DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Corea del Sud: nella periferia di Inch’on (Seul). Accanto alla ferrovia

La piccola storia di una comunità di laici impegnati, che ha scelto di
"stare" con i poveri, in una periferia di città, per crescere insieme, anche
nella fede. L’esempio tenace e contagioso di Agnes, sorretta da missionari della
Consolata.

 

 Sin dagli inizi, la scelta di inserirsi nel quartiere di Man-sok- dong (alla
periferia di Inch’on – Seul) aveva suscitato in me curiosità e speranza. Immersi in
un ambiente emarginato, i missionari della Consolata avevano deciso di vivere con la
gente, con il proposito di condividere le stesse aspirazioni, recando il fermento del
vangelo, senza ricorrere a grandi strutture. In umiltà e solidarietà, si voleva gettare
il seme della Parola con la stessa speranza del seminatore.

Qualche articolo di Missioni Consolata e Amico aveva descritto gli inizi di tale
esperienza. Tra l’altro, si segnalava l’amicizia e la collaborazione con alcuni
giovani volontari del quartiere al servizio di minori.

Poi non ne seppi più nulla fino a poco tempo fa, quando incontrai i nostri missionari
a Seul. Chiesi loro di poter vedere Man-sok-dong e, se possibile, di rivolgere qualche
domanda ai giovani della "Sala di studio accanto alla ferrovia". O, se preferite
in coreano, "Kich’a kil yoph kong-bu pang". Fui accontentato.

Con l’aiuto di padre Luiz Emer, brasiliano, rivolsi alcune domande a Agnes Kim
Chum-mi,

la giovane donna che iniziò un’esperienza oggi punto di riferimento significativo
anche per la chiesa coreana, impegnata tra gli emarginati urbani.

Nel 2000 Agnes vinse pure un premio nazionale di letteratura, dedicata
all’infanzia coreana, prendendo lo spunto dalle tante storie di cui sono protagonisti
e vittime i bambini di Man-sok-dong.

    

Signora Agnes, la "Sala di studio" come sta aiutando i bambini del
quartiere?

A volte sembra che li stiamo aiutando, altre no. Guardando ad alcuni giovani che
conosco dal 1987 e che allora erano bambini, si può notare che sono cresciuti, anche se
continuano ad avere alcuni problemi. Sono giovani onesti, degni di fiducia e, per vari
aspetti, diversi dagli altri.

Molti ritengono che il criterio, per giudicare se li stiamo aiutando realmente, sia
l’"inserimento nella società": trovare un buon lavoro, guadagnare bene. Ma
noi non la pensiamo così. Il nostro obiettivo non è aiutarli ad "aggiustarsi e
adeguarsi" alla società e alla concorrenza, ma di farli vivere secondo i valori
della solidarietà e condivisione.

Quanto al lavoro con i minori, li aiutiamo nelle necessità di base. Terminata la
scuola, invece di andare in strada a giocare o fare i delinquenti, qui possono trovare un
ambiente adatto per studiare, fare i compiti con l’aiuto dei volontari. Pochi di
questi bambini vengono da famiglie "normali", con il padre e la madre uniti.
Allora cerchiamo di dare loro l’affetto che non ricevono in casa.

Ad alcuni diamo pure da mangiare, paghiamo la scuola e il materiale didattico,
compriamo i vestiti. Questo aiuto è necessario e non possiamo fare a meno di darlo, anche
se a volte stiamo male quando abbiamo l’impressione che i bambini e genitori
dipendono troppo da noi. Ci troviamo a sostituire i parenti in molte circostanze: e questo
non sarebbe il nostro ruolo. Perciò non sempre l’aiuto dato è l’ideale,
affinché tutti possano maturare.

Ciò che ci stimola è che i ragazzi, una volta cresciuti, si rendono conto del nostro
ruolo nella loro vita. Anche se, all’inizio, non hanno chiare le motivazioni per cui
noi volontari viviamo qui e ci dedichiamo a loro, poi sentono che si tratta di qualcosa di
diverso e apprezzano molto il nostro modo di vivere.

Lo sviluppo della vostra comunità ha influenzato i giovani di Man-sok-dong?

Dopo i primi cinque anni di presenza, è stato normale che i ragazzi venissero a
chiederci: "Fino a quando rimarrete qui?". Avevano paura che noi ce ne andassimo
e loro rimanessero privi di gente di cui fidarsi. Ma hanno visto che i volontari e le
volontarie si sposavano tra di loro, avevano dei figli e non "andavano e
venivano" come nei primi tempi, ma si stabilivano nel quartiere per condividere da
vicino la loro vita. Questo ha trasmesso sicurezza e la paura che la Sala di studio
finisse da un giorno all’altro è scomparsa.

Così non ci è più stata rivolta quella domanda.

Come si comportano i più piccoli?

Se con i ragazzi più grandi constatiamo che stanno ricevendo e "digerendo"
molte cose, con i piccoli la situazione è più problematica, perché è legata ai…
genitori. I bambini con cui abbiamo iniziato a lavorare provenivano da famiglie di
contadini, con genitori dai rapporti stabili che, pur poveri, si sacrificavano per i
figli. Ci riunivamo insieme e potevamo contare sul loro apporto per il bene dei figli.

Invece i genitori dei bambini che seguiamo ora sono cresciuti a Man-sok-dong, a non
molti chilometri da Seul (11 milioni di abitanti): i padri sono disoccupati e le madri non
mostrano grande interesse per i figli; entrambi facilmente abbandonano la famiglia.

 

Quali scelte pensate di fare per il futuro delle famiglie nella comunità dei
volontari?

Spesso la gente ci dice: "Vivere in comunità, semplicemente e poveramente, è una
scelta vostra; ma è giusto proporla anche ai vostri figli?".

Di una cosa posso parlare con certezza: le mie due figlie, come anche i figli degli
altri volontari, stanno crescendo secondo valori diversi da quelli della società odiea.
Saltano, giocano, piangono come tutti gli altri bambini; però, quando vanno in altri
ambienti (per esempio all’asilo o a scuola), le prime persone a cui si avvicinano e
di cui diventano amici sono i coetanei più sporchi o mal vestiti. Mia figlia maggiore, a
10 anni, sa già fare le sue scelte: pur avendo la possibilità di ricevere lezioni
speciali di arte nella sua scuola e dimostrando molto interesse in questo campo, è
l’unica a non approfittae, perché "gli altri compagni della comunità non
hanno le stesse opportunità".

Certamente per i nostri figli non è facile questo stile di vita, ma stanno imparando.

  Avete qualche altro "sogno nel cassetto"?

Stiamo pensando di iniziare una nuova esperienza: il lavoro "contadino".

La nostra comunità non deve solo vivere insieme e condividere, ma offrire anche
un’alternativa ad altre persone. Non si tratta di essere migliori degli altri, ma il
centro che intendiamo organizzare in campagna dovrebbe diventare "il segno della
trasformazione" che la Sala di studio sta assumendo. Così chi lo desidera e se ne
sente attratto potrà farvi parte. In città l’unico modo per sopravvivere è il
lavoro in fabbrica; in campagna, invece, saremo noi stessi in grado di produrre ciò che
consumiamo. Ma abbiamo ancora molte paure. Tuttavia questo è il nostro sogno: una
comunità aperta, non troppo grande.

Desideriamo andare in campagna, non solo per produrre il necessario e vivere
tranquilli, ma anche per aiutare meglio i bambini della città. I ragazzi (piccoli e
grandi) della Sala di studio, a causa della malnutrizione, l’abbandono e la mancanza
di un sereno ambiente familiare, hanno un livello di apprendimento che non supera il 30%.
Molti di loro, da adulti, seguiranno la strada dei genitori disoccupati, con nessuna
prospettiva di vita dignitosa.

La capacità intellettuale della stragrande maggioranza dei nostri ragazzi è stata
seriamente pregiudicata. Ma possono fare bene il lavoro manuale: lavorare il legno, ad
esempio; un’attività in cui sono maestri e che a loro piace… Osservando
realisticamente i bambini di Man-sok-dong, sappiamo che ben pochi riusciranno a terminare
le scuole superiori; per cui è necessario offrire loro un mestiere, evitando che vivano
come i genitori.

  Qual è stato il ruolo della fede nella tua vita e in quella della
comunità?

Ciò che mi ha spinto a chiedere di essere battezzata nella chiesa cattolica è stata
la testimonianza di un sacerdote, impegnato nella pastorale del lavoro, quando ero operaia
negli anni ’80. In seguito, allorché mi sono stabilita qui per fare qualcosa in
favore dei bambini, la fede è diventata fondamentale per me.

Ci sono stati momenti difficili, anche con i volontari della nostra comunità. La
situazione si è aggravata quando mi sono innamorata di mio marito, anch’egli membro
del gruppo da circa un anno. Ad alcuni non piaceva il nostro rapporto. Ed io, per la prima
volta in vita, pensai di fare qualche "sciocchezza", tanta era la sofferenza,
perché mi sentivo sola, abbandonata. È stato allora che ho incominciato a sentire più
forte la presenza di Gesù.

Ricordo pure che, all’inizio dell’esperienza, i volontari nel quartiere, se
ne andavano via tutti dopo poco tempo. In seguito, con l’arrivo di nuove persone,
abbiamo compiuto i primi passi come comunità.

Ma solo io ero cattolica e c’era un netto rigetto negli altri verso tutto ciò che
sapesse di religione. Ho tentato più volte di introdurre la lettura della bibbia nei
nostri incontri; ma gli uomini, soprattutto, hanno minacciato di abbandonare le riunioni
se l’avessi fatto.

  Quando hai conosciuto i missionari della Consolata?

È stato proprio in quel momento di tensione, quando i missionari della Consolata sono
venuti a vivere a Man-sok-dong. Per andare avanti, io continuavo a trovare forza nella
fede: era la base della mia vita.

Il significativo mutamento, dopo l’arrivo dei missionari, è incominciato quando
gli uomini della comunità hanno capito: è scomparsa a poco a poco l’avversione per
la religione e ci si è resi conto dell’importanza della fede, sia nella vita
personale che comunitaria. Con tale apertura molti, anche i volontari più giovani, hanno
mostrato interesse per la figura di Gesù Cristo e hanno iniziato a frequentare la
catechesi.

Così la crescita della comunità è stata grande e si è tradotta in un impegno
maturo. La fede in Gesù resta il fulcro, attorno a cui la comunità agisce.

   

Il futuro di Agnes e del marito Bartimeo, quello delle loro due figlie e della
comunità rimane aperto a nuove scelte, ma nella fedeltà ai valori di povertà,
solidarietà, condivisione e alla luce della parola del Signore. Il discernimento li ha
portati a rifiutare allettanti proposte (venute anche dalla pubblica amministrazione), per
scegliere i minori in difficoltà.

Qualcuno ha suggerito di espandersi e moltiplicare l’esperienza altrove; ma ad
Agnes e compagni è sembrato meglio, per ora, continuare il cammino secondo le intuizioni
e lo spirito che sentono propri. "È importante che pure altri trovino il loro modo
di scegliere il servizio tra gli emarginati e crescere insieme" ha commentato Agnes.

La comunità è attualmente composta da una quarantina di giovani, in maggioranza
sposati, residenti a Man-sok- dong.

Giano Benedetti