DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Storie di ORCHI e CAVAOCCHI

Dalle favole alla realtà: il traffico di organi umani

A me gli occhi, ma anche i reni
In tutto il mondo si raccontano storie e leggende, dove i «cattivi» sono protagonisti.
Ma sono soltanto storie? I pedofili non sono forse «orchi»? Gli acquirenti di organi non sono forse «cavaocchi»? E che dire dei «mercanti di carne umana»?
Sì, spesso la realtà è molto più cruda della fantasia.

Antiche e nuove paure si mescolano
nella nostra vita, intrecciando
quanto ci raccontavano
i nonni con quanto viviamo
oggi.
Gli «orchi» delle fiabe esistono
realmente? Come terrorizzano la
quotidianità del vivere? Come cerchiamo
di esorcizzarli ed allontanarli
da noi e dai nostri bambini?
Così come gli «orchi» sono frutto
della nostra cultura, i «pishtacos» e,
la loro più modea versione, i «saca-
ojos» (letteralmente, «cava-occhi
») sono frutto della cultura peruviana.

QUEI GIORNI
A VILLA EL SALVADOR
Villa El Salvador, martedì 29 e
mercoledì 30 novembre 1988. Migliaia
di genitori di Villa e altri distretti
popolari di Lima correvano
disperati alle porte delle scuole per
portare via i propri figli.
I bambini piangevano, non comprendendo
il comportamento delle
mamme, spaventate e urlanti.
Erano apparsi i «sacaojos». Secondo
alcune versioni erano stranieri,
secondo altre erano medici. Quello
ritenuto certo era che questi individui
giravano a bordo d’automobili
sequestrando bambini per cavare loro
gli occhi e poi abbandonare le
piccole vittime con il viso coperto,
una busta di soldi e un messaggio di
ringraziamento.
Dovevo preoccuparmi? Io ero
straniero ed ero medico.
Di ritorno dall’ambulatorio, passai
con la mia piccola motocicletta
davanti ad una scuola quando, senza
sapere il perché, vidi un gruppo
di madri agitare minacciosamente i
pugni verso di me. Pur non capendone
il significato (in loco ero abbastanza
conosciuto), preferii tornare
a casa.
Qui cominciarono ad arrivare le
notizie: «Hanno trovato un bambino
senza gli occhi nel primo settore
di Villa El Salvador! È figlio di un
panettiere e lo hanno rapito da scuola!
». E ancora: «Nella casa di un falegname,
vicino alla chiesa, stanno
vegliando un bambino trovato morto
nella sabbia e senza occhi!».
Le segnalazioni erano tutte molto
precise, ma nessuno aveva visto i casi
che raccontava. Il panico si era diffuso
per tutta la città, come la piena
di un fiume che, dopo aver rotto gli
argini, invade ogni angolo delle campagne.
I genitori avevano assaltato le
scuole pretendendo la restituzione
dei loro bambini. Si organizzavano
gruppi d’adulti per dare la caccia
agli assassini, ai «sacaojos».
Michel, il sindaco, per provare a
smentire le segnalazioni, aveva inviato
delle automobili a cercare i
presunti cadaverini mutilati.
Anche Maria Elena, dirigente politica
e leader popolare, era corsa alla
scuola a prendere i suoi due bambini,
ed era venuta a casa mia per vedere
cosa fare.
Dopo essersi calmata, ci raccontò:
«Che strano! È come se i “pishtacos”
della sierra fossero scesi in città
e qui avessero cercato i più deboli fra
di noi per rubarci il poco che ci rimane:
gli occhi dei nostri bambini».
«Raccontami dei pishtacos, Maria
Elena» chiesi io, molto incuriosito.
«Dai racconti dei nostri nonni, sono
come te: con caagione bianca e
capelli biondi; girano nottetempo
per rubare il grasso ai campesinos e
portarlo via per muovere gli ingranaggi
della grande macchina Spagna.
Questo raccontavano i nostri
avi».
Maria Elena aveva studiato sociologia
all’Università e sapeva bene di
raccontare una leggenda, come noi
raccontiamo degli «orchi» ai nostri
figli. Sapeva questo, ma sapeva anche
calare nella realtà del momento
il panico che aveva sconvolto le migliaia
di famiglie della città.
«Siamo in una profonda crisi economica:
i nostri fratelli migrano nel
mondo in cerca di lavoro, le nostre
ragazze si prostituiscono, le nostre
madri generano i loro figli nella tubercolosi
e i nostri figli crescono senza
poter alimentarsi come sarebbe
loro diritto; ci stanno rubando anche
la speranza di un mondo più giusto.
La gente non ce la fa più; è questo
che ha generato la paura. I sacaojos
sono solo la materializzazione di
quello che noi sentiamo nei nostri
cuori; dopo aver rubato il grasso dei
nostri “campesinos”, il rame delle
nostre miniere, il guano delle nostre
isole, il pesce dei nostri mari, dopo
aver rubato i nostri migliori ragazzi
per portarli a lavorare da voi, dopo
aver rubato il corpo delle nostre ragazze,
ora ci rubate anche gli occhi
dei nostri figli.
Questo è quello che sente la gente;
so bene che non è vero, ma stai attento
in questi giorni».
La reazione più facile fu quella di
un sorriso, ma questo mi si smorzò
rapidamente quando ne discussi
con Andrés.
Andrés, regista cinematografico,
studi universitari
alla Sorbona di Parigi, mi
giurò di avee conosciuto
uno; un suo vicino
di casa a Miraflores
(quartiere
borghese di Lima).
Non lo chiamava
«pishtaco», neanche
«nakaq» e
nemmeno «sacaojos»; lo definiva
commerciante
di unguenti
di origine
umana, trafficante
di organi.
Dopo un primo
brivido, gli ribattei
l’assurdità
di tali affermazioni
e che doveva
vergognarsi di
diffondere leggende
e paure, proprio lui che era
una persona colta e preparata. Però,
nel fondo, un dubbio mi era rimasto.

DALLE STORIE DI «ORCHI»
AGLI INCUBI DI OGGI
Sono passati anni da allora e il mio
dubbio si è approfondito, invece di
sparire.
È infatti solo negli ultimi anni che
tutti insieme abbiamo scoperto, all’interno
della nostra società o appena
al margine di essa, cose
inimmaginabili e che superano
le favole degli orchi o, se
volete, le rendono attuali.
Un poco come
avvenuto in Perù,
dove i «pishtacos» si sono trasformati
in modei
«sacaojos».
Sul commercio
di organi umani, ho
sempre reputato che
questo fosse una «leggenda
urbana»: per la mia
mente era infatti
troppo distante,
troppo
cinico e
crudele, troppo, troppo… Forse se
fossimo stati al tempo degli schiavi,
ma oggi proprio no…
Ma, ripeto, tutti insieme abbiamo
cominciato a scoprire alcuni aspetti
dell’uomo (che non riusciamo ancora
ad accettare) come realmente esistenti:
– la pedofilia, da malattia del singolo
(l’orco) a commercio infame
– la prostituzione, dalla più antica
professione a schiavismo sessuale
– il turismo sessuale
– il commercio di clandestini per i
viaggi della speranza
– lo schiavismo nei confronti dei lavoratori
clandestini
– lo sfruttamento di piccoli lavoratori
ad opera di grandi multinazionali
(seppur indirettamente).
E poi ancora altri aspetti forse più
ambigui proprio perché nuovi (modei?),
anche se in realtà tremendamente
antichi:
– l’affitto di uteri umani
– la clonazione
– la sperimentazione di farmaci in
uomini e donne volontari (ma pagati).
Se per alcuni settori della nostra
società il corpo umano è commerciabile,
allora tutto è permesso. Potremmo
proporre i più svariati contratti
come facciamo con le cose: potremmo
affittare, comprare o
vendere una parte o tutto il corpo
(e, perché no, anche il cervello o l’anima).
Pensate veramente che sia tanto
assurdo? In alcuni paesi è la quotidianità,
e il prezzo dipende dalla domanda
e dall’offerta:
– quanto costa una sacca di sangue
in Perù o negli Stati Uniti?
– quanto guadagna un donatore (sarebbe
meglio dire un produttore)?
– quanto costa affittare un utero in
Califoia?
– quanto costa comprare una ragazza
moldava o albanese?
– quanto per affittae il corpo per
una notte?
– ed un bimbo? Che prezzo ha un
bimbo?
Potremmo continuare. Ma, scrivendo,
io stesso mi vergogno e mi
rendo conto che, se quanto detto sopra
è vero, allora tutto è possibile.
La barbarie del commercio umano
è la faccia più nascosta (non tanto
però) della barbarie dell’economia
che si mette allo stesso livello di Dio
e si sente padrona dell’uomo.
Vi è poi un altro piccolo aspetto
da ricordare. Nell’economia vige la
legge dell’offerta e della domanda ed
il commercio umano non scappa a
questa legge: nel commercio umano
l’offerta è sempre un prodotto della
disperazione di grandi masse e la domanda
è sempre di quel settore della
popolazione che possiede un forte
potere acquisitivo e che è quindi
concentrata nei paesi ricchi o, in
ogni caso, nei settori ricchi di ciascun
paese.

LA DONAZIONE:
IL CASO DELLE CORNEE
In Italia, come in tanti paesi, è vietato
il commercio sia del sangue che
dei tessuti umani e degli organi. La
legislazione si basa sulla donazione
volontaria e, a questo proposito, si è
dotata di sofisticati e capillari sistemi di controllo.
Quindi, nel nostro paese non è
possibile né comprare né vendere alcun
organo o tessuto. Il permesso di
donazione deve essere richiesto, registrato
e trasmesso ai centri regionali
di riferimento ed alla magistratura.
La donazione, grazie all’importante
partecipazione della società civile,
si sta sviluppando sempre più
(in qualche regione maggiormente e
in altre più lentamente); una delle
ragioni per sviluppare ancor più la
donazione (spesso limitata da problemi
organizzativi della sanità più
che da poca volontà della gente) è
quella di contrastare la ricerca illegale
di un organo (forse comprensibile,
ma sempre da condannare) di
chi, malato, è nelle lunghe liste di attesa.
A questo proposito mi sono trovato,
nell’ambito del mio ruolo di direttore
ospedaliero, a dover studiare
una riorganizzazione del sistema
che avevamo applicato per i prelievi
di coee da donatori deceduti.
La cornea è un tessuto che si può
prelevare dalla salma di un deceduto,
fino ad alcune ore dalla sua morte,
morte che viene certificata, come
previsto dalla norma, da un elettrocardiogramma
continuo della durata
di 20 minuti.
Avevamo nei nostri ospedali un
piccolo numero di donazioni e la
domanda di tessuti corneali per i trapianti,
necessari a ridare la vista a
tanta gente, era più alta dell’offerta.
La «Banca degli occhi» di Mestre
(Venezia) ci chiedeva di intervenire.
Siamo così diventati fra i primi donatori
di coee del Veneto che, a
sua volta, è fra i primi in Europa. Le
coee vengono donate dalle salme
di circa il 15% dei decessi che avvengono
negli Ospedali di Portogruaro
e San Donà di Piave (Venezia).
Il metodo usato è stato semplicissimo.
Siamo infatti partiti dall’idea
che la donazione è un atto di generosità,
al quale pochi si sottraggono,
e che quindi l’unico nostro compito
era di proporla, con i modi giusti, ai
parenti e in ogni caso di decesso.
La consulenza della «Banca degli
occhi» nella preparazione del personale
e l’obbligo imposto allo stesso
di proporre la donazione (e di
raccogliere le motivazioni di un’eventuale
impossibilità alla donazione)
hanno fatto il resto.
La donazione di coee è tecnicamente
molto più semplice della donazione
di un organo che prevede
l’accertamento della morte cerebrale;
ma è anche un esempio di come
la solidarietà gratuita sia molto più
potente del «commercio»; è pure la
dimostrazione di come sia necessaria
una legislazione forte e chiara su
questi temi e una volontà di applicarla
nell’organizzazione quotidiana
del sistema sanitario nazionale.
Il divieto assoluto di ogni tipo di
commercio di sangue, tessuti, organi
umani deve essere globalizzato e,
allo stesso tempo, reso inutile da una
cultura della donazione e i controlli
devono essere ferrei e capillari. Tale
legislazione deve però essere applicata parallelamente ad un’analoga
legislazione sul traffico di clandestini
per prostituzione o lavoro,
sul turismo sessuale, sul lavoro minorile,
sulla pedofilia organizzata.
Se si calpesta un diritto umano in
una qualche parte del mondo, se si
commercializza il corpo dell’uomo,
della donna e dei bambini: questo
deve essere sentito come un problema
di ciascuno di noi. La società globale
deve dotarsi di strumenti idonei
ad intervenire per bloccare tutto
ciò.

IL COMMERCIO
DI ORGANI UMANI
Spero che il commercio di organi
umani sia una leggenda metropolitana
come i «sacaojos» peruviani del
1987, ma ho il forte dubbio che nasconda
delle tremende verità.
A tale proposito propongo brevi
ed impressionanti schede raccolte in
internet e che ciascuno di voi potrà
trovare ed approfondire.

Stati Uniti:
rene offresi on-line
Negli scorsi mesi sul sito
www.ebay.com «hchero» (questo il
nome in codice dello sconosciuto
banditore) aveva messo all’asta «un
rene perfettamente funzionante»,
con «possibilità di scegliere tra i due
organi, il destro o il sinistro», precisando
che «i compratori» avrebbero
dovuto «sostenere tutti i costi e le
spese per il trapianto».
L’offerta, illegale anche per l’ordinamento
statunitense (la cui legge
federale prevede pene severissime
per il commercio di organi), ha tuttavia
ricevuto centinaia e centinaia
di offerte con la conseguente impennata
del prezzo che ha raggiunto,
in poche ore, quota 5 milioni e
750 mila dollari.
Inutile dire che l’intervento (anche
in questa circostanza tardivo)
dei responsabili della sicurezza del
sito (che hanno rimosso il messaggio
illegale) non è valso a placare le polemiche
che ormai da mesi si agitano
attorno a vendite illegali (e immorali)
realizzate quotidianamente
on-line.
In realtà, il problema è reso particolarmente
complicato (anche da
un punto di vista giuridico) dalla difficoltà
di individuare un responsabile
e dalla conseguente idea di impunità,
che si va diffondendo tra i cyber-
criminali.

Cina: un colpo alla nuca
In una corrispondenza dalla Malesia
pubblicata il 15/06/2000 dallo
Inteational Herald Tribune, l’autorevole
giornalista Thomas Fuller
riferisce che nella Repubblica popolare
cinese il traffico di organi,
espiantati da giovani condannati a
morte e giustiziati «ad hoc», continua
in circostanze disumane; nella
sola Malesia sono saliti a più di mille
i pazienti che si sono recati in cliniche
cinesi di stato e hanno ottenuto
trapianti di reni a prezzi di 10.000
– 12.000 dollari.
Secondo il Fuller, il metodo delle
esecuzioni (un colpo di pistola alla
nuca) rende particolarmente richiesti
i trapianti, in quanto non vengono
lesi gli organi espiantati. Pratiche
così barbariche, che apparentemente
includono selezioni e date di
esecuzioni in funzione della «domanda
» di organi, sono state in passato
documentate e denunziate da
Human Rights Watch, da organizzazioni
umanitarie e da enti inteazionali.
In una risoluzione approvata dal
parlamento europeo il 14/05/1998
(Risoluzione B4-0496, G.U. C 167
01/06/1998, p. 224) queste pratiche
atroci (di cui erano apparentemente
beneficiari anche ricchi pazienti
europei) venivano stigmatizzate e
veniva chiesto alla Commissione e al
Consiglio di intervenire presso la
Repubblica popolare cinese per
porre fine a questo commercio di organi
umani.

India: donatori viventi
L’India continua ad essere uno dei
luoghi principali di traffico nazionale
e internazionale di reni, acquistati
da donatori viventi.
Ai dibattiti medici e filosofici sulla
vendita dei reni (cfr. Daar 1989,
1990, 1992a, 1992b; Reddy 1990;
Evans 1989; Richards et al. 1998) e
alle indagini scientifiche circa l’alto
tasso di mortalità tra i riceventi stranieri
di reni acquistati in India (cfr.
Saalabudeen et al. 1990), non è seguito
alcuno studio a documentare
gli effetti medici e sociali a lungo termine
della vendita dei reni sui venditori,
le loro famiglie, le loro comunità.

Sudafrica:
dagli obitori della polizia
In Sudafrica la riorganizzazione
radicale della sanità pubblica, sotto
la nuova democrazia, e il dirottamento
dei fondi statali verso la prima
assistenza hanno spostato dialisi
e chirurgia dei trapianti nel settore
privato, con prevedibili conseguenze
negative in termini di equità sociale.
Nello stesso tempo, accuse di gravi
abusi medici (specialmente il prelievo
illegale di organi negli obitori
della polizia, durante e dopo gli anni
dell’apartheid) sono arrivate di
fronte alla «Commissione per la verità
e la riconciliazione del Sudafrica
».

America Latina:
sussurri e grida
Il primo caso accertato di traffico
di organi è del 1987, quando in Guatemala
vengono trovati 30 bambini
destinati alla vendita dei loro organi
a ricchi occidentali (cfr. Missioni
Consolata, maggio 1987; la rivista –
unica in Italia – denunciò il fatto). In
seguito, decine di casi sono stati denunciati
da associazioni umanitarie
in Argentina, Messico, Ecuador,
Honduras, Paraguay.
In Brasile le accuse di rapimenti di
bambini, furti di reni e commercio
di organi, tessuti e altre parti del corpo
continuano, nonostante l’approvazione
nel 1997 di una legge sulla
donazione universale, volta a soffocare
le voci e a impedire lo sviluppo
di un mercato illegale di organi.

Egitto: per 15 milioni
Il primo arresto per traffico di organi
umani, destinati a trapianti, risale
al 1996, al termine di un’indagine
su un traffico di reni umani prelevati
da viventi appartenenti alle
classi più povere, per un compenso
di circa 15 milioni di lire.

Moldavia:
gli organi dei disoccupati
L’allarme sul traffico di organi arriva
dal ministro dell’interno della
Repubblica Moldava, Vladimir
Turcanu; alla platea della Scuola superiore
dell’amministrazione dell’Inteo,
riunita per il convegno
sulla tratta di esseri umani, ha raccontato
una storia agghiacciante:
quella di 9 persone portate dalla
Moldavia in Turchia, con un visto
turistico, per vendere i loro organi.
Un caso al quale si aggiunge quello
di altri 15 uomini tra i 25 e i 30 anni,
trasportati prima in Turchia e poi
in Georgia, sempre per vendere un
rene ciascuno. Una denuncia, quella
del ministro, che nasconde storie
di miseria e disoccupazione.
Il reddito di un lavoratore moldavo
è di 60 dollari al mese e la disoccupazione
è altissima, tanto che in
molti cercano di raggiungere paesi
come l’Italia sperando di trovare un
lavoro. Vendendo un organo in poco
tempo possono guadagnare ben
3 mila dollari e nessuno di loro, ha
assicurato il ministro, è stato rapito
o costretto a farlo. Il ministro ha raccontato
però anche di un caso di rapimento,
quello di due bambini sottratti
alla propria famiglia e venduti
per appena 10-15 mila dollari.

Italia:
un rene per un lavoro
Sospetti di un commercio di organi
si sono affacciati più volte anche
in Italia in questi anni: dall’inchiesta
del 1990 su un presunto traffico
di bambini dal Brasile, a quella
avviata nel ’94 dalla procura di Catania
in seguito all’autodenuncia di
un giovane indiano di avere ceduto
un rene ad un italiano in cambio della
promessa di un posto di lavoro, all’inchiesta
che nell’estate del 1998
ha coinvolto il Policlinico di Roma.

I COMPRATORI
Si calcola che in soli tre anni, dal
1990 al 1993, in India (dove il commercio
di organi da vivente è legale)
siano stati venduti oltre 2.000 reni a
malati benestanti provenienti da Europa
e Medio Oriente.
Secondo la mappa dei possibili acquirenti,
almeno 960 malati dei paesi
del Golfo Persico hanno acquistato
un rene in India, Egitto, Iraq o
Filippine, e oltre 650 persone dell’Arabia
Saudita hanno acquistato
un organo in India.
Se questo trend venisse confermato,
affermano alcuni esperti, in India
la maggior parte della popolazione
più povera potrebbe trovarsi priva
di un rene.
È più cruda la realtà o la fantasia?

Guido Sattin