Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

DA PORTO ALEGRE, L’UTOPIA POSSIBILE

«Ritorniamo davvero a sognare. Il potere ha paura
di chi sogna. Sogniamo un mondo alternativo.
Il nostro è un mondo assurdo che deve crollare.
Non è possibile rattoppare, mettere delle pezze
su un sistema che è morto e che ci dà la morte.
Sogniamo una cosa nuova». (padre Alex Zanotelli)

«Un mondo ingiusto
non è un mondo sicuro»

È sotto gli occhi di tutti che il tanto decantato sviluppo ha riguardato soltanto
una piccola parte del mondo. Eppure, la potente «Organizzazione mondiale
del commercio» continua ad attribuire poteri salvifici al libero mercato,
che però è un rapporto sociale fondato sulla disuguaglianza. Nel frattempo
anche il finanziere-speculatore George Soros comincia a nutrire dei dubbi…

L’obiettivo fondamentale
dell’«Organizzazione mondiale
del commercio»
(Wto) è quello di liberalizzare il
commercio e la giustificazione è il
benessere dell’umanità. Qualche
anno fa, Renato Ruggiero (il ministro
degli esteri licenziato da Berlusconi,
ndr), allora direttore del Wto,
disse che l’umanità raggiungerà la
felicità nel primo quarto del ventunesimo
secolo, se ci sarà una liberalizzazione
totale del mercato.
Oggi noi constatiamo che, per
ora, la realtà ha mostrato esattamente
l’opposto: 20 anni di storia
neoliberale hanno portato esattamente
all’opposto, cioè ad una riduzione
dello sviluppo da parte
del mondo. A questo punto dobbiamo
chiederci perché questo è
accaduto.

IL MERCATO
È UN RAPPORTO SOCIALE

Qual è la filosofia dell’Omc e
quali sono le sue contraddizioni?
Secondo la teoria neoliberista, il
mercato è un regolatore universale.
Questo significa che, se noi lasciamo
piena libertà ad esso, tutti i problemi
trovano una soluzione, perché
c’è sempre un equilibrio che si
forma tra domanda e offerta. Inoltre,
secondo questa filosofia, il
commercio è il motore dello sviluppo.
Dal punto di vista pratico, questa
teoria è funzionale ad un preciso
obiettivo: l’accumulazione del capitale.
E, di conseguenza, non produce
una regolazione generale, ma
un vantaggio privato.
Ci possiamo domandare: cosa
manca a questa teoria? Qual è l’errore
ideologico alla base? Per essere
semplici, diciamo che l’errore sta
nel fatto che non si riconosce che il
mercato non è un regolatore, bensì
un rapporto sociale.
Sul mercato agiscono due soggetti,
l’offerta e la domanda, che
teoricamente sono uguali, ma nella
realtà non lo sono. E nel rapporto
sociale del capitalismo non possono
essere uguali perché, in base alla
logica della concorrenza, c’è
sempre una parte più forte o più
corrotta che prevale sull’altra. L’accumulazione
capitalistica è possibile
solo se c’è una differenza. In altri
termini, il capitalismo non può
che riprodursi nella disuguaglianza.
Riassumendo: il mercato è un
rapporto sociale e il rapporto sociale
è ineguale.
Due anni fa, a Washington, incontrai
Michel Camdessous, l’ex
direttore generale del «Fondo monetario
internazionale» (Fmi), e discutemmo
sugli effetti delle politiche
dell’organizzazione. Io gli chiesi
se ciò non derivava dal fatto che
il mercato è un rapporto sociale.
Egli mi rispose in modo netto: no.
Pertanto, se il mercato non è un
rapporto sociale, allora è un fatto
naturale, una volontà di Dio. Se accettiamo
questa definizione, non si
può mettere in dubbio nulla: le differenze
tra offerta e domanda, tra
acquirente e venditore, eccetera.
Il mercato non è nato con il capitalismo,
ma molto prima. Ciò che
lo ha trasformato è il rapporto ineguale,
necessario per poter generare
accumulazione. Inoltre, quando
si dice che il mercato è il regolatore
tra offerta e domanda, in realtà
bisognerebbe precisare che esso è
il regolatore della domanda cosiddetta
solvibile. Soltanto una domanda
di questo tipo può entrare
nel mercato. Per intendere questo
punto faccio un esempio.
L’India è l’ottava potenza mondiale.
Ha uno sviluppo industriale
importante e, contemporaneamente,
ha più del 50% della sua popolazione
che vive al di sotto della soglia
di povertà. C’è uno sviluppo
economico spettacolare che riguarda
solo il 20% della popolazione.
Perché? Perché, nella logica capitalistica,
è meglio produrre beni sofisticati
per il 20% della popolazione
che produrre beni di massa
per quel 50% che è sotto la soglia
della povertà. Perché il livello di accumulazione
è maggiore nel primo
caso che nel secondo.
È per questo che, a livello mondiale,
abbiamo una situazione in
cui il 20% della popolazione raccoglie
più dell’80% dei redditi,
mentre il 20% più povero raccoglie
solo l’1,4% della ricchezza totale.
Secondo la filosofia capitalistica,
nel mercato vince il migliore. In
realtà, noi sappiamo che vince soltanto
il più forte. Prendiamo i rapporti
Nord-Sud. Negli ultimi 25
anni le ricchezze del Sud del mondo
sono state succhiate dal Nord.
E questo attraverso tutta una serie
di meccanismi, la maggior parte dei
quali non viene minimamente considerata
nelle discussioni del Wto.
Prendiamo, per esempio, la fissazione
dei prezzi delle materie prime
agricole. Ebbene, questi prezzi
sono considerevolmente diminuiti
negli ultimi 25 anni. Pensiamo al
debito estero che, a causa dei meccanismi
dei tassi d’interesse, si riproduce
costantemente, anche se
negli ultimi 10-15 anni i paesi del
Terzo mondo hanno pagato 4 volte
il loro debito. Eppure oggi molti
di essi sono fino a 6 volte più indebitati
di quanto lo fossero 10-15
anni fa. Il debito del Terzo mondo
assorbe più risorse di quante
vengano restituite attraverso gli
aiuti e l’investimento esteri.
Né va dimenticata la possibilità
dei ricchi del Sud di
espatriare gli utili nei paradisi
fiscali del Nord. È l’insieme
di tutti questi meccanismi
che permette di
realizzare l’accumulazione
necessaria al sistema vigente.
Recentemente sono stato
in Vietnam dove anche la
Coca Cola ha investito. È
stata costruita una società
al 50% dallo stato vietnamita
e 50% dalla multinazionale
statunitense. Dopo
soli tre anni la Coca Cola-
Vietnam ha dichiarato fallimento.
Che cosa è successo?
Hanno speso somme enormi in
pubblicità per arrivare fino al più
piccolo dei villaggi del Vietnam;
a sua volta, la casa madre ha superfatturato
la filiale vietnamita
e questo ha provocato
il crollo. La Coca Cola
madre ha allora
chiesto al governo del
Vietnam di immettere
nuovi capitali all’interno
dell’impresa;
naturalmente il governo
ha risposto
che quella non era
una sua priorità. A
quel punto, i soci
nordamericani
hanno chiesto e ottenuto di avere il
100% della società. Così avviene
che le multinazionali costruiscono
i loro monopoli.

SE ANCHE
SOROS HA DEI DUBBI…

Anche in economia ci sono dei
periodi storici. Ora stiamo passando
da un periodo neoliberale a un
periodo neoclassico.
Persino gente come George Soros,
il più noto finanziere-speculatore
del mondo, è a favore di una
regolazione del capitale finanziario.
Ci si è resi conto dell’insostenibilità
delle continue crisi finanziarie nell’Asia
del sud-est, in America Latina
(ultima in ordine di tempo, l’Argentina),
in Russia; si è visto che in
ogni parte del mondo la povertà
aumenta così come le distanze sociali.
Tutto ciò è pericoloso per il sistema.
A Doha (novembre 2001), in Qatar,
i paesi poveri del Sud si sono
coalizzati; c’è stata anche una convergenza
dei movimenti sociali, da
Seattle a Genova. Si cominciano a
fare delle concessioni, ma non tanto
per risolvere i problemi, quanto
per salvare il capitalismo.

DAL GATT ALL’OMC
Il Gatt (in italiano, «Accordo generale
sulle tariffe e il commercio»)
era l’organizzazione fondata dopo
la seconda guerra mondiale (1947),
accanto alla Banca mondiale e al
Fondo monetario internazionale,
nell’ambito degli accordi di Bretton
Woods, dal nome della piccola
città degli Stati Uniti dove furono
prese tutte queste decisioni.
Il Fondo monetario nacque per
regolare gli scambi fra paesi, rispettando
gli equilibri della bilancia
dei pagamenti; la Banca mondiale
per finanziare, in un primo
tempo, la ricostruzione dei paesi
europei dopo la guerra e, poi, lo
sviluppo nei paesi poveri; il Gatt
per liberalizzare il commercio. Ma
tutto questo accadde in una determinata
situazione economica.
Tra il 1970 e ’75 abbiamo ciò che
viene chiamato il «Consenso di
Washington», che è un accordo tra
multinazionali, la Banca centrale
americana, il Fondo monetario e
Banca mondiale per orientare l’economia
mondiale in un senso neoliberista.
Questo ci porta ad un altro
passaggio storico, che è il passaggio
dal Gatt all’Organizzazione
mondiale del commercio (nata il 1°
gennaio 1995, ma dopo anni di discussioni).
I principi centrali del Gatt erano
tre: primo, che ci fosse lo stesso
trattamento per ogni paese; secondo,
che non esistessero discriminazioni
nelle tariffe; terzo, che tutti i
beni provenienti da un altro paese
avessero gli stessi diritti delle produzioni
intee, compresi gli investimenti.
Come si vede, era l’applicazione
della teoria neoliberale, dove
il mercato diventa il regolatore
e il motore di tutte le attività economiche.
Una simile teoria non ha alcuna
verifica scientifica. In effetti, se noi
prendiamo semplicemente il periodo
del secondo dopoguerra, vediamo
che le economie più sviluppate
sono quelle che hanno protetto la
loro economia e non quelle che si
sono aperte, anche se quello era
uno stato provvisorio. L’espansione
del commercio non è una causa
del progresso e dello sviluppo economico,
ma una conseguenza.
Dunque, siamo partiti da una definizione
che non corrisponde alla
realtà.
Ci sono state molte discussioni
durante i differenti rounds (i momenti
di negoziazione all’interno
dell’organizzazione, ndr) del Gatt.
In realtà, i paesi più ricchi evadevano
in maniera considerevole gli
accordi firmati, ma poi le uniche
sanzioni venivano date proprio dai
paesi ricchi, in particolare dagli Stati
Uniti, in funzione della loro definizione,
per esempio, dei diritti
umani.
Negli ultimi 10 anni ci sono stati
dei cambiamenti profondi. C’è stato
un declino dei paesi in via di sviluppo
a causa della crisi del debito;
c’è stata la caduta del socialismo
reale; ci sono stati alcuni paesi del
Terzo mondo che sono entrati nel
gioco del neo-liberalismo, indebolendo
la posizione collettiva dei
paesi del Sud.
Da qui tutta una serie di diseguaglianze
che si sono ricostruite e una
limitazione progressiva delle protezioni
dei paesi più deboli. Il Wto
è andato molto più in là del Gatt,
entrando in nuovi settori come
quelli della proprietà intellettuale.
Oggi c’è la possibilità, per le economie
più potenti, di dichiarare la
proprietà intellettuale nei confronti
delle scoperte scientifiche che viceversa
dovrebbero essere un bene
comune dell’umanità.

FARMACI
E PRODOTTI AGRICOLI

Tutti conoscono il caso del Sudafrica,
dove 32 imprese farmaceutiche
mondiali denunciarono il
governo locale perché voleva comprare
o produrre farmaci generici
contro l’Aids.
Meno noto è il caso del Vietnam
dove, fino a pochi anni fa, la maggioranza
della domanda di farmaci
era soddisfatta attraverso la piccola
industria locale. Con l’apertura
del mercato sono arrivate le multinazionali
farmaceutiche. Queste
potevano fare tutta una serie di offerte
che non potevano fare le industrie
locali. Il risultato è che oggi
il 60% delle medicine vendute
nelle farmacie del paese sono di
provenienza estera, sono molto più
costose e, quindi, i poveri non le
possono più acquistare.
Il Wto ha creato una propria
struttura giuridica ed è la sola istituzione
internazionale che può imporre
delle sanzioni. Nella realtà
questo è diventato un segno di discriminazione
tra i paesi ricchi e i
paesi poveri, perché la procedura
giuridica è talmente costosa e complicata
che i paesi poveri non se la
possono permettere. Abbiamo visto,
per esempio, il Burkina Faso
chiedere delle sanzioni, perché negli
Stati Uniti vige la pena di morte?
Questa impotenza ha provocato
naturalmente un sentimento di
insofferenza nei paesi più poveri.
È dall’Uruguay Round in poi che
i paesi del Sud hanno accettato le
decisioni del Wto. Perché l’hanno
fatto? Perché le pressioni (o minacce)
del Nord sul Sud sono state
gigantesche. Le pressioni (o minacce)
sono avvenute attraverso la
Banca mondiale e soprattutto il
Fondo monetario: «Se non accettate
le decisioni non avrete più alcun
credito». Io stesso ho sentito il
responsabile per la negoziazione
dell’Egitto che diceva
che non avevamo
idea delle pressioni
che subiva un paese
come il suo per accettare
il documento del
Wto.
Bisogna dire che le
misure protezionistiche
dei paesi più ricchi, in particolare
degli Stati Uniti, sono ancora
molto forti e sono in evidente contraddizione
con la stessa filosofia
del Wto. Solamente i sussidi dei
prodotti agricoli sono pari a 406 miliardi
di dollari all’anno, mentre l’esportazione
dal Sud verso il Nord è
pari a 170 miliardi di dollari.
La diseguaglianza è evidente.
Poiché la cosa essenziale per i paesi
ricchi è di mantenere l’egemonia
economica, ogni tanto bisogna fare
delle concessioni. Quelle fatte in
campo farmaceutico nel summit di
Doha avevano due cause: lo scandalo
del processo contro il governo
del Sudafrica (molto malvisto
dall’opinione pubblica mondiale)
e il problema dell’antrace negli Stati
Uniti. Il governo di Washington
ha preteso (e ottenuto) dalla Bayer
di ridurre drasticamente il prezzo
dell’antibiotico contro l’infezione.
E dunque, dopo un simile episodio,
non poteva più difendere solo
il punto di vista delle multinazionali
farmaceutiche.

L’OSCURO LAVORO
DELLE «LOBBIES»

Ritorniamo al metodo di lavoro.
Prima della conferenza di Doha,
c’è stato un lungo lavoro di
lobbying (pressioni, manovre di
corridoio, ndr) da parte delle multinazionali.
Una organizzazione di nome
«Lotis» (per la liberalizzazione del
commercio e dei servizi), che comprende
le più grandi multinazionali
degli ambienti d’affari americani
ed europei, ha organizzato 14 incontri
segreti (tra l’aprile
1999 e febbraio
2001, insieme ai responsabili
delle negoziazioni
al Wto)
per preparare il documento
da mettere sul tavolo del
negoziato. L’obiettivo era di arrivare
alla maggiore liberalizzazione
possibile in tema di servizi, in particolare
di servizi pubblici (educazione,
sanità, energia, acqua, trasporti,
ecc.).
Vale la pena di ricordare che i
gruppi rappresentati all’interno
della Lotis insieme avevano un giro
d’affari che superava i 100 miliardi
di dollari annui. Una potenza
economica straordinaria a confronto
di paesi come Camerun,
Senegal, Paraguay…
Il documento da discutere è stato
preparato con riunioni informali
con il pretesto dell’insuccesso di
Seattle. Ora, l’Organizzazione
mondiale del commercio è l’unica
istituzione internazionale che funziona
con il sistema «un paese, un
voto». Apparentemente un sistema
democratico, soprattutto se paragonato
ad altre realtà come la Banca
mondiale e al Fondo monetario
in cui ogni voto corrisponde ad una
quota di capitale investito nella
Banca e nel Fondo. C’è però un
dettaglio: non c’è mai stato un voto
all’interno del Wto.
Se non c’è voto, allora come si arriva
ad un consenso? Ecco come.
C’è una divisione in gruppi di lavoro
sui temi principali di discussione:
agricoltura, ambiente, aspetti
sociali, investimenti, sviluppo…
Ogni gruppo è diretto da una persona
scelta dal presidente o segretario
del Wto. Dopo lunghe discussioni
si arriva a un documento
finale, nonostante le critiche al metodo
di lavoro.
La novità di Doha rispetto a Seattle
è che c’è stata una resistenza più
organizzata da parte del Sud del
mondo. C’è stato un risultato positivo
in tema di medicine. Per quanto
riguarda l’agricoltura, si è riusciti
a far passare l’idea dell’eliminazione
dei sussidi, senza fissare però alcuna
data. Mentre, in tema ambientale,
l’Europa voleva ottenere
qualcosa, ma si è dovuta fermare
per il parere contrario degli Stati
Uniti.
Sulle tematiche sociali (introduzione
di tutele dei lavoratori e dell’ambiente)
c’è stata l’opposizione
dei paesi del Sud del mondo, perché
vedono in questi temi una maniera
di proteggere i mercati del
Nord; sul piano delle differenze di
sviluppo tra paesi diversi si sta facendo
strada il principio in base al
quale alcune economie si possono
proteggere, ma solo provvisoriamente.
Insomma, c’è stato un grande
mercanteggiamento su tutto, ma
nessun passo in una direzione positiva.
Cosa si può fare davanti a scenari
tanto negativi? Ci sono delle alternative
fattibili?

RIFORMA O
ABOLIZIONE DEL WTO?

Ci sono differenti tipi di alternative.
Il documento dell’Egitto, per
esempio, chiede che si riconoscano
le differenze tra i diversi partners;
un trattamento uguale è praticamente
un’ingiustizia. Secondo, bisognerebbe
riconoscere il diritto
dei paesi più deboli a difendere le
loro economie e che c’è un rapporto
tra debito e mancato sviluppo di
alcune economie. Terzo, il Wto si
prenda l’impegno di osservare e
criticare quelle pratiche dei paesi
più sviluppati che impediscono lo
sviluppo dell’economia dei paesi
poveri.
Un’altra corrente di pensiero arriva
a dire: bisogna abolire il Wto,
perché non può essere riformato.
Poiché la filosofia stessa del Wto è
la causa dei problemi, non si può
risolvere questo problema mantenendo
l’organismo in vita. Tuttavia,
io credo che occorra essere realisti:
è evidente che non riusciremo
domani a cancellare o sconfiggere
il Wto.
Occorre disegnare un avvenire
più credibile…

UN ALTRO MONDO
È POSSIBILE!

Bisogna avere il coraggio di usare
le utopie di fronte a realtà ingiuste.
L’utopia non è sinonimo di illusione,
ma al contrario rappresenta
la base di qualunque alternativa.
È una spinta all’innovazione, a
cercare, a fare e a gridare che, come
abbiamo detto qui a Porto Alegre,
«un altro mondo è possibile». Proprio
il contrario delle parole della
signora Thatcher: non c’è alternativa
(secondo il famoso acronimo
Tina: «There is no alternative»).
L’utopia è dire: c’è un’altra logica,
diversa da quella capitalista per
costruire l’economia; c’è un’altra
logica, rispetto a quella del mercato,
per fare l’educazione; c’è un altro
modo di fare comunicazione
che non il mercato, altrimenti finiremo
tutti sotto l’egida mondiale di
personaggi come Berlusconi… Sono
possibili molti obiettivi. Per
questo vale la pena di lottare, anche
se sappiamo che sarà un processo
lungo.
A parte il livello più alto dell’utopia,
abbiamo anche vari livelli a
medio e breve termine. Per esempio,
il grande obiettivo politico,
economico, ecologico di dichiarare
l’acqua patrimonio dell’umanità
e non un mercato. E ancora, l’obiettivo
di difendere i servizi pubblici,
che sono privatizzati a tutta
velocità e in tutto il mondo, facendo
dimenticare l’idea stessa di servizio
pubblico.
Un altro obiettivo è quello di
cambiare rotta all’agricoltura, oggi
indirizzata verso l’agro-business
dagli appetiti delle multinazionali.
Per fortuna, i movimenti più organizzati
sono proprio quelli contadini.
Possiamo chiedere, a medio
termine, anche le riforme delle organizzazioni
inteazionali a cominciare
dalle Nazioni Unite e alcune
loro costole come la Fao, come
l’Ondp, che sono oggi in
pericolo.
A breve termine, c’è la regolazione
dei movimenti di capitali attraverso,
ad esempio, l’introduzione
della Tobin tax. Non è sicuramente
questa che sconfiggerà il capitalismo,
ma è un passo in avanti per
arrivare ad una trasformazione del
sistema.

(*) Sacerdote e sociologo, François
Houtart ha insegnato per anni
all’Università cattolica di Lovanio, in
Belgio, una delle più vecchie università
del mondo. Attualmente è segretario
del «Forum mondiale delle alternative
» e direttore del «Centro
Tricontinentale»:
Centre Tricontinental (CETRI)
Avenue Sainte Gertrude, 5
B-1348 Ottignies
Lauvain-La-Neufe (Belgio)
Per altre informazioni biografiche si
veda l’intervista pubblicata in questo
stesso dossier.

I protagonisti

Gatt / Wto – Il Gatt ha regolato le negoziazioni
commerciali tra i paesi
aderenti dal 1947 al 1994. Dal 1995
è stato sostituito dalla più potente
«Organizzazione mondiale del commercio» (Omc in italiano, Wto in inglese).

Tina – Acronimo di «There is no alternative», non c’è alternativa (al
mercato, alla supremazia del privato
sul pubblico). È il credo introdotto
dal primo ministro inglese Margaret
Thatcher, capostipite dei politici convertiti
al neo-liberismo.

Davos / Porto Alegre – Indica la contrapposizione,
anche geografica, tra
il «World Economic Forum» delle multinazionali
e il «World Social Forum»
dei movimenti popolari.

George Soros – Finanziere statunitense
divenuto multimiliardario attraverso
speculazioni inteazionali.
Dopo essersi arricchito, ha cercato di
trasformarsi in filantropo e critico del
sistema capitalistico.

François Houtart