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GLOBALIZZAZIONE / Un altro mondo non è possibile?

Egregio professor Panebianco

Vogliamo accettare un mondo dove 4 miliardi di persone sopravvivono con 2 dollari al
giorno? Un mondo dove alcune persone possono avere "stipendi" maggiori del
Prodotto interno lordo di interi paesi? Eppure in molti cercano di legittimarlo asserendo
che questo è l’unico mondo possibile. No, forse non è proprio così…

Egregio professor Panebianco, non sono mai stato un suo estimatore. Tuttavia, per avere
un’informazione il più possibile completa, anch’io leggo i suoi editoriali sul
"Corriere della sera".

"Un’idea pericolosa – lei scrive (Angelo Panebianco, Vanataggi globali e la
società chiusa, Corriere della Sera del 23 giugno 2001) – si va diffondendo. È
l’idea che i contestatori della cosiddetta "globalizzazione" abbiano più
ragioni che torti".

Il pericolo non sono i danni evidenti ed esplosivi prodotti dalla globalizzazione, ma
sono i contestatori della stessa. Questa sua affermazione ha dell’incredibile,
professore!

"Tutti costoro accettano troppo facilmente gli slogan degli antiglobalizzatori:
credono davvero che il potere di vita e di morte sui destini del mondo sia nelle mani di
un pugno di multinazionali".

Le multinazionali non sono un pugno, ma qualcuna di più: 63.459 secondo le statistiche
dell’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite.

Le 200 multinazionali più grandi rappresentano oltre il 30% dell’attività
economica mondiale. Il fatturato della General Motors è più elevato del prodotto interno
lordo della Danimarca; quello della Ford è maggiore del Pil del Sudafrica. Le entrate
dell’Ibm superano ampiamente il prodotto interno lordo dell’Argentina. E così
via. Davanti a numeri simili, chi può dubitare del potere di vita e morte delle
multinazionali? Però, proviamo ad immaginare che queste compagnie siano
"etiche" e, dunque, non abusino del loro potere. Andiamo a vedere, come direbbe
la Confindustria, quello che effettivamente fanno. Ebbene, l’elenco dei misfatti di
cui esse sono imputabili è lunghissimo. Ma facciamo pure qualche nome.

Le multinazionali statunitensi Chiquita, Dole e Del Monte posseggono i 2/3 del mercato
mondiale delle banane. Nel loro curriculum sta scritta una lunga lista di crimini
(sociali, ambientali e sindacali). Interi paesi latinoamericani (Honduras, Guatemala,
Costa Rica, Panama, Ecuador) sono stati segnati dalla loro nefasta presenza.

La Monsanto (Usa) e la Novartis (Svizzera), dopo aver inquinato mezzo pianeta con
pesticidi ed erbicidi, ora si sono buttate sulla manipolazione genetica, non per sfamare
il mondo, ma per instaurare un regime di monopolio sulle sementi.

La multinazionale alimentare Nestlè (Svizzera) è accusata di aver spinto per
l’utilizzo del suo latte in polvere a scapito di quello materno. Secondo
l’Unicef, un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno nei paesi poveri perché
non vengono nutriti con il latte materno, e altri milioni si ammalano.

Le multinazionali petrolifere sono tra i maggiori responsabili dei disastri ambientali
del pianeta. La Royal Dutch-Shell, per esempio, è famosa soprattutto per le sue
operazioni in Nigeria: contro l’ambiente (il fiume Niger) e il popolo degli ogoni.

E che dire del presidente George W. Bush? Tutti sanno che l’ex petroliere texano
ha trovato generosi sponsor nelle compagnie petrolifere statunitensi: Exxon-Mobil, Texaco,
Chevron, sopra tutti. Sarà un caso che, appena entrato alla Casa Bianca, il presidente
abbia dichiarato morto il protocollo di Kyoto sulla riduzione dei gas a effetto serra?

Caro professore, non c’è dubbio che le multinazionali costituiscano un enorme
pericolo per il mondo, soprattutto da quando, in nome del neoliberismo e della
globalizzazione, è passata l’idea di "stati leggeri", privi di un
effettivo potere di regolamentazione e controllo. Quello della perdita di potere degli
stati nazionali è uno degli effetti più subdoli della globalizzazione.

"Credono davvero che la globalizzazione accresca la povertà al di fuori del mondo
occidentale. Nessuno di loro è sfiorato dal dubbio che queste siano falsità. Nessuno di
loro è disposto, ad esempio, a prendere in considerazione il fatto, ampiamente
documentato, che, lungi dall’accrescere la povertà, l’apertura dei mercati
abbia, nell’ultimo decennio, contribuito potentemente a ridurla".

È proprio vero che in questo mondo tutto è relativo. Io non so quale documentazione
abbia in mano, professor Panebianco. Ma forse basterebbe che lei facesse un viaggio nelle
periferie di Lagos, San Paolo, Manila, Lima o di altre megalopoli del Sud del mondo. Le
statistiche più recenti parlano di un miliardo e 175 milioni di persone che sopravvivono
con un dollaro al giorno, mentre altri 3 miliardi ogni giorno portano a casa un po’
di più: 2 dollari (4.500 lire).

D’altra parte, la globalizzazione fa molto bene ai ricchi (chiamiamoli così): ci
sono stipendi annuali che superano il prodotto interno lordo di interi paesi (Charles Wang
della Computer Associated nel 1999 ha guadagnato 507 milioni di dollari) o patrimoni
personali che un paese potrebbero acquistarlo (Bill Gates con 58,7 miliardi di dollari è
il primo, ma anche Silvio Berlusconi con 10,3 non può lamentarsi).

Ghandi diceva: "Il mondo è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di tutti, ma
non lo è per soddisfare l’avidità di ciascuno".

"Il problema è sempre uno, da quando è nato il capitalismo: il conflitto fra i
fautori della società chiusa, tra quelli che pensano che il commercio senza barriere e
restrizioni porti, col tempo, benessere e libertà a tutti coloro che vi vengono
coinvolti, e quelli che lo intendono solo come una forma di sfruttamento e di oppressione
(oltre che, va da sé, di "mercificazione" dell’esistenza)".

Benessere per chi? Libertà di che? Nel mondo globalizzato la sola certezza è la
"libertà di profitto", indipendentemente dai costi sociali che questa produce.
Professore, si ricorda ancora di quella che si chiama "libertà dal bisogno"?
L’evidenza quotidiana dimostra che essa non sussiste per la maggioranza
dell’umanità. E poi, mi scusi, lei contrappone società aperte e società chiuse.
Allora perché paesi ultraliberisti come Argentina, Brasile e Messico sono periodicamente
sull’orlo della bancarotta?

Ma dove il suo ragionamento cade miseramente è davanti al fenomeno delle migrazioni. I
paesi dell’Occidente sono aperti? Lo sono per ricevere i capitali delle speculazioni
finanziarie, ma non per accogliere tutte le persone (donne e bambini compresi) che
scappano alla ricerca di un’esistenza dignitosa.

Lei sceglie il sarcasmo per liquidare coloro che parlano di sfruttamento, oppressione e
mercificazione dell’esistenza. Non è forse sfruttamento quanto avviene in moltissime
unità produttive del Sud del mondo, dove la gente (bambine e bambini compresi) è
costretta ad accettare condizioni di lavoro disumane? Non è forse oppressione non essere
liberi di vivere nelle proprie terre perché concupite da qualche multinazionale? Non è
forse mercificazione dover pagare per curarsi o rimanere in salute?

"Non colpisce il semplicismo del pensiero di certi portavoce del movimento
antiglobalizzazione (che immaginano il mondo retto da un governo occulto delle
multinazionali). (…) Poi ci sono le cose serie (…). Che poco sembrano interessare al
"popolo di Seattle" e ai suoi rispettabili simpatizzanti".

Normalmente, quando si accusa qualcuno di semplicismo, vuol dire che quel qualcuno sta
colpendo nel segno. Caro professore, al contrario di quanto lei asserisce, le cose serie
sono proprio quelle che il "popolo di Seattle" cerca di portare
all’attenzione dei cittadini del mondo: una democratizzazione delle istituzioni
economiche che dettano legge a stati e popoli (Organizzazione mondiale del commercio,
Banca mondiale e Fondo monetario internazionale); uno sviluppo sostenibile che non
distrugga foreste, mari, aria, acqua e non dia l’80% delle risorse al 20% della
popolazione mondiale; la tassazione delle operazioni finanziarie speculative (Tobin Tax),
per colpire quel mondo degli affari dove – come ha scritto John K. Galbraith – il senso di
responsabilità per gli interessi collettivi è nullo; la remissione del debito dei paesi
poveri; una ridefinizione del ruolo del mercato, che non è – come i sostenitori del
"pensiero unico" vorrebbero far credere – una legge di natura, ma una mera
invenzione umana.

 

Egregio professore, spero che il mondo che lei difende un giorno o l’altro si
frantumi sotto il peso delle proprie contraddizioni. Con l’aiuto di quel "popolo
di Seattle" (e di Porto Alegre) che lei liquida con accademica sicumera.

Paolo Moiola