DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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FRAGILI FIORI NELL’URAGANO

Un gruppo
di giovani, nel cuore di una delle regioni più critiche del mondo, lancia
un messaggio di unità e tolleranza. Sono arabi cristiani e hanno fondato
una comunità, come quella dei primi seguaci di Cristo. Aperta a tutte le
confessioni. Le difficoltà sono enormi, e questa voce rischia di essere un
soffio fra le… cannonate.

 

Nazareth.
Nell’enorme basilica dell’Annunciazione alcuni fedeli partecipano alla
messa domenicale. Sono raccolti in un luogo molto speciale: qui
l’arcangelo Gabriele annunciò a Maria la nascita di Cristo. Un gruppo di
giovani anima la funzione con canti in arabo.

Nonostante la
celebrazione sia in rito cattolico romano, questi ragazzi e ragazze
appartengono a confessioni cristiane diverse. «Facciamo parte di una
comunità ecumenica, che riunisce cattolici di rito latino e bizantino
(detti anche greco-cattolici), ortodossi, maroniti, armeni, copti e
protestanti» spiega Nasrin, una giovane di 27 anni.

È la Comunità «Vita
Nuova»: in arabo Jama’at al hayat aljadidah.

In Israele, oltre a
circa 5 milioni di ebrei, vive anche 1 milione di arabi. Discendono dai
palestinesi che non lasciarono la loro terra, nonostante la pressione
armata degli israeliani, all’indomani della creazione dello stato di
Israele (14 maggio 1948), durante la pulizia etnica che smantellò 531
villaggi non ebrei. Sono arabi con carta d’identità israeliana (peraltro
riporta la voce «etnia araba») e vivono in prevalenza in Galilea (nel
nord, dove si trova Nazareth), nel triangolo dell’entroterra di Hadera, in
città miste e nel Negev (a sud). Gli arabi di cittadinanza israeliana sono
discriminati. Per loro è più difficile accedere all’università e occupano
gli strati sociali più bassi.

Nei Territori
occupati di Cisgiordania e Gaza, invece, abitano 2 milioni 800 mila arabi
(di cui la metà rifugiati) e 200 mila coloni ebrei. Questi ultimi sono
cittadini israeliani e detengono un territorio non facente parte dello
stato d’Israele.

Della popolazione
arabo-palestinese (cittadini israeliani e abitanti dei Territori) solo il
2% è cristiana, appartenente a differenti confessioni, mentre la
maggioranza è musulmana. A causa del loro essere minoranza, spesso gli
arabo-cristiani sono dimenticati. Però molti di loro si sentono i
discendenti dei primi discepoli di Cristo.

 



All’inizio… un miracolo

 

Inerpicandosi verso
la città vecchia di Nazareth e percorrendo alcune ripide scale in cemento,
si arriva ad una piccola casa di tre piani dove, da alcuni anni, un gruppo
della Comunità Vita Nuova vive «mettendo tutto in comune». Una stanza per
riunirsi e un’altra adibita a cappella; la cucina in cui ci si ritrova per
consumare i pasti; un corridoio stretto, con libri di preghiere riposti in
un piccolo scaffale e annunci sulla vita della comunità appesi in una
bacheca.

Amer e Nasrin,
fratello e sorella di 26 e 27 anni, vivono nella casa da un anno. Ci fanno
accomodare nella stanza-riunioni e raccontano la storia della comunità.
«Tutto è cominciato su iniziativa del sacerdote abuna Faraj» (abuna
significa padre in arabo).

Padre Faraj è uno
dei due preti greco-cattolici, insieme a Elias Chacur, famoso per un
libro-denuncia sui massacri nel villaggio di Eliabun (nord Galilea).
Ordinato sacerdote nel 1965, nove anni dopo scopre di essere malato di
sclerosi a placche, che lo costringerà su una sedia a rotelle per 17 anni.
«Dal giorno della sua ordinazione – ricorda Nasrin – abuna Faraj ha fatto
sua la preghiera: Signore, dammi la grazia d’offrire la mia vita per
tutti, senza distinzione di razza o religione».

Preghiera più che
mai attuale.

Nel 1980 abuna Faraj
inaugura un centro cristiano d’incontro per giovani e pellegrini, nel
cuore di Nazareth. Nel ’92, secondo Nasrin, accade ciò che i membri di
Vita Nuova, pur senza dirlo, considerano un miracolo. «Abuna Faraj era
all’ospedale in coma. Nabil, un giovane di 22 anni che l’aveva conosciuto
da piccolo, andò a trovarlo. In modo inspiegabile il malato si svegliò e
lo riconobbe».

Da quel momento il
giovane decide di consacrarsi al prete, lasciando lavoro, musica e ogni
altra attività. I due lanciano il progetto di una comunità ecumenica, per
far incontrare confessioni cristiane diverse: così nasce Jama’at al hayat
aljadidah. Inizialmente le attività si svolgono al centro cristiano, dove
si organizzano incontri di preghiera interconfessionali.

«Io sono entrata in
Vita Nuova in quel periodo – racconta Safia, di 23 anni -, ma non senza
problemi, data la mentalità della mia famiglia ortodossa». L’idea di base
è che cristiani di vari credo possano vivere insieme. «Famiglie, laici,
consacrati: come fecero i primi gruppi di fedeli, proprio qui in Terra
Santa» interviene Amer, spiegando anche le difficoltà. «Tra noi arabi la
mentalità è ancora quella che si lascia la famiglia solo quando ci si
sposa. È stato complicato portare i nostri genitori a condividere questo
percorso; ma alla fine ci siamo riusciti».

 



«Vita Nuova» si allarga

 

Nel 1996 abuna Faraj
muore. Il gruppo è costretto a lasciare i locali del centro, reclamati
dalla diocesi. Si cerca un luogo per continuare le attività. Il gruppo,
seppur piccolo, è solido, ma le difficoltà economiche sono grandi. «Solo
due anni dopo, siamo arrivati qui». È importante avere un posto dove
vivere insieme e uno spazio fisso per la preghiera.

Oggi vi abitano Amer
e Nasrin con Nabil, diventato il riferimento della comunità. Poi ci sono
alcune famiglie con bambini, ragazze e ragazzi di diversa età e
professione, che partecipano alle attività e si considerano parte della
comunità. Un centinaio di persone in tutto a Nazareth, in tre villaggi dei
dintorni e a Lazariyye, presso Gerusalemme est. Il nucleo che anima Vita
Nuova è formato da sette persone; alcune vi dedicano tutto il loro tempo.

«Vogliamo darci
completamente all’unità della chiesa in Terra Santa»: compare Nabil, alto,
la barba nera e rada, gli occhi scuri e profondi, il sorriso accogliente.
«Crediamo che, se l’unità inizia qui, arriverà in tutto il mondo, perché
in questo paese sono rappresentate tutte le confessioni cristiane e tutte
le nazionalità». Come? Gli chiediamo, di fronte ad un progetto tanto
ambizioso.

«Cercando di vivere
ogni giorno la preghiera, la condivisione e l’ascolto della bibbia, ma
anche tramite corsi di francese e italiano». Il tutto nella diversità. «Se
riusciamo a pregare insieme, apprezzeremo anche la diversità e ricchezza
della nostra storia, come in un giardino che si abbellisce di tanti fiori.
Nessuno cerca di trasformare l’altro a sua immagine; impariamo ad
accettare tutti ed essere aperti allo Spirito Santo».

 


I
giovani se ne vanno

 

Numerose sono le
attività, indirizzate a bambini, adolescenti e famiglie. I giovani
cristiani sentono le tensioni maggiori del paese e molti tentano di
emigrare. A Nazareth nel 1964 la popolazione araba era cristiana al 75% e
al 25% musulmana. Oggi le proporzioni si sono invertite (mentre gli ebrei
vivono in quartieri ultramodei a Nazareth Ilit, ovvero la «alta», e sono
in maggioranza russi e rumeni). La tendenza degli arabi cristiani a
lasciare il paese è comune in tutta la Terra Santa.

«Ai bambini
raccontiamo la storia di Gesù – continua Nabil – e diamo loro la
possibilità di esprimersi attraverso il disegno e il canto. Per i più
grandicelli ci sono corsi di chitarra e possono partecipare ai momenti di
preghiera e adorazione. Agli adolescenti è dedicato un giorno speciale
della settimana, oltre al sabato, allorché ci riuniamo tutti».

Continua Nasrin:
«Cerchiamo di formare gli adulti nella conoscenza delle lingue, di
invitarli ai momenti di preghiera e, soprattutto, di insegnare loro a
guidare i giovani mediante l’uso di testi biblici».

Una volta al mese,
il primo venerdì, la comunità si riunisce per la veglia di preghiera fino
all’alba. «Abbiamo scoperto che un gruppo in Belgio, chiamato Nazareth, fa
altrettanto. Abbiamo iniziato a scambiarci le esperienze e ci sentiamo
uniti». Vita Nuova è collegata pure ai gruppi di Chemin neuf (cammino
nuovo) in Francia ed Italia (Milano). Realizzano scambi e periodi di
formazione teologica.

I membri della
comunità possono trascorrere alcuni mesi in Europa, presso questi centri,
per approfondire l’esperienza di vita comunitaria e condividere le proprie
esperienze in Terra Santa. «Quando sono stata in Francia e in Italia –
confida Nasrin -, nessuno conosceva la nostra situazione di cristiani.
Tutti mi chiedevano se ero ebrea o musulmana».

Ma le difficoltà non
mancano. Il gruppo è riconosciuto da tre vescovi: il patriarca latino di
Gerusalemme, quello greco-ortodosso e greco-latino. «Accettano la comunità
che vive l’unità, ma non ci aiutano finanziariamente, perché non
apparteniamo ad una sola confessione – commenta Amer -. Il governo
israeliano ci riconosce come raggruppamento cristiano, ma la legge
proibisce di parlare di Gesù e della nostra fede ad altri che non siano
cristiani».

 



Nell’occhio del ciclone

 

A sentirli parlare e
guardandoli negli occhi dolci ma fermi, si riacquista un po’ di fiducia
verso il contesto locale. Ma ci si chiede (un po’ scettici) se questi
giovani, con meno di 30 anni, non stiano combattendo contro i mulini a
vento. I recenti attentati terroristici negli Stati Uniti e la reazione
scaturita (che sta uccidendo centinaia di civili) hanno portato ad un
nuovo contesto storico.

La situazione in
Medio Oriente (che sembrava migliorare) oggi sta sprofondando. Le
spaccature intee ai palestinesi, ma anche fra gli israeliani, si fanno
sentire sempre di più, allontanando la soluzione proposta dalle Nazioni
Unite, già nel ’47, di due stati indipendenti in pace tra loro.

E i giovani di Vita
Nuova, nel cuore di una delle regioni geopolitiche più critiche del mondo,
cercano di mandare un messaggio. «Ciò che la comunità vede (e vuole
vedere) in ognuno, buono e non buono, è l’“anima” che deve essere salvata
– dice Nabil, esprimendosi sulla crisi mondiale -. La comunità si impegna
a vivere la spiritualità di Gesù. Noi amiamo l’uomo e pensiamo che debba
essere salvato».

Dopo l’assassinio ad
opera del Fronte popolare per la liberazione della Palestina del ministro
Rehavam Zeevi (uno dei più estremisti del governo di Sharon), la
rappresaglia israeliana è durissima. Carri armati entrano nelle principali
città dei Territori palestinesi e gli scontri con le forze locali si
moltiplicano. Secondo il premier israeliano, per risolvere il problema,
bisogna deportare tutti i palestinesi nei paesi loro amici.

In tale contesto il
patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbath, arabo della Terra Santa,
scrive: «Il nostro destino è stato quello di nascere sotto l’occupazione e
di essere costantemente esposti alla morte. Ma ognuno ha il diritto-dovere
di fare tutto il possibile per ottenere la libertà. La comunità
internazionale deve finalmente capire che il palestinese è una persona
come tutti; e, come tutti, ha diritto di riconquistare la sua libertà e
dignità nella propria terra».

Il patriarca
condanna la guerra. «Uccidere è male. Ogni violenza è male. Ogni guerra
sfigura il volto di Dio… In Terra Santa l’elemento che apre le porte
della morte è l’occupazione militare. Diciamo dunque: basta alla
sofferenza del popolo palestinese! È ora di porre fine alla sua tragedia».

Mons. Sabbath
rivolge un accorato appello agli israeliani: «Voi pure meritate sicurezza
e pace. Noi ve le auguriamo. In ognuno di voi vediamo la dignità che viene
da Dio ed è un dono ad ogni persona, sia palestinese sia israeliana. La
chiave della morte o della pace è nelle vostre mani e in quelle del
governo che avete eletto… È lui che vi potrebbe dare la pace o
privarvene. Quelli che oggi si combattono e cadono nell’abisso della morte
hanno diritto di vivere e godersi la sicurezza. Dipende dal vostro governo
il porre fine all’occupazione, che pesa sui palestinesi da decine di anni,
privandoli della dignità e libertà. Le Nazioni Unite hanno formulato delle
risoluzioni che sono la base della pace. Basterebbe applicarle».

Lunedì sera. In
silenzio ci ritroviamo nella stanza, in fondo al corridoio della piccola
casa di Vita Nuova, nella Nazareth vecchia. Buia, solo poche candele
illuminano le icone di Cristo e della Vergine. Il pavimento è ricoperto di
tappeti. I nostri amici entrano, uno ad uno, e siedono in un angolo.
Arrivano pure dei giovanissimi. Ci sono piccoli vangeli in arabo e fogli
con canti nella stessa lingua.

Inizia la
preghiera… Ci tornano in mente le parole di Nabil: «Quando diventa
«buio», tutto sembra perduto. Ma Gesù è luce del mondo».

 

 

 



Popolazione e chiese in Terra Santa

 


Stato di Israele: 5

milioni di cittadini, di cui circa 1 milione di origine russa; gli arabi
si aggirano su 1 milione.


Territori di
Cisgiordania e Gaza:

2.800.000 arabo-palestinesi, di cui 1.400.000 rifugiati registrati (non
sono cittadini israeliani); sono presenti anche 200.000 coloni ebrei
(cittadini israeliani).

Si contano inoltre
2.900.000 rifugiati palestinesi (registrati) tra Giordania, Libano, Siria,
Egitto e paesi del Golfo Persico.

 I
cristiani

in Terra Santa sono il 2% della popolazione araba, con percentuali
maggiori a Betlemme (15%) e Nazareth (25%). Sono divisi in diverse
confessioni:

Cattolici (melchiti,
maroniti, caldei, siriani e armeni cattolici); da segnalare una comunità
cattolica di lingua ebraica, molto schiva e riservata.


Greco-ortodossi:
costituiscono l’unica chiesa autonoma in Terra Santa
(non dipende cioè da sedi estere); è anche la comunità numericamente più
importante (circa il 50% dei cristiani); il patriarca in genere è di
origine greca. Gli altri ortodossi si distinguono in armeni, siriani,
copti, etiopi.

Protestanti:
luterani e anglicani con presenze modeste.

La Custodia
Francescana di Terra Santa, affidata ai Frati Minori, ha una sua
autonomia.

Marco Bello