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TURKMENISTAN – Dalla via della seta a quella del petrolio

Il paese è ricchissimo di gas naturale e petrolio, ma i suoi cinque milioni di abitanti vivono
in condizioni
di arretratezza.
L’ex repubblica sovietica è oggi nelle mani
di Saparmuryad Niyazov, presidente che, al pari
di Gheddafi e Saddam,
riempie strade e piazze
con le sue immagini.

Le formalità alla frontiera uzbeko-turkmena sono state lunghe. Abbiamo aiutato e raccolto anche due giovani francesi, che non avevano un mezzo di trasporto. Uno dei due sta male, piegato in due dal mal di pancia. Daniel invece parla abbastanza bene l’italiano, perché ha lavorato a Torino per qualche mese. Ci racconta le avventure passate sul traghetto, attraversando il mar Caspio.
Il pullmino prosegue in territorio turkmeno, tra campi di cotone e villaggi che denunciano l’arretratezza del paese, ma anche la sua tranquillità. La gente è occupata nei campi e si vedono muli bendati girare intorno alla macina del grano. Non vi è traffico d’auto e, quando dobbiamo fermarci per una foratura, possiamo apprezzare l’ospitalità della gente. Da un piccolo incidente si possono fare incontri che rimangono tra i ricordi più belli del viaggio. Un fossato e una fila di pioppi ci dividono da una bassa costruzione di mattoni di fango. Il portone di legno scolpito si apre sulla corte ombreggiata dalla vite: la padrona di casa ci fa cenno di entrare con un largo sorriso. Beviamo l’acqua offerta, mentre arrivano i ragazzini e ci circondano curiosi. Non è necessario parlare la stessa lingua, per capirsi. Proseguiamo poi per il villaggio di Igor, il nostro autista, dove troviamo ospitalità per il ragazzo francese infermo.
La moglie di Igor è una maestra di origine russa. La casa è di mattoni crudi di fango a un solo piano. L’interno è fresco e arioso, con la stanza dei giochi, il televisore e tanti tappeti sul pavimento, che danno un tono di benessere alla famiglia.
«Ci siamo trasferiti da pochi anni da Kazan, la capitale del Tatarstan, – ci spiega Olga -, una città in mano alla mafia e alla delinquenza. Abbiamo accettato il lavoro in questo tranquillo villaggio e siamo molto contenti». Intanto arrivano i vicini, attirati dalla visita inaspettata di noi turisti. Il paese si sta aprendo da poco ai visitatori, anche se gli interessi stranieri sono già ben radicati, come vedremo ad Ashkabad, la capitale.

F inalmente arriviamo al sito archeologico di Khonye Urgench. Chi potrebbe immaginare che il tessuto di seta più bello e sottile, l’organza, trae il suo nome da questo paese? Ormai da giorni percorriamo l’antica via della seta, tuttora segnata da file di gelsi: qui passavano le carovane che collegavano l’Estremo oriente all’Europa.
Rasa al suolo dalle truppe di Gengis Khan, Khonye Urgench fu la capitale dei turchi selgiuchidi, il cui impero andava dall’Oxus (l’Amu Darya, che abbiamo attraversato in Uzbekistan) al Mediterraneo.
Architetti geniali, lasciarono nei loro territori una ricca eredità culturale. Il governo turkmeno ha avviato da qualche anno i lavori di restauro degli edifici antichi: moschee, mausolei e madrase, che sono sparsi in un’area molto vasta.
Arriviamo che il sole è già alto, implacabile, caldissimo. Le cupole azzurre sono state quasi interamente ricostruite; ma qui manca la frescura dei cortili e dei pergolati di Bukhara e Samarkanda.
Cammino su quello che, nel 12° secolo, fu il campo di battaglia dei mongoli di Gengis Khan, che punirono l’insolenza di chi aveva tradito e aveva rifiutato la resa. Muhammad II si credeva troppo forte e rispose con disprezzo alle offerte di amicizia del capo mongolo. Il vuoto che ora circonda i preziosi resti e le tombe dei sovrani selgiuchidi denuncia l’abbandono successivo alla seconda e ultima distruzione, attuata da Tamerlano, che vedeva nella risorta Khonye Urgench una rivale della sua Samarkanda.
I russi arrivarono qui già in epoca zarista. Dopo molti tentativi falliti di conquista armata, la Russia riuscì a penetrare nel territorio delle bellicose tribù turkmene, inviando famiglie cosacche di coloni che si insediarono lungo il tracciato della ferrovia in costruzione. Fu quindi la ferrovia il mezzo usato per poter conquistare l’impero del Centro Asia. Si arrivò così facilmente all’annientamento della forte resistenza dei tekkè, e delle altre tribù nomadi che si opponevano all’invasione. In epoca sovietica arrivarono coloni e maestranze a migliaia da Russia e Ukraina.

A rriviamo stanchi, dopo giorni e giorni di viaggio in pullman. Troviamo pure un pezzo d’Italia nella capitale più sconosciuta che abbia visitato. Infatti chi conosce Ashkabad? Chi sa dove si trova?… Certo, così non me l’aspettavo. Avevo già sorriso davanti a monumenti e manifesti con le immagini di Assad (Siria), Gheddafi (Libia), Saddam (Iraq). Sapevo che anche quello turkmeno è un regime autoritario e che il capo è sempre lui, il turkmenbashi, il «capo di tutti i turkmeni»: Saparmuryad Niyazov, il presidente-dittatore di stampo sovietico che riesce a farsi rieleggere, sempre con una maggioranza altissima.
I monumenti che si è fatto erigere sulle piazze e agli incroci sono luccicanti d’oro e sovente sono sormontati da una corona imperiale. Vorrei fotografae uno, ma è proibito e qui la polizia fa presto a materializzarsi. Ti sequestrano la macchina fotografica e ti portano subito in questura. Abbiamo avuto già l’esperienza di un amico, trascinato via dai poliziotti perché sorpreso mentre si accendeva una sigaretta. È anche proibito fumare, ovunque.
Ovviamente i partiti d’opposizione sono fuorilegge, mentre il paese rimane il più arretrato tra le repubbliche centro-asiatiche. Dove vanno i proventi delle sue immense risorse?
La capitale è una strana città, con un bel mercato dove si trovano in vendita, oltre a frutta, verdura e mercanzie varie, i tappeti annodati delle tribù nomadi. Espressione di un’antica cultura, i loro disegni non sono solo decorativi, ma simboli di comunicazione tribale. Hanno teso le corde e li hanno appesi al sole, nella polvere per farceli vedere. La lana è quella delle pecore della tribù, tinta con i colori naturali delle erbe raccolte dalle donne, secondo procedure tramandate da generazioni. I colori sono scuri, il nero e il rosso, che richiama il culto del fuoco. Il motivo ricorrente è il gul, fiore, soggetto araldico di una tribù o famiglia. Cerco di individuare le tracce dei simboli solari, zoroastriani: la ruota della fortuna, le 5 lune, le stelle a 8 punte.
Siamo sulla via della seta e noto che alcuni tappeti, tessuti con prezioso filo, portano i disegni del bozzolo e del baco. I turkmeni hanno da poco abbandonato l’organizzazione tribale nomade, che aveva loro consentito l’indipendenza sino alla fine del 19° secolo. Ciascuna famiglia o tribù aveva un totem, costituito da uccelli, animali e piante, riprodotto sul tappeto, la cosa più importante per un turkmeno.
«Dove è il mio tappeto è la mia casa» si diceva. Ora il significato dei segni è difficile da decodificare, forse oggi neppure le artigiane dei tappeti li conoscono. È un’antica lingua pittografica, un testo storico stilizzato e misterioso. Lascio questo settore affascinante del bazar e seguo i gruppi di donne che fanno la spesa: indossano eleganti costumi in velluto devouré e un copricapo da cui a volte scende sulle spalle un velo colorato, largo come una mantiglia. Alcune sono disposte a vendermi le spille e i giornielli rustici che indossano e le loro borsettine ricamate da piccoli punti brillanti.
Un contrasto forte con questo settore della capitale si trova nei quartieri di tipo sovietico e in quelli nuovissimi voluti dal presidente. Una strana architettura neoclassica, che pare lo sfondo in cartapesta di qualche improbabile film. Poi c’è la strada degli alberghi, nuova, tagliata nella periferia: solo alberghi uno in fila all’altro, di cui due sono italiani.
Gigi non ha perso l’accento emiliano e neppure il gusto della cucina di casa. Quando è approdato ad Ashkabad, dopo aver girato il mondo come imprenditore alberghiero, ha deciso di creare una cosa un po’ speciale. Una struttura modea in una città dove mancavano gli alberghi di stile occidentale, con una bella piscina di 25 metri con trampolino e il tappeto verde tutto intorno. Il tocco esotico lo si trova solo nei negozi interni di artigianato artistico. Certo fa piacere gustare le lasagne e il prosciutto di Parma quando si è lontani da casa.
«Il clima è splendido: caldo secco in estate, che non da fastidio; l’inverno è relativamente mite. I problemi sono altri». Gigi è diplomatico e non vuole sbilanciarsi troppo: qui deve vivere e lavorare. Pare sia ben voluto anche dal presidente.

I l museo è monumentale, nuovissimo e ricco di reperti preziosi, in maggioranza di arte ellenistica, sintesi armoniosa della cultura delle tribù nomadi e di quella greca, portata da Alessandro Magno. Molti oggetti, tra cui i raffinati Ritha, provengono da Nisa, la capitale dei parti, i cui resti si trovano a pochi chilometri. Tutto il paese è cosparso di testimonianze del ricco passato della regione, abitata fin dal neolitico, da sempre attraversata da eserciti e commercianti. Nei primi secoli della nostra era, questa regione consumava la maggior quantità di seta, il prezioso filato che veniva dalla Cina.
A Nisa lavora un gruppo di archeologi italiani, che non riusciamo purtroppo ad incontrare. Alessandra Peruzzetto, dell’Università di Torino, è una giovane, appassionata studiosa torinese che ora sta scavando in un sito in riva al Caspio.
Un volo breve su un vecchio Antonov sovietico ci porta presso Merv, l’oasi di Zoroastro, conosciuta al tempo di Alessandro come Alessandria Margiana. La sua millenaria storia sembra inghiottita dalla sabbia del Karakum, dove muore anche il Murghab, il fiume che scende dai monti afghani.
Sembra impossibile che in questa distesa desolata sorgesse, intorno all’anno 1000, una metropoli di importanza culturale e commerciale dello stesso livello di Baghdad, il Cairo o Damasco. Solo il vasto perimetro di mura di fango, sfatto dal tempo, ci dà l’idea della grandezza che il sito aveva prima che Gengis Khan lo radesse al suolo. Unico edificio superstite, il gigantesco mausoleo selgiuchide del sultano Sanjar che, con la sua maestosa architettura a doppia cupola, anticipò di 300 anni il Brunelleschi.
Nella vicina casetta di mattoni crudi vive l’unico abitante della zona, il custode con la sua famiglia. Beviamo il tè dell’ospitalità seduti sulle stuoie che ricoprono il pavimento, in compagnia della nonna e della moglie che sta allattando l’ultimo nato. Sulle pareti sono appesi i simboli portafortuna, che scacciano gli spiriti del male, tipici della gente del deserto.
L asciamo il paese con un volo per Francoforte. Accanto a me una famiglia di turkmeni di origine russa. Ivan è un ingegnere che parla un perfetto inglese, nato ad Ashkabad: ha studiato in Germania e si occupa di informatica. Gli affari lo riportano talora in patria, dove ancora vivono genitori e nonni.
«Le scuole in questo paese sono molto scadenti, a parte quelle private della capitale, frequentate dai figli dei ricchi e degli stranieri», mi dice. I suoi ragazzi li farà studiare in Germania, dove conta di continuare a vivere.

POCO GAS MOLTA VODKA

Tashkent era un’antica città carovaniera, prima del terremoto. Circondata da mura, le case di mattoni crudi, era attraversata da canali ricchi d’acqua. Dopo la distruzione, fu ricostruita dai sovietici seguendo lo schema tipico dell’urbanistica delle capitali dell’Unione. Grandi viali e parchi ricchi di prati e alberi ombrosi, dove oggi si vedono pascolare pecore e montoni: un’ottima soluzione per affrontare questi tempi duri. Sono passati due anni dalla mia prima visita, ma la situazione economica del paese non è certamente migliorata e vedo che la gente si arrangia come può.

Cinque ore di bus attraverso la campagna coltivata a cotone, con una sosta al mercato dei nomadi. Vanno e vengono sui loro muli, e indossano ancora i costumi tradizionali: gli uomini col lungo cappotto di velluto blu e il turbante multicolore, le donne hanno le vesti rosse sopra i larghi calzoni di seta a righe. Alcuni arrivano su vecchissimi sidecar.
Dobbiamo anche attraversare un pezzo di territorio kazako, dove i cavalli pascolano nei prati fioriti di una primavera già calda.
All’arrivo a Samarkanda, trovo ad aspettarmi l’amica Ludmilla. L’abbraccio e mi mancano le parole. Fatico a riconoscere la bella donna, energica e polemica, che solo due anni fa mi aveva accompagnato nella mia prima visita. Ludmilla è stata molto male. È stata operata e il suo fisico porta i segni della sofferenza. Mi si stringe il cuore. Me lo dirà più tardi, spiegandomi che ormai in Uzbekistan i vecchi ospedali, pur numerosi, non funzionano. Mancano attrezzature e farmaci, il paese è allo sfascio. Avevo creduto nella sua speranza di un miglioramento, dopo i primi caotici anni del dopo URSS. Invece la situazione è precipitata. Non c’è lavoro, i prezzi sono alti e la gente non ha neppure i soldi per pagare il gas del riscaldamento. Così il governo lo ha tagliato, con gli invei rigidissimi che ci sono. E questo è un paese produttore di gas e petrolio.
Ludmilla è nata qui, ma i suoi genitori, insegnanti ucraini, furono mandati dal governo dell’URSS in Asia centrale negli anni ’30. Bisognava aiutare le popolazioni locali ad istruirsi e svilupparsi: migliaia di tecnici e insegnanti furono «invitati» a trasferirsi quaggiù. Ludmilla ha un unico figlio, che lavora a Mosca come meccanico. Il viaggio in aereo è troppo caro per fargli visita e ormai sono due anni che non lo vede. Questa lontananza la fa molto soffrire e si sente sola, con un marito che le crea molti problemi.
L’uomo, frustrato per la mancanza di lavoro, si è dato al bere, come molti in questo paese. La vodka qui la vendono in latteria, in bottiglie uguali a quelle dell’acqua minerale, e costa pochissimo. Ludmilla è una donna intelligente e volitiva. Ha studiato l’italiano da sola e lo parla perfettamente. Ha visitato l’Italia per la prima volta quest’anno, per pochi giorni. Ora il sogno di Ludmilla è di poter partire, trasferirsi nel sud della Siberia, presso la città di Omsk. In quella terra sconfinata e poco abitata non c’è la violenza e il crimine di Mosca e di altre città russe. La vita è tranquilla, meno cara e pare non faccia poi così freddo.
C. C.

Claudia Caramanti