Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

I RIFIUTI? FUORI DAL MIO GIARDINO!

Ogni persona produce, in media, 491 chilogrammi di rifiuti all’anno,
che generalmente finiscono nel cassonetto dell’immondizia o, spesso,
ai margini delle strade, nei boschi, nei fiumi.
Nessuno vuole tenere la spazzatura in casa, nessuno vuole la discarica
o l’inceneritore nella propria zona, ma quanti praticano la raccolta
differenziata e soprattutto quanti si preoccupano di produrre
meno rifiuti? Una percentuale ridicola. Insomma, viviamo in una società
dove la cultura ambientale è inesistente, da vergogna, da zero in pagella.
E le conseguenze sono pesantissime. Per tutti.

«Verrebbe da ridere, ma bisognerebbe piangere».
Questo potrebbe essere la morale di ciò
che non è una favola ma, purtroppo,
il risultato di una ricerca
del CNA, il Consorzio Nazionale
per il riciclo degli imballaggi
in Acciaio.
L’inchiesta, condotta su 1.000
persone tra i 18 ed i 65 anni, ha
fatto emergere la profonda ignoranza
degli italiani in campo
ambientale. Qualche esempio.
Il 28% degli intervistati sostiene
che l’ecosistema sia un
nuovo e rinfrescante sistema di
condizionamento dell’aria,
mentre per il 24% si tratta di uno
speciale ed utile apparecchio
acustico; il benzene sarebbe addirittura
un carburante di nuova
generazione ed evoluzione ecologica
della benzina (63%)!
Limitatamente al tema dei rifiuti
la situazione non è certo
più rosea. La raccolta differenziata
viene definita come un sistema
di lavorazione del settore
agricolo (33%) o come un sistema
di classificazione per appassionati
di collezionismo
(11%): ciò significa che il 44%
non sa cosa sia la raccolta differenziata.
Per biodegradabilità il
29% degli intervistati intende lo
stato di degrado in cui versano molti
parchi e giardini ed un altro 29%
i tempi di scadenza di un prodotto
biologico. Il 35% considera il riciclaggio
dei rifiuti un irregolare
smaltimento dei rifiuti volto all’elusione
della relativa tassa, mentre il
18% pensa che si tratti di un sistema
truffaldino di vendita perpetrato
ai danni dei consumatori. Per un
buon 28%, inoltre, il compostaggio
sarebbe un metodo educativo che
prevede una postura ordinata e corretta!
Questi risultati rappresentano solo
uno dei tanti elementi che confermano
la profonda mancanza di
conoscenze ambientali fra la popolazione,
in particolare per quanto
concee l’argomento rifiuti. Eppure,
tra le infinite interconnessioni
esistenti fra l’uomo e la natura, il
legame fra noi ed i rifiuti che produciamo
dovrebbe essere tra i più
evidenti. Se non è immediato immaginare
lo zaino ecologico di un anello
d’oro o di un computer (MC,
giugno 2002), o i cambiamenti climatici
indotti dall’emissione di
CO2 relativa ai nostri consumi, la
quota di rifiuti prodotta direttamente
dal nostro stile di vita ci accompagna
invece costantemente.
In quale famiglia non si discute
per andare a buttare l’«immondizia
»? Allora, se gli «immondi» sacchi
neri prodotti da noi stessi sono
così sgraditi nelle nostre case, perché
non chiedersi che fine faranno
dal momento in cui li poniamo nel
cassonetto? Perché non sentirne in
qualche modo la responsabilità? Al
contrario, il problema non è solo relativo
all’ignoranza in questo campo
ma, fatto ben più grave, all’indifferenza
nei confronti dei nostri
rifiuti e delle conseguenze che la loro
produzione ed il loro smaltimento
comportano.
COSA SONO I RIFIUTI
Se nelle puntate precedenti si è analizzata
l’origine di un prodotto
(dal punto di vista dello sfruttamento
delle risorse naturali e dei
flussi di materia associati al prodotto
stesso), vediamo ora il percorso
che compie il prodotto morto (buttato),
ossia il rifiuto.
Secondo il D.P.R. 915/82, per rifiuto
si intende «qualsiasi sostanza
od oggetto derivante da attività umane
o da cicli naturali, abbandonato
o destinato all’abbandono».
Essere rifiuto non è quindi una caratteristica
intrinseca di un oggetto.
Un prodotto può essere ancora funzionante,
utile o riparabile, ma essere
abbandonato ad esempio perché
fuori moda o perché non soddisfa
più le richieste originarie.
È fondamentale distinguere con
chiarezza le differenti fasi del ciclo
di vita del rifiuto:
1) la produzione
2) la raccolta
3) lo smaltimento.
LA PRODUZIONE
Quello dei rifiuti è diventato un
problema ambientale molto grave,
sotto diversi punti di vista. In questo
secolo, infatti, si è avuto:
– un aumento vertiginoso della produzione
di rifiuti, dovuto in particolare
alle abitudini legate alla società
consumistica;
– un aumento della tossicità per
l’ambiente, dovuto al passaggio dalla
società agricola a quella industriale;
– una diminuzione delle possibili aree
per il tradizionale smaltimento
(la discarica).
I rifiuti prodotti sono definiti urbani,
se provengono dal settore civile,
oppure speciali, se di natura industriale,
artigianale o commerciale.
I rifiuti solidi urbani (RSU)
comprendono circa il 29% di sostanze
organiche (alimenti), il 28%
di carta e cartone, il 16% di plastica,
il 4% di legno e tessuti, il 4% di
metalli, l’8% di vetro e un 11% di
altri materiali.
Nel 1999 sono stati prodotti in Italia
più di 28 miliardi di tonnellate
di rifiuti urbani, per una media pro
capite di circa 491 kg di rifiuti all’anno!
Le quantità variano da regione
a regione ed anche in base al
periodo dell’anno. Nella provincia
di Torino, ad esempio, la produzione
di RSU è in costante ascesa dal
1969, con un tasso medio annuale
d’incremento di circa il 3%. Nel
1969 ogni torinese produceva circa
183 kg di rifiuti, 317 kg nel 1985, fino
ad arrivare a 540 kg nel 2000.
Interessante è inoltre il rapporto tra
l’andamento del prodotto interno
lordo (Pil) e la produzione di rifiuti:
all’aumentare del Pil pro-capite,
aumenta anche la quota di rifiuti
urbani pro-capite prodotta. La
quantità di rifiuti prodotta, infatti,
dipende strettamente dalla quantità
di beni fabbricati e consumati.
LA RACCOLTA
La raccolta del rifiuto può essere
di due tipi:
1) raccolta indifferenziata ossia tutti
i tipi di rifiuti vengono raccolti insieme;
2) raccolta differenziata ossia i rifiuti
vengono raccolti in base alla tipologia.
Per molti anni, in Italia la raccolta
differenziata (r.d.) è consistita
nella raccolta del vetro nelle campane.
Solo alla fine degli anni ’80 è
stata introdotta la raccolta della carta,
delle lattine in alluminio e della
plastica. Dal 1996 sta inoltre aumentando
la raccolta del verde e
della frazione organica. Si sono, infine,
aggiunte la raccolta delle pile e
dei farmaci.
Vale la pena di ricordare che la
r.d. (praticata da una percentuale
ancora molto bassa di cittadini) non
è volontaria, bensì obbligatoria. Il
Decreto legislativo del 5 febbraio
1997, n. 22, più noto come «Decreto
Ronchi», ha infatti fissato precisi
obiettivi da raggiungere nell’arco
di 6 anni dall’entrata in vigore: 15%
di rifiuti raccolti in modo differenziato
entro il 1999, 25% entro il
2001, 35% entro il 2003. La media
italiana, invece, è di circa il 13%,
con notevoli differenze fra le diverse
regioni.
LO SMALTIMENTO
Dopo essere stato raccolto, il rifiuto
è destinato ad una qualche forma
di smaltimento: la messa in discarica
(oggi avviene per il 74,4%
della quantità di rifiuti), l’incenerimento
(7,2%), il recupero dei materiali
o riciclaggio (7,4%) il compostaggio
(11%).
L’INCENERITORE
L’inceneritore si sta affermando
come metodo di smaltimento in
quanto dà la sensazione di eliminare
il problema rifiuti in modo rapido
ed efficace: il rifiuto, bruciando,
«sparisce»…
In realtà, è noto che «nulla si crea,
nulla si distrugge» e ciò vale anche
per un inceneritore, che altro non è
che un impianto di combustione ad
alta temperatura, nel quale il combustibile
è rappresentato dal rifiuto
stesso. Nell’impianto entrano appunto
i rifiuti, del combustibile che
sostenga il processo di combustione,
aria (cioè ossigeno per la combustione),
acqua (per le operazioni
di filtraggio dei fumi e di raffreddamento
delle ceneri).
Dopo la combustione, dall’impianto
fuoriesce la stessa quantità di
materiali, ma trasformata in: ceneri,
fumi di combustione (contenenti
anidride carbonica, vapore acqueo
ed altri gas), polveri, acqua inquinata
(che, dopo essere stata depurata,
darà vita ai fanghi).
Da 1 tonnellata di RSU, quindi, si
ottengono circa 6000 Nm3 («normalmetricubi
»: unità di misura dei
gas) di fumi, 6,7 kg di polveri e 300
kg di ceneri e scorie. Da un lato,
quindi, l’incenerimento causa un
problema di inquinamento atmosferico
(fumi e sostanze inquinanti
in essi contenute), dall’altro crea un
problema di smaltimento delle ceneri
e dei fanghi. Le ceneri, i carboni
attivi usati nei filtri dei fumi ed
i fanghi, infatti, contengono cloro,
fluoro, zolfo, metalli tossici, inquinanti
non presenti nei rifiuti in entrata
(diossine, furani, fenoli…): si
tratta in molti casi di sostanze persistenti
che si accumulano nel terreno
e che possono tornare all’uomo
attraverso l’alimentazione. Ecco
perché questi rifiuti in uscita
sono classificati come rifiuti speciali
e necessitano di discariche speciali,
la cui gestione e localizzazione
presenta generalmente maggiori
difficoltà rispetto ad una discarica
per rifiuti urbani.
Gli inceneritori, quindi, anche se
riducono il volume dei rifiuti, pongono
problemi di inquinamento atmosferico
e di salute pubblica e necessitano
comunque di una discarica.
Se fra i vantaggi principali
dell’incenerimento compare la riduzione
del volume iniziale dei rifiuti,
in realtà molti sostengono che
tale risultato può essere raggiunto
anche con un moderno processo di
pressatura.
Spesso gli inceneritori vengono
definiti anche «termovalorizzatori»:
ossia è possibile utilizzare il calore
prodotto dalla combustione dei rifiuti
per produrre energia elettrica.
Tuttavia, perché tale operazione sia
conveniente, è necessario che gli
impianti siano di grosse dimensioni
e siano localizzati in prossimità di utenze
civili ed industriali alle quali
inviare il vapore o l’energia elettrica
prodotti.
LA DISCARICA
La discarica «controllata» (aggettivo
che vuole sottolineare la distinzione
rispetto alla discarica selvaggia,
fuorilegge) è un impianto nel
quale vengono «stoccati» i rifiuti.
Esistono varie tipologie di discarica
in base ai rifiuti ospitati (urbani,
speciali). Secondo il Decreto Ronchi,
in discarica potranno essere
confinati soltanto i rifiuti inerti (non
in grado di reagire con altre sostanze)
e i rifiuti derivanti da operazioni
di riciclo, recupero e smaltimento
(come ad esempio l’incenerimento).
La discarica deve soddisfare alcuni
requisiti generali: deve essere
localizzata in luoghi stabili per tempi
anche molto lunghi; deve possedere
barriere naturali (ad es. spessi
strati argillosi) o artificiali (ad es. fogli
di polietilene di diverse tipologie)
che isolino i rifiuti dall’ambiente
esterno, in particolare dall’aria
e dalle acque sotterranee; deve
essere controllata con differenti sistemi
di monitoraggio. Nonostante
la discarica sia spesso associata ad
una «buca» in cui si possa gettare di
tutto senza creare problemi, due sono
i possibili impatti sull’ambiente:
1) sulle acque sotterranee: il contenuto
acquoso dei rifiuti, veicolato
dalle acque piovane, può infiltrarsi
nel sottosuolo e raggiungere eventualmente
la falda sottostante la discarica;
2) sull’aria: i processi di degradazione
naturale della parte organica
del rifiuto provocano la formazione
del biogas, un gas composto essenzialmente
da metano ed anidride
carbonica; esso può dare problemi
di incendi e soprattutto di cattivo odore,
e quindi dovrebbe essere bruciato
oppure recuperato ed utilizzato per produrre piccole quantità
di energia elettrica.
IL RECUPERO DEI MATERIALI
Per recupero o riciclaggio si intende
la valorizzazione e l’utilizzo
delle risorse naturali presenti nel rifiuto,
in modo da poterle reintrodurre
nei cicli di produzione e consumo,
con due vantaggi principali:
1) risparmio di materie prime (recuperando
il vetro si risparmia la
sabbia estratta dalle cave e tutte le
sostanze aggiuntive necessarie alla
produzione del vetro);
2) risparmio di energia (l’energia
impiegata per estrarre la sabbia e le
altre sostanze, per i trasporti, per ottenere
la temperatura a cui fonde la
sabbia…).
Gli esempi più noti sono il recupero
della carta, del vetro, della plastica
e dell’alluminio. Anche il compostaggio
è una forma di recupero:
tramite un’operazione naturale di
biodegradazione, la sostanza organica
(il verde e gli alimenti) si trasforma
in ammendante per l’agricoltura.
Essendo dei veri e propri impianti
industriali, anche gli impianti di
recupero presentano vantaggi e
svantaggi dal punto di vista ambientale
ed economico. Ad esempio,
è noto che, nel recupero della
carta, la fase di disinchiostrazione
abbia un pesante impatto sull’ambiente.
La plastica non può essere
recuperata molte volte perché perde
le proprietà iniziali: una bottiglia
di plastica non può tornare ad essere
una bottiglia ma può diventare
materiale per oggetti vari (ad esempio
panchine, maglioni in pile, materiale
espanso per le automobili…).
Il vetro, invece, può essere fuso infinite
volte senza perdere le sue caratteristiche.
Ecco perché il recupero
del vetro è forse quello che
comporta meno problemi a livello
di mercato: la qualità di una bottiglia
di vetro proveniente da vetro riciclato
(quello che noi mettiamo
nelle campane della raccolta differenziata)
è la stessa di una bottiglia
fabbricata a partire dalle materie
prime (sabbia, carbonati di calcio e
sodio, ossidi di ferro…).
Al contrario, il mercato della carta
non è ancora abbastanza sviluppato,
in quanto la qualità della carta
riciclata non soddisfa le richieste
di tutti gli acquirenti (anche se nella
maggior parte dei casi non è necessario
scrivere una lettera o una
relazione su carta bianchissima…).
Gli impianti di recupero sono molto
complessi e costosi e quindi giustificabili
per quantità elevate di rifiuti.
Essi inoltre necessitano che il
materiale da riciclare (vetro, carta,
plastica…) sia il più possibile privo
di altri elementi estranei. Ad esempio,
se nelle campane del vetro sono
presenti anche piccole quantità
di ceramica (come la tazzina di
caffè), la probabilità che le bottiglie
ottenute dalla fusione del vetro si
rompano è molto elevata.
A questo punto risultano evidenti
alcune considerazioni:
– qualsiasi tipologia di smaltimento
(inceneritore, discarica, recupero)
presenta vantaggi e svantaggi;
– la raccolta differenziata non è una
forma di smaltimento alternativa alla
discarica o all’inceneritore, come
molti pensano; essa rappresenta invece
il passaggio dalla produzione
dei rifiuti al recupero (della carta,
del vetro, della plastica, ecc….) e,
quindi, costituisce una prima fase di
separazione dei materiali, alla quale
seguiranno trattamenti più accurati;
– affinché il recupero possa essere
efficiente, la r.d. deve essere fatta
nel migliore dei modi, sia da parte
del cittadino, sia dell’amministrazione
comunale.
LOCALISMO E
SOSTENIBILITÀ

Finora l’analisi del problema rifiuti
è stata affrontata da un punto
di vista locale, ossia limitatamente
al territorio in cui un certo impianto
(discarica, inceneritore…) è costruito.
Se, in questo contesto, ci ponessimo
la domanda «perché la questione
rifiuti è grave?», sicuramente la
risposta sarebbe «perché non sappiamo
più dove metterli!». Questo
effettivamente corrisponde al vero,
e di conseguenza l’intero dibattito
verte su quale sia la migliore tipologia
di smaltimento.
Se però si cambia il punto di vista,
possono emergere alcune considerazioni
inaspettate e sorprendenti.
Tale nuovo punto di vista è quello
dello sviluppo sostenibile (MC, giugno
2002). La sostenibilità ambientale,
infatti, analizza i problemi nel
lungo periodo (e quindi non nel
breve) e in uno spazio più ampio rispetto
al locale: essa si chiede le
conseguenze di una certa azione
antropica sia a livello planetario sia
a distanza di tempo.
In quest’ottica il problema rifiuti
rivela le due facce di una stessa medaglia:
da un lato il problema dello
smaltimento, dall’altro il sovrasfruttamento
delle risorse naturali.
Ricordando infatti che il rifiuto è un
prodotto morto e che un prodotto
è un insieme di risorse naturali, è evidente
che la maggior produzione
di rifiuti significa un sempre maggiore
sfruttamento delle risorse del
pianeta. Maggiori rifiuti significa
anche maggiori impronte ecologiche
e, quindi, disequilibri ambientali
e sociali crescenti (MC, giugno
2002).
Ecco che il problema dello smaltimento
diventa secondario. La parola
d’ordine dovrebbe essere «ridurre
i rifiuti», come lo stesso Decreto
Ronchi invita a fare. Della
quota di rifiuti prodotta bisognerebbe
poi fare una raccolta differenziata
(r.d.) accurata, tale da incentivare
il recupero dei materiali e
limitare al massimo la costruzione di
inceneritori e discariche. Tuttavia
questo non avviene, anzi, viene attribuita
un’importanza primaria alla
r.d.: è certamente vero che essa sia
una pratica fondamentale, ma il fatto
che aumenti non significa automaticamente
che diminuisca la produzione
dei rifiuti. Allora, perché
premiare solo i comuni che aumentano
la r.d. e non quelli che diminuiscono
la produzione dei rifiuti?
Anche l’analisi relativa all’inceneritore
cambia aspetto sotto il punto
di vista della sostenibilità. Essendo
una sorta di «macchina» che funziona
«a rifiuto» anziché a benzina,
l’inceneritore necessita di rifiuti, favorendone
paradossalmente l’aumento
anziché la diminuzione.
Altri aspetti interessanti emergono
dallo studio degli impianti di recupero.
Prendiamo come esempio
un impianto di recupero del vetro.
In provincia di Torino non esiste un
impianto di riciclaggio del vetro: i
vetri provenienti dalle campane della
raccolta differenziata sono quindi
trasferiti ad Asti, a Dego (Savona)
o a Milano, con un notevole impatto
ambientale dovuto ai
trasporti. Questi impianti, inoltre,
generalmente esportano il vetro riciclato
(sottoforma di contenitori e
bottiglie dalle numerose forme) anche
sui mercati esteri, in Europa ed
oltreoceano. L’impatto dovuto ai
trasporti (estrazione di petrolio ed
emissioni di gas che alterano il clima)
non rischia così di annullare
quel risparmio di materie prime ed
energia che il recupero consentirebbe
di offrire?
Ci si può chiedere allora se grossi
impianti localizzati potrebbero essere
sostituiti da piccoli impianti
diffusi sul territorio, in grado sia di
rivitalizzare l’economia e l’occupazione
locali, sia di minimizzare i trasporti.
Purtroppo, però, questi impianti
sono molto costosi e gli investimenti
iniziali sono facilmente
ammortizzabili solo se l’impianto è
di grandi dimensioni.
Non è possibile allora ripensare il
funzionamento del sistema? Ad esempio,
si potrebbe potenziare la
pratica del vetro a rendere, affiancandola
al recupero? Bisogna inoltre
ricordare che, generalmente, un
impianto di recupero vetri utilizza
due terzi di vetro proveniente dalle
campane della r.d. ed un terzo di
materie prime. Ogni bottiglia prodotta,
quindi, è costituita per un terzo
da sabbia vergine! Se la richiesta
di contenitori in vetro aumenta
sempre di più, come sta succedendo,
aumenterà comunque la frazione
di materie prime estratte, anche
se il vetro viene recuperato. Risulta
di primaria importanza, quindi, la
riduzione della richiesta di contenitori.
E qui si apre un altro capitolo
interessante: gli imballaggi.
L’aumento smisurato degli imballaggi
rappresenta l’emblema dello
spreco di materie prime. Ha senso
utilizzare un materiale prezioso come
l’alluminio per contenere semplici
bevande? Non è un paradosso
che il contenitore sia più prezioso
del contenuto? Perché consumare
la plastica (derivante da una risorsa
scarsa ed inquinante come il petrolio)
non solo per le sue caratteristiche
chimico-fisiche, ma soprattutto
per fabbricare sacchetti ed imballaggi
vari, destinati ad una vita brevissima?
(Fine 4.a puntata – continua)

Consigli per RIDURRE i rifiuti:
scegliere i prodotti con minor zaino
ecologico;
scegliere i prodotti con meno imballaggio
possibile;
preferire prodotti duraturi, riparabili,
smontabili;
preferire materiali riciclabili;
provare a riutilizzare i prodotti per
scopi differenti dall’originario;
evitare i prodotti usa e getta;
diminuire l’uso di prodotti chimici
pericolosi;
evitare i cibi confezionati con involucri
inutili;
non fare incartare dai commessi prodotti
che hanno già una propria confezione;
preferire i liquidi (alimentari e non)
alla spina o in contenitori a rendere;
evitare i contenitori di plastica mono
uso;
preferire i contenitori di vetro a quelli
in plastica o alluminio;
evitare gli imballaggi in tetrapak,
costituiti da cartone ed alluminio (ad
esempio per il latte, i succhi di frutta…);
evitare i prodotti con «omaggi» che si
rivelano spesso come oggetti inutili,
destinati a diventare subito rifiuti;
preferire borse di juta e cotone alle
borse di plastica;
preferire le pile ricaricabili;
utilizzare i fogli con una facciata bianca
per la brutta copia;
fotocopiare fronte e retro;
non prendere volantini o fogli pubblicitari
se non interessano;
usa il più possibile la carta riciclata.

Silvia Battaglia