Correva l’anno 1981

Il punto della situazione

Conosciuta soltanto dal 1981, la sindrome da immunodeficienza acquisita
nota con l’acronimo inglese «Aids» ha già fatto 22 milioni di morti,
per tre quarti africani. Nei paesi del Sud del mondo l’epidemia si espande
senza controllo. Le azioni di educazione e informazione producono risultati deludenti.
Nel frattempo, i paesi più poveri hanno intrapreso una dura lotta
contro le multinazionali farmaceutiche. Perché oggi i medicinali contro l’Aids
sono acquistabili da un’esigua minoranza.

IL PEGGIORE DISASTRO
DELL’ERA MODERNA

«Il peggiore disastro dell’era modea, che Stati Uniti, Europa e Giappone avrebbero potuto evitare con relativamente poco sforzo, ma che finora hanno totalmente ignorato. Non abbiamo fatto niente per evitare i 17 milioni di morti di AIDS in Africa, per impedire che quest’anno ne muoiano altri 3 milioni. In tutto, dal 1996 al ’98, abbiamo dato all’Africa solo 75 milioni di dollari. Niente, appunto».
A fare questa dichiarazione non è stato un qualche esperto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) o un esponente terzomondista di qualche Organizzazione non governativa. Il giudizio e l’accusa pesantissimi sono di Jeffrey D. Sachs, direttore del Center for Inteational Development di Harvard, consulente di governi ed organismi multinazionali, uno dei più noti economisti a livello mondiale.
Pochi mesi fa, la dottoressa peruviana Elisabeth Sanchez, professore dell’Università Cayetano Heredia di Lima, esperta in malattie infettive, in una lunga conversazione mi diceva con estrema crudezza: «È chiaro che l’AIDS sta aumentando in Perù. Cinque anni fa erano 2.000 i pazienti con AIDS conclamato e ora sono circa 20 mila. Direte che non sono poi tanti, ma questo numero va moltiplicato per il dato probabilistico di 100 infettati per ogni malato. Questa è una proporzione che è accettata in molti paesi come il nostro. In Perù con l’AIDS succederà quello che sta succedendo in Africa; se in questo momento in certe zone dell’Africa si arriva al 40% di sieropositivi nella popolazione, gran parte di questi nel giro di 5/10 anni saranno morti ed il continente si spopolerà. Nel Perù sarà uguale».
E l’economista Sachs, con altrettanta crudezza, continua: «Eppure, al di là degli effetti devastanti che l’epidemia di AIDS e le altre malattie stanno avendo sull’Africa, anche nel mondo occidentale vi saranno contraccolpi molto negativi che in parte già si avvertono. La malattia non conosce confini ed infatti nuovi ceppi dell’AIDS, che erano esclusivi dell’Africa, si stanno già diffondendo in Occidente. Il peggiorare della situazione nel continente nero porterà a maggiore instabilità politica, governi ancor meno capaci di controllare le situazioni locali, guerre, migrazioni di massa, crescita della povertà ovunque. Più aspettiamo a intervenire e più, quando saremo costretti a farlo, sarà costoso e complicato rimediare ai danni».
È interessante e, allo stesso tempo, preoccupante che un professore di economia affronti queste tematiche. Probabilmente l’AIDS ha già smesso di essere solo un problema sanitario per trasformarsi in un problema economico e politico.
UN PROBLEMA SANITARIO

L’AIDS (Acquired Immuno-Deficiency Syndrome = sindrome da immunodeficienza acquisita) è una malattia abbastanza recente e, tuttavia, essa si è diffusa rapidamente in pressoché tutte le nazioni, assumendo le caratteristiche di una vera e propria pandemia.
I primi casi sono stati descritti negli USA, alla fine del 1981, tra omosessuali maschi, colpiti da infezioni opportuniste o da tumori particolari quali, ad esempio, il sarcoma di Kaposi, e affetti da una forma di immunodeficienza da causa allora non conosciuta. Studi retrospettivi su sieri congelati hanno mostrato la presenza di anticorpi contro il virus HIV (Human Immunodeficiency Virus = virus dell’immunodeficienza umana), successivamente riconosciuto responsabile della malattia, in un soggetto morto in Africa nel 1959.
Da dove è venuta questa malattia? Sono state formulate numerose ipotesi; la più accreditata indicherebbe come progenitore dell’HIV un virus, l’STLVIII (Simian T Cell Leukemia Virus III), che nella scimmia provoca una sindrome riconducibile all’AIDS dell’uomo. L’infezione, dunque, avrebbe colpito le zone rurali dell’Africa dove sarebbe rimasta confinata per lunghi anni e, successivamente, si sarebbe diffusa alle aree urbane del Centro Africa. Di là, attraverso i rapporti commerciali con altri stati, l’infezione avrebbe raggiunto Haiti e l’America Centrale, si sarebbe diffusa negli USA, in Europa e in tutto il mondo.
Per ciò che concee le modalità di diffusione e presentazione dell’epidemia da HIV, sono descritti tre differenti quadri (pattes) epidemiologici.
Il I patte comprende gli USA, il Canada, l’Europa dell’Ovest, l’Australasia, il Nord Africa e parti del Sud America; qui l’epidemia si è diffusa soprattutto tra omosessuali, bisessuali e tossicodipendenti. Coloro che hanno contratto l’infezione per via eterosessuale, costituiscono una piccola percentuale.
Nel II patte, comprendente il resto dell’Africa e del Sud America, la maggioranza dei soggetti ha acquisito l’infezione per via eterosessuale, con un rapporto uomo-donna di circa uno ad uno.
Il III patte (Asia-Pacifico, Europa dell’Est e Medio Oriente), dove il virus HIV è stato introdotto probabilmente più tardi rispetto ai paesi appartenenti agli altri pattes, si caratterizza per un numero modesto di casi notificati di AIDS. In questi ultimi anni, tuttavia, si è riscontrato un forte incremento dei casi di infezione da HIV, al punto che l’epidemia dell’Asia può far scomparire tutte le altre sia come impatto che come portata.
UN PROBLEMA POLITICO ED ECONOMICO
La pandemia sta distruggendo intere popolazioni del Sud del mondo. Il perché lo capiamo dalle parole della dott.ssa Sanchez.
«In Perù, se vuoi entrare nel programma statale di lotta all’AIDS, devi prima dimostrare di essere sieropositivo e per questo devi fare la prova sierologica Elisa. A pagamento: ti costerà circa 20 soles (12 mila lire, ndr). Una volta dimostrata la sieropositività, entri nel programma. E cosa ti offre il programma? Ti dà consigli, ti obbliga ad eseguire la prova (sempre a pagamento) per tua moglie, per le persone con le quali hai avuto rapporti sessuali. Solo consigli e niente farmaci. I farmaci il sieropositivo o l’ammalato deve comprarli. Quanti sono gli infettati che potranno curarsi? Immàginati che devi investire in farmaci circa 500 dollari al mese (più di quello che guadagna un medico statale in Perù). Onestamente non credo che qualcuno possa farlo, se non fa parte della ristretta, minoritaria e potente borghesia. Il governo non può farsi carico di tale spesa, le Organizzazioni inteazionali di aiuto neanche e i pazienti… stanno morendo».
Semplicemente e con poche parole, la dott.ssa Sanchez ci ha spiegato il perché in Africa, Asia, America Latina l’AIDS è simile e forse peggiore all’epidemia di peste vissuta in Europa nel corso del 1300.
L’impossibilità di curare i pazienti e di trattare gli infettati fa sì che l’epidemia si diffonda senza nemmeno conoscee le reali dimensioni, se non nel momento in cui il paziente muore o si ammala (ad esempio di tubercolosi). Quindi l’epidemia si estende senza controllo e i programmi di educazione e prevenzione hanno scarso impatto su una popolazione molto giovane per l’alto indice di natalità.
Quanto detto sopra è chiarito dai dati della pandemia che, nei paesi ricchi, ha coinvolto fondamentalmente persone con «comportamenti a rischio», sui quali però con un’importante azione di educazione/informazione oggi si riesce ad influire. Nei paesi poveri la percentuale di donne infettate (che raggiunge il 55% di tutti i casi nell’Africa Sub-sahariana) e i quasi 1.500.000 bambini infettati dimostrano che la malattia interessa la vita quotidiana della gente, e non più i comportamenti a rischio.
Anche il semplice preservativo, unica ed efficace barriera all’infezione, può essere un lusso, senza parlare degli alti livelli di prostituzione, fenomeno tristemente «normale» in una popolazione povera e con indici di disoccupazione inimmaginabili da noi.

CHE FARE DAVANTI A UN’EMERGENZA MONDIALE?

Cosa ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite a New York il 20 febbraio del 2001?
«Nei suoi due decenni di esistenza – spiega il documento firmato da Kofi Annan -, l’epidemia dell’AIDS ha continuato a propagarsi senza fine in tutti i continenti e, anche se è più grave in alcuni paesi piuttosto che in altri, nessun paese è fuori rischio. In questi due decenni essa si è convertita in una vera emergenza mondiale».
«Nella dichiarazione del Millennio, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (settembre 2000), si afferma chiaramente che il mondo ha finalmente riconosciuto la reale grandezza della crisi. Nel documento i leaders si impegnano a invertire la tendenza della propagazione del virus dell’immunodeficienza umana per l’anno 2015; a dare aiuti speciali ai bambini rimasti orfani a causa della malattia; ad aiutare l’Africa ad acquisire la capacità per affrontare il problema della propagazione della pandemia e di altre malattie infettive».
Più avanti Kofi Annan afferma: «Si sono ottenuti buoni risultati nel tentativo di far fronte all’epidemia in molte parti del mondo. La discesa dei tassi di infezione con HIV in molte comunità e, in alcuni casi, in molti paesi, specialmente fra i giovani, ha dimostrato che le strategie di prevenzione servono. La discesa dei tassi di mortalità per AIDS nei paesi industrializzati e in alcuni paesi in via di sviluppo ha dimostrato anche che la prevenzione e il trattamento dell’AIDS sono efficaci».
Quindi il segretario generale delle Nazione Unite può concludere: «L’HIV/AIDS costituisce l’ostacolo più formidabile per lo sviluppo nei nostri tempi».
Il lungo documento, dopo l’introduzione, inizia con un’analisi simile a quella dell’economista Sachs: «L’AIDS si è convertito in una grave crisi di sviluppo. Uccide milioni di adulti nel fiore della loro vita, distrugge ed impoverisce famiglie, debilita la forza lavoro, lascia orfani milioni di bambini e minaccia il tessuto economico e sociale delle comunità e la stabilità politica delle nazioni».
«Gli effetti negativi del virus dell’immunodeficienza e l’AIDS si fanno sentire in tutto il mondo, ma soprattutto in Africa, Caraibi, Asia meridionale e sudorientale. Il morbo si propaga con rapidità e si ripercuote sulla forza lavoro, la produttività, le esportazioni, gli investimenti; in una parola, su tutta l’economia nazionale. Se l’epidemia continuasse al ritmo attuale, le nazioni più colpite perderanno nei prossimi 20 anni fino il 25% della crescita economica prevista».

SFIDA ALLA SICUREZZA

La mia vicina di casa, a Villa el Salvador (Perù), mi raccontava di una ragazza del quartiere morta per AIDS e dei suoi figli orfani.
La dott.ssa Sanchez ribadiva che non voleva aiuti per fare le prove sierologiche in assenza dei farmaci e che in queste condizioni l’unico aiuto possibile doveva essere concentrato sull’informazione/educazione.
Nella mia città, Venezia, le vestigia storiche della peste sono innumerevoli, come pure le testimonianze dell’impari lotta per bloccarla. La società di allora si era munita di una legislazione, di strumenti e metodi per lottare e vincere la peste, e anche grazie a questa lungimiranza fu una società opulenta.
La nostra società invece, nonostante la mole di dati disponibile, non riesce a comprendere che i problemi dell’Africa Sub-sahariana o del Perù sono problemi pure nostri, e questo indipendentemente dal fenomeno migratorio.
In un passo del suo discorso, il segretario generale delle Nazioni Unite ha affermato: «Nelle regioni più colpite, l’AIDS sta invertendo la tendenza di decenni di sviluppo. Cambia la composizione delle famiglie e la forma di funzionamento delle comunità, colpisce la sicurezza alimentare e destabilizza i tradizionali sistemi di appoggio. Distrugge il capitale sociale, al punto da far sparire la base delle conoscenze della società e debilitare i settori di produzione. Inibendo lo sviluppo dei settori pubblici e privati e grazie alle ripercussioni sull’intera società, debilita le istituzioni nazionali. Ostacolando nel tempo la crescita dell’economia, colpisce gli investimenti, il commercio e la sicurezza nazionale, facendo sì che la povertà sia ancora più generalizzata ed estrema. In poche parole, l’AIDS si è convertito in una sfida alla sicurezza dell’umanità».
La sfida all’AIDS deve essere una lotta alla povertà, vera peste del secolo che si è appena aperto.
DISEGUAGLIANZA SOCIALE
Oggi è l’AIDS, domani sarà Ebola, dopo domani la «mucca pazza» e così via. Allora anch’io sono d’accordo con Kofi Annan, Sachs e la dott.ssa Sanchez: il problema non è solo sanitario, ma anche economico e politico.
Dobbiamo impegnarci a eliminare le fondamenta sulle quali le malattie si sviluppano: la diseguaglianza sociale.

Guido Sattin