Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

LA LUNGA MANO DELLA PROVVIDENZA

Nata nel 1970 per impulso
del Concilio Vaticano II,
la Caritas Italiana
è uno strumento di animazione
delle comunità cristiane
nell’esercizio della carità.
Questa panoramica storica
ne evidenzia tappe di crescita,
situazione presente
e proiezioni verso il futuro.

C’era una volta… la Poa (Pontificia
opera di assistenza):
organismo con cui, durante
la guerra e nel periodo della ricostruzione,
il papa faceva arrivare alla
chiesa italiana gli aiuti dei cattolici
americani: ingenti quantità di generi
alimentari per le colonie estive,
acquisto e messa a disposizione di sedi
e assistenti sociali.
Per 30 anni, fino al 1970, quando
il papa sciolse la Poa, le diocesi erano
abituate a ricevere. Nel 1971 la
Cei (Conferenza dei vescovi italiani)
istituì la Caritas Italiana: le diocesi venivano
chiamate, non più a ricevere,
ma a condividere aiuti e servizi.

CAMBIO DI MENTALITÀ
La Caritas nasceva come strumento
pastorale di animazione di tutta la
comunità cristiana nell’esercizio della
carità. Tale identità è stata espressa
chiaramente da Paolo VI nel settembre
del 1972: «Una crescita del
popolo di Dio nello spirito del Concilio
Vaticano II non è concepibile
senza una maggior presa di coscienza
da parte di tutta la comunità cristiana
delle proprie responsabilità
nei confronti dei bisogni dei suoi
membri» .
Era Paolo VI che voleva fermamente
la Caritas; la Cei l’ha istituita
forse più per obbedienza che per
piena convinzione, preoccupata che
sorgesse un’altra Poa sulle sue spalle.
Occorreva un cambiamento radicale
nella mentalità e costume della
chiesa italiana. È emblematico a tale
proposito l’incontro che ebbi con un
vescovo incaricato, a livello regionale,
di seguire l’organizzazione delle
Caritas diocesane. «Che cosa ci portate?» mi chiese. «Nulla» risposi. «E
allora perché ci siete?».
Eppure lo Spirito con il Concilio
faceva sorgere nel popolo di Dio una
sensibilità nuova. Nel settembre
1972, mentre stavamo per dare inizio,
alla Domus Mariae (Roma), al
primo Convegno Nazionale delle
Caritas diocesane, si avvicinò timidamente
una donna e mi mise in mano
una busta con 1 milione e 200 mila
lire: erano gli arretrati della pensione
sociale appena riscossi.
Un segno incoraggiante a continuare
un progetto rivoluzionario. Ve
ne furono altri.

EVENTI INCORAGGIANTI
La celebrazione del primo Convegno
nazionale delle Caritas diocesane
nel settembre 1972 era già un’incoscienza:
di Caritas diocesane non
ne esisteva ancora neanche una e i
delegati erano gli stessi che gestivano
gli uffici diocesani della Poa.
Provvidenzialmente, alla fine dell’incontro,
il vicepresidente della
Cei, mons. Castellano, dichiarò formalmente
che nelle diocesi la Caritas
doveva essere una cosa nuova, diversa
dalla Poa. Fu un punto di chiarezza
fondamentale per il futuro
della Caritas.
Un altro fatto provvidenziale fu
l’udienza papale alla fine del Convegno.
Quando andai dal maestro di
camera per chiedere l’incontro, questi
mi chiese se avevamo desideri particolari
di cui il santo padre tenesse
conto nel suo discorso. Mi venne
spontaneo chiedergli che ci commentasse
lo Statuto che ci aveva dato
la Cei. Il papa ne fece l’interpretazione
autentica, sottolineò natura,
funzione, attualità, metodo della Caritas
(vedi riquadro), con una ricchezza
e lungimiranza di contenuti
che non potevamo né prevedere né
aspettarci. E fu la nostra forza, anche
di fronte a incertezze e pareri che incontravamo
lungo la strada.
Un’altra circostanza provvidenziale
ci aiutò a dare l’impronta alla
Caritas: avevamo ricevuto il mandato
di avviarla, ma nessuno aveva pensato
a un fondo per le spese: siamo
partiti nella povertà.
Per raccogliere offerte al tempo
della fame in Biafra (Nigeria), mons.
Freschi aveva messo in piedi una rivistina
di 4 facciate: Italia Caritas. Da
quel rivolo ci venne il necessario per
il primo anno di vita. Ciò che trattenevamo
lo consideravamo un prestito
che ci facevano i poveri, perché
potessimo servirli; quando avessimo
avuto più risorse lo avremmo restituito.
Ciò che facemmo negli anni
successivi.
Fu una grande lezione che ci fece
comprendere che vivevamo con i
soldi dei poveri e che in tutto dovevamo
avere uno stile di sobrietà e povertà.

ARRIVA IL VOLONTARIATO
Intanto emergevano le prime punte
del volontariato: Gruppo Abele,
Comunità di Capodarco, gruppi di
punta delle periferie urbane. Ci interrogavamo
sul significato di tale fenomeno
e sul come comportarci con
i volontari, finché decidemmo di ascoltarli,
per sentire cosa facevano e
pensavano. Nell’autunno del 1975
organizzammo a Napoli il primo
Convegno nazionale del volontariato.
Fu una scoperta per il numero,
qualità di esperienze, carica ideale e
politica.
Decidemmo di coltivare tale movimento,
distinguendo però i ruoli:
la Caritas avrebbe esercitato la sua
prevalente funzione pedagogica di
promozione, formazione e cornordinamento,
lasciando ai cristiani laici
il compito di organizzarsi per l’azione.
Nel maggio 1976 ci fu il terremoto
del Friuli: era la prima grave emergenza
che la Caritas affrontava.
Insieme agli oltre 10 mila volontari,
era presente anche la Caritas Italiana.
Ci venne una ispirazione: verrà
l’inverno, gli studenti andranno a
scuola, gli operai toeranno al lavoro,
questa gente rimarrà sola; è il momento
della presenza della chiesa.
Proponemmo alle diocesi e alle rispettive
Caritas che stavano formandosi
di farsi carico ciascuna di una
parrocchia colpita, assicurando per
tre anni una presenza continuativa:
80 diocesi da Aosta a Otranto risposero
all’appello, gemellandosi con altrettante
parrocchie friulane: fu
un’esperienza forte di condivisione
che, oltre a promuovere e sviluppare
molte Caritas diocesane, divenne
poi un metodo costante, adattato alle
diverse situazioni negli interventi
della Caritas.
Nell’ottobre 1976, durante il primo
Convegno ecclesiale su «Evangelizzazione
e promozione umana»,
svolsi la prima relazione sul tema «Evangelizzazione
ed emarginazione»,
documentando la situazione della
chiesa italiana su tale argomento e
mons. Pasini portò nella sesta Commissione
i principali contenuti che
portavamo avanti come Caritas: implicitamente
avvenne la presentazione
ufficiale della Caritas Italiana davanti
a un centinaio di vescovi e un
migliaio di delegati delle diocesi.
Al termine del Convegno l’assemblea
approvò con un lunghissimo
applauso la mozione presentata dalla
Commissione, con cui si chiedeva
«al Convegno di fare propria la proposta
di farsi carico della promozione
del servizio civile, sostitutivo di
quello militare, nella comunità italiana,
come scelta esemplare e preferenziale
dei cristiani, e di allargare le
proposte di servizio civile anche alle
donne».
Così entrarono nella Caritas il servizio
civile degli obiettori di coscienza
e l’anno di volontariato sociale
per le ragazze.

NUOVI ORIZZONTI
All’inizio del 1980 i giornali parlavano
dei profughi del Vietnam, del
«popolo delle barche». Durante un
viaggio in India, per un progetto di
ricostruzione di capanne distrutte da
un ciclone, insieme a mons. Motolese
approfittai per fare un salto in Malesia
e renderci conto della situazione:
il paese aveva già 70 mila profughi
vietnamiti e non ne voleva altri:
impediva l’approdo delle barche e le
ributtava in mare.
I capi religiosi della Malesia, cattolici
e protestanti, ebrei, musulmani
e buddisti, avevano lanciato un
appello a tutti i credenti del mondo
perché premessero sui loro governanti
affinché accogliessero i profughi
vietnamiti.
Insieme a gruppi e movimenti facemmo
forti pressioni sul governo
che, in prossimità delle elezioni nella
primavera del 1981, cedette, a condizione
che trovassimo preventivamente
lavoro e abitazioni. Un appello
alle Caritas diocesane offrì lavoro
e alloggio per 10 mila famiglie, utilizzati
solo per 3 mila profughi, a causa
di resistenze burocratiche.
Lo statuto della Caritas prevede
interventi nel terzo mondo. Ad allargare
l’orizzonte della carità furono
le grandi calamità che hanno colpito
i paesi poveri: siccità nel Sahel,
carestia in Ghana, Uganda e Mozambico,
guerra e fame in Somalia ed
Eritrea, alluvioni in Bangladesh e India,
terremoto in Guatemala, guerra
civile e carestia in Salvador. Situazioni
che ho vissuto di persona con tre
momenti successivi: intervento immediato,
presenza di solidarietà da
chiesa a chiesa e progetti di ricostruzione
e sviluppo.
Molti dei progetti sono stati realizzati
in collaborazione con lo stato
italiano: accoglienza dei profughi
vietnamiti, installazione dell’ospedale
di Tha Praja in Thailandia, invio
di aiuti in Ghana, Algeria ed Eritrea,
costruzione dei Centri sociali in
Umbria, attuazione del programma
Fai (Fondo aiuti inteazionali) su richiesta
del ministro Forte.
Lo stato si assumeva la spesa delle
operazioni che, per motivi diversi,
non era in grado di fare direttamente.
Fu una collaborazione reciproca,
leale e trasparente.

ULTIMI 15 ANNI
La seconda parte del trentennio di
vita della Caritas Italiana è stata caratterizzata
da un crescente impegno
nella formazione degli operatori al
servizio della carità. Per sacerdoti e
diaconi permanenti è stata inserita,
nei programmi di seminari diocesani,
università e facoltà teologiche dipendenti
dalla Cei, una disciplina
specifica: «Teologia e pastorale della
carità».
Per imprimere maggior impulso ai
rapporti con il territorio, sono state
promosse le scuole socio-pastorali,
analisi dei bilanci comunali, cornoperative
di solidarietà sociale, osservatori
delle povertà e centri di ascolto.
Inoltre, lo sviluppo delle Caritas parrocchiali
ha contribuito ad accrescere
la partecipazione attiva di regioni
e diocesi alla vita della Caritas Italiana
nella preparazione e gestione del
convegno nazionale e sulle altre attività
promosse a livello nazionale e internazionale.
Un momento problematico si è rivelato
l’avvio dell’operazione «8 per
mille». Avevamo insistito perché le
somme destinate alla carità, soprattutto
per il terzo mondo, fossero gestite
dalla Caritas, in conformità allo
statuto datole dalla Cei, onde evitare
confusioni e conflittualità. La presidenza
della Cei ha preferito gestire
direttamente tali aiuti. Anche questo
fu provvidenziale: ha evitato il rischio
di essere percepita come una
centrale di potere finanziario.
Nei rapporti con la società civile, la
Caritas Italiana ha assicurato una
presenza sistematica in varie commissioni
governative: povertà, minori,
Aids, immigrazione, pari opportunità;
ha offerto contributi alla produzione
legislativa: leggi quadro sui
servizi sociali, immigrazione, volontariato,
cooperazione sociale, riforma
della legge sull’obiezione di coscienza,
servizio civile per tutti; ha contribuito
a promuovere sensibilità e solidarietà
verso le fasce deboli, con la
poderosa pubblicazione della Biblioteca
della solidarietà in 37 volumi.
Negli ultimi 15 anni, inoltre, si sono
moltiplicate le emergenze in cui
la Caritas è stata presente con consistenti
aiuti: Eritrea ed Etiopia, Israele-
Palestina, Salvador, Sudan, Armenia,
Romania, Iran, Urss e Lituania,
Somalia, Bangladesh, Albania,
Croazia e Serbia, Bosnia-Erzegovina,
Kosovo, Rwanda, Angola.
In tali emergenze la Caritas ha avuto
anche i suoi martiri: Gabriella
Fumagalli a Merca in Somalia, Antonio
Siriana e Roberto Bazzoni nel
Kosovo.

PER I PROSSIMI 30 ANNI
Grazie alle numerose attività svolte,
la Caritas si è progressivamente
modificata e ingrandita: ha dovuto ricercare
nel tempo l’equilibrio tra l’essenziale
vocazione di animazione e la
risposta a provocazioni molteplici
per impegni concreti. Per costruire il
futuro, essa dovrà affrontare con realismo
e lungimiranza il presente.
Guardando la situazione attuale
nella prospettiva del futuro, vedo
uno scoglio per le Caritas diocesane,
che rimangano sopraffatte dalla gestione
di servizi, sotto la pressione
dei bisogni emergenti.
Inoltre, il bilancio storico di questi
30 anni mostra come la Caritas Italiana
e quelle diocesane hanno avuto
un impensabile sviluppo; non
si può dire altrettanto a livello di parrocchie.
È, quindi, urgenza inderogabile
promuovere Caritas parrocchiali
autentiche: animazione della
carità e attuazione della funzione pedagogica
non si realizzano né a Roma,
né nei centri diocesani, ma nelle
singole comunità parrocchiali, dove
si celebra l’eucaristia, dove vivono le
persone e le famiglie. Può essere l’obiettivo
dei prossimi 30 anni.
Vi sono altri due obiettivi da affrontare
con coraggio e competenza,
sollecitando la collaborazione degli
altri uffici pastorali interessati e dei
gruppi e movimenti presenti nella
comunità cristiana.
Prima di tutto la tutela dei più deboli
nello sviluppo o involuzione
delle politiche sociali. Bisognerà richiamare
costantemente i compiti e
le responsabilità delle pubbliche istituzioni;
affermare concretamente
il valore della gratuità nel volontariato;
animare i cristiani alla solidarietà
sociale, perché tutta l’economia
mantenga al centro la persona. Sarà
un lavoro contro corrente, per contrastare
l’attuale cultura dominante
neoliberista, che mette al centro non
la persona, ma l’economia a servizio
degli interessi privati.
Il secondo obiettivo consiste nell’investire
nei giovani, aiutandoli a
passare dall’obiezione di coscienza
al servizio civile volontario. Ciò richiede
una forte educazione alla non
violenza, alla pace e mondialità; aiutarli
a superare la cultura della guerra
e affrontare in senso positivo la sfida
della globalizzazione; dare loro
speranza e guida contro le strumentalizzazioni
di destra e di sinistra.
La Caritas Italiana potrebbe offrire
un segno profetico di forte risonanza:
orientare i giovani che decideranno
di fare il servizio civile volontario
a compiere tale impegno
nei paesi poveri, a fianco del volontariato
internazionale e nei servizi
assistenziali, sanitari, educativi delle
missioni. Sarebbe una forte esperienza
educativa, che aiuterebbe
i giovani a cambiare
il mondo.

(*) Mons. Giovanni Nervo
è una figura storica della Caritas
Italiana: ne è stato presidente
per 15 anni (1971-1986).

Connotati CARITAS

Paolo VI ai delegati del I Convegno
nazionale delle Caritas diocesane.
Qualificazione istituzionale: «Senza
sostituirsi alle istituzioni già esistenti
in campo assistenziale nelle varie
diocesi, la Caritas si presenta come
l’unico strumento ufficialmente
riconosciuto a disposizione dell’episcopato
per promuovere, cornordinare e
potenziare le attività assistenziali nella
comunità ecclesiale italiana».
Funzione: «Creare armonia e unione
nell’esercizio della carità, di modo
che le varie istituzioni assistenziali,
senza perdere la propria autonomia,
sappiano agire in spirito di sincera
collaborazione, superando individualismi
e antagonismi e subordinando
gli interessi particolari alle esigenze
del bene generale della comunità».
Mezzo di rinnovamento conciliare:
«La crescita del popolo di Dio nello
spirito del Vaticano II non è concepibile
senza una presa di coscienza da
parte di tutta la comunità cristiana
delle proprie responsabilità nei confronti
dei bisogni dei suoi membri. La
carità resterà sempre per la chiesa il
banco di prova della sua credibilità nel
mondo».
Funzione pedagogica: «Al di sopra
dell’aspetto materiale della sua attività,
emerge la funzione pedagogica
della Caritas, l’aspetto spirituale, che
non si misura con cifre e bilanci, ma
con la capacità che essa ha di sensibilizzare
chiese locali e singoli fedeli
al senso e dovere della carità, in forme
consone ai tempi e bisogni. Mettere
a disposizione dei fratelli energie
e mezzi non è frutto di slancio emotivo
e contingente, ma conseguenza logica
di una crescita nella comprensione
della carità che scende necessariamente
a gesti concreti di comunione
con chi è in stato di bisogno».
Metodo: «È indispensabile superare i
metodi empirici e imperfetti, nei quali
spesso si è svolta l’assistenza, e introdurre
nelle nostre opere i progressi
tecnici e scientifici della nostra epoca.
Di qui la necessità di formare
persone esperte e specializzate; promuovere
studi e ricerche per una migliore
conoscenza dei bisogni e delle
cause che li generano e per una efficace
attuazione degli interventi. Oltre
a giovare ai fini di una programmazione
pastorale unitaria, la Caritas
servirà a stimolare gli interventi delle
pubbliche autorità e un’adeguata
legislazione».

Giovanni Nervo