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ZIMBABWE «rielezione» di Mugabe e altro… SOLILOQUIO AFRICANO

Robert Mugabe si è proclamato vincitore delle elezioni presidenziali, svoltesi in Zimbabwe dal 9
all’11 marzo scorso, all’insegna di violenze, intimidazioni, brogli e soprusi d’ogni genere. Il paese
è stato sospeso dal Commonwealth per un anno. Fuori e dentro il paese, nessuno scommette
sulla capacità del «dittatore» di risolvere la grave crisi economica e sociale in cui lo Zimbabwe
si dibatte da troppi anni. Per ora si è evitata la guerra civile.
È forse questo «il peggio» a cui allude padre Filipe Couto, rettore dell’Università cattolica del
Mozambico. In una specie di soliloquio, anziché articolo discorsivo, egli presenta una personale
chiave di lettura per capire il mondo della politica «made in Africa».
Non comprendiamo, però, perché certi presunti «padri della patria»
debbano continuare impunemente a commettere delitti e soprusi
contro i propri cittadini, con la complicità dei politici occidentali.

Che cosa pensi dei risultati delle ultime
elezioni presidenziali in Zimbabwe?
Si è evitato il peggio.

Il peggio, come ha più volte detto
Mugabe, sarebbe «l’imperialismo
britannico, la ricolonizzazione del
paese, gli attentati dei nemici della
pace e democrazia per favorire burattini
e servi degli imperialisti»?
In Africa sono necessarie forze di
opposizione. Dobbiamo certamente
sviluppare delle alternative, ma lavorando
a lungo termine e internamente,
tra noi, evitando il più possibile di
essere teleguidati dall’esterno.

Secondo te, le pressioni e sanzioni
«intelligenti», esercitate sui governanti
affinché promuovessero elezioni
libere e democratiche, sono
state interpretate come un tentativo
britannico di ricolonizzare lo Zimbabwe?
Sostanzialmente è stata questa l’interpretazione.
Mi stupisce che la
Gran Bretagna lo abbia ignorato. Se
durante la campagna elettorale gli inglesi
avessero criticato meno Mugabe,
sarebbe stato più utile all’opposizione.
Il loro modo di agire, invece,
ha prodotto l’effetto contrario: la
gente comune ha creduto che gli oppositori
fossero teleguidati dai coloni
bianchi e dalla Gran Bretagna.
Non sarà che Tony Blair abbia appoggiato
Tsvangirai, candidato dell’opposizione,
per far sì che Mugabe
rimanesse in sella? In politica tutto è
possibile.

Eppure il vescovo anglicano Desmond
Tutu ha detto di essere «molto,
molto, molto rammaricato e deluso
che proprio il Sudafrica, sostenitore
di processi democratici, sia
stato tra i primi paesi africani a dichiarare
tali votazioni legittime, libere
e pacifiche…».
I governi africani, secondo me,
hanno giudicato che, tutto sommato,
legittimità, libertà e pace non siano
state totalmente negate nell’esercizio
del diritto di voto del popolo
dello Zimbabwe. Sarebbe potuto capitare
il peggio. In politica si deve fare
il meglio possibile. Ma l’Africa vede
la democrazia come un punto
d’arrivo, da raggiungere attraverso
un lungo processo; non dovrebbe essere
«imposta» dall’alto.

Intanto i paesi occidentali dovrebbero
sborsare miliardi di dollari per
aiutare il continente a coltivare la
propria «via africana» allo sviluppo
e democrazia?
I politici africani affermano che
bisogna lasciare agli africani di sviluppare
le proprie strategie in materia
di buon governo e rispetto dei diritti
umani. Per quanto riguarda i
rapporti tra «Occidente sviluppato
e Africa in via di sviluppo», penso
che la via da percorrere sia quella
della collaborazione, basata su un’uguaglianza
di fondo, anche in fatto
di diritti di manipolazione della politica
a favore dei rispettivi interessi:
su questo punto i politici occidentali
e africani concordano più di quanto
sembri; a scandalizzarsi sono solo
quelli che non sono al potere. Ciò vale
per l’Africa come per gli altri con-
tinenti. Bisogna conoscere meglio
ciò che accade dietro le quinte.

Le elezioni in Zimbabwe sono oramai
storia passata? I tentativi di statisti
europei e africani di riportare
Mugabe dentro confini di saggezza
e migliorare la situazione del paese
sono inutili? Bisogna rassegnarsi al
meno peggio?
Le elezioni non sono storia passata;
così pure i tentativi di non isolare
governo e presidente del paese. Il
leader sudafricano Tabu Mbeki, accettando
il risultato delle elezioni, ha
fatto solo il suo dovere di politico. In
questi giorni Mugabe e l’opposizione
stanno dialogando sotto l’arbitraggio
della Nigeria. Si tratta di una
vera mossa strategica e politica: per
cambiare le cose, in politica, bisogna
lottare per giungere al potere. In tale
lotta, però, bisogna usare mezzi ragionevoli,
fare compromessi. Le opposizioni
devono essere più allenate
a scendere a compromessi.

In Zimbabwe le cose rimarranno
sempre le stesse?
Non credo. Gli osservatori nigeriani,
norvegesi e parlamentari della
Comunità di sviluppo dell’Africa
Australe, incaricati di sorvegliare lo
svolgimento delle elezioni in Zimbabwe,
hanno dichiarato che all’elettorato
non è stato permesso di esprimere
la propria volontà in modo
libero e pacifico; le elezioni si sono
svolte in «un clima di paura e di violenza
»; «troppo spesso le forze dell’ordine
non sono intervenute in casi
di denunce di violenze e gravi intimidazioni
» da parte di «corpi paramilitari,
giovani e gruppi filo-governativi
». Tali critiche lasciano il segno.
Ma in Zimbabwe esiste una crisi
politica: la ridistribuzione delle terre
è un problema reale e sarà superato.
Ma per risolverlo c’è ancora bisogno
del contributo di Mugabe.

In che modo?
Per oltre 20 anni Mugabe è stato
tollerante con i proprietari terrieri
bianchi. Come attore nel teatro politico,
egli non rivela tutto quello che
realmente ha fatto e sta facendo.
Non ha commesso solo degli errori.
Lui e il suo governo sono in comunicazione
con Gran Bretagna, Australia,
Belgio ecc. molto di più di
quanto si dica e si pensi. Tra le classi
politiche di detti paesi esistono
concordanze, che al momento non
vengono rivelate. Persino una parte
della popolazione bianca dello Zimbabwe
non è totalmente contro Mugabe:
alcuni lo vedono come un male
minore. Sarà la storia a dire dove
sia la verità dei fatti.
Perciò su Mugabe non si dovrebbe
fare pressione perché abbandoni
il potere con una sconfitta politica. Il
sostegno che egli gode da parte di
molti leaders africani non è contrario
alla democrazia; essi non arriveranno
mai a giustificare apertamente
una sconfitta del genere: perderebbero
la propria legittimità.

I leaders africani devono restare al
potere per tutta la vita?
C’è una generazione di leaders che
si sentono «padri della patria» e ritengono
intollerabile essere sbalzati
dal potere; solo la morte naturale è
per essi accettabile. Alcuni possono
farsi da parte spontaneamente, come
hanno fatto Julius Nyerere in Tanzania
e Nelson Mandela nel Sudafrica.
Altri sono rimasti fino alla morte,
come Jomo Kenyatta nel Kenya. La
sostituzione di queste figure mediante
le elezioni hanno prodotto
traumi politici, come in Zambia, dove
Keneth Kaunda, primo presidente,
ha perso le elezioni, è stato messo
in prigione e ha rischiato di perdere
la nazionalità zambiana.

Mugabe sarà capace di lasciare il potere
come Nyerere o Mandela?
Se la situazione volgerà al meglio,
Mugabe introdurrà una legge che gli
permetta di nominare un successore
al capo del suo partito e di affidargli
la presidenza del paese, fino al termine
del mandato di sei anni. Sia
chiaro, tuttavia, che egli non ha intenzione
di fare la fine di Keneth
Kaunda: non vuole affrontare rappresaglie,
processi giudiziari o prigione;
perciò non se ne andrà senza
garanzia d’immunità. Ed è saggezza
democratica accordargliela. La democrazia
reale è fatta di compromessi,
non solo in Africa.

In sostanza, ritieni che i «padri della
patria» non accettino di essere rimossi
dal potere, mentre per i loro
successori sarà più facile sottostare
al responso delle ue?
La nuova generazione di politici
sta entrando a poco a poco nel processo
democratico delle elezioni. Il
Tanzania ne è un esempio: il «padre
della patria», Julius Nyerere, ha lasciato
spontaneamente la presidenza
e ha passato il testimone a Mwiny,
che ha governato per due periodi. Il
successore, Nkapa, presentatosi come
candidato in regime di multipartitismo,
è stato eletto presidente, si è
ricandidato e ha vinto nella seconda
tornata elettorale. La costituzione
non prevede una sua terza candidatura.
Sono certo che Nkapa non farà
niente per cambiare la legge.
Così procede l’esercizio di democrazia
in Africa, con tutti i suoi pregi
e difetti. Nel giro di dieci anni i
«padri della patria» saranno scomparsi;
ma con quelli ancora in vita
non bisogna aver fretta di scalzarli
dal potere e, in caso di rinuncia volontaria,
devono avere la garanzia di
vivere in pace nel proprio paese.
In conclusione, gli stati africani sono
avviati sul sentirnero di una certa democrazia.
In politica non sempre si
raggiunge il bene ideale; né tutto è
giusto ed etico. Qualche
volta il compromesso serve
per evitare mali peggiori.

Filipe J. Couto