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KENYA – L'”8.4.4.” dà i numeri

Sistema scolastico e ragazzi di strada:
due fenomeni che rivelano il malessere del paese africano.
Ormai tutti ammettono che bisogna intervenire.
Ma come? Intanto, il 25 marzo scorso, 58 studenti sono arsi vivi.
Forse una vendetta per una bocciatura generale.

Scuole in crisi
«8. 4. 4.». No, non sto dando i numeri del lotto, né quelli del calcio! Sto, invece, parlando dell’ordinamento scolastico del Kenya. Otto anni di elementare, quattro di superiori e quattro di università: il sistema introdotto dal governo di Moi, all’inizio degli anni Ottanta.
Sembrava il fiore all’occhiello. Invece ha dimostrato di fare acqua da tutte le parti. Dalla fine di aprile del 1998 una commissione ha studiato cosa e come cambiare: segno che pure il governo ha cominciato ad ammettere ciò che tutti dicevano da tempo: bisogna cambiare!
Costo della commissione? Un miliardo di scellini (uno scellino vale circa 30 lire).
Fin dal 1985, quando il sistema è stato introdotto, maestri, genitori e esperti in educazione si sono accorti che qualcosa non andava. Allora la lamentela maggiore era che c’erano troppe materie (nell’ultimo anno delle elementari ben 13). Troppe discipline e troppo approfondite. Con l’introduzione di questo sistema, il governo ha iniziato anche la politica del cost-sharing nel campo dell’educazione: una delle richieste degli organismi inteazionali di aiuto, che esigevano una partecipazione alle spese di chi usufruisce di un servizio pubblico.
Nel piano di sviluppo 1974-78 ci si era accorti che l’educazione assorbiva somme sempre più elevate. Secondo il programma governativo, il sistema dell’«8. 4. 4» avrebbe dato agli studenti una formazione tecnica; per cui sarebbe stato facile per loro trovare un lavoro o crearselo essi stessi. Ma c’era bisogno di laboratori e attrezzature e questo ha richiesto una spesa enorme per un paese come il Kenya. Una spesa che il sistema scolastico precedente (7. 6. 3.) non aveva mai domandato ed era un sistema «tried, tested and trusted» (provato ed efficace).
Il governo si è praticamente tirato fuori e l’onere di provvedere tutte le nuove strutture è ricaduto sui genitori. Chi non poteva pagare aveva e ha un’unica amara possibilità: non mandare più i figli a scuola. C’è stata poi, da parte delle autorità, una grande preoccupazione per dare sviluppo alla struttura universitaria. Si sono aperte nuove università: Egerton, Moi e Kenyatta University. I fondi che prima andavano alle elementari e superiori hanno incominciato ad essere dirottati alle università e il livello accademico si è abbassato di molto.
I critici hanno sempre sostenuto che questo sistema è stato introdotto troppo in fretta ed è stato troppo politicizzato. Ora bisogna fare fronte a tre grossi problemi.

1. Il costo del sistema, che ha ridotto di molto la percentuale dei bambini che vanno a scuola. Sembra che, nel 1989 (prima cioè che il sistema entrasse completamente in vigore), quasi il 95% dei bambini andasse a scuola; nel 1996 si era scesi all’80%. Nelle zone più povere, la percentuale è tra il 25 e il 32%. Molto bassa. Studi recenti hanno dimostrato che la povertà e l’alto costo dell’educazione sono le cause del declino di scolarità. Moltissimi sono i bambini che non riescono ad arrivare alla fine delle elementari. Intervistati, il 71% dei genitori ha dichiarato che i testi scolastici costano troppo.
2. Nessun sistema di giustizia nell’educazione. Tutti i bambini di età scolare non hanno uguali opportunità di andare a scuola. Secondo l’Ufficio centrale di statistica, il 74% dei kenyani guadagna meno di 5.000 scellini (circa 90 dollari) al mese. Il 23% guadagna tra i 5.000 e 10.000 scellini. Solo il 3% ne ottiene più di 10.000 al mese. Il costo della vita è sempre più elevato: cibo, trasporto, affitto… e molti genitori non possono dare un’educazione ai loro figli. Quando mancano aule, laboratori, libri di testo, anche i maestri non possono fare miracoli e la qualità dell’educazione diventa scadente. Solo il 53% di quanti finiscono le elementari può continuare nella scuola secondaria.
3. L’obiettivo della scuola secondaria era di insegnare discipline pratiche e tecniche, per avere più facilità di trovare lavoro. Mancando le strutture, anche questo insegnamento diventa scadente. Secondo statistiche del Ministero dell’educazione, solo il 3% dei candidati all’esame di form 4 prendono soggetti tecnici e di avviamento professionale. Troppa teoria a scapito della pratica.
Sembra che questo sistema abbia creato tutta una generazione di disoccupati. Ben venga, pertanto, la commissione di revisione del sistema, anche se molto in ritardo. Era dal 1985 che i genitori, i maestri e gli esperti in educazione la desideravano. Troppe famiglie messe sul lastrico. Troppi giovani ridotti alla disoccupazione perenne, pur con un diploma in mano.

Sulla strada

Se sei fortunato, riesci a parcheggiare la macchina nel centro di Nairobi. In un momento sbucano (chissà da dove) alcuni ragazzini sporchi e stracciati e ti tendono la mano… Una volta succedeva solo nella capitale; oggi in molte altre cittadine del Kenya. Il fenomeno è in rapida crescita.
Sto parlando dei ragazzi di strada, gli street boys. Solo a Nairobi sono circa 70 mila: la metà di loro torna a casa alla sera; l’altra metà ha come dimora perenne strade e ponti.
Da studi fatti per il Ministero della giustizia, nel 1991 risultava che 300 mila bambini/giovani, tra i 6 e i 18 anni, non frequentavano la scuola. E dove stavano? Molti sulle strade. Sembra che il 10% di questi ragazzi siano delinquenti… Il dottor Onyango, uno psicologo-sociologo dell’università di Nairobi, osserva: «Non dobbiamo sorprenderci di vedere molti bambini per le strade. Nel 1991 più del 90% dei bambini era a scuola. Da allora, però, la percentuale è scesa di molto». Secondo il piano nazionale di sviluppo 1997-2001, solo il 76% dei bambini tra i 6 e i 13 anni era iscritto alla scuola nel 1995; e solo il 27% dei giovani frequentava la scuola superiore. Un aumento del 10% l’anno.
Anche l’Aids contribuisce a tale aumento. Sempre secondo Onyango, la maggior parte dei 300 mila orfani a causa dell’Aids finisce sulle strade o nel lavoro minorile. Da un rapporto pubblicato nell’opuscolo Aids in Kenya sulle conseguenze socio-economiche della malattia, si legge che il 54% degli orfani ha già lasciato la scuola. Spesso i bambini sono maltrattati dai familiari, devono cibarsi dei rimasugli, vengono derubati della proprietà lasciata loro dai genitori. L’unica soluzione, per molti di loro, rimane la strada. Questi orfani «di Aids» stanno aumentando tremendamente. Secondo alcuni studi, hanno superato i 600 mila nel 2000 e saranno 1 milione nel 2005.
Recentemente l’università di Nairobi ha condotto una ricerca interessante. Scelti a caso 150 di questi ragazzi, gli studiosi si sono fatti portare a casa loro. Il 90% dei bambini ha solo un genitore che non si cura di loro e Onyango ricorda che, quando entravano in queste baracche o tuguri (un unico stanzone che serve per tutto), le madri e le nonne chiedevano al ragazzo: «Ma dove sei stato? Cosa hai combinato?». Molte delle mamme sono venditrici ambulanti o prostitute e in queste immense baraccopoli il crimine è di casa.
Dallo studio risulta che la maggior parte dei ragazzi è stata a scuola e l’ha abbandonata dopo la terza classe… Nell’unico stanzino di tre metri per tre si svolge la vita della famiglia. Non c’è spazio per studiare. Gli adolescenti non possono dormire con i genitori. In campagna le cose sono diverse: il giovane si costruisce la sua capanna. Però negli slums… che fare? La strada può diventare il dormitorio.
Il problema degli street children non è nato ieri. Alcuni, ormai adulti, si sono sposati, hanno bambini… Un fatto, capitato a Nairobi, ha rivelato quanto siano organizzati. Sull’imbrunire, l’auto di una compagnia di guardie nottue ha involontariamente urtato uno di questi ragazzi, sbattendolo a terra. Nulla di grave. Ma i ragazzi si sono sentiti attaccati e sono passati alla carica. Ne è risultato una battaglia per le strade: due i morti (uno per parte), parecchi i feriti. Molti i danni materiali a negozi e macchine parcheggiate nelle vicinanze.
Interessanti i commenti sui giornali: questa, dei ragazzi di strada, è una bomba che può esplodere ad ogni momento. È già esplosa!
Divenuti adulti, non possono più elemosinare e, allora, cercano di far soldi con altre attività: più illecite che lecite. Sono coscienti di essere stati rifiutati dalla società e questo li indurisce, crea in loro un senso di ribellione che li porta alla criminalità.
Il dottor Onyango divide i ragazzi in due categorie: quelli che hanno rotto completamente con la famiglia e la strada è la loro casa (circa la metà) e quelli che tornano a casa la sera. Questi ultimi vengono spesso mandati dai genitori a raccogliere soldi, e il loro gruppo aumenta molto più rapidamente del primo. Talora i genitori stessi li accompagnano in città e si servono di loro per raccogliere fondi. Molti rompono ogni relazione con la famiglia e vanno sulla strada a causa della violenza. Povertà, problemi familiari e desiderio di avventura sono i motivi che portano i ragazzi sulle strade. Poiché le baraccopoli sono congestionate, la strada può sembrare uno spazio dove si può respirare.
Ancora, secondo Onyango, il fenomeno è causato anche dalla rottura delle relazioni familiari. Nella società tradizionale la parentela sostituiva, in qualche modo, i genitori che abdicavano al loro lavoro nell’educazione dei figli. L’urbanizzazione e le trasformazioni sociali ed economiche hanno distrutto gli usi tradizionali della società africana. Anche se i bambini sono portati a scuola (ammesso che accettino di continuare), creano problemi per la mancanza totale di disciplina, il linguaggio volgare e certe abitudini asociali… Il loro stato di salute lascia a desiderare: molti hanno la scabbia, malattie della pelle e veneree; altri hanno l’Aids e tutti hanno grossi traumi psicologici. Onyango conclude il suo studio, dicendo che ormai le ricerche sono molte, troppe; continuare sarebbe solo uno spreco di soldi e tempo.
È tempo di agire. Ma come?
Molte Ong e chiese (compresa la cattolica) stanno facendo qualcosa. Le «Piccole ancelle del Sacro Cuore» hanno una casa ad Embu per questi ragazzi e anche i missionari della Consolata ne hanno aperta una a Nairobi.
Padre Franco Cellana (cfr. box), con il collega padre Daniel Ortega, argentino, cerca di recuperare i ragazzi e le donne che vivono per la strada, dormono sotto i tunnel e sui marciapiedi. Lo chiamano «padre-ragazzo di strada», in quanto trovano in lui il papà, la mamma e il maestro che nella vita non hanno mai avuto. Sono persone rimaste sole al mondo, vivono di espedienti e il loro sogno è di avere una famiglia e un’istruzione per poter vivere. Non chiedono denaro, ma lavoro, cibo e la possibilità di poter frequentare la scuola, poiché non hanno soldi per pagarla.
Un lavoro ammirevole, ma difficilissimo e scoraggiante. Il numero dei ragazzi che si riesce a raggiungere è minimo. Non più del 3-4%, ad essere molto generosi. Il governo locale ha troppi altri problemi da risolvere: tante parole e pochi fatti. Il fenomeno continua ad essere una bomba ad orologeria.
E se scoppiasse?

LUCI E OMBRE A NAIROBI

Padre Franco Cellana, missionario trentino, lavora nella parrocchia della Consolata a Nairobi. La capitale del Kenya conta 4 milioni di abitanti e in città si trovano 110 baraccopoli (slums), nelle quali vivono circa 2 milioni di persone (il 55% della popolazione). Gli slums più popolati sono Kibera (con 140 mila abitanti), Korogocho (120 mila), Mathari (70 mila) e Kankemi (80 mila): dati approssimativi, in quanto la popolazione qui non è censita. Non c’è acqua, luce, servizi igienici, fogne; niente di niente! Mucchi di immondizie fanno da contorno e i bimbi giocano a piedi scalzi fra scatolette, lamiere e rifiuti degli alberghi della città.
Queste cifre rappresentano la drammaticità di tante persone provenienti da ogni parte del Kenya, senza i valori tradizionali della famiglia, la religiosità, il rispetto per il bambino, la donna e l’anziano. Ognuno cerca di sopravvivere con mille espedienti: furti, violenza, convivenze saltuarie, usura. Qui le malattie, come malaria e Aids, si propagano molto velocemente. Le persone ogni giorno devono affrontare la realtà di una vita difficile, vissuta in baracche abusive di 10 mq. costruite con fango e cartoni e coperte con pezzi di lamiera; all’interno il pavimento è in terra battuta, non vi sono finestre e una tenda divide il letto da una cucina comprendente un piccolo fornello, due pentole di latta, qualche piatto di plastica e taniche per l’acqua. Com’è possibile vivere così? Considerando che il terreno è del governo, oppure di privati ai quali devono pagare l’affitto sia del terreno che delle baracche stesse.
Girando a piedi, padre Franco ha avuto modo di conoscere Nairobi, la città dei contrasti, fra palazzi, ville e baracche, la «città del sole, con tante ombre». Racconta: «Ho visitato gli insediamenti di Deep Sea, Suswa, Kirua Be Masai, che sono vicini alla mia parrocchia. Sotto il sole cocente, fra cumuli di immondizia e baracche di cartone e lamiere, ho visto un’infinità di gente che sopravvive per un domani che non riesce a trovare. Un giorno ho trovato un biglietto sull’altare, dove c’era scritto che, durante la notte, erano state bruciate in un incendio doloso, nello slum Deep Sea, 34 baracche».
Ma la gente, che lo vede girare a piedi, ha subito intuito che è una persona speciale, della quale si possono fidare e ora gli chiedono aiuto. Tutti ormai lo conoscono, perché è disponibile a tutti; quando un dottore arriva dall’Italia a trovarlo, si reca con lui a visitare bambini, donne e ammalati degli slums.
Mentre camminiamo per la città di Nairobi, è un continuo brulichio di «Father Franco» e tutti questi giovani, stracciati e sporchi, porgono la mano al missionario in segno di riconoscenza e amicizia. Al mattino presto c’è già una lunga fila di persone che lo attendono sulla panchina, di fronte alla porta della missione, per parlare con lui; se non è in parrocchia, lo attendono fino al tramonto. Il mercoledì e venerdì offre il pranzo a tanti ragazzi di strada; per qualcuno, sono gli unici due pasti della settimana.
Nasce anche un’«Associazione amici di Padre Franco», che opera a Tione di Trento (tel 0465.321.914), i cui scopi sono: ricostruzione delle baracche, costruzione di una serie di tornilettes e docce negli slums, costruzione di un edificio polifunzionale adibito anche a dormitorio per il recupero dei ragazzi di strada e costruzione di un dispensario; è, inoltre, in previsione un programma di adozioni a distanza. Chi volesse dare una mano…

D io ha dato all’Africa un cielo azzurro e un sole caldo; ai suoi abitanti ha donato un caloroso sorriso e tanta giovialità,
mentre l’oscurità della notte è ravvivata
da infinite stelle che brillano nel cielo.
Mille luci e colori, suoni e odori,
rivestono Nairobi, città delle contraddizioni.
Le umili baracche che si moltiplicano ogni giorno
sono testimoni della vita di tanti disperati
e la strada illuminata dalla luna,
è il giaciglio di giovani, mamme e bambini.
Fra tutti aleggia la speranza
di un futuro migliore,
e, mentre si affidano all’aiuto di father Franco,
dai loro sguardi, dalle strette di mano
e dai tanti ashante (grazie),
traspare la riconoscenza
per questo missionario della Consolazione.
Dio mio, dona a questo popolo
un tetto e un letto per coricarsi,
un pezzo di pane e un sorso d’acqua,
affinché sui loro volti
splenda il sorriso della serenità.
E alle persone «speciali» che (come i missionari)
ogni giorno, con fatica e amore
si fanno carico del dolore di questa gente
dona salute, forza, pace e bene.
Adriana Valenti

Motto wa siasa