese in tre piccoli stati più controllabili e più deboli economicamente e
militarmente, per il dopo-Saddam si prospetta una soluzione federalista,
che permetta «alle etnie sciite, sunnite e kurde di vivere insieme senza
la prevaricazione di una di esse, evitando però che l’autonomia si
trasformi in indipendenza, il che nel caso dei kurdi potrebbe
compromettere un aiuto militare turco», come spiega l’ex segretario di
stato Henry Kissinger.

In realtà si vuole evitare che in
futuro l’Iraq possa tornare ad essere una potenza regionale concorrenziale
ed ostile ad Israele. Perciò tra gli aspiranti alla guida del futuro Iraq
federale troviamo tale Al-Sharif Ali Bin Al-Hussein, parente del re di
Giordania ed esponente hascemita. Ciò di quella monarchia che goveò
l’Iraq con una politica completamente subalterna agli interessi britannici
sino al 14 luglio 1958, quando tutto il popolo iracheno insorse, fucilò la
famiglia reale, linciò il ministro Nuri Said (considerato più inglese
degli inglesi) e proclamò la repubblica.

LA
«CROCIATA» MASS-MEDIATICA                           

L’amministrazione Bush è divisa al
suo interno fra coloro che intendono attaccare (infischiandosene
dell’opinione degli alleati) e quanti ritengono che si debba ricercare il
consenso più ampio, soprattutto fra i governi europei. Questi però,
consapevoli della contrarietà alla guerra della maggioranza dell’opinione
pubblica, si nascondono dietro una risoluzione dell’Onu che avalli
l’intervento armato contro l’Iraq.

 Non esistendo al momento la prova
del coinvolgimento iracheno negli eventi dell’11 settembre, né tanto meno
un collegamento con Al Qaeda, per convincere l’opinione pubblica
dell’urgente necessità della guerra contro l’Iraq, è iniziata una
martellante «crociata mass-mediatica», consistente nella quotidiana
scoperta di fabbriche e depositi di sostanze chimiche, batteriologiche e
nucleari pronte per essere usate contro tutto l’Occidente.

Il copione che si sta realizzando
è quasi simile a quello che portò all’intervento della Nato in Jugoslavia:
il 15 gennaio 1999 venne confezionato dall’Uck l’eccidio di Racak, che
provocò la generale indignazione dell’opinione pubblica la quale diventò
favorevole all’intervento armato. Il 6 febbraio si mise in scena la farsa
dei colloqui di pace di Rambouillet con condizioni talmente vessatorie ed
inaccettabili per la Serbia, che in pratica equivalsero ad una
dichiarazione di guerra.

ALLA
RICERCA  DI UN «CASUS BELLI»

Per l’Iraq si sta costruendo il
casus belli. La richiesta di ispezioni incondizionate corrisponde già alla
farsa di Rambouillet.

È opportuno ricordare che, verso
la fine dell’ottobre 1997, il governo iracheno bloccò alcune ispezioni dei
commissari dell’Unscom (United nations special commission) ai palazzi
presidenziali e alla sede dei servizi segreti (peraltro già perquisiti più
volte), avendo il sospetto che l’obiettivo delle visite non rispecchiasse
gli scopi della risoluzione 687, ma che fosse quello di scoprire il
sistema di sicurezza a protezione del presidente dell’Iraq. Il governo di
Baghdad, nel riconfermare l’intenzione di continuare a collaborare con
l’Onu, richiese però l’allontanamento degli ispettori di nazionalità
americana.

Nei mesi successivi gli Usa fecero
pressioni sui loro alleati per trovare consenso e collaborazione per
risolvere militarmente la controversia; quando ormai la guerra sembrava
inevitabile, il segretario dell’Onu Kofi Annan, su pressione di molti
governi, il 22 febbraio 1998 volò a Baghdad e strappò in extremis un
accordo. Alcune richieste irachene (come quella di iniziare a discutere
una data certa per la fine dell’embargo) vennero prese in considerazione e
si stabilì la continuazione delle ispezioni dell’Unscom, accompagnate da
diplomatici di varie nazionalità, nominati direttamente da Kofi Annan.

Due mesi dopo, gli ispettori più
sensibili alle esigenze degli Usa accusarono i diplomatici nominati dal
segretario dell’Onu di intralciare le ispezioni e in taluni casi di
sostenere addirittura il punto di vista delle autorità irachene.

Nell’agosto 1998, l’Iraq sospese
nuovamente la collaborazione con gli ispettori reclamando una discussione
sulla fine dell’embargo. A fine mese, le tensioni all’interno dell’Unscom
sfociarono nelle dimissioni del più discusso tra gli ispettori: il
colonnello dei marines William Scott Ritter (vedere scheda). Nel corso di
una trasmissione televisiva, Ritter rivelò che gran parte della
commissione, compreso il capo degli ispettori, l’australiano Richard
Butler, lavoravano per la Cia ed Israele. Paradossalmente l’Iraq, cui
competevano le spese delle ispezioni, pagava per essere spiato!

Nel dicembre 1998 gli ispettori di
Butler lasciarono definitivamente Baghdad, sostituiti dai bombardieri
anglo-americani e la questione delle ispezioni è rimasta a tutt’oggi nella
medesima situazione di allora.

L’Iraq chiede di affrontare non
solo il problema delle armi, ma anche quello della durata dell’embargo,
del ripristino della sovranità su tutto il paese e dell’eliminazione delle
no-fly-zones. Gli Stati Uniti puntano solo all’intervento militare per
ripristinare quel dominio sul  petrolio arabo che le nazionalizzazioni dei
primi anni Settanta gli avevano tolto.

Prossima fermata, Teheran.

 


Sfogliando s’impara…
Punire gli innocenti

«“Però – mi si dice – è lecito
castigare un singolo malfattore; dunque sarà lecito anche punire una
collettività con la guerra”. Una replica troppo prolissa esigerebbe
questa obiezione. Mi limiterò a osservare che c’è questa differenza:
nelle azioni giudiziarie il reo convinto paga la colpa secondo la
legge, nella guerra ognuna delle due parti accusa l’altra. Lì il
castigo tocca solo al colpevole, l’esempio arriva a tutti; qui la più
gran parte delle sventure ricade su coloro che meno ne sono
meritevoli, su contadini, vecchi, donne, orfani, fanciulle».

Erasmo da Rotterdam, Adagia,
1508

 Giustizia
Infinita

«Sapete bene ciò che dice la
bibbia: “Occhio per occhio, dente per dente”. Ma io vi dico: non
vendicatevi contro chi vi fa del male. Se uno ti dà uno schiaffo sulla
guancia destra, tu presentagli anche l’altra. Se uno vuol farti un
processo per prenderti la tunica, tu lasciagli anche il mantello. Se
uno ti costringe ad accompagnarlo per un chilometro, tu va’ con lui
per due chilometri».

vangelo secondo Matteo, 5,
38-41

 

«NOT IN OUR
NAME»

«Che non si dica che i
cittadini degli Stati Uniti non hanno fatto nulla quando il loro
governo dichiarava una guerra senza limiti e approvava nuove, dure
misure di repressione.

I firmatari di questa
dichiarazione fanno appello al popolo degli Stati Uniti affinché si
opponga alle politiche e all’orientamento politico generale emersi
dopo l’11 settembre 2001 e che rappresentano gravi pericoli per i
popoli del mondo. (…)

Crediamo che i popoli e le
nazioni abbiano il diritto di determinare il loro destino, al di fuori
della coercizione militare delle grandi potenze. (…)

Crediamo che perplessità,
critiche e dissenso vadano valorizzati e tutelati. (…)

Per questo facciamo appello a
tutti gli americani affinché si oppongano alla guerra e alla
repressione scatenata nel mondo dell’amministrazione Bush. È ingiusta,
immorale e illegittima. Scegliamo di fare causa comune con i popoli
della terra.

Il presidente Bush ha
dichiarato: “Siete con noi o contro di noi”. Ecco la nostra risposta:
ci rifiutiamo di consentirvi di parlare a nome di tutti gli americani.
Non abbiamo intenzione di rinunciare al nostro diritto di porre
domande. Non consegneremo le nostre coscienze in cambio di una vuota
promessa di sicurezza. Diciamo “non a nome nostro”. Ci rifiutiamo di
prendere parte a queste guerre e respingiamo qualunque affermazione
secondo la quale verrebbero  combattute a nome nostro e per il nostro
bene». (…)

appello firmato da 4.000
personalità statunitensi e pubblicato sul

«New York Times», settembre
2002

 

ALLA
RICERCA DI UN PRETESTO

«Oggi come ieri, ciò che la
Casa bianca ricerca non è il ritorno degli ispettori in Iraq: bensì un
pretesto per un’avventura militare che rischia di approfondire il
fossato tra il mondo musulmano e l’Occidente. Chi può sapere quali
sarebbero le conseguenze di una tale impresa su una regione già
sconquassata dall’offensiva del governo israeliano contro i
palestinesi?».

Alain Gresh

su «Le Monde
Diplomatique»settembre 2002

 

 


QUANTI BARILI?

 La classifica dei paesi con
le maggiori riserve di petrolio (in miliardi di barili al gennaio
2002):

 Arabia Saudita   261,75
    Iraq        112,50
    Emirati Arabi        97,80
    Kuwait     96,50
    Iran          89,70

A distanza seguono Venezuela
(77,69) e Russia (48,57). 

 

 

BILANCIO
MILITARE DEGLI STATI UNITI

 –  bilancio militare per il
2003 (*):

355,5 miliardi di dollari, con
un incremento del 37% rispetto al 2002
–  debito pubblico degli Usa: 6.280 miliardi di dollari al 16 nov.
2002

 (*)  ovvero stanziamenti
pubblici per il Pentagono

 

 


ANTIAMERICANO? RILEGGIAMO
IL VANGELO DI MATTEO…

Un amico cui ho fatto leggere
in anteprima queste riflessioni mi ha fatto notare che manca un
giudizio sul comportamento di Saddam Hussein e del governo iracheno.

Abitualmente succede che colui
il quale vuole biasimare l’operato degli Usa, per non passare per un
vetero-comunista antiamericano e filo Saddam, deve prima elencare
tutte le malefatte del dittatore iracheno.

Per fortuna, nella mia vita ho
quasi sempre potuto esprimere il mio pensiero senza che ciò implicasse
la perdita del posto di lavoro o ritorsioni e quindi posso
tranquillamente  affermare che nessuna nefandezza al mondo è
paragonabile o può giustificare il crimine di genocidio del popolo
iracheno, perpetrato dagli Usa attraverso l’embargo che, dal 1990 ad
oggi, ha procurato almeno 1.500.000 vittime. Tutto ciò, con la servile
complicità degli altri governi occidentali, di centro-destra e di
centro-sinistra, e con l’avallo dell’Onu.

Credo allora sia opportuno
ricordare quel consiglio del vangelo secondo Matteo (Mt 7,3-5) che
recita: «Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello,
mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? Come potrai
dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio,
mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave
dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza
dall’occhio del tuo fratello».

Cesare Allara