Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

«AMARCORD» AFRICANO

Da due decenni
in America Latina,
padre Giuseppe Ramponi
rivive i primi 15 anni
di esperienza missionaria
a tutto campo vissuti
in Kenya: attività religiosa,
promozione umana,
scuole, ricerca linguistica
e antropologica
e inculturazione
del vangelo.

Il 17 settembre 1967 il parroco
con la comunità di Pieve di Cento
(BO) mi diceva addio con
queste parole: «La parrocchia si sente
onorata di dare uno dei suoi figli
alle missioni, per portare la verità e
l’amore di Cristo a coloro che hanno
fame e sete di giustizia».
In novembre mandavo i primi sentimenti:
«Wamba (Kenya): la mia più
grande sofferenza non è la fatica o la
privazione, ma la tristezza nel vedere
tanta miseria».

IL TIROCINIO
Wamba, nella diocesi di Marsabit
e distretto dei samburu, era una missione
in costruzione, con tutte le precarietà
che ne derivavano: alloggio
provvisorio, molestie di insetti, animali,
scorpioni, serpenti e insicurezza di vario genere. Inoltre, dovevo
trovare il mio posto nella “missione”:
studiavo la lingua, svolgevo
qualche attività da prete e davo una
mano nei lavori.
Nel febbraio del 1968 l’apprendistato
era finito. Il parroco disse
che di lingua ne sapevo più di lui
e mi buttò in piena attività missionaria:
cominciai a visitare i
villaggi.
Le scuole erano l’attività
fondamentale della
missione, e permettevano
di creare
comunicazioni
con la gente e
portare l’evangelizzazione
su
un piano possibile:
quello dei ragazzi. Dai vecchi
non ci si aspettava che cambiassero
modo di vivere; ma ci aiutavano, approvando
che i figli ricevessero un’educazione
differente.
Col passare del tempo venivo a
contatto con i veri problemi: contrasti
tra la gente, divisioni tribali, inefficienza
dell’amministrazione pubblica
e, per completare il quadro,
scontri con i missionari protestanti.
Le relazioni ecumeniche andavano
bene in Europa, molto meno in missione.
Presenti nella regione da moltissimi
anni e forti del patrocinio dell’amministrazione
coloniale inglese,
essi si sentivano padroni e ci ritenevano
invasori. Comprendevo il loro
risentimento e li compativo. Più tardi,
in America Latina, ho capito perfettamente come ci si sente, quando
tocca a noi essere invasi dagli evangelici,
che portano via intere comunità
con campagne sistematiche di
proselitismo.

CAPIRE LA GENTE
Dopo un anno cominciavo a delineare
i termini del mio essere missionario:
accettare ogni novità con
impegno ed entusiasmo; accogliere
tutti e amarli con tutte le forze.
Alla fine del ’68 arrivò a Wamba il
dottor Silvio Prandoni, per organizzarvi
un ospedale ideale: ebbi con lui
una serie di dialoghi che mi stimolarono
nella ricerca di capire la gente:
mi aprivo alla necessità di discorsi
antropologici e culturali.
Ma il momento cruciale in cui entrai
nel mondo della cultura avvenne
il 22 dicembre: dopo la messa, un
fabbro samburu, con cui parlavo sovente
su usi e costumi del suo popolo,
mi chiamò in disparte; mi mostrò
un braccialetto di ferro a forma di
serpente fatto da lui stesso e, dopo averci
sputato sopra a lungo con solennità,
me lo consegnò dicendo:
«Da questo momento io e te siamo
una sola cosa: tutto ciò che è mio è
anche tuo, tu sei mio fratello».
Mi commossi e mi sentii inviato e
missionario. Ma ignoravo la parte
non dichiarata della cerimonia: la reciprocità.
Inconsciamente afferrai
un’altra importante verità: uno deve
dare quello che può e aspettarsi altrettanto.
Per fare l’africano avrei
dovuto travestirmi; ma riuscii a fornire
vari dettagli della mia vita, capaci
di farmi riconoscere come amico
e fratello, senza camuffare limiti e
differenze.
Volevo capire la vita della gente e
conoscere tutto, senza dare giudizi e
senza demonizzare nulla. Se qualcosa
mi fosse risultata incomprensibile,
avrei cercato altri punti, tempi e
voci per avere la visione più esatta
possibile.
Arrivarono i primi cambi e diventai
missionario itinerante: da Wamba
a Maralal, poi a Loyangallani e infine
a Moyale: tutte esperienze che
mi aiutarono ad acquisire capacità
indispensabili: adattamento, malleabilità,
creatività, disponibilità.

DA MAESTRO A SCOLARO
All’inizio del 1970 passai a Maralal,
con l’incarico di studiare lingua,
usi e costumi delle popolazioni del
distretto e la supervisione delle scuole
della diocesi di Marsabit. Nel campo
linguistico si cominciava da zero:
bisognava preparare una struttura
grammaticale e glottologica che non
è stata ancora raggiunta.
Ma la difficoltà più grande era convincere
i confratelli della necessità
d’imparare la lingua per comunicare
il vangelo in profondità. Si comunicava
con fatica usando un kiswahili
rudimentale, sufficiente per le attività
comuni; ciò faceva scomparire voglia
e impegno di studiare seriamente l’idioma
locale, il samburu.
Le scuole erano state nazionalizzate;
ma potevano conservae l’identità
cristiana, avendo noi diritto
di nominare il direttore e un certo
numero di maestri. I documenti coloniali
parlavano chiaro al riguardo,
ma bisognava cambiare atteggiamento:
bussare, farsi ricevere, chiedere
e inventare linguaggi nuovi nelle
relazioni con chi al mattino si era
ritrovato seduto ad una cattedra.
Poco a poco ricostruii il dialogo e
il riconoscimento reciproco con le
autorità: queste avevano bisogno di
noi, essendo ancora estranee al mondo
samburu. Mettemmo in atto una
strategia raffinata: fare in modo che
dessero quegli ordini che una volta
venivano da noi.
In cinque anni dovetti cambiare
molte idee e forma mentale: da maestro
mi ritrovai scolaro. Fu come ripercorrere
una vita intera. Toai
piccolo per crescere di nuovo, aggiustare
la mentalità, imparare cose nuove,
rivedere con misure diverse giudizi
e criteri, efficienza ed efficacia.

E FU UN CAPOLAVORO
Nel 1970 la Saint Mary’s Girls Primary
School di Maralal era una scuola
persa in tutti i sensi: il governo aveva
occupato tutto, scuola e convitto, per un litigio tra il parroco e il direttore
distrettuale, che era kikuyu: la
scuola si era riempita di kikuyu; i
samburu erano ridotti a 40 bambine.
Per prima cosa accettai la storia e
ristabilii le relazioni. Saint Mary’s fu
restituita e mi impegnai personalmente
nella ricostruzione. Cercai i
collaboratori; chiesi come direttrice
una suora conosciuta a Wamba.
Dopo cinque anni la Saint Mary’s
era diventata una scuola modello,
balzata in tutto al primo posto: per
insegnamento, profitto accademico,
sport e attività varie. Quando veniva
un personaggio, le autorità lo portavano
con orgoglio a visitare Saint
Mary’s.
Mai dimenticherò un pomeriggio
favoloso, quando le bambine tornarono
vittoriose dalle olimpiadi scolastiche:
le coppe elevate al cielo e il
coro fortissimo che cantava: «Siamo
le bambine di Ramponi». Mi viene
ancora la pelle d’oca.
Devo dire che il mio lavoro non fu
isolato. Con i padri del distretto dei
samburu avevamo creato una frateità
di dialogo e solidarietà. Ogni
mese ci incontravamo e parlavamo
di tutto: lavoro, difficoltà, organizzazione,
pastorale, cultura, progetti.
Ricordo quel tempo come una esperienza
bellissima di sintonia, apertura,
entusiasmo e forza apostolica.

AFRICANI URBANIZZATI
Al Capitolo generale del 1975 fui
scelto come delegato regionale e rappresentante
continentale nel comitato
di preparazione. In assemblea
passò l’idea di creare l’ufficio generale
di ricerca e pianificazione pastorale,
ma ebbe vita difficile per le
resistenze di vecchie prerogative.
Toai a Maralal deciso ad attuare
le indicazioni capitolari: dare visibilità
agli africani e noi missionari assumere
il ruolo dell’uomo invisibile.
Ma trovai l’opposizione di chi avrebbe
dovuto approvare ufficialmente
con coraggio e coerenza le
nuove vie dell’evangelizzazione.
Non potevo continuare in una situazione
superata e fuori della storia;
il parroco condivideva la mia posizione:
lasciammo Maralal per aprire
una missione a Mombasa, sull’Oceano
Indiano.
Si apriva così un nuovo capitolo di
esperienza missionaria: accompagnare
l’africano urbanizzato, cioè
sradicato dalla propria terra e mondo
monoculturale e passato alla città,
in una società pluriculturale.
Si trattava di una zona totalmente
musulmana, con cristiani provenienti
da altre regioni ed etnie del
paese, con relative differenze culturali
ed ecclesiali, con cattolici, protestanti
e tanti movimenti religiosi.
Il prete che prestava qualche servizio
religioso a piccole «colonie», ci
disse che i cattolici erano pochissimi.
Lo diceva a occhi chiusi. Abbiamo aperto
gli occhi e abbiamo contato
più di 6 mila cristiani.
Non avevamo niente. Radunammo
i cristiani in una scuola e cominciammo
a formare le piccole comunità
di base. Ciò facilitava la localizzazione
delle famiglie, raggruppate
in quartieri tribali. Nel campo sociale
mi dedicavo ad aiutare i bambini
poveri perché andassero a scuola.
Una mamma della parrocchia divenne
la cornordinatrice del movimento
«Elimu ni maisha» (educazione
è vita), con un comitato eletto
dalle mamme per la gestione del
progetto. Arrivammo ad avere 230
bambini e bambine, metà dei quali
musulmani. Era chiaro che non dovevano
esserci pressioni di sorta. Anzi,
si pagava una tassa extra per il
maestro di corano che insegnasse ai
bambini musulmani.
Con la gente eravamo abbastanza
affiatati. Si procedeva a misura d’uomo,
cercando di fare una lettura attenta
della realtà culturale, sociale,
politica e religiosa per non cadere
nell’errore di programmi troppo
grandi o fuori posto.
Quando il parroco venne trasferito,
dovetti prendere il timone. La sua
partenza lasciava un grande vuoto.
Avevamo lavorato con affiatamento:
i nostri stili divergevano, ma si completavano;
personalmente avevo bisogno
di lui. La gente soffrì per la
partenza: gli volevano bene; con lui
era facile dialogare.
Un caro amico, anche lui con esperienza
del Marsabit, venne ad
aiutarmi. Continuammo la costruzione
delle strutture parrocchiali. La
chiesa in mattoni era bella e accogliente;
quella di pietre vive anche
migliore: era una casa-famiglia, in cui
si lavorava insieme, sviluppando valori
e qualità specifiche di ogni persona.
La domenica era il giorno per
stare assieme. La settimana era dedicata
al lavoro, alla formazione della
comunità, agli incontri per cornordinare
la promozione umana.
Ma avevo nostalgia dei samburu.
Sarei ritornato volentieri, con decisioni
rinnovate e disponibilità. Mi fu
fatta, invece, un’altra proposta: andare
in Colombia, a Cartagena, tra
gli afro-americani, discendenti degli
schiavi evangelizzati da san Pietro
Claver. Iniziava così un terzo capitolo
di esperienza missionaria: dopo gli
africani in casa propria e
urbanizzati, mi trovavo tra
quelli in esilio.

Giuseppe Ramponi