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YOKKOK (COREA DEL SUD): contesti e sfide in evoluzione DI SOGNO IN SOGNO

Iniziato 13 anni fa, il "sogno coreano" dei missionari
della Consolata è diventato realtà consolidata. I 10 missionari che vi lavorano ne hanno
tracciato un’analisi delle situazioni culturali, sociali ed ecclesiali, raccogliendo
le sfide che tali contesti pongono al loro carisma ad gentes.

 

Chiusa all’influenza occidentale fino al secolo XVII, la Corea è
stata definita "stato eremita". Anche se, risalendo alle origini, si trovano
migrazioni di cinesi, mongoli e giapponesi, il popolo coreano ha conservato storicamente
una profonda omogeneità e identità culturale, tanto da incontrare difficoltà
nell’accettare ciò che è diverso.

Molte cose, però, sono cambiate negli ultimi decenni. Dopo
l’umiliante esperienza dell’invasione giapponese (1910-1945), il paese è stato
spaccato dalla divisione ideologica tra il Nord (comunista) e il Sud (filo occidentale),
fino a sfociare in guerra aperta (1950-1953). L’armistizio ha fermato le armi, ma non
si è ancora firmato un trattato di pace. Mentre il Nord è ancora fermo alla situazione
di stallo di mezzo secolo fa, la Corea del Sud, dove lavorano i missionari della
Consolata, ha conosciuto una profonda e veloce evoluzione in ogni settore della vita del
paese, con conseguenze difficili da comprendere e valutare.

 

DAL CAMPO ALLA CITTÁ

Con oltre 46 milioni di abitanti, su una superficie di 99 mila kmq
(meno di un terzo dell’Italia), la Corea del Sud è uno dei paesi del mondo con la
più alta densità di popolazione, per lo più concentrata nelle città. Il fenomeno si è
evoluto negli ultimi quattro decenni: nel 1960 viveva in città il 28% della popolazione;
nel ’95 è passata al 79%. Seoul, la capitale, conta 10 milioni di abitanti, quasi un
quarto della popolazione totale. Eminentemente agricola, la società coreana è diventata
urbana e industriale: ciò ha provocato profondi cambiamenti culturali, pur rimanendo vivo
il riferimento alle tradizioni millenarie. Dinamico per natura, sotto la spinta ossessiva
della competitività, efficienza, consumismo, scalata a uno stato sociale più alto, il
popolo coreano è alle prese con un ritmo di vita che causa preoccupazione e angoscia e ne
trasforma profondamente l’anima e l’identità religiosa. Non c’è più
tempo né libertà per cercare la pace, l’armonia, la vita interiore. D’altra
parte, rimangono nella gente il riferimento alle forti tradizioni e, nei gruppi religiosi,
la coscienza e il desiderio di dare una risposta alle nuove problematiche. L’anima
coreana è ancora intrisa e sostenuta da una religiosità tradizionale, soprattutto dallo
sciamanismo.

Immersi tutti i giorni nel mondo della tecnologia, molti coreani
frequentano i riti sciamani per trovare una risposta immediata ai propri quesiti. Buddismo
e confucianesimo hanno ancora molto peso nelle relazioni familiari e sociali. Sètte,
movimenti religiosi e mercati spirituali che offrono facili risposte sono onnipresenti.

 

FAMIGLIA CHE CAMBIA

Il passaggio dall’organizzazione contadina a quella della
mentalità industriale e tecnologica ha scardinato il sistema della famiglia tradizionale:
il numero dei membri è ridotto, con uno o due figli per coppia; le famiglie sono
massificate e concentrate in condomini-alveari; i ritmi di lavoro prolungano
l’assenza dei genitori; spesso il padre è presente solo la domenica. Tutto ciò ha
effetti deleteri sulle relazioni familiari e crea problemi di solitudine e
incomunicabilità tra genitori e figli. Eppure la famiglia rimane il peo della società
coreana. La struttura familiare è basata sui valori confuciani: senso dell’autorità
e gerarchia, disciplina e pietà filiale, corresponsabilità, sacrificio per gli altri e
ricerca del benessere della famiglia-gruppo-nazione. Tale struttura continua ad orientare
con forza la condotta degli individui. Il senso di dipendenza dalla famiglia è molto
vivo: il distacco da essa è sempre difficile e doloroso. Il popolo coreano ha un forte
senso di gruppo, aggregazione, organizzazione e distribuzione dei ruoli. È parte
dell’identità nazionale. "Il nostro" è mentalità comune ed è stata la
forza motrice per lo sviluppo della società. La persona dipende dal gruppo; è debitrice
verso i "suoi", siano essi amici, azienda, nazione. Lo stare insieme, però, non
si traduce più in profondità di comunicazione.

 

GIOVANI D’OGGI

Le nuove generazioni coreane, uomini e donne, hanno raggiunto un ottimo
livello di educazione. Ma il sistema scolastico tradizionale, rigido nella disciplina e
tendente alla massificazione e "militarismo", caratterizzato dall’uso della
violenza come mezzo di disciplina, comincia a essere largamente contestato e denunciato
dagli ambienti didattici e dagli stessi giovani. Anche il governo, da parte sua, ha
annunciato piani di ristrutturazione del sistema educativo, per renderlo più rispondente
al processo di apertura, globalizzazione e inteazionalizzazione della Corea.

I giovani coreani sono al tempo stesso eredi delle tradizioni e
protagonisti delle trasformazioni in corso. I programmi televisivi loro destinati sembrano
procedere su due culture parallele: in superficie i giovani sembrano uguali ai loro
coetanei occidentali (moda, balli, divertimenti, uso di bevande alcoliche); generalmente,
però (ed è la seconda cultura), non consumano droghe, non hanno esperienze sessuali
precoci; rispettano autorità e disciplina, non fanno grandi domande; mancano di spiccato
spirito critico e sono facilmente influenzabili. L’80% dei giovani frequenta
l’università e fino all’ultimo anno della scuola secondaria essi hanno un ritmo
di vita impressionante. Il loro orizzonte è racchiuso in tre verbi: studiare, avere un
buon lavoro, sposarsi. La famiglia fa l’impossibile perché il figlio abbia la
migliore educazione possibile: l’ammissione a una università rinomata è una
garanzia per il futuro, anche se al termine degli studi non è sempre facile avere
un’occupazione immediata; ciò acuisce la competitività. La maggioranza si sposa tra
i 25 e 35 anni.

Allegri e responsabili, immersi nel mondo della tecnologia e internet,
i figli della nuova Corea, aperta al mondo, sono più disponibili della generazione
precedente a imparare nuove lingue e andare all’estero. Ma conservano un grande senso
di appartenenza alla propria terra, popolo e cultura. Si riscontra in loro un forte senso
di "coreanità" e nazionalismo, anche se non hanno la stessa intensità delle
generazioni che, negli ultimi 30 anni, hanno sacrificato la propria vita lavorando per la
patria.

 

POVERI COREANI

Per promuovere lo sviluppo del paese, nel passato il governo coreano
favorì l’affermarsi di grandi gruppi finanziari e industriali; le masse contadine in
cerca di lavoro hanno fatto pullulare grandi agglomerati urbani con sacche di povertà
più o meno grandi, ma evidenti. La dittatura ha instaurato un clima di sospetto,
soprattutto a causa della fobia della Corea del Nord, e spinto la gente a
un’obbedienza cieca ai capi politici. Ancora oggi sono in vigore le leggi di
sicurezza nazionale, la pena di morte e molti prigionieri politici sono in carcere. In
fatto di giustizia, diritti umani e pacificazione la Corea ha ancora tanta strada da
percorrere. La chiesa cattolica ha giocato un ruolo determinante nei movimenti per
l’affermazione della democrazia (1987); impegno premiato dalla crescita di
conversioni e rispetto agli occhi della popolazione. Con la democrazia sono apparsi anche
molti gruppi impegnati nel sociale.

Per le olimpiadi del 1988 lo stato ha rimodellato le zone povere delle
città, specie quelle vicine alle sedi delle gare, adottando criteri occidentali
nell’organizzazione e architettura, senza tenere conto della situazione e del futuro
della gente. In tale contesto è pure iniziata l’immigrazione di filippini, cinesi,
indiani, impiegati nei lavori più umili. E il fenomeno continua: molti stranieri entrano
nel paese clandestinamente in cerca di lavoro. Il miracolo economico ha ravvivato
l’orgoglio nazionale, finché la crisi del 1997 cominciò a provocare licenziamenti e
disoccupazione, aumentando il numero dei poveri. Le riforme economiche e la demolizione
dei quartieri più degradati non sono riuscite a nascondere la povertà. Spesso i
senza-tetto assistono impotenti alla distruzione delle loro casupole; i più fortunati
usufruiscono degli appartamenti sociali o vivono nei sottoterra degli edifici-alveari.

In città i poveri si notano meno, ma il loro numero è in continuo
aumento; si prevede che in futuro, quando le due Coree saranno riunificate, il fenomeno
sarà aggravato da un probabile flusso di nordcoreani che verranno nel sud per occupare i
posti di lavoro più umili e malpagati.

 

PLURALISMO RELIGIOSO

La cultura e le strutture sociali coreane sarebbero incomprensibili
senza le loro tradizioni religiose millenarie. Alla base c’è lo sciamanismo, sul
quale si sono innestate altre religioni, come buddismo (IV secolo) e confucianesimo (XII
secolo). Il cristianesimo ha iniziato la sua presenza circa 200 anni fa con la chiesa
cattolica e i protestanti, arrivati 100 anni dopo. Tra il XIX e XX secolo sono nate altre
religioni, come ch’ondokyo e buddismo won, caratterizzate da forte spirito
nazionalista e sincretismo. Da alcuni anni si stanno affermando vari movimenti religiosi,
ispirati a taoismo e new age, integrati a elementi della religione popolare coreana.

Il contesto religioso coreano è caratterizzato da un grande
pluralismo. In tutte le religioni l’opera di proselitismo è molto forte, specie tra
i protestanti. Di regola c’è armonia fra le diverse religioni, che coesistono
pacificamente nella stessa famiglia o gruppo sociale. Negli ultimi anni, però, si sono
verificati alcuni incidenti, provocati soprattutto da fondamentalisti protestanti e
sfociati in incendi di templi e distruzioni di statue di Budda e Tangum.

A livello gerarchico esiste una buona collaborazione tra i leaders nel
campo del dialogo interreligioso e nella ricerca di risposte comuni ai diversi problemi
sociali. Tra i fedeli, invece, mancano contatti e conoscenza reciproca; ognuno tende a
chiudersi nel proprio gruppo. Benché il popolo coreano sia profondamente religioso,
normalmente non si sente parlare di religione in pubblico. Anzi, metà della popolazione
si dichiara senza religione, specie i giovani. Ciò non significa che i coreani siano
"atei" o totalmente secolarizzati, ma che non appartengono ad alcuna tradizione
religiosa organizzata. Quasi tutti i coreani compiono periodicamente qualche pra- tica
religiosa e, quando sorgono problemi o difficoltà, sperano di ricevere aiuto dal cielo o
dagli antenati. Nella mentalità religiosa coreana, infatti, vita presente e aldilà sono
strettamente legati, senza netta separazione. Per cui c’è una influenza mutua fra
vivi e antenati, i quali hanno un ruolo fondamentale nella vita dei viventi, soprattutto
nelle relazioni familiari.

Nella forma di vita coreana esiste una specie di dualismo: da una parte
la corsa permanente verso il materialismo e consumismo; dall’altra
l’inquietudine interiore, tesa alla ricerca di qualcosa di più profondo e
spirituale, della "pace del cuore" soprattutto. Per raggiungerla il coreano non
si fa scrupolo di prendere dalle diverse religioni quegli elementi che lo possono aiutare
a trovarla.

 

UNA CHIESA DA SMUOVERE

Negli ultimi decenni la chiesa in Corea è passata attraverso diverse
tappe: negli anni ’50-60 ha affrontato l’urgenza dei poveri e degli affamati;
negli anni ’70-90 ha collaborato alla ricerca della libertà e democrazia. Ciò le ha
procurato una forte crescita del numero di conversioni. Non sempre, però, ha corrisposto
altrettanta partecipazione alla vita ecclesiale. La frequenza alla messa domenicale, per
esempio, si aggira attorno al 30% dei battezzati. Ora ci si interroga su come dovrà
essere la chiesa del terzo millennio. Si parla di maggiore impegno nel campo della
formazione, educazione e catechesi. Fortemente sentito è pure il bisogno di una più
profonda spiritualità. La vita ecclesiale, infatti, è fortemente centralizzata attorno
all’organizzazione parrocchiale: la mentalità confuciana sottolinea il ruolo
gerarchico; lascia poco spazio al laicato e ne mortifica lo spirito d’iniziativa.

Quella coreana è una chiesa della classe media, dove i poveri non si
trovano a proprio agio e la figura del prete diocesano ha un posto preminente e
rappresenta un vero status. Ne deriva che le congregazioni religiose (con il voto di
povertà) sono poco apprezzate, specialmente quelle maschili. Talvolta i consacrati sono
visti come persone che non sono riuscite a diventare sacerdoti diocesani. Anche gli
istituti femminili di vita consacrata non riscuotono simpatie. Le molte religiose inserite
in parrocchia, per esempio, sono spesso viste come semplici assistenti del parroco o
sacrestane. Ciò è dovuto, probabilmente, all’organizzazione sociale, che non lascia
molto spazio pubblico alla donna.

La relativa abbondanza di preti locali sembra chiudere la chiesa alla
presenza di religiosi stranieri e l’orgoglio nazionalistico ne affievolisce la
sensibilità universale. Di conseguenza, quando la chiesa coreana pensa e parla della
missione, la concepisce quasi esclusivamente rivolta all’interno del paese, alla
ricerca di nuovi fedeli. Negli ambienti ecclesiali, infine, c’è poco interesse per
il dialogo interreligioso. Esistono strutture destinate a questo compito; in pratica,
però, non sono rilevanti e significative per la gente.

 

SFIDE E SPERANZE

Povertà urbane, dialogo interreligioso e animazione missionaria della
chiesa locale sono le sfide che i missionari della Consolata hanno accolto in 13 anni di
presenza in Corea e alle quali rispondono con il loro carisma ad gentes. Di proposito, non
hanno voluto assumere la responsabilità diretta di parrocchie, per essere disponibili ad
offrire la loro collaborazione nei campi in cui la chiesa locale sembra meno attenta.
Poveri urbani e lavoratori stranieri è una sfida costante per la chiesa locale: i
missionari della Consolata hanno offerto fin dall’inizio la loro collaborazione. Per
alcuni anni essi sono stati presenti in un quartiere alla periferia di Inchon. La loro
esperienza si è conclusa nel 1999, ma stanno studiando la possibilità di aprire una
nuova presenza tra i baraccati nella periferia di Seoul. Questa comunità avrà anche il
compito di seguire e cornordinare le attività con movimenti e associazioni operanti in vari
ambiti: Giustizia e Pace, riunificazione delle due Coree, difesa dei diritti umani, lotta
alla corruzione e allo strapotere delle multinazionali.

Speciale attenzione è rivolta al mondo giovanile, in cui i missionari
esercitano prevalentemente la loro attività di animazione missionaria e vocazionale. Per
fare ciò è di fondamentale importanza conoscere i problemi educativi dei giovani,
relazioni familiari e cambiamenti in corso, per offrire loro una formazione cristiana che
tenga conto della mentalità e della cultura locale. La sfida più grande e, in qualche
modo, nuova per i missionari della Consolata è costituita dalla presenza di tante
religioni nel paese. Quasi tutte in generale e il confucianesimo in particolare esercitano
un certo influsso anche sul cristianesimo cattolico: lo si riscontra nel senso della
gerarchia, nella strutturazione ecclesiale, nelle relazioni intee e perfino a livello
teologico.

Nella mentalità coreana Dio è concepito come un essere lontano,
separato dagli umani, con il quale è difficile stabilire una relazione d’intimità.
Idea che porta a rafforzare la presenza e importanza dei mediatori. In tale contesto non
è facile presentare il volto e l’esperienza di un Dio solidale e vicino. La
frateità vissuta dai 10 missionari della Consolata, provenienti da sei nazioni,
costituisce, più delle parole, una importante testimonianza del Dio
dell’incarnazione e della consolazione. Al tempo stesso, vivendo in mezzo ai poveri,
essi testimoniano la predilezione di Dio per i più emarginati. Per 13 anni essi hanno
studiato la cultura sociale e religiosa del popolo coreano e hanno compreso che il dialogo
interreligioso è parte integrante della loro attività di evangelizzazione. A tale scopo
è stata aperta, tre anni fa (ed è in piena attività) la comunità di Ok-kil-dong,
centro di spiritualità e punto di riferimento per la gente coinvolta nelle iniziative di
dialogo ecumenico e interreligioso.

Sogni e sfide non finiscono qui. Mentre mantengono vive la cooperazione
e comunicazione con la chiesa locale, i missionari della Consolata attendono la
riunificazione delle due Coree, con la prospettiva di aprire un altro campo di
evangelizzazione nella Corea del Nord.

Missionari della Consolata in Corea del Sud