Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

IL CONCILIO VATICANO II 40 anni dall’11 ottobre 1962

E LA CHIESA INCONTRA IL MONDO

L’ 11 ottobre 1962 è la data che
segna l’inizio del più grande evento della chiesa cattolica nel XX secolo.
Quel giorno, nella basilica di San Pietro, papa Giovanni XXIII apre il
Concilio ecumenico Vaticano II con la solennità tipica degli anni ’50.
Fortemente voluto dal pontefice per conferire nuova vitalità alla chiesa
ed aprire nuove vie nel dialogo ecumenico, il Concilio viene vissuto come
una straordinaria esperienza di rinnovamento.

Il Vaticano II è stato il 21°
Concilio ecumenico nella storia della chiesa. Annunciato a sorpresa da
papa Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 (dopo appena tre mesi di
pontificato) nella basilica di San Paolo a Roma, apre i battenti l’11
ottobre 1962 e si conclude, dopo quattro sessioni, il 7 dicembre 1965
sotto Paolo VI.

All’evento partecipano 2.540
«padri», sotto il consiglio di presidenza di 10 cardinali. Per la
conduzione delle 168 assemblee plenarie, il papa nomina come moderatori 5
cardinali. Dei 73 progetti elaborati da 10 commissioni preparatorie (che
svolgono il lavoro principale) solo 17 sono presentati in aula;
moltissime, tuttavia, sono le proposte e le richieste di riforma espresse
in sede di assemblea plenaria. Il Concilio si avvale della consulenza di
200 teologi «periti». Gli osservatori delle chiese o comunità non
cattoliche sono 93.

Grande risalto assume il volto
universale della chiesa, espresso dalla partecipazione di vescovi in
maggioranza extraeuropei (100 anni prima, i 700 vescovi che hanno
partecipato al Concilio ecumenico Vaticano I erano, all’opposto, quasi
tutti europei). Per la prima volta vengono ammessi gli «auditori laici»:
un fatto che evidenzia la nuova posizione della chiesa rispetto al
laicato.

Ancora: per la prima volta
l’opinione pubblica, grazie ai mass media, può seguire l’avvenimento, che
ha una risonanza inattesa anche fuori del mondo cattolico, riscuotendo
consensi in ambienti pure critici della chiesa di Roma.

Pochi sono consapevoli della
portata storica che il Concilio avrebbe avuto. La finalità che lo stesso
Giovanni XXIII prospetta all’inaugurazione è l’«aggioamento»: occorre
rendere la chiesa più adatta ad annunciare il vangelo ai contemporanei;
ricercare le vie per raggiungere l’unità delle chiese cristiane; rilevare
quanto di positivo esiste nella cultura contemporanea, dando vita ad un
nuovo dialogo con il mondo moderno.

È una intuizione profetica, che
apre la strada ad un profondo rinnovamento della chiesa nella dottrina e
nella vita.

 

Delle quattro sessioni, Giovanni
XXIII segue solo la prima (11 ottobre-8 dicembre 1962), durante la quale
si svolgono 36 assemblee plenarie. Contrariamente a quanto programmato
dalla curia, i membri delle singole commissioni sono eletti dagli stessi
padri conciliari su indicazione di gruppi di vescovi. Dopo la morte di
papa Roncalli, 3 giugno 1963, Paolo VI decide di continuare l’opera del
predecessore.

Secondo l’intuizione di papa
Giovanni, il Concilio, avviando l’«aggioamento», deve trovare modi nuovi
di portare il messaggio evangelico ad un mondo in radicale trasformazione;
deve essere «pastorale», capace di riconoscere quei «segni dei tempi» che
possano aprire alla fiducia, offrire speranza a una società proiettata nel
futuro del progresso tecnologico ed economico, ma anche gravata da
inquietanti interrogativi sul suo futuro.

Alla luce di questa ispirazione,
il Concilio rinnova la comprensione che i fedeli hanno della chiesa,
facendo riscoprire la dimensione comunitaria, la centralità della parola
di Dio e la liturgia. Soprattutto, dispone la chiesa ad un dialogo diverso
con il mondo moderno.

Negli anni successivi alla II
guerra mondiale la preoccupazione fondamentale della chiesa cattolica è la
lotta contro il comunismo. Ma sempre più forti sono, nella base ecclesiale
dei paesi occidentali, le preoccupazioni per i sintomi sempre più
espliciti e gravi dello scollamento della chiesa dalla società modea.
Se, da un lato, la modeità continua a rappresentare, come all’inizio del
secolo, lo spettro di un nemico che contende alla chiesa la supremazia
sulla società occidentale, dall’altro essa si presenta come una sfida cui
i cattolici devono rispondere con mezzi nuovi, cominciando da una
riflessione sul loro mondo.

Questi problemi sono ben presenti
ai padri del Vaticano II. Per molti di loro il Concilio deve essere una
risposta adeguata alle questioni poste dal mondo moderno. Ma non è facile
trovare una forma appropriata per esprimere in un documento tali
preoccupazioni. Per questo l’elaborazione del documento Gaudium et spes
(dedicato al rapporto chiesa-mondo) è complessa e tormentata. Il carattere
«pastorale», intuito da Giovanni XXIII, è un faticoso banco di prova per i
padri. È un elemento di contesa.

Il delicato equilibrio tra
«dottrina» e «pastorale» mette in gioco il significato che la storia degli
uomini ha nel bagaglio di fede della chiesa.

 

Il documento Gaudium et spes è
un’espressione riflessa di come il magistero ecclesiastico consideri il
rapporto tra la chiesa e il mondo moderno, sia esso interpretato nel segno
del dialogo, della presenza, della solidarietà o secondo altri paradigmi,
tra i quali i padri conciliari devono scegliere.

La scelta dei temi da trattare (e
soprattutto la forma con cui trattarli) è certamente il frutto di una
difficile mediazione-maturazione, che costituisce oggi uno dei problemi
più interessanti nella lettura di Gaudium et spes. Il documento è oggetto
di polemiche per le questioni che, con coraggio, vi si affrontano:
famiglia, controllo delle nascite, vita politica ed economica, cultura,
comunismo, guerra e armi nucleari.

Il documento rappresenta, in ogni
caso, il crinale tra una chiesa arroccata in un fortilizio e una chiesa
più evangelica, alla ricerca della radicalità delle origini, in grado di
confrontarsi con la modeità.

Alla redazione del testo
collaborano centinaia tra padri conciliari e teologi (compreso
l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla), alla ricerca di nuove soluzioni.
E Gaudium et spes rimane uno dei documenti più condizionati dalla
situazione storica del tempo e dai compromessi necessari per poterlo
promulgare. Tuttavia, per i principi che enuncia, è anche uno dei più
significativi e importanti segni del Vaticano II…

In Italia il Concilio viene
accolto con grandi speranze dal popolo cristiano, ma anche dal mondo
laico… Poi il post-concilio si presenta con un decennio di forti
contrasti interni alla chiesa, tra gerarchia e comunità di base cristiane.

Se vi sono cardinali (come Giacomo
Lercaro a Bologna e Michele Pellegrino a Torino) che danno un grande
impulso al rinnovamento ecclesiale, altri porporati (Alfredo Ottaviani e
Giuseppe Siri) vedono nel Concilio un possibile pericolo per il futuro
della chiesa. Tuttavia anche per questi contrasti, inusuali nella storia
della chiesa italiana, la stagione post-conciliare è ricca di fermenti e
stimoli; è segnata da un rinnovato clima di dialogo e confronto tra le
diverse componenti sociali, culturali e politiche.

Rilancia la missio ad gentes in
termini più impegnativi.

 Oggi, a 40 anni dal suo inizio,
il Concilio continua a far discutere. Forse mai come in questi ultimi
tempi, mentre volge al tramonto il pontificato di uno degli ultimi padri
conciliari, il Vaticano II è al centro di una contesa tra diverse
interpretazioni anche all’interno della chiesa italiana.

C’è da augurarsi che prevalga il
coraggio della fede, e non la paura. Nel vangelo si legge: «Io sarò con
voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

Luca Rolandi