Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

DA MUSULMANI A CATTOLICI storie di convertiti

DA
MUSULMANI A CATTOLICI
storie di
convertiti

Lasciare l’islam è molto
rischioso. L’apostasia è «haram», vietata assolutamente: potrebbe anche
costare la vita. Ma Monica ed Agostino, giovane coppia algerina, lo hanno
fatto. Oggi vivono in Italia con i loro tre figli, e raccontano che…
Come i cristiani convertiti all’islam, anche gli islamici convertiti al
cattolicesimo sono radicali nei loro giudizi.

Val Varaita (Cuneo).
Uno scenario di montagne rischiarate dal sole circondano la casa abitata
dalla famiglia Fadel (il cognome è di fantasia). Veniamo accolti con un
bel sorriso, mentre ci accomodiamo nel salotto. Agostino e Monica sono una
giovane coppia con tre figli. Arrivano dall’Algeria, martoriata dalla
guerra civile.

I loro nomi di battesimo sono
veri, e il termine appena usato non è inappropriato: sono cristiani venuti
dall’islam. Ma non possono gridarlo forte come vorrebbero o con l’orgoglio
che contraddistingue tutti coloro che, dal cristianesimo o
dall’agnosticismo, giungono all’islam. A loro non è permesso: a differenza
di chi «ritorna» (si converte) alla religione coranica, ed è ben accolto
dalla ummah, la comunità dei fedeli, chi abbraccia il credo cristiano o
qualsiasi altro, è considerato un traditore, apostata e dunque passibile
di morte. La ridda o irtidad (apostasia) è haram, vietata assolutamente
(vedere scheda).

«Erano anni che sentivamo
profondamente nella nostra vita l’esigenza della conversione al
cristianesimo – raccontano Monica e Agostino – e, dopo lo scoppio della
guerra civile in Algeria, molti nostri connazionali sono andati verso
Cristo. L’islam, così come lo abbiamo visto nel nostro paese in
quest’ultimo decennio, ci aveva spaventati. Non predica amore e
compassione come il cristianesimo. Ecco, proprio questo ci ha molto
colpiti della figura di Gesù e dell’opera di tanti missionari: l’amore,
l’altruismo, quel profondo rispetto e tenerezza per gli esseri umani, per
la dignità della vita».

«Abbiamo svolto lunghe ricerche,
nel corso degli anni – spiega il marito -, ci siamo documentati molto sul
cristianesimo. Mia moglie ha scoperto persino che un suo trisavolo era
cristiano».

«Sì, ma nessuno in famiglia ne
parlava: poteva essere pericoloso. Da noi non si può leggere la bibbia: è
considerato un atto di apostasia. Anche andare a messa la domenica è
pericoloso: la polizia ci controlla. Pensare che nella tradizione islamica
berbera sono molti i segni ereditati dal cristianesimo: le donne, ad
esempio, sono tatuate con croci e pesci».

Come hanno reagito alla vostra
scelta le rispettive famiglie?

«Nessuno di loro ci ha contestato
o criticato. Noi, d’altro canto, non abbiamo mai avuto timori. Quella di
diventare cristiani è stata una decisione accarezzata da tempo, desiderata
profondamente. E da allora la nostra vita è cambiata completamente».

«Anche il nostro rapporto di
coppia si è modificato – risponde Monica -. Prima eravamo legati alle
tradizioni, all’entourage familiare, alla differenza tra uomo e donna,
alla sudditanza della seconda al primo. Eravamo tesi, litigiosi. Ora è
diverso: è come se un nuovo orizzonte si fosse aperto davanti a noi. Un
orizzonte che ci piace e in cui ci sentiamo bene e siamo felici, e con noi
i nostri figli».

Sono battezzati anche loro?

«No, anche se l’intenzione
iniziale era quella – racconta Agostino -. Ci fu consigliato di aspettare
che i ragazzi crescessero e potessero scegliere da soli: un musulmano che
abbraccia un’altra religione è perseguitato, può incorrere in seri
problemi, ed è meglio che i nostri figli, per il momento, li evitino. Nel
frattempo vanno a catechismo».

Quando è iniziata la vostra
ricerca?

«Nel ’90  ed è andata avanti fino
al ’94. Ci eravamo trasferiti in Italia per cercare lavoro e serenità –
ricorda Monica -. Tuttavia, poiché non avevamo alcun tipo di
regolarizzazione, facemmo ritorno in Algeria per avviare le pratiche per i
permessi di soggiorno. Lì la situazione era drammatica: la guerra civile
seminava morte e distruzione e i nostri figli, che parlavano solo
italiano, erano spaventatissimi e spaesati.

Dal ’94 al ’99 ci trasferimmo in
Tunisia: iscrivemmo i ragazzi in una scuola italiana, mentre mio marito
trovò lavoro come interprete per una ditta italiana. Io ero dirigente in
una fabbrica di abbigliamento. Insomma, avevamo trovato una buona
sistemazione. Frequentavamo la comunità dei cristiani, tunisini ed
europei. Alla domenica, tra mille difficoltà, andavamo a messa nella
cattedrale di Tunisi e incontravamo i nostri compagni di fede. Spesso,
tuttavia, arrivava la polizia e ci portava in commissariato, dove venivamo
interrogati a lungo: “Voi siete musulmani, perché frequentate la chiesa?”.
Era questa la domanda di rito».

«Ma noi proseguimmo il nostro
percorso: andavamo a catechismo, alle riunioni di preghiera e di
riflessione – continua Agostino -. In quei luoghi incontravamo decine di
arabi di origine islamica convertiti al cristianesimo. È molto rischioso
lasciare l’islam, può costare la vita, ma Gesù ci è stato vicino. Fu
proprio la fede in lui che ci diede la forza per superare la paura delle
persecuzioni, quando, nel ’99, dalla Tunisia ritornammo in Algeria. Lì la
nostra situazione era ancora più pericolosa. Facevamo anche 300 chilometri
per raggiungere il luogo per gli incontri spirituali. Nonostante tutto
ciò, comunque, abbiamo proseguito».

La fede è dunque una componente
importante nella vostra vita?

«Fondamentale – risponde Agostino
-. Il Signore è presente nelle nostre giornate e ci guida: tutti gli
ostacoli si trasformano positivamente e misticamente».

«In Algeria era difficile davvero
trovare l’occasione per pregare o per andare a messa – sottolinea Monica
-. A casa c’era sempre qualcuno delle nostre famiglie, ed io, facendo la
sarta, ricevevo molte donne e avevo sempre il timore che i miei figli,
abituati a parlare liberamente, rivelassero loro la nostra scelta
religiosa. Era rischioso, bisognava stare attenti. In particolar modo
quando, una volta al mese, veniva un sacerdote a celebrare la messa a casa
nostra, chiudevamo tutte le finestre e parlavamo a bassa voce. Nessuno
doveva sentirci. Ma siamo stati coraggiosi e tutto è sempre andato per il
verso giusto, anche quando, nel 2001, ci siamo trasferiti in Italia».

«Abbiamo infatti subito trovato
casa e lavoro, e presentato i documenti per la regolarizzazione – la
interrompe Agostino -. I nostri figli frequentano le scuole medie e
superiori e sono ben inseriti, vanno in parrocchia, hanno tanti amici.
Insomma, siamo felici e di questo ringraziamo Dio tutti i giorni.
Qualunque cosa chiediamo a Gesù, lui ce la concede. E noi lo ringraziamo
facendo tanto volontariato, soprattutto mia moglie: è un’attività che ci
piace molto, che ci dà gioia. Amare, donare, è qualcosa di magnifico, che
nell’islam ci mancava completamente.

Spesso, nei nostri paesi i soldi
della zakat, l’elemosina legale islamica, finiscono nella compra-vendita
di armi o nelle tasche dei ricconi potenti. Venendo dall’islam abbiamo
potuto constatare di persona la differenza tra questa religione e il
cristianesimo: chi segue l’insegnamento di Cristo ha tanto amore da dare,
ha un grande cuore e agisce per il prossimo senza interessi. Non è così
nell’islam! Prendiamo il pilastro stesso del digiuno durante il mese di
ramadan: è vietato mangiare dall’alba al tramonto, ma poi ci si abbuffa di
sera, spendendo un capitale in acquisti. Anche il cibo viene sprecato e i
prezzi lievitano. Ecco che, nonostante le critiche, si macchiano dello
stesso consumismo di cui accusano i cristiani per il natale».

 

 

 «Ridda»
o «irtidad» (apostasia) nell’islam

ll termine muslim significa
colui che è sottomesso a Dio e islam indica la resa, la sottomissione
e la devozione. Il musulmano, dunque, nasce e vive sotto la legge
islamica, la shari‘a, e non può scegliere per sé e per la propria
famiglia una religione diversa da quella dei padri.

In una prospettiva islamica,
perciò, chiunque abbandoni la propria fede commette un peccato
imperdonabile: si allontana da Dio e dalla comunità di credenti, la
ummah, e deve essere processato e invitato a pentirsi. Eventualmente,
può essere «aiutato» attraverso la tortura. Se tutto ciò fosse inutile
a far ravvedere l’apostata, la pena di morte potrebbe essere comminata
come conseguenza.

In Egitto, Marocco, Iran e
Pakistan molti convertiti sono stati sottoposti a maltrattamenti e
torture, che hanno portato, in alcuni casi, alla morte. Sono stati
registrati casi in cui genitori hanno murato vive le figlie
lasciandole morire di sete e di fame.

Tuttavia, in questo inizio di
secolo, sembra che vi siano stati solo sporadici casi di condanne a
morte. Teoria e pratica, dunque, non viaggiano parallele.

 Che
dice il corano?

Apostata è una persona che
abbandona una religione e ne adotta un’altra o si limita a
considerarsi ateo. Al giorno d’oggi, nell’islam, l’apostasia è un tema
complesso e molto dibattuto. Vediamo, allora, cosa dicono alcuni
versetti coranici.

«La religione presso Iddio è
l’islam» (sura III, v.19);

«Iddio non perdona che gli si
associno compagni, ma, all’infuori di ciò, perdona chi vuole. Ma chi
attribuisce consimili a Dio commette un peccato immenso» (sura IV,
v.48);

«Combattete coloro che non
credono in Dio e nell’Ultimo giorno e che non vietano quello che Dio e
il suo messaggero hanno vietato» (sura IX, v.29);

«I credenti sono coloro che
credono in Dio e nel suo Messaggero e non dubitano in quel credo»
(sura XLIX, v.17);

«Non prostratevi al sole o
alla luna, piuttosto prostratevi davanti a Dio che li ha creati, se è
Lui che adorate» (sura XLI, v.37);

«Giurano in nome di Dio che
non hanno detto quello che in realtà hanno detto, un’espressione di
miscredenza; hanno negato dopo aver accettato l’islam e hanno
desiderato quel che non hanno potuto ottenere. Non hanno altra
recriminazione se non che Dio col suo Messaggero li ha arricchiti con
la sua grazia. Se si pentono sarà meglio per loro; se invece volgono
le spalle, Dio li castigherà con doloroso castigo in questa vita e
nell’altra; e sulla terra non avranno né alleato né patrono» (sura IX,
v.74);

«Coloro che commettono
blasfemia e si separano dalla via di Dio e poi muoiono come
miscredenti Iddio non li perdonerà», (sura XLVII, v.34);

«Che non vi sia costrizione
nella religione: certamente il Giusto Sentiero si distingue
chiaramente da quello storto» (sura II, v.256);

«Coloro che credettero e poi
negarono, ricredettero e poi rinnegarono, non fecero che accrescere la
loro miscredenza. Dio non perdonerà loro né li guiderà verso il
Sentiero» (sura IV, v.137);

«Quando poi siano trascorsi i
mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate,
catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono,
eseguono l’orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro
strada. Dio è perdonatore e misericordioso» (sura IX, v.5).

 Che
succede agli apostati?

«Alcuni commentatori sono
giunti alla conclusione che la punizione per chi rinuncia alla fede è
la morte» (1). Ciò che attende un adulto, dunque, sono 3 giorni per
ripensare alla propria scelta prima di essere giustiziato. Alcuni
ritengono che ciò debba avvenire, indifferentemente, se l’apostasia è
commessa in uno stato islamico o d’altra fede.

Secondo altre tendenze, è
necessario invece attenersi a quanto sancito dalla Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo in fatto di libertà religiosa.

Studiosi delle quattro scuole
giuridiche (shafi‘iti, hanbaliti, malikiti, hanafiti) collocano gli
apostati all’interno di tre categorie: quelli del cuore, coloro, cioè,
che dubitano dell’esistenza di Dio o del messaggio del suo profeta
Muhammad; la blasfemia del corpo, coloro che si prostrano ad altre
divinità; e la blasfemia che proviene dal dubitare su Dio e il suo
profeta.

Non vi deve essere costrizione
nella religione, recita il corano, ma le cose cambiano una volta che
il fedele ha scelto di abbracciare l’islam. Come chiaramente espresso
dalla sura IV, v.137, chi crede e poi nega è considerato un
miscredente (kafir) e non degno del perdono di Dio. Inoltre: «Nessun
credente e nessuna credente può scegliere a modo proprio quando Dio e
il suo Messaggero hanno deciso qualcosa», (sura XXXIII, v.36). Il
credente non è dunque libero di decidere se abbandonare o meno la
religione islamica. Anzi, l’apostasia è giudicata come un vero e
proprio tradimento.

La pena
capitale: sì, però…

Premesso tutto ciò, se una
persona rinnega l’islam pubblicamente e senza subire costrizioni, se è
pienamente cosciente ed adulta, la pena prescritta dalla shari‘a è la
morte per i maschi e la prigione a vita  per le donne.

Le modalità che portano alla
condanna per apostasia possono essere molteplici, e vanno dalla
dichiarazione esplicita del fedele («Io associo a Dio altre
divinità»), ad affermazioni che risultano blasfeme («Dio ha forma e
sostanza materiale»), ad azioni blasfeme come tenere con incuria il
corano o sporcarlo (ponendolo in posto sudicio, macchiandolo,
sfogliandolo con le dita sporche o appena portate alla bocca). Un
musulmano diventa apostata quando entra in una chiesa, prega un idolo
o pratica riti magici, oppure se dichiara che l’universo è esistito
dall’eternità, oppure che dopo la morte l’anima trasmigrerà o si
reincarnerà. Anche la diffamazione della personalità del profeta o
l’accusa agli angeli di avere qualità negative o il mettere in dubbio
le virtù ascetiche di Muhammad costituisce apostasia.

Chi rifiuta l’islam pur
essendo figlio di musulmani commette un «tradimento contro Dio», ed è
chiamato murtad fitri (apostata naturale). Se si pente può essere
perdonato.

Chi si converte all’islam e
poi cambia idea è definito murtad milli (apostata dalla comunità). Il
suo è considerato un tradimento contro la comunità e ai maschi può
essere comminata la pena di morte anche se si pentono.

Nel caso, raro, in cui un
apostata venga condannato a morte, la tradizione prevede l’esecuzione
attraverso il taglio della testa.

Tra i malikiti, gli hanbaliti
e gli shafi‘iti la pena inflitta a donne e uomini è quella capitale.

Tuttavia, il fatto stesso che
una sura, la IV, v. 137, possa recitare «Coloro che credettero e poi
negarono, ricredettero e poi rinnegarono, non fecero che accrescere la
loro miscredenza. Dio non perdonerà loro né li guiderà verso il
Sentiero», dimostrerebbe, secondo alcuni studiosi, come nel corano
l’apostasia sia possibile senza incorrere nella condanna a morte. Come
farebbe infatti il miscredente a credere e rinnegare, poi ricredere
per poi rinnegare se al primo abbandono venisse ucciso?

Molti studiosi sostengono che
i passaggi in cui Muhammad chiede la testa dei traditori della
religione siano da riferirsi a casi di alto tradimento, come
dichiarare guerra all’islam, al profeta stesso, mettere in pericolo la
ummah e così via. Casi storici circostanziati o di palese minaccia,
dunque. Sembra infatti che né Muhammad né i suoi successori abbiano
mai condannato a morte alcun apostata.

 A. L.

Riferimenti bibliografici:

 

Hamza Roberto Piccardo (a cura
di), Il corano, Edizioni Newton Compton, Roma 1996;

Abdurrahmani al-Djaziri (a
cura di), The penalties for apostasy in islam, in Light of Life,
Austria 1997;

Jean-Marie Gaudeul, Vengono
dall’islam chiamati da Cristo, Emi Editrice, Bologna 1995;

Mohammad Talbi, Le vie del
dialogo nell’islam, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 1999;

Aa.Vv., Dibattito
sull’applicazione della shari‘a, Edizioni della Fondazione Agnelli,
Torino 1995;

Sito internet:
www.religioustolerance.org

 

(1) Ahmad Faiz bin Abdul
Rahman, «Malaysian laws on apostasy inadequate», at
http://www.iol.ie/afifi/

 

 

A colloquio con
don Fredo Olivero

(responsabile dell’ufficio
Migranti della Caritas di Torino)

 Don Fredo, hai mai incontrato
musulmani che ti chiedono di aiutarli a diventare cristiani?

«Sì. Ma voglio premettere che,
secondo noi, gli immigrati devono vivere bene la propria fede. Poi, se
qualcuno ci chiede informazioni sul cristianesimo, gliele foiamo».

 Quanti sono quelli che si sono
avvicinati alla chiesa cattolica?

«La cifra esatta è difficile da
quantificare, ma sono almeno un centinaio, negli ultimi anni, quelli che
hanno chiesto di avere una bibbia in arabo o in francese. A tutti coloro
che ci chiedono di abbracciare la fede cattolica noi consigliamo
un’attenta riflessione; gli diciamo: “Fate attenzione, perché nei vostri
paesi perdete ogni diritto. Se avete programmato di stare qui per sempre,
va bene, ma se avete intenzione di far ritorno in patria, può diventare
pericoloso”. Molti, alla fine, ci ripensano.

Saida, una ragazza somala,
recentemente mi ha detto: “Ora basta. Sono due anni che metti ostacoli
alla mia conversione. Ho deciso: voglio diventare cristiana. Sono stata
accolta da voi e non mi avete chiesto nulla: ecco ciò che mi ha
conquistata. Per queste ragioni voglio farmi battezzare”. Adesso sta
seguendo il percorso catechistico e fra due anni potrà ricevere il
battesimo.

Ma anche momenti come “Estate
ragazzi”, al Centro Asai, possono servire affinché gli adolescenti,
italiani e immigrati di fede islamica, si conoscano e facciano amicizia.
Ci sono infatti molti ragazzini musulmani che frequentano l’oratorio e il
catechismo: loro ci parlano della loro religione e noi della nostra. È
molto bello. È un’occasione preziosa di dialogo».

 Quali sono i gruppi etnici di
fede islamica che hanno chiesto il battesimo in questi ultimi anni?

«Senegalesi, ivoriani, somali,
maghrebini, albanesi».

 Quanti sono stati finora?

«Due o tre all’anno. Prima erano
solo albanesi, nell’ordine di una decina e altrettanti dai paesi dell’Est.
Mi viene in mente una coppia, lui regista, lei attrice di teatro. Da anni
risiedono in Italia e sono diventati cristiani dopo un lungo percorso di
studio e ricerca.

Comunque, noi non cerchiamo di
convertire nessuno. Tentiamo soltanto di far conoscere all’immigrato
musulmano l’ambiente culturale e religioso in cui ha scelto di vivere. È
importante che l’accoglienza parta da una solida identità sia del paese
ospite sia delle comunità immigrate.

Gli albanesi invece spesso
confondono la religione cristiana con la cittadinanza italiana, quasi che
la prima possa aiutare ad ottenere la seconda. Ma non è così, ovviamente».

 Ti è mai capitato che qualche
musulmano ti chieda di abbracciare l’islam?

«Certo. E gli rispondo: “Ciascuno
di noi pensa che la propria fede sia la migliore. Allora, tu ti tieni la
tua ed io la mia”. E così, in condizioni di parità, possiamo ragionare sul
valore dell’amicizia, per esempio.

Qui, alla Caritas-Migranti,
portiamo avanti un confronto dove ognuno accetta l’altro senza cercare di
convertirlo. È necessario che passi il concetto della “diversità” e della
tolleranza».

 E come la metti con il divieto
islamico dell’apostasia?

«Generalmente, all’interno di una
comunità etnica tutti vengono a sapere se una persona ha lasciato l’islam
per il cristianesimo. Qui in Italia ciò che rischiano è, al massimo,
qualche insulto.

Nei paesi d’origine il pericolo è
maggiore, e si può essere oggetto di discriminazione e minacce di morte.
Questo non vale per gli albanesi: la religione non conta molto. I
marocchini, invece, disprezzano i convertiti, li considerano gente venduta
all’Occidente».

 

 

A colloquio con
don Tino Negri

(direttore del Centro diocesano di
Torino per le relazioni cristiano-islamiche)

 

Don Tino, quanti sono i
musulmani che si sono convertiti al cattolicesimo?

«È impossibile saperlo, perché non
vanno in giro a raccontarlo».

 

Ne hai incontrato qualcuno?
Puoi parlarne?

«Due o tre, ma non ho saputo quasi
nulla dei motivi che li hanno spinti alla conversione. Occorre del tempo
per entrare in amicizia: le persone che ho conosciuto si sono limitate a
comunicarmi che sono diventate cristiane e a partecipare alla messa da me
celebrata facendo la comunione. Ed è già molto».

 

Perché, nella ummah islamica,
la conversione di musulmani albanesi è più tollerata rispetto a quella
degli arabi?

«Perché gli arabi considerano se
stessi il centro del mondo e della fede islamica e pensano che solo loro
siano in grado di esserle fedeli, mentre gli altri gruppi etnici possono
diventare dei traditori, perché non appartenenti alla “culla
dell’islam”». 

 

Come si pone la chiesa di
fronte al fenomeno delle conversioni di musulmani?

«La chiesa è mandata da Cristo ad
evangelizzare e, dunque, deve accogliere nella comunità coloro che
chiedono il battesimo. Tuttavia occorre qualche prudenza. Prima di tutto,
è necessario verificare la vera disponibilità alla conversione; poi, è
indispensabile una seria e lunga preparazione catecumenale, e verificare
che la persona sia indipendente, che abbia cioè un lavoro, che non
coinvolga la moglie (nel caso sia sposato e questa non voglia seguirlo
nella sua scelta), che sia libero da pressioni dei genitori e da
ritorsioni del suo ambiente, e così via.

Il battesimo non dovrà essere un
atto pubblico (soprattutto se si tratta di un arabo), e sarà
indispensabile per lui o lei essere inseriti in una comunità veramente
accogliente.

Sarà necessario un accompagnamento
continuo nella fede, perché molti neofiti incorrono in problemi ulteriori
e rischiano di abbandonare la strada che stanno percorrendo.

Per tutte queste difficoltà
bisogna evitare di battezzare i minori, a meno che non ci sia l’appoggio o
la conversione dei genitori».

 

Che dimensioni ha, secondo te,
il fenomeno delle conversioni? Si tratta di casi isolati?

«A mio parere si tratta ancora di
pochi casi. È certo che, se fossero liberi di scegliere, molti musulmani
passerebbero al cristianesimo. Troppi hanno paura di farlo e altri non
conoscono il cristianesimo, perché l’islam ne dà un’immagine sbagliata,
proibendo anche di leggere i vangeli».

Angela Lano