Una malattia chiamata povertà


Si sa che l’ambiente dove si nasce, vive e lavora influisce enormemente sul «benessere» delle persone. Se si provasse a curare la «povertà», forse la «salute» sarebbe veramente un diritto universale
e non un privilegio riservato a una minoranza del mondo.

Villa El Salvador (Perù), gennaio 2001. Vorrei ritrovare Katherine, una bambina che curai nel 1986. Oggi dovrebbe avere 18 anni.
Per trovarla, in una città che adesso conta 360.000 abitanti, mi sono affidato a Nolberto, un carissimo amico di professione tassista.
«Nolberto, aiutami, voglio trovare una bimba che nel 1986 aveva 4 anni e mezzo e che tirammo fuori dalla denutrizione. Mi ricordo che, quando arrivò all’ambulatorio, pesava sette chili e mezzo».
«Il peso di un bambino di 6 o 7 mesi!».
«Infatti… aiutami Nolberto, vorrei sapere come è cresciuta, quali conseguenze ha avuto la sua denutrizione cronica nei primi anni di vita. Ma sarà ancora viva? Dove vivrà oggi?».
«Se è ancora a Villa, sta sicuro che la troviamo», mi risponde sicuro.
Nolberto ci pensa un attimo e poi si dirige con l’auto, che «zoppica» più di lui (conseguenza di un grave incidente stradale dal quale entrambi erano usciti vivi per miracolo) verso il municipio.
Mi lascia fuori e dopo un quarto d’ora torna con le informazioni del caso.
«Senza di me cosa potresti fare, caro Guido? Però, se poi la troviamo, mi offri una birra!».
«Dimmi, da che parte vive?».
«Ho trovato Clara, ricordi? Era l’infermiera che lavorò con voi al “Cecore” (Centro Comunal de Recuperación de Niños Desnutridos). Lei ricorda la casa della nonna, vive nel gruppo 27 del terzo settore (Villa è divisa in settori, ndr)».
«Andiamo subito!».
Arrivati davanti ad una casetta, scendo dall’auto e busso. Esce una ragazzina.
«Hola! Sono il dottor Guido. Stavo cercando Katherine, la conosci?».
«Certo, è mia cugina, ma cosa vuoi da lei?».
«Sono un medico. Tanti anni fa l’ho curata e avrei piacere di rivederla e di sapere come sta».
«Katherine sta bene, ma è al lavoro. Se vuoi ti accompagno da sua madre».
«Andiamo allora, monta in macchina».
«Ma io – protesta blandamente la cugina di Katherine – stavo andando dall’altra parte e poi … non mi volete rapire?».
«Dai, che ti faccio accompagnare da Nolberto in macchina, un servizio completo di taxi con questa fantastica automobile! Vai Nolberto!».

Poche centinaia di metri e ci fermiamo. La casupola mi sembra quella che ricordavo da allora; solo che adesso è rimasta chiusa tra case semicostruite. Busso e viene ad aprirmi una ragazza.
«Ciao, sono il dottor Guido. C’è tua madre?».
«Certo, adesso la chiamo».
La porta aperta lascia vedere un cortile di sabbia, un mucchio di pietre sulla sinistra e una carcassa di auto sulla destra; al fondo la vecchia casupola di esteras (stuoie intrecciate, ndr) di un tempo con il tetto di eternit. Un colpo allo stomaco: è la stessa immagine che avevo nascosto nella memoria di quel lontano 1986. Nulla è cambiato.
«Dottor Guido, dottor Guido, che piacere vederla. Entri, entri».
È una donna di quasi quarant’anni con il viso tondo ancora giovanile, un grande sorriso e vestita con un largo camicione bianco.
«Entri, entri. Peccato che Katherine non ci sia. Avrebbe voluto vederla. Ma si accomodi, si segga, le tiro fuori le fotografie di Katy. Oramai è grande. Lavora!».
La casupola di esteras è un unico ambiente, senza finestre. La luce entra solo dalla porta e un grande e vecchio televisore a colori, sempre acceso, ci fa compagnia per tutta la conversazione. Un letto sulla sinistra, il fornello sulla destra e una tenda che nasconde il retro.
Le foto di Katy al battesimo, quelle della prima comunione. In apparenza, una ragazza come tante altre, normale. Katherine è viva, Katherine è cresciuta.
Le chiedo il permesso di accendere il piccolo registratore che il giorno prima ho comprato. Così iniziamo a parlare.
Cosa ricorda, signora Griselda?
«Era il 1986 e Katherine aveva 4 anni e mezzo e pesava 7 chili e mezzo. Era nata normale, normale. Però, all’anno di età, le iniziarono ad uscire dei foruncoli, di quelli senza punte. La portavo all’Hospital del Niño e là la incidevano e per questo tuttora ha parecchie cicatrici nel corpo. La tagliavano e le facevano uscire tutto il pus. No, non cresceva di peso, non cresceva. Anzi, scendeva, scendeva di peso. Non pesava niente…».
Se non ricordo male, non riusciva a stare neanche seduta?
«Voleva stare sempre distesa, solo distesa, e non aveva appetito. Non pesava molto. Quando compì due anni, sembrava un bambino di sei mesi. E…, niente, era piccina, magra, magra».
E quando arrivò al Cecore, parlava o non parlava?
«Si parlava, però poco, poco. Era silenziosa, chiusa in se stessa. Venne a casa una signorina (una promotora de salud della comunità, ndr) e la vide. Katherine, rimaneva sempre distesa e non mangiava, però le piaceva mangiar sabbia. Mangiava sabbia e beveva acqua, nient’altro. Sabbia ed acqua. Aveva i vermi.
La signorina mi disse che c’era il Cecore e mi mandò lì. In questo modo arrivai al centro. Perché io non sapevo cosa fare, pensavo che sarebbe morta, perché era così magra e non mangiava. Pensavo che non sarebbe sopravvissuta.
Un giorno l’avevo portata anche alla Molina (in questo ricco quartiere era attivo un centro per il recupero dei bambini denutriti gravi, ndr), però accettavano solamente bambini fino ai tre anni e non la vollero».
Cosa successe poi?
«Quando entrò nel centro, la sua pelle iniziò a desquamarsi tutta e le cominciarono a cadere tutti i capelli. Come un bambino piccolo che inizia a cambiare, così anche lei iniziò a cambiare».
E in quanto tempo recuperò?
«Nel Cecore, sarà stata circa un anno, lavorando tutti insieme, con lei, con la signorina Clara, con il dottor Liborio. La notte tornava sempre a casa e la mattina passava l’ambulanza del municipio a prenderci. Io stavo con lei e lì le preparavamo il cibo. Katherine non aveva muscoli, non aveva grasso nelle sue gambette, così mi dissero. E così al centro iniziarono a darle pastiglie e sciroppi».
E dopo? Una volta uscita dal centro, come è cresciuta?
«Lei mi disse che non si sarebbe sviluppata proprio bene, che non sarebbe stata alta, che sarebbe rimasta un poco bassa. Invece no, è cresciuta bene. Veramente.
Mangiava di tutto, ha iniziato anche ad ingrassare un po’. Le davo parecchio pane con margarina, perché avesse grassi ed è cresciuta bene. È andata a scuola, ma solo fino al quinto grado della primaria. Poi non riuscì più. Mi chiamò la psicologa che l’aveva valutata e mi disse che la bambina era un po’ ritardata. Questo successe quando Katherine aveva 12 anni. Allora la mandarono ad una scuola speciale, dove rimase per circa 5 anni».
E in quegli anni si ammalò?
«No, da quando è uscita dal Cecore, è stata bene. Non ha avuto più problemi, anzi man mano è ingrassata».
L’unico problema è stato, quindi, quello del ritardo mentale?
«Sì, infatti non è riuscita a superare la scuola primaria. Nella scuola speciale le hanno insegnato un pò di matematica, di lingua. Però soprattutto erano laboratori tessili, di pasticceria, di cucina, di calzoleria».
E quando ha finito di studiare?
«Ha finito l’anno passato. È là dove ha imparato a cucire, faceva asciugamani, camici, fodere, tende e adesso sta lavorando in una fabbrica di vestiti. Deve togliere i fili dai jeans che fabbricano».
A che ora esce la mattina?
«Esce alle sette e torna alle nove, nove e mezza di sera. Lavora ad Acho (un quartiere di Lima, ndr)».
Dunque, circa 12 ore di lavoro al giorno più il viaggio?
«Sì, più o meno. Però il sabato ritorna alle sette del pomeriggio».
E quanto guadagna?
«Adesso, …, la settimana scorsa le hanno dato 80 soles (meno di 50.000 lire, ndr)».
Signora Griselda, mi racconti un poco della sua famiglia.
«Bueno! Sono una ragazza madre, e da poco mia figlia maggiore si è sposata ed è andata a vivere con suo marito. Adesso siamo io, Katy e Luisa, la minore. Prima lavoravo vendendo gettoni del telefono, ma ho lasciato questo lavoro con l’arrivo delle carte telefoniche. Poi ho venduto cose da mangiare, sempre come ambulante; però ho lasciato anche questa occupazione e adesso non sto lavorando. Viviamo con quello che ci porta Katy».
Ed è sufficiente?
«No, non basta, però qualche volta mio padre mi dà una mano, però a volte non può. Anche Luisa doveva iniziare a lavorare, però si è ammalata. È appena uscita dall’ospedale».
Che cosa ha avuto?
«Non sapevano, sembra che avesse del liquido, qui, da questa parte».
Nei polmoni?
«Aveva del liquido nei polmoni, non si sa per quale ragione. Venerdì devo andare a ritirare le analisi e mi spiegheranno».

Spengo il registratore. Non me la sento più di continuare. Con una scusa saluto Griselda e le dico di salutarmi Katherine.
Esco con il cuore gonfio di rabbia verso me stesso. Aggredisco verbalmente Nolberto che, aspettandomi, si è addormentato.
«Fanno lavorare una bambina 12 ore al giorno e solo 10 il sabato! 70 ore alla settimana e tutto per neanche 200 mila lire al mese! Sfruttata dalla famiglia e dal datore di lavoro, senza assicurazione e senza alcun diritto. Sua sorella avrà la tubercolosi e sua madre lì, seduta a far niente!».
Nolberto cerca di calmarmi: «Non giudicare, Guido. Sei appena tornato in Perù! È già molto che Katherine non abbia un figlio e che sia viva!».
«No, Nolberto, non too a vederla. Mi vergogno».
Conoscendomi, l’amico tassista non insiste e mi riaccompagna a casa, dove proviamo a rilassarci giocandoci ai dadi la birra che mi ha costretto a comprargli.

Nolberto ha ragione. Sono un medico, non il Padre eterno. L’esistenza delle persone non la posso decidere io, né posso cambiarla. E poi chissà cosa la madre di Katherine avrà sofferto, quale sarà stata la sua storia e quale quella delle altre 360 mila persone che abitano a Villa El Salvador. E poi… Ananias Villar, la bambina alla quale avevamo intitolato il Cecore, era morta. Katherine, invece, è viva e può costruirsi la sua vita.
Ma il tarlo che mi frulla per la testa è un altro. Sempre mi hanno insegnato a curare la malattia e non i sintomi. La denutrizione è un sintomo di una malattia chiamata «povertà».
Katherine è stata concepita nella povertà, è nata e cresciuta nella povertà e vive tuttora nella povertà. Potrà mai conoscere la «salute»? Chi potrà curarla dalla povertà?

TORNARE AI RIMEDI DELLA NATURA

Dopo la conferenza su metodologie e valutazione delle medicine tradizionali svoltasi ad Antananarivo, in Madagascar, nel novembre 2000 (alla quale hanno presenziato partecipanti di 17 paesi), ad Abuja, capitale della Nigeria, dal 5 al 7 dicembre si è tenuto un convegno su un tema più specifico: i rimedi naturali contro la malaria e contro l’HIV/Aids. La conferenza, sponsorizzata dalla «Ford Foundation» e da «Multilateral Iniziative on Malaria», è stata organizzata dall’«Inteational Centre for Ethnomedicine and Drug Development» (Nigeria), assieme ad altri organismi africani e statunitensi.
Presieduta dal ministro della Sanità della repubblica federale di Nigeria, Tim Menakaya, alla presenza dei massimi organismi scientifici, la conferenza ha dibattuto i temi più attuali della ricerca sia dal punto di vista operativo che legislativo.

Per l’Aids il dato emerso è impressionante: su 16,3 milioni di decessi causati dalla malattia fino al 1999, 13,7 milioni si sono verificati in Africa. Ogni giorno 5.500 africani (uomini, donne e bambini) sono contagiati. Il rapporto conferma che, entro il prossimo decennio, 10,4 milioni di bambini africani sotto i 15 anni avranno genitori colpiti dall’Aids.
Fino ad oggi, l’uso delle etnomedicine per questa malattia ha avuto un’incidenza molto relativa, anche a causa di una scarsa divulgazione rispetto alle medicine allopatiche.

Per la malaria i casi che si verificano ogni anno sono stimati in 300-500 milioni, dei quali il 90% nell’Africa subsahariana; si calcola che i decessi siano oltre un milione all’anno. Gli interventi hanno avuto per oggetto le ricerche più recenti, i rimedi tradizionali e gli interventi riguardanti il farmaco-resistenza.
Molto apprezzato è stato l’intervento dell’amministratore della «Cipka», società svizzera che ha spiegato le ricerche fatte su piante africane contro la malaria. In particolare, i confortanti risultati d’analisi di laboratorio ed in vivo del preparato denominato «Gadelpas» (*) hanno convinto il «National Institute for Pharmaceutical Research and Development» della Nigeria ad intraprendere un protocollo di prove in tre ospedali diversi.
Nel mese di maggio al più tardi si avranno i risultati definitivi e, come si spera, il prodotto potrà essere immesso sul mercato nigeriano, per poi estenderlo ad altri paesi.
Il lavoro della conferenza ha dettato le linee guida per il prossimo futuro, anche se il lavoro da compiere (affinché alle etnomedicine venga ridato quel ruolo primario che loro compete) è ancora lungo.
Molto confortante è il dato che emerge dai paesi sviluppati, che indicano un forte ritorno a tutto quanto è «naturale». Di conseguenza anche i paesi più interessati, come quelli africani, stanno valutando le strategie per affrontare meglio il mercato dei farmaci ritrovabili in natura.

GUERRE UMANITARIE E URANIO IMPOVERITO

Per maggiori informazioni:

http://www.gulflink.osd.mil/du_index.htm
http://www.gulflink.osd.mil
http://www.gulfweb.org
http://www.gulfwarvets.com
http://www.gulfwarvets.com/kuwait.htm
Si tratta di siti dei veterani USA e documenti sulla «guerra del Golfo».

Inoltre: www.ilraggioverde.rai.it (in particolare, il resoconto della puntata del 12 gennaio 2001).

E il libro: Inteational Action Center, Il metallo del disonore. Che cos’è l’uranio impoverito, Asterios Editore, Trieste 2000.

Guido Sattin



ALBANIA – Altan ha gli occhi di miele

Almeno un milione allo scafista albanese, altre 300 mila lire al taxista italiano e poi via verso le grandi
città della speranza. Molti sono i minori arrivati senza famiglia. I più fragili sono facile preda della criminalità, sempre alla ricerca di nuova «manodopera».
I più fortunati trovano una comunità di accoglienza, dove il volontariato (cattolico o laico) svolge un lavoro
mai abbastanza valorizzato.

Altan ha 15 anni, è biondo e ha gli occhi color del miele. Il suo viso di bambino sfugge allo sguardo dei «grandi». È arrivato un paio d’anni fa dal nord dell’Albania. A bordo di un gommone, insieme a tanti suoi connazionali, ha attraversato l’Adriatico ed è sbarcato sulle coste pugliesi.
I suoi occhi esprimono ancora paura mentre descrive il viaggio: un vero inferno, tra decine e decine di corpi che si aggrappano ai bordi dello scafo, si legano, si stringono l’uno all’altro, per non cadere tra i flutti. Donne, bimbi, neonati, vecchi e giovani, terrorizzati dalla folle velocità con cui lo scafista conduce il veicolo tra le onde gelide del mare. Spaventati da ciò che li aspetta: attraversare a nuoto un lungo tratto d’acqua profonda e fredda, qualcuno da solo, altri con figli piccoli tra le braccia; alcune donne agli ultimi mesi di gravidanza, altre vecchie e senza forza. Gruppi umani accatastati come bestie e come bestie gettati nell’acqua aperta non appena la guardia costiera o i carabinieri appaiono all’orizzonte. Bimbi usati come scudi o come ostaggi da uomini senza più emozioni.
Per questo viaggio allucinante, ogni persona ha pagato almeno un milione di lire allo scafista.
Nel suo italiano appreso nei centri di formazione per stranieri, Altan continua: «Raggiunta la costa a nuoto, si cammina per due o tre ore, a piedi, per arrivare al punto stabilito per l’incontro con i tassisti (generalmente italiani), che ci condurranno nelle varie città pugliesi».
A questi tassisti nostrani pagano circa 300 mila lire a testa. Una volta giunti in prossimità di una stazione ferroviaria, salgono su treni diretti verso le maggiori città italiane. Milano e Torino sono tra le mete preferite.
D’estate invece si fermano nella provincia di Foggia, dove vengono impiegati nei lavori agricoli. Con la somma guadagnata possono presto saldare i debiti contratti con familiari e amici, che sono serviti loro a pagare il viaggio.

Perché scelgono l’Italia? «Molti di noi, nel passato, si sono diretti in Grecia. Adesso, però, non è più possibile entrarvi e quindi non rimane che l’Italia, le cui frontiere costiere sono molto più aperte e accessibili. La destinazione desiderata, comunque, rimane la Gran Bretagna o il nord Europa».
Molti degli albanesi approdati nel nostro paese provengono da zone rurali o montane dell’Albania. Aree molto depresse, dove il livello di vita è bassissimo, la povertà economica e sociale molto forte.
La prima tappa della loro emigrazione (o emigrazione intea) consiste, in genere, nel discendere dai villaggi di montagna verso le periferie delle città più importanti – Tirana, Durazzo, Valona – e nel trovare una misera collocazione in baracche senz’acqua, senza luce e senza impianto fognario. Vivono per qualche tempo in tanti, membri di una stessa famiglia allargata con numerosa prole. Vendono le poche bestie in loro possesso e cercano di emigrare all’estero.
A questo punto inizia la seconda fase del percorso migratorio. Forse il più doloroso e il più rischioso. Certamente quello su cui sono investite enormi speranze.
Ma cosa succede ad uno dei tanti ragazzini albanesi emigrati, una volta arrivato nelle grandi metropoli italiane? Ad esempio, a Torino?
«In genere, appena scesi dal treno, c’è qualche amico o parente che ci aspetta e ci porta a casa sua. Chi però non conosce nessuno, se ne sta in mezzo alla strada, al freddo, senza cibo, facile preda di bande criminali».
Grazie ad un vero e proprio «passa-parola», molti minori arrivano all’Ufficio stranieri, dove ricevono buoni mensa, buoni doccia, e in certi casi una sistemazione in qualche comunità d’accoglienza.
Nel 2000 a Torino sono arrivati più di un centinaio di ragazzini albanesi e, di questi, circa 40 dormono ancora all’aperto, in vagoni ferroviari vuoti, nelle fabbriche, nei magazzini abbandonati, ecc.
Al mattino si alzano e vanno a fare colazione in via Nizza, dalle suore della San Vincenzo; a pranzo sono invece al Cottolengo, dove li attende la lunga fila per il pasto; per la cena si recheranno in via Le Chiuse. Alcuni tra i più fortunati trovano ospitalità presso comunità, parrocchie o associazioni: al Sermig; da don Matteo, nella parrocchia di San Luca; all’Asai; dai camilliani; alla Caritas; alla Nuova Aurora.
Il freddo dell’inverno avrebbe probabilmente ucciso i 15 ragazzini albanesi che avevano trovato un precario riparo alle fermate degli autobus e negli ex ospedali psichiatrici, se qualcuno non li avesse soccorsi. Il gelo li aveva sorpresi a Torino, città che, per loro, significava lavoro e benessere.

Comunità «Nuova Aurora», via Vigone. La struttura, una vecchia casa completamente restaurata, è accogliente e spaziosa, e i volontari del gruppo vincenziano, ben organizzati e molto motivati.
Tra loro, Edison Doci, educatore e interprete albanese, in Italia da un decennio, vive in un appartamento all’interno della struttura e si occupa dei ragazzi a tempo pieno.
Dal ’98 i responsabili della comunità non solo ospitano minori albanesi (che attualmente arrivano a 25), ma si spingono ben oltre l’accoglienza: ne sono i tutori a tutti gli effetti, sia dal punto di vista legale e sociale, che da quello affettivo e psicologico. Sono una ventina di adulti, spesso padri e madri di famiglia, che hanno deciso di prendersi carico di uno o più ragazzini e di seguirli, come si fa con i propri figli, in tutti gli ambiti della vita, dallo studio, al lavoro, al tempo libero, ai legami con la famiglia d’origine. Se ne curano sino e oltre la maggiore età, finché questi trovano un lavoro stabile e un’abitazione fuori della comunità dove vivono, e possono così ricevere un permesso di soggiorno permanente.
Una strada diversa, innovativa, rispetto alle tradizionali comunità per minori gestite da cornoperative e seguite da personale educatore. Si tratta di rivestire più che altro il ruolo del tutore-genitore, una figura di cui i ragazzi immigrati senza famiglia hanno molto bisogno. E che, a quanto pare, funziona sia per loro, sia per le istituzioni e le forze dell’ordine: la tutela è infatti concessa in base alle credenziali presentate da ogni volontario e alle garanzie educative e di continuità – e di controllo – da loro foite.
La vita di comunità, per questi adolescenti, è ritmata dalle ore di lavoro presso fabbriche, cornoperative, magazzini, dai corsi di alfabetizzazione e di formazione professionale in idraulica, edilizia, falegnameria, industria, ecc., dai toei di calcetto e di calcio, dalle discussioni di gruppo, dalla musica. Una quotidianità austera, se confrontata con quella di migliaia di giovani torinesi loro coetanei, ma certamente più dignitosa e serena di quella che si sono lasciati alle spalle nei villaggi montani o nelle baraccopoli di Durazzo o Tirana.

Molti nostri nonni, ancora ragazzini, emigrarono in massa verso le Americhe, con pochi stracci e una grande speranza nelle valige di cartone.
Come quegli emigrati italiani rincorrevano il sogno di un lavoro decoroso con cui mantenere se stessi e le famiglie lasciate in patria, così oggi questi giovanetti in cerca di lavoro si dirigono su gommoni infeali verso le terre della nuova America: un’Europa ricca, conservatrice, smemorata e un po’ razzista.

OLTRE IL PASSATO

Nel grande magazzino della cornoperativa torinese «Tenda Servizi», che ha sede in via Pinerolo 50/B, ferve il lavoro: scatoloni, carrelli e tavoli traboccano di giocattoli che vengono assemblati e confezionati da giovani provenienti da tutto il mondo. Italiani, marocchini, albanesi, cinesi, aivoriani, rumeni, ecc. lavorano, fianco a fianco, in quello che pare un interessante progetto di recupero del disagio e di educazione alla convivenza e alla solidarietà.
«Tenda Servizi», fondata nel ’94 da un gruppo di volontari, è una cornoperativa sociale che dà lavoro a una cinquantina di persone – di cui 12 extracomunitari -, e che ha saputo fondere qualità e competitività dei servizi, imprenditorialità e dignità umana. «La centralità della persona è per noi un’esigenza morale prima ancora di una strategia aziendale. Infatti, non abbiamo cercato di creare semplicemente una struttura che offrisse lavoro e che fosse concorrenziale sul mercato – racconta il presidente, Bruno Ferragatta -. Abbiamo voluto soprattutto stimolare le capacità professionali di ciascun dipendente, aiutandolo a far emergere le proprie potenzialità. Ognuno di loro proviene da situazioni o esperienze problematiche; si tratta, cioè, di persone uscite dal mondo della droga, e spesso del carcere, della prostituzione, dell’alcolismo, della violenza, del disagio psichico. Proprio per questo, il nostro obiettivo è aiutarli a valorizzare la vita personale e lavorativa, incoraggiandoli ad andare oltre il proprio passato e a ritrovare fiducia in se stessi».
Reintegrazione sociale e psicologica, dunque, attraverso il lavoro, le relazioni sociali, e la solidarietà: ogni dipendente partecipa, mensilmente, attraverso una minima parte dello stipendio, alla costituzione di un fondo di assistenza per i membri della cornoperativa che sono in difficoltà.

Un’altra attività della cornoperativa, che impegna 12 ragazzi, è quella della raccolta differenziata di indumenti usati, attraverso i 750 contenitori distribuiti su tutto il Piemonte. «Il potenziale di raccolta su cui si basano le nostre stime – continua Bruno Ferragatta – è di 7 chilogrammi di abiti all’anno, per ogni abitante, buttati nei cassonetti. Il nostro obiettivo è di raccogliee il 40 per cento circa. In questo modo, preserviamo l’ambiente evitando che ingenti quantità di materiali di rifiuto confluiscano nelle discariche; offriamo un servizio ai cittadini, che possono così depositare i vecchi indumenti in prossimità delle abitazioni; contribuiamo alla realizzazione di progetti Unicef; creiamo nuovi posti di lavoro e diamo la possibilità ad aziende specializzate di recuperare gli abiti usati rigenerandone il materiale». Dopo lo smistamento nei centri di raccolta, i vestiti ancora in buono stato sono destinati all’esportazione, gli altri vengono trasformati in stracci, in matasse di filo e in materie isolanti destinate alle automobili e alle costruzioni.
A.La.

OSPITI DI SUOR PALMINA

Suor Palmina ci accoglie con un simpatico sorriso di benvenuto, lo stesso, forse, con cui gioalmente apre le porte dei 13 alloggi (tutti nello stesso condominio) che compongono la comunità e in cui vengono ospitate famiglie con bambini gravemente malati.
Ha una grande forza interiore, questa piccola donna che ha dedicato la vita ad alleviare angoscianti tragedie familiari offrendo il tepore d’un focolare casalingo. Sulle pareti di una delle allegre camerette, un’ampia coice raccoglie foto di bimbi e adolescenti malati di cancro, passati di lì. L’anno scorso ne sono arrivati, uno dopo l’altro, oltre un centinaio, e più di 600 in 11 anni di attività.
Fondata nel 1989, l’associazione «Casa Amica» è nata da una filiazione dell’«Associazione zonale accoglienza stranieri», creata, nel 1985, da don Beppe Cerino e da altri sacerdoti e laici. Ora conta più di cento soci e molti sostenitori. Sono la «mano» della Provvidenza, quella su cui suor Palmina, suor Francesca e don Beppe fanno grande affidamento per la loro missione di accoglienza e solidarietà.
Inizialmente, l’Associazione zonale si occupava di giovani studenti stranieri: «L’immigrazione è molto cambiata negli ultimi 10 anni – racconta suor Palmina -. A Torino arrivavano ragazzi soli, per studiare, e, nel giro di qualche anno, ritornavano in patria. Ora chi emigra è per cercare un lavoro e per fermarsi. Siamo passati, infatti, all’ospitalità di intere famiglie, che vanno aiutate nella ricerca di un’occupazione, di una casa. Attualmente, abbiamo sistemato una quindicina di immigrati in case trovate dagli amici che gravitano intorno all’associazione. Foiamo loro anche una borsa con alimenti».

«Casa Amica» accoglie, invece, nuclei familiari i cui figli sono ricoverati nei vicini ospedali, soprattutto il «Regina Margherita». «Dieci anni fa venimmo a sapere che proprio all’ospedale infantile – continua la suora – una mamma, da tempo vicina al suo bimbo gravemente ammalato, aveva dovuto passare ben 12 notti su una sedia a sdraio, perché mancavano le strutture di accoglienza per i parenti dei malati. Riflettemmo su ciò: come potevamo dirci fratelli se non avessimo fatto qualcosa per quelle situazioni che ci toccavano da vicino? Così iniziammo a darci da fare».
Ecco allora che negli alloggi, acquistati nel corso degli anni grazie alla solidarietà di sostenitori e amici, trovano ospitalità persone provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, costrette a fermarsi a Torino anche per molto tempo, e per le quali i costi e la permanenza in un albergo sarebbero improponibili, oltreché un’ulteriore fonte di desolazione e di solitudine.
Ed è proprio per alleviare quel senso di impotenza, di lontananza dai propri parenti e amici, che «Casa Amica» è nata e continua la sua battaglia giornaliera contro gli ostacoli – primo fra tutti la mancanza di soldi –, trovando la forza nella genuina fede in una Provvidenza che giunge sempre, anche quando nessuno ci spera più.
«In questi anni di attività, abbiamo visto tante volte la disperazione dipinta sui volti di padri e madri. Ma questo smarrimento spesso si trasforma in fiducia e speranza, e in gratitudine, per aver trovato un porto ospitale. Tuttavia, il lavoro è tanto e noi iniziamo ad invecchiare: abbiamo bisogno di forze nuove. Speriamo che qualcuno accolga il nostro appello».
A.La.

Angela Lano




TANZANIA – Alunno con gli alunni

Mettersi a scuola dei propri discepoli
può diventare un’esperienza simpatica e arricchente.
Ce la racconta un missionario.

«Mkwawa» è il nome di una delle molte scuole superiori nella città di Iringa, che la rendono quasi una piccola capitale dell’educazione. Ai tempi coloniali si chiamava «Scuola di Sant’Alberto e San Giorgio»: due nomi di tipica connotazione inglese. Ma, con l’indipendenza, era giusto che fosse battezzata col nome di «Mkwawa», un soldato che a Lugaro, vicino ad Iringa, il 17 agosto 1891 sconfisse i tedeschi e per parecchi anni li tenne in scacco.
Mkwawa, straordinario eroe dell’etnia dei wahehe, tutto scaltrezza e audacia, tradito, non aspettò la morte da parte dei suoi nemici, ma se la inflisse lui stesso. Oggi è lui il padrino dell’omonima grande scuola, dai molti fabbricati, che conta 1.705 studenti, tra ragazzi e ragazze. Poiché (per costruire unità nel paese) è prassi del governo mescolare studenti di tutte le tribù e di ogni provenienza e chiesa, qui ogni zona del Tanzania è sicuramente rappresentata. Sono fieri i ragazzi, per i buoni risultati scolastici, di essere stati scelti per questa scuola di reputazione nazionale che li prepara all’università o ad altre istituzioni di alto livello.
Sorprendentemente, metà degli alunni sono cattolici. Da alcuni mesi, nel desiderio di avere un contatto pastorale diretto, sono il loro cappellano. Sono giovani svegli ed è una gioia celebrare la messa con loro.
Organizzati in vari gruppi e associazioni, discutono volentieri (e a lungo) nei loro dibattiti. Per conoscere meglio la realtà giovanile, esservi sensibile e «aderente» nelle omelie, mi venne l’idea di impegnarli in un’intervista. Il suggerimento fu accolto con entusiasmo. Subito si trovarono 5 ragazze e altrettanti ragazzi disposti al martellamento delle mie domande. E così, in due sedute, potei raccogliere opinioni, riflessioni e sentimenti.
Non fui deluso nelle mie aspettative. Nessuna reticenza, ma loquacità, forza, convinzioni. E così, la scuola che frequento… divenne maestra anche per me, proprio come desideravo.
Dieci gli interlocutori: Edgar, Renalda, Anna, Yohane, Anastazia, Edward, Beatrice, Catherine, Joseph e Shukran (quest’ultimo nome significa «ringraziamento»), dai 19 ai 22 anni. La loro provenienza: dalla zona del Kilimanjaro a quella del Ruvuma, cioè dal nord al sud, specchio della scuola stessa.
Ecco alcune delle domande poste.

Cosa ne pensi della scuola?
Le risposte si ripetono.
L’ambiente è bello e piacevole, con piante e fiori. Buone le relazioni degli studenti tra di loro e con i maestri. Questi si impegnano, tuttavia sono solo 51, mentre al minimo dovrebbero essere 78. Gli alunni hanno un vero desiderio di studiare. Sono molti però i problemi strutturali: costruzioni vecchie, mancanza di libri, biblioteca inadeguata, laboratori per le materie scientifiche non equipaggiati, ecc. L’acqua (purtroppo non pulita) scarseggia e, spesse volte, si prende il tifo!

Com’è la relazione dei cattolici con gli studenti delle altre chiese e religioni?
I giudizi sono convergenti e rispecchiano la realtà, in generale, del paese.
La relazione è facile e bella. Si instaurano buoni rapporti di cooperazione e condivisione, anche nella preghiera, con gli studenti della comunità luterana e anglicana, raccolti in un’unica associazione. Faticoso è, invece, il rapporto con i gruppi di estrazione pentecostale e fondamentalista, che continuano ad accusare i cattolici delle stesse cose: culto della croce, adorazione della vergine Maria, ecc.
Più difficile ancora con i musulmani, che sono circa 150-200. Il problema non è a livello personale, ma di gruppo: si sente che è una fede diversa; per cui sono piuttosto appartati, non partecipano alle attività extracurriculari, si considerano i soli e veri credenti, manifestano disprezzo per i cristiani. Non desiderano che ci si avvicini alla loro moschea e che si partecipi alle loro attività; si aiutano tra di loro, ma tutti gli altri ne sono esclusi.

A «Mkwawa», l’aspetto «tribale» fa problema?
Una risposta è corale: «Non c’è tribalismo né tra gli studenti né da parte degli insegnanti. Ci aiutiamo a vicenda in tutte le nostre difficoltà, senza considerare la tribù o il posto di provenienza. Ci sentiamo una sola famiglia e nazione».
Ma anche nel coro ci può essere una voce stonata. Ed ecco uno affermare che gli studenti di una certa regione hanno costituito il loro gruppo: lo vede come un’espressione tribale.

Quali sono i maggiori problemi del nostro Tanzania?
Non è facile confessare le proprie povertà, sia a livello personale che comunitario. Ma gli studenti lo hanno fatto con molta schiettezza e «compassione». Sono i problemi che vivono le loro famiglie, le difficoltà vere del loro quotidiano e riscontrabili, purtroppo, ovunque.
«Il nostro paese è povero, non produce, non ha risorse. Ha un grande debito internazionale, che mortifica i suoi sforzi di sviluppo. È molto indietro nel campo della tecnologia e telematica e questo ci fa chiedere come sarà il futuro per noi. Mancano strade e quelle che ci sono non ricevono la dovuta manutenzione; per cui comunicazioni e trasporti sono difficili. La disoccupazione è preoccupante, le prospettive di impiego quasi nulle… Molti genitori non possono far studiare i loro figli. L’area della salute è a rischio; non si trovano medicine e il servizio ospedaliero è carente. Molte le malattie che imperano: malaria e tifo; a volte esplode il colera. L’Aids causa un alto numero di orfani e depaupera il paese di forze giovani.
Quanto alla politica, non è ancora chiaro ed efficace il sistema pluripartitico come strumento di vera democrazia».

Quali le caratteristiche «positive» del nostro paese?
Alla litania dei problemi e delle sfide, segue quella degli aspetti positivi.
E sono tanti: «Pace, accoglienza, uguaglianza, assenza di guerre tribali e fratricide. Frateità e condivisione, particolarmente nei momenti di festa e lutto. Si sono pure svolte due elezioni politiche con il sistema di più partiti e non ci sono state difficoltà rilevanti; tanto meno c’è stato spargimento di sangue. È assicurata la libertà di azione e appartenenza ai vari partiti e chiese. Le relazioni con i paesi confinanti sono ottime. Il Tanzania, per decenni, è stato generoso nell’accogliere rifugiati. La chiesa cattolica è numerosa e forte nella fede. Gode di stima, è impegnata nel sociale e nello sviluppo. Possiede una buona leadership e mantiene rapporti di cooperazione con le altre chiese, religioni e governo».
È stato certamente un grande dono del Tanzania, fin dall’indipendenza, il non avere avuto significative divisioni. Anche il futuro sembra incamminato in tale direzione. Le parole più ricorrenti durante le ultime elezioni politiche erano: pace, frateità e sviluppo. A volte, però, ci si chiede se non sia una pace… troppo pacifica. Non sarebbe meglio dare più voce alle proprie sofferenze, ingiustizie sociali e diritti? La pazienza e la sopportazione in Tanzania sono smisurate.

Gli studenti di «Mkwawa» sono passivi o dinamici?
Dovuto anche al loro numero, a dire di tutti gli intervistati, gli studenti cattolici sono una vera forza. Organizzati in varie associazioni (Tanzania Young Catholic Students, Legio Mariae, Terziari francescani, Gruppo vocazionale, Coro…), sono in prima linea nella carità: visitare gli ammalati e i prigionieri ogni domenica. Appaiono sempre là dove l’aiuto e la solidarietà sono richiesti: pulizia nei vari posti, donazioni di sangue, interventi di emergenza.
«Ci vogliamo bene. Ci aiutiamo. Siamo additati agli altri come esempio. Ci sono giovani veramente maturi nella fede come persone»: sono le loro espressioni. È la loro percezione di se stessi.
Vi aspettereste risposte diverse? Un pizzico di orgoglio per la propria identità ci vuole pure! Ma (e sarà orgoglio anche il mio?) so che queste affermazioni sono la verità. L’avevo notato fin dall’inizio: molti incontri e attività caritative, sempre ben preparate e organizzate, con molti che vi partecipano.

Che cosa farai nella vita?
«Difficile prevedere il futuro: è nelle mani di Dio. Inoltre il nostro paese nella sua povertà offre poco e la vita è veramente difficile. Ma non mancherà l’aiuto di Dio per disceere, scegliere e agire».
Nonostante titubanze e incertezze, alcuni si esprimono chiaramente circa il proprio futuro. Yohane ed Edgar desiderano essere medici. Joseph non lo sa; chiede luce al Signore, ma di una cosa è certo: vuole proclamare il vangelo con tutta la sua vita. Anche Renalda ancora non ha scelto una professione, ma si propone di essere una buona laica. Anna e Beatrice pensano alla consacrazione religiosa. Catherine: la sua passione è essere ingegnere e buona madre di famiglia. Anastazia mira ad essere maestra o avvocato. Edward e Shukran contemplano il sacerdozio.

C’è una connotazione lodevole nelle risposte di tutti: una dimensione apostolica in qualsiasi professione. Tutti qualificano la loro risposta, dicendo che vogliono essere testimoni della parola di Dio, annunciarla nella vita e nell’aiuto agli altri.
Sono soltanto parole, buoni propositi al vento, o frutto di una vera maturità, acquisita nella frateità, nell’aiuto vicendevole e con la formazione in varie associazioni? C’è di tutto, e ci sarà di tutto. Ma non sono sicuro che in questi giovani (rappresentanti di tutti gli altri) c’è un seme vero e fecondo. Lo dicono il loro impegno e serietà.
C i sono state altre domande e risposte, ma queste bastano per dare un’idea del clima della scuola.
A titolo di informazione: mi hanno chiesto di continuare a «stimolarli» con dibattiti simili, per non «accontentarsi» ed essere sempre critici con la realtà e se stessi. Lo farò. Non è comune una richiesta del genere. I giovani hanno bisogno di coltivare i semi di bene che portano dentro. L’alba promettente di Mkwawa può diventare una piccola luce per il paese e la chiesa.

Giuseppe Inverardi




CONGO – Dopo cena, sotto la “pailotte” e altrove

Il fiore all’occhiello della diocesi di Wamba?
Senz’altro il Centro di pastorale:
perché radica la fede cristiana nel contesto africano,
sprona la persona allo sviluppo integrale,
educa alla pace in un paese in guerra…
Il Centro si avvale del contributo della tedesca «Missio»,
ma anche della solidarietà di amici italiani e colombiani.
Fra i colombiani, tanto di cappello ad Alonso, missionario della Consolata.
Il quale ha lanciato pure «Radio Nepoko».

A Wamba, nel nord del Congo, mi sono sistemato in una cameretta infestata da mosconi. Ho subito scambiato due battute con i missionari: l’infaticabile Enrico Casali (a dispetto dei by pass al cuore e della rimozione di un rene) e il vulcanico Angelo Baruffi. «Alonso dov’è?» domando, mentre i padri mi intrattengono con una tazza di tè. «Lo vedrai a pranzo».
L’orologio segna le 11. In attesa della chakula (cibo) di mezzogiorno, mi aggiro nei dintorni della missione… quand’ecco apparire, su un viale in terra rossa, una moto. Mi fermo e, quasi subito, dico: «Tu sei Alonso, suppongo». «In persona». Ci abbracciamo come vecchi amici, anche se è la prima volta che ci incontriamo.
Alonso Jesús Alvarez, 38 anni, in t-shirt verde e jeans marrone, è un missionario della Consolata colombiano. È in Congo da sette anni e prete da otto. A Roma si è specializzato in tecniche della comunicazione e giornalismo.
«Quella è senz’altro l’antenna di Radio Nepoko – affermo puntando il dito, mentre camminiamo verso casa -. Come va?». «Caro collega, non sarà meglio parlarne, seduti, dopo pranzo?».
Non solo catechismo
Causa imprevisti, non ci incontriamo dopo pranzo, bensì dopo cena, all’aperto, sotto la paillote (tettornia di paglia), fra il ronzio di non pochi insetti, attratti dalla luce di una lampadina. «Temi le zanzare?» mi provoca Alonso. «E tu no?» replico prontamente. Ne scaturisce una risata cordiale e fragorosa, specie nel colombiano.
Prima dell’incontro, ho raccolto alcune informazioni su Wamba, sede dell’omonima diocesi (con la presenza del vescovo Janvier Kataka) e l’annesso Centro di pastorale, di cui Radio Nepoko è parte integrante.
«Al mio arrivo in Congo – spiega padre Alonso – il Centro era solo una scuola per catechisti. Ogni parrocchia inviava qualche candidato; questi risiedeva al Centro, con moglie e figli, e apprendeva il “mestiere”; terminato il curriculum, ritornava alla propria comunità».
Ma in Africa i catechisti non si limitano solo all’insegnamento della dottrina cristiana. Essi sono i factotum nel villaggio: organizzano e presiedono la liturgia domenicale senza il sacerdote, seguono i catecumeni, controllano i ragazzi della scuola, visitano i malati, dirimono le contese. Di fronte a tante mansioni ed esigenze, il «Centro di catechesi» ha mutato identità, per divenire «Centro di pastorale». Una struttura più articolata e complessa.
La svolta risale al 1995, quando la diocesi ha effettuato un’analisi accurata della realtà, in preparazione anche al suo centenario del 2004… Al presente il Centro di pastorale, mentre continua a formare catechisti, attende pure alle comunità di base, ai movimenti laicali, allo sport, nonché ai ritiri ed esercizi spirituali dei sacerdoti congolesi, dei missionari, delle suore. Il Centro è un laboratorio di idee: organizza e stimola le attività delle commissioni diocesane per «l’inculturazione del vangelo», «la giustizia e pace», «l’impegno dei giovani».
Il Centro spalanca le porte a tutti, offrendo le sue strutture: un salone per le assemblee generali e diverse aule per i lavori di gruppo; in alcune casette, indipendenti, possono peottare fino a 50 persone.
La struttura si avvale del finanziamento dell’organizzazione cattolica tedesca Missio e di alcuni gruppi di solidarietà italiani e colombiani. Ma i congolesi che se ne servono non si presentano a mani vuote: foiscono il fabbisogno di riso e olio.
Direttore del Centro di pastorale di Wamba è padre Alonso Jesús Alvarez.
voglia di formazione
Gli zairesi-congolesi hanno stornicamente sopportato la trentennale e barbara dittatura di Mobutu. Inoltre hanno patito due guerre; la seconda (che dall’agosto 1998 ha mietuto circa 2 milioni di vittime) è in corso. «Nonostante le difficoltà – afferma padre Alonso -, la gente ha capito che una risposta ai suoi mali è la formazione. In tale senso il Centro di pastorale è prezioso».
«Qual è la frequenza ai corsi di formazione proposti dal Centro?».
«Se inviti, per esempio, gli infermieri ad un recyclage – risponde il colombiano -, li hai tutti: camminano magari per 50-100 chilometri… anche per fermarsi solo pochi giorni».
È così grande la voglia di formazione che si supera ogni ostacolo. Neppure la guerra ferma i corsisti del Centro. Un catechista (con moglie e tre figli) ha percorso a piedi 280 chilometri, pur di attendere ad alcune settimane di studio.
D’altro canto, anche il personale del Centro raggiunge i villaggi. Vi sono maestri, colpiti da malaria o reumatismi, che si sobbarcano 40 chilometri: pedibus calcantibus naturalmente, perché le auto sono come… l’iperuranio di Platone. Si è fortunati, c’è il vélo, la bici, che è sempre più veloce dell’«asino di san Francesco».
«Padre Alonso, circa l’evangelizzazione, ci sono iniziative particolari?».
«Tutto il Centro è evangelizzatore. Tuttavia in diocesi, per parecchio tempo, è mancato un vero progetto di evangelizzazione. Oggi qualcosa sta muovendosi, grazie alla presenza di persone più qualificate: alcuni preti congolesi hanno studiato in Europa; gli ultimi missionari recano nuove idee. Si sta passando da una pastorale formalista ad una più contestualizzata: ecco l’importanza dell’analisi della realtà socioculturale, della promozione integrale dell’uomo».
A Wamba la chiesa sta diventando «famiglia di Dio», come ha raccomandato il Sinodo per l’Africa. E i risultati si vedono: i giovani, ad esempio, parlano maggiormente di Gesù quale loro compagno di viaggio e maestro di vita… La diocesi ha anche una commissione per lo sviluppo. Ieri il catechista era l’«esperto» su Dio; oggi conosce pure i problemi dell’uomo.
L’impotenza della gente
In un villaggio ho visto un ragazzo attaccato ad una scassata e gracchiante transistor; e ripeteva a voce alta ad alcuni anziani le notizie sull’andamento della guerra.
«La popolazione segue le vicende del conflitto con angoscia e fatalismo – commenta padre Alonso -. I mezzi di informazione sono scarsissimi. Ciò nonostante, la politica del governo di Kinshasa, l’azione dei ribelli, la presenza delle truppe straniere… sono temi su cui tutti discutono. Se chiedi alla gente che cosa è capitato durante la settimana, ottieni risposte precise: mi riferisco in particolare agli insegnanti. Spesso (è vero) si tace: come il malato che non ama parlare del suo male, pur avvertendone il dolore. Il popolo è stanco della violenza. C’è una grande sfiducia, ma anche un’enorme attesa. La gente aspetta, aspetta…».
«Aspetta che cosa?».
«Ovviamente la fine delle ostilità, la pace. Alcuni dicono: siamo poveri e impotenti, non abbiamo fucili, non sappiamo fare la guerra, stiamo a vedere…».
Non scorgo più il viso intenso dell’interlocutore, né il corrugarsi della sua fronte preoccupata. La foltissima capigliatura nera di Alonso si confonde con la notte. La lampadina della paillote è stata spenta, perché bisogna risparmiare il diesel che alimenta il generatore elettrico.
Con l’oscurità, gli insetti si sono allontanati, ma sono aumentate le malariche zanzare. Alonso si schiaffeggia le braccia nude per acchiappae qualcuna, ebbra del suo sangue. Dopo un istante di silenzio, il missionario quasi intima: «Entriamo in casa».
«Buona notte».
«Di già? Sono appena le 21!» risponde Alonso illuminando l’orologio con una torcia a pile.
la nuova avventura
Il colombiano sorseggia una spremuta di arancio nel suo ufficio, alla luce di una lampadina di pochi volt, alimentata da batteria. E prosegue: «Non volevi sapere qualcosa anche su Radio Nepoko?».
Nella regione funzionava una radio importante, gestita dalla chiesa cattolica. Ma il regime dispotico di Mobutu ne fece un boccone… Oggi che Wamba abbia una «sua» emittente è un avvenimento straordinario. L’avventura è iniziata con un apparecchio di 250 volt, che copriva solo un quarto della diocesi.
«Io sono giunto a Wamba subito dopo l’inizio della radio – racconta padre Alonso – con l’incarico di allargae il raggio di ricezione. Mi sono messo al lavoro con 8 persone, che non sapevano neppure che cosa fosse un microfono. Ancora una volta si imponeva il problema della formazione. Lentamente abbiamo creato una rete di 70-80 volontari, divenuti presto allievi di radiofonia e comunicazione. Dopo tre mesi di studio faticoso, abbiamo elaborato il progetto organico di Radio Nepoko».
Il progetto si articola in quattro sezioni: evangelizzazione, sviluppo, cultura e spettacolo. Ogni sezione si prefigge obiettivi precisi da raggiungere con programmi adeguati.
«Con quali risultati?».
«Buoni, sia a livello tecnico che di contenuto. Abbiamo fatto miracoli. Senza elettricità, si lavora con un gruppo elettrogeno. Ma i costi sono elevatissimi, perché dobbiamo importare il carburante personalmente par avion».
L’emittente Nepoko è soprattutto la radio della comunità.Tutti vi possono accedere, per discutere di tutto. I giornalisti (si fa per dire) partono con i poveri mezzi a disposizione e raggiungono i villaggi: intervistano donne e uomini, vecchi e bambini; colgono i rumori della foresta, il canto degli uccelli, le danze dei giovani, le preghiere di tutti.
«Così siamo giunti a cinque ore di trasmissione al giorno: due al mattino e tre nel pomeriggio. Abbiamo documentato e commentato tre anni di vita zairese-congolese, durante i quali abbiamo vissuto due guerre».
«Alonso, soffermati sul tuo ruolo a “Radio Nepoko”…».
«Mah! Io sono come lo Spirito Santo, che soffia ovunque… senza farsi vedere. All’inizio ero il direttore. Ora non più: ho passato la mano ad un congolese. Oggi, se andassi via, Radio Nepoko sarebbe in grado di continuare con una buona resa. I “miei” ragazzi sanno montare trasmissioni a sette voci su altrettante piste. Hanno sputato sangue, all’inizio, perché il lavoro non era facile ed io molto esigente. Però oggi sorridiamo tutti».
La politica no
«Qual è il rapporto della radio con l’autorità politica?».
«Noi siamo stati sempre critici sia verso Mobutu sia verso Kabila. Con lo scomparso dittatore abbiamo avuto problemi seri, ma abbiamo resistito alle sue pressioni… Allo stato concediamo 20 minuti per parlare di amministrazione, non di politica. Pertanto abbiamo dato la parola al sindaco, il quale però sapeva che altre persone gli avrebbero replicato… Devo dire che, dopo la prima guerra (sotto il governo di Kabila), non abbiamo avuto grossi problemi con lo stato».
«Tuttavia 200 soldati di Kabila hanno disturbato l’emittente!».
«E noi abbiamo denunciato il fatto, rischiando la galera e la chiusura della radio. Dicevamo a tutti: “Se ci succede qualcosa, tutte le radio del mondo lo sapranno. State attenti!”. Ci è andata bene».
Radio Nepoko è ascoltata anche da militari. Chi vi si sintonizza coglie trasmissioni ad hoc sui diritti umani, sulle torture, oltre che sull’evangelizzazione, attraverso piccole drammatizzazioni con musiche congolesi. «Per fare questo, abbiamo dovuto conoscere la vita militare: siamo andati in caserma a parlare con il comandante. E, siccome costui era orgoglioso e gli piaceva sentirsi alla radio, ha accettato di rispondere alle nostre domande. C’è stato una conseguenza interessante: la rimozione di un graduato, che censurava quanto i soldati dicevano alla radio».
Ebbene: i militari congolesi parlano alla radio, il sabato pomeriggio, con messaggi e petizioni. Forse se ne sono persino un po’ innamorati, se è vero che l’hanno difesa dal saccheggio dei soldati rwandesi all’inizio della seconda guerra.

N el corso del 1998 un fulmine si è schiantato sull’antenna di Radio Nepoko e l’ha zittita… proprio quando stava per potenziarsi ulteriormente. La nuova strumentazione era già arrivata dall’Italia nella capitale Kinshasa. E là è rimasta, perché imperversava la seconda guerra e i soldati del Rwanda avevano occupato Wamba.
Chissà! Forse (una volta tanto!) non tutto il male è venuto per nuocere, almeno per quanto riguarda la radio. Sì, perché i soldati rwandesi se la sono subito presa… mollando poi la «preda malata». Se la radio fosse «sana», in mano a militari stranieri oggi non sarebbe più libera!
Quando i congolesi riascolteranno il familiare e libero «buon giorno» di Radio Nepoko?

L’articolista ha incontrato padre Alonso J. Alvarez e il signor Joseph Mandi prima dell’uccisione di Laurent D. Kabila, avvenuta il 16 gennaio scorso.

Francesco Beardi




Silenzio. La guerra è finita

Esattamente un anno fa il governo Putin dichiarò la vittoria delle truppe russe sui «terroristi» ceceni. Ma la guerra che Mosca nega e il mondo non vuole vedere continua più violenta che mai. Oggi, l’unica cosa sicura sono le atrocità di cui tutti i contendenti portano la responsabilità. La prima vittima di questa situazione è la popolazione civile, che deve subire le vessazioni dell’esercito, dei nazionalisti e dei banditi. Nel silenzio e nell’indifferenza, perché (come dicono le autorità moscovite, i giornali e la televisione) la guerra è finita.

Immaginatevi uno scenario di questo genere. Visto l’imperversare delle cosche mafiose in Sicilia, la cui attività criminale si fa sempre più aggressiva (rapimenti, attentati, omicidi, racket della droga), il governo italiano decide d’iniziare in quella regione una vasta operazione anti-mafia, con l’uso dell’esercito e di tutti i possibili mezzi militari.
L’intento è di annientare i mafiosi, bombardandone i covi, reali o presunti, senza risparmiare le abitazioni vicine o, addirittura, villaggi e città. Pian piano si stringe il cerchio intorno a Palermo, dove i mafiosi oppongono una strenua resistenza. Infine la città viene presa, le bande mafiose in rotta vengono spinte verso il montagnoso entroterra e si dichiara vittoriosamente terminata la campagna anti-mafia.
Immaginate che i militari, mandati a ripulire i villaggi da eventuali mafiosi rimasti nascosti, si abbandonino a saccheggi, violenze indiscriminate sui civili, brucino case, ammazzino, portino via gli uomini e che, quando i parenti delle vittime tentano di ottenere giustizia, la procura si rifiuti sistematicamente d’indagare.
Fate un ultimo sforzo. Immaginate che gli italiani abbiano accolto le notizie delle operazioni militari in Sicilia con grande soddisfazione, che radio, televisioni e giornali siano unanimi (salve rare eccezioni) nel sostenere le ragioni del governo…
L’OPERAZIONE
«ANTI-TERRORISTICA»
Un anno fa la nostra cronaca degli avvenimenti in Cecenia si era interrotta al 6 febbraio (vedi Missioni Consolata, marzo 2000), giorno in cui fu annunciata la liberazione di Groznyj da parte dell’esercito federale. L’improvvisa fuga dei guerriglieri ceceni dalla capitale aveva colpito tutti di sorpresa. Si è, poi, venuto a sapere che cosa era accaduto: ai capi guerriglieri era stata fatta pervenire la falsa notizia che avrebbero potuto comprare dai militari una via d’uscita da Groznyj verso le montagne, lungo un percorso prestabilito.
Il corridoio «di salvezza» passava, in realtà, per campi minati e conduceva nella pianura a ovest di Groznyj, in precedenza dichiarata dalle autorità russe «zona di sicurezza», verso alcuni villaggi, dove i guerriglieri dovevano arrivare indisturbati per poi essere accerchiati e annientati dall’esercito. L’aviazione e l’artiglieria hanno colpito i villaggi che si trovavano lungo quel percorso. I guerriglieri hanno subito perdite, ma molte di più sono state le vittime tra i civili.
In ogni caso, il tentativo di sbarrare ai guerriglieri la strada verso le montagne non è riuscito. Il 5 marzo a Komsomol’skoe i militari sono effettivamente riusciti a intrappolare un cospicuo gruppo di guerriglieri al comando di Ruslan Gelaev, infliggendo loro perdite ingenti. Questa volta il villaggio era stato preventivamente evacuato, ma gli abitanti sono stati bloccati in un campo poco distante e tenuti per alcuni giorni all’addiaccio, senza ripari e senza cibo, mentre sulle loro teste volavano i proiettili; si trovavano, infatti, tra i due fuochi.
Il 14 marzo è stato preso il famigerato capo guerrigliero Raduev; il temibile Shamil Basaev aveva lasciato una gamba su una mina mentre usciva da Groznyj. Tutto ciò ha fatto sì che a metà marzo 2000 l’«operazione anti-terroristica» venisse per l’ennesima volta dichiarata conclusa.
Non dimentichiamoci che il 26 marzo ci sono state le elezioni presidenziali, stravinte da Vladimir Putin, allora presidente ad interim, grande sostenitore della campagna cecena. Anche nella «pacificata» Cecenia le elezioni si sono svolte regolarmente. Ce lo ha mostrato la televisione.
Ma non si erano ancora spenti i festeggiamenti per la vittoria di Putin, che è giunta la notizia di un’imboscata tesa dai guerriglieri a una colonna russa.
La guerra continuava.
E IL POPOLO PAGA
Il conflitto ha assunto sempre di più la forma di una guerra partigiana. Secondo stime ufficiali, nella «pacificata» Cecenia ogni settimana muoiono più di venti militari, vittime di attacchi kamikaze, bombe, agguati, mine.
Ma di gran lunga maggiore è il numero di vittime tra i civili. Dall’inizio delle ostilità è stato subito chiaro che nessuna delle due forze in campo si preoccupa della sicurezza della popolazione: i guerriglieri collocano le proprie postazioni vicino ai villaggi, l’esercito li bombarda indiscriminatamente. Con la guerra partigiana i civili hanno cominciato a morire per gli scontri che avvengono a seguito di attacchi a posti di blocco o a basi militari in prossimità o all’interno dei centri abitati. Inoltre, sono iniziati gli attentati a veri o presunti collaborazionisti: sono stati uccisi diversi capi delle amministrazioni locali; il 22 ottobre a Groznyj un’auto-bomba parcheggiata accanto a un edificio del Ministero degli interni ha ucciso 17 civili che si trovavano negli uffici per normali pratiche amministrative. È un segno di debolezza. I guerriglieri non hanno l’appoggio del popolo, per cui ricorrono al terrore verso chiunque abbia contatti di qualsiasi genere con le strutture federali.
Ma molto più brutale è il comportamento dei militari russi nei confronti della popolazione civile.
LE OPERAZIONI
DI «RIPULITA»
Nel gergo militare russo esiste il termine zachistka, «ripulita», a designare il controllo dei documenti, casa per casa, che si effettua quando si vuole verificare che in un villaggio o in un quartiere non si nascondano criminali. Si tratta di un’operazione che in Cecenia presenta enormi pericoli. Per i civili. Può capitare quello che è avvenuto il 5 febbraio 2000 nel villaggio di Novye Aldy, alla periferia di Groznyj.
Quando vi sono entrati i russi, i guerriglieri avevano ormai abbandonato la zona. Nel corso della zachistka, durata alcune ore, i militari hanno ucciso, picchiato, rubato indisturbati, lasciando dietro di sé un pesante bilancio di morti: 46 quelli accertati.
È agghiacciante leggere le testimonianze dei sopravvissuti: i soldati si sono accaniti contro donne, ragazzi, vecchi; hanno ucciso invalidi, hanno finito i feriti (il villaggio era stato in precedenza bombardato più volte) con incredibile cinismo, accompagnando le loro gesta col turpiloquio e le ingiurie più umilianti. Una violenza del tutto gratuita: nessuno li aveva minacciati, gli abitanti non aspettavano altro che uscire dai rifugi e riprendere le loro attività. «Uccidevano, bruciavano la gente senza chiedere i documenti. Chiedevano soprattutto soldi e oro, poi sparavano», ha detto Marina Ismailova, abitante del villaggio, ai rappresentanti di Memorial (vedi box). Poi davano fuoco ai corpi o alla casa.
Anche senza arrivare a tali eccessi, è diventata pratica quasi di routine condurre la zachistka in questo modo: prima si abbatte la porta della casa; poi si lancia una granata all’interno, facendola seguire da una raffica di mitragliatrice; infine si procede ad accertare l’identità degli abitanti.
In Cecenia le «ripulite» sono all’ordine del giorno. Non sempre si concludono così tragicamente come a Novye Aldy. Dipende dal grado di sobrietà dei soldati. Può andar bene come può andar male. Allora ci scappano i morti, a volte tanti morti, come nel quartiere Staropromyslovskij di Groznyj, il primo ad essere occupato dalle truppe federali nel gennaio 2000, dove sono stati uccisi decine di civili rimasti nelle loro case.
PRESUNZIONE
DI COLPEVOLEZZA
C’erano già durante la prima guerra cecena. Gli uomini dai 10 ai 60 anni vengono considerati tutti potenziali guerriglieri e possono, quindi, essere fermati per accertamenti.
Il fermo può avvenire a un posto di blocco, durante una zachistka o durante un’operazione militare. Gli uomini vengono portati via senza che ai congiunti siano date spiegazioni: perché, dove, per quanto tempo. Di regola non si sa neanche da chi sono stati prelevati, perché i militari indossano per lo più tute mimetiche, senza segni di riconoscimento che permettano di capire a quali delle diverse formazioni militari e di polizia presenti sul territorio ceceno appartengano.
Chi si sarà portato via tuo padre, tuo figlio, tuo fratello? I corpi speciali del ministero dell’Inteo? Un reparto di soldati del ministero della Difesa? Un gruppo di kontratniki, come vengono chiamati i soldati mercenari? Per i congiunti incomincia una lunga ricerca presso luoghi di detenzione e i diversi comandi militari; per il prigioniero comincia una via crucis che può finire con la morte.
Il sistema del «filtraggio» presuppone che ci siano elenchi di persone ricercate, dossier sulla base dei quali stabilire l’eventuale appartenenza a bande armate. In realtà non esiste niente del genere. Una volta che sul torso non sono stati rilevati segni evidenti di porto d’armi, non rimane che la confessione del prigioniero. Siccome per tutti i ceceni vale la presunzione di colpevolezza, la confessione deve essere estorta con le botte e la tortura.
Nei campi di «filtraggio» (in russo: fil’tracionnye lagerja) lavorano, tra l’altro, picchiatori e torturatori di professione: sono gli specialisti della «Direzione centrale esecuzione castighi» (Guin) del ministero della Giustizia. Ma prestano la loro opera anche i soldati. Gli scampati se li ricordano spesso ubriachi fradici. I prigionieri vengono ammassati in celle sovraffollate, picchiati di giorno e di notte, sottoposti a ogni genere di soprusi, minacciati, ingiuriati nel peggiore dei modi, tenuti senza mangiare e senza bere. Non pochi muoiono per le botte e le torture. Se il prigioniero ha dei familiari che riescono a sapere dove si trova e sono disposti a pagare un riscatto, costui alla fine viene liberato, altrimenti, peggio per lui. Di altri sono stati ritrovati i corpi, frettolosamente sotterrati, con segni di torture e di una morte violenta.
IMPUNITÀ ASSOLUTA
In Cecenia non è possibile avere giustizia, perché regna l’arbitrio più totale. L’assassino, il torturatore, il violentatore, lo sciacallo hanno piena coscienza della propria impunità: sanno che non verranno perseguiti per i propri crimini. Per lo meno, così è stato fino ad oggi. In Cecenia non funzionano i tribunali; quelli di altre repubbliche della Federazione Russa affermano di non avere giurisdizione sul territorio ceceno. In alcuni casi i parenti delle vittime si sono rivolti alla corte di Strasburgo; altri hanno presentato denuncia direttamente al Rappresentante speciale del presidente della Federazione Russa per il rispetto dei diritti dell’uomo e del cittadino in Cecenia. Egli stesso ha affermato di aver ricevuto 4.000 esposti per crimini contro la persona commessi dalle forze armate russe. Solo in una ventina di casi sono state avviate indagini. Di solito la procura si rifiuta di procedere, affermando che il fatto non sussiste, o che non ci sono gli elementi sufficienti. Comunque sia, non è noto neanche un caso in cui i colpevoli siano stati trovati e condannati.
SPARIZIONI E CORRUZIONE
Uno dei principali scopi dell’«operazione anti-terroristica», iniziata da Mosca nell’autunno 1999, era di porre fine all’industria dei rapimenti, che aveva assunto proporzioni massicce e di cui soffrivano in primo luogo gli stessi ceceni.
Le autorità russe hanno, però, trascurato il fatto che il mercato d’uomini è cominciato proprio durante la prima guerra cecena, quando i militari russi erano soliti vendere a caro prezzo la liberazione di un prigioniero, o il rilascio da un campo di filtraggio. Venivano, addirittura, venduti i corpi degli uccisi. Oggi in Cecenia le persone continuano a sparire, non rapite da banditi o terroristi, ma fermate da coloro che conducono l’operazione anti-terroristica.
Altro encomiabile proposito di Mosca: restaurare la legalità, debellare la corruzione e il malaffare. Oggi, per attraversare i numerosi posti di blocco, bisogna essere disposti a pagare un balzello: 10 rubli, circa 800 lire. Non è molto, ma i posti di blocco sono tanti, soprattutto nelle zone più sicure, dove i soldati possono permettersi di essere più arroganti. I posti di blocco cominciano a diradarsi e i soldati a farsi più cauti nelle zone meno sicure. Se rifiutate di dare i 10 rubli di mancia alla sentinella, state certi che non ripartirete tanto presto: cominceranno gli accertamenti sulla vostra macchina e sulla vostra identità. Per farlo bisognerà, ad esempio, consultare un computer, che però, vista la mancanza di energia elettrica, difficilmente potrà dare un responso in breve tempo.

KALASHNIKOV E MINE:
PREZZI IN DISCESA
Da quando è cominciata la seconda guerra cecena, i prezzi delle armi al mercato nero sono scesi: è diventato più facile rifoirsene dai russi. Prima un kalashnikov costava 400 dollari, adesso appena 100, una mina adesso costa 3 dollari e mezzo, altrettanto una granata. A proposito, c’è qualche militare burlone che ai familiari di persone trattenute nei luoghi di «filtraggio» propone un escamotage: se si consegnano le armi, il congiunto potrebbe passare per guerrigliero pentito. E il militare si dichiara disposto a vendere il suo kalashnikov.
Inutile dire quanto la pratica dei bombardamenti indiscriminati, delle zachistke, dei campi di filtraggio possa giovare a riportare la pace nel paese e favorire il legame tra russi e ceceni. È stata seminata una tale quantità di odio, da bastare per qualche generazione.
Altro obiettivo del governo Putin era la lotta senza quartiere contro i banditi. Ma anche su questo punto ci sono ragionevoli dubbi. La banda del sanguinario Arbi Baraev è uscita illesa da Groznyj, per lo stesso corridoio lungo il quale qualche giorno dopo gli altri guerriglieri avrebbero trovato le mine; la sua famiglia continua a vivere indisturbata ad Alkhan Kala; anche lui vi soggioa, allontanandosene, però, prima dei controlli. Il fratello è stato visto attraversare senza problemi un posto di blocco su una jeep nuova di zecca. C’è chi apertamente afferma che egli sia un agente della FSB (i servizi di sicurezza).
D’altra parte, anche l’operazione più perfetta fallisce quando c’è la corruzione. Se un guerrigliero dovesse finire in un campo di filtraggio saprebbe subito come uscie. Basta pagare. Lo stesso vale per i posti di blocco.
Intanto, da settembre ha ripreso il flusso dei profughi in Inguscetia: chi non ha fatto tempo a ricostruirsi la casa non può affrontare l’inverno senza un tetto. E, poi, in Cecenia gli aiuti umanitari arrivano più difficilmente, senza contare che si rischia la vita ogni giorno. Ci sono stati casi di profughi rientrati che hanno trovato la morte durante una zachistka, o per una bomba o per pallottole vaganti.
Anche nei campi profughi la sopravvivenza è a rischio per i più deboli a causa del freddo, delle malattie, della denutrizione. È stata più volte sospesa la distribuzione di pasti caldi e di pane. Il governo non ha soldi.
LA GUERRA
O L’URGENZA DELLA VITA?
Sono passati parecchi anni da quando, con la perestrojka, la Russia ha cominciato a leggere del proprio recente passato, a stupirsi, a sbiancare per le terribili cose che erano avvenute. Non solo nei lontani lager, ma dietro l’angolo di casa, nelle carceri cittadine, nei boschi fuori città, luoghi di esecuzioni sommarie e fosse comuni. Il lettore è stato investito da una valanga di documenti, testimonianze, memorie; ha letto, e poi… si è stancato. Aveva capito la lezione.
Bisognava chiudere il capitolo e andare avanti. La vita urgeva. Le giovani generazioni non avrebbero ripetuto i tragici errori dei padri, che avevano tollerato, taciuto, che si erano tappati occhi, orecchie, bocca ed erano, infine, caduti nella fossa scavata per loro.
Quando è iniziata la prima guerra cecena, qualcuno si è mobilitato. Si è creato un movimento di opposizione al conflitto. Pareva il pallido inizio di una nuova vita. Poi è iniziata la seconda guerra cecena. Ed è calato il silenzio.

Biancamaria Balestra




Quando tra i fedeli c’era un esponente del partito

Com? la situazione della chiesa (e della gente) nella nuova Russia di Putin?
Che cosa divide i cristiani ortodossi, guidati dal patriarca Alessio II,
dai cristiani cattolici fedeli a Roma? Ci sono speranze per un miglioramento
dei rapporti? A Mosca ne abbiamo parlato con Aleksej Uminskij, prete ortodosso,
sposato e padre di due figli. Aleksej ? parroco della chiesa della Trinit? a Khokhly
e direttore di una scuola privata ortodossa.

Mosca. Padre Aleksej abita con la giovane moglie medico e i due figli in un piccolo appartamento della periferia di Mosca. Per raggiungere la sua parrocchia, in centro citt?, gli ci vogliono circa tre quarti d?ra di strada. Tutte le volte che sono andata a trovarlo a casa, padre Aleksej ha sempre voluto venirmi a prendere alla stazione del metr?, per evitare il rischio che mi perdessi. Lo vedevo arrivare in borghese. Niente del suo abito tradiva lo status di sacerdote, se non forse l?bbondante barba e i capelli un po?lunghi.
Una volta che, come di consueto, ci siamo trovati fuori dal metr?, per dimostrare che avrei trovato la casa anche da sola, mi sono offerta di fare strada io. Inutile dire che, senza il suo aiuto, non saremmo arrivati da nessuna parte. Non certo perch? il percorso sia tortuoso, ma perch? tutte le case sono uguali e ogni casa ha tanti portoni tutti simili.
Se si infila quello giusto e si sale al primo piano, si giunge al piccolo appartamento di padre Aleksej. Pare proprio di essere arrivati in una famiglia come tante: la moglie Masha che traffica in cucina; i bambini che, abbandonati per un momento i loro rumorosi giochi, accorrono incuriositi a studiare l?spite; il padrone di casa che ti fa accomodare intorno al tavolo gi? apparecchiato. Il lindore, l?rdine e, naturalmente, l?ngolo delle icone (ben in vista nel salotto) sono i segni pi? macroscopici che ci troviamo, invece, in una casa un po?speciale.
Le serate sono sempre piene di mille discorsi. Si parla di tutto. Aleksej e Masha hanno tanti interessi e tante letture alle spalle. Si parla, tra l?ltro, dei paesi in cui abbiamo viaggiato, dell?talia, dove Aleksej e Masha sono stati pi? volte e, inevitabilmente, della Russia.
M?mmergo in quella calda atmosfera familiare e penso: chiss? quanti sacerdoti in Russia toeranno ad avere una vita normale? La condizione in cui vive padre Aleksej d? la misura del cataclisma che la chiesa ha attraversato. Ma, nello stesso tempo, per chi, come me, ha visto gli anni in cui i cristiani dovevano nascondersi, in cui dovevano temere tutto e tanto pi? i visitatori stranieri (marcati a vista), il fatto che ci possa liberamente incontrare, che un sacerdote possa vivere insieme agli altri apertamente, sembra gi? un miracolo.
RICOSTRUIRE LE MURA,
RICOSTRUIRE LE COSCIENZE
?ifficile capire quale sia la cosa giusta da fare quando si ha il compito di ricostruire una nazione ridotta in macerie. Questa ?, infatti, la condizione in cui si trova la societ? russa, dopo 70 anni di regime sovietico e 10 di post-comunismo.
Nonostante i capelli gi? grigi, padre Aleksej ha appena 40 anni. Quanto basta per? per aver vissuto gli anni bui dell?poca brezneviana, quando per un giovane frequentare la chiesa voleva dire compromettere ogni possibilit? di carriera; quando tutte le espressioni di autentica vita cristiana erano relegate a una dimensione di semiclandestinit?. Ora, certo, quei tempi sembrano lontani anni luce.
Padre Aleksej ? diventato parroco della chiesa della SS. Trinit? in Khokhly, che si trova nel centro storico di Mosca, in uno dei pi? bei quartieri della capitale. L?dificio (su tre piani) ? stato restituito al culto nel 1992 e affidato all?diacente parrocchia di S. Vladimir. ?occato a questa piccola comunit? l?neroso compito di riportare la chiesa (ridotta in condizioni deplorevoli) alle sue condizioni originarie. Un lavoro svolto interamente dai fedeli, grandi e piccoli, con il solo contributo di offerte private. Ora la chiesa ? completamente rinata. ?inda, accogliente; il bianco delle pareti e l?ro delle nuove icone rallegrano gli occhi del visitatore.
Tuttavia, padre Aleksej non si fa nessuna facile illusione su un rapido ritorno alla fede del suo popolo. Proprio per questo si ? messo alacremente a lavorare con quei pochi fedeli che si sono raccolti intorno a lui, una trentina circa. Egli sa bene che non basta avere quattro mura entro cui riunirsi per costituire una comunit? cristiana. Il compito pi? arduo ? ricostruire le coscienze, rifondare una cultura ecclesiale da tempo distrutta, dare senso concreto alle parole e ai gesti della liturgia. ?os? che ogni domenica, dopo la messa, tutti sono invitati a mangiare insieme nei locali della parrocchia: ? l?ccasione per parlare di quanto si ? appena udito durante la messa, chiedere spiegazioni sulle letture, fare domande sulla storia della chiesa, sulla dottrina. ?na scuola, una sorta di catechismo per adulti.
Dopo tanti anni di ateismo militante, c? bisogno di un luogo in cui imparare di nuovo parole e concetti che un tempo erano patrimonio comune. La cosa migliore ? farlo insieme, prendendo spunto dalle parole della liturgia domenicale.
Iniziative del genere sono fondamentali, perch? in Russia possa nascere una nuova generazione di uomini liberi, abituati a chiedere a se stessi e agli altri ragione di parole e atti, avendo solidi punti fermi cui ancorare il proprio giudizio. Sono ancora molto pochi in Russia i luoghi come questo. La gente non ha riferimenti, non sa dove andare.
QUANDO C?RA IL PARTITO
Padre Aleksej, il pranzo domenicale in comune ? una vostra ?nvenzione?o avete semplicemente rispolverato una vecchia tradizione ortodossa?
?i tratta di una tradizione dei primi secoli del cristianesimo. No, da noi non esisteva niente del genere. Prima della rivoluzione da noi, come da voi, la parrocchia era costituita dalle persone residenti nelle vicinanze della chiesa.
La situazione ? cambiata dopo la rivoluzione, con la persecuzione contro la chiesa e la chiusura degli edifici del culto. Poli di aggregazione di quei pochi fedeli rimasti sono diventati, non pi? le parrocchie, ma alcuni sacerdoti, che attiravano per l?utorevolezza della parola e la purezza della fede.
Nulla di autentico poteva nascere in un ambito ufficiale: nelle poche chiese aperte al culto c?ra sempre un esponente del partito, che poteva essere il sacerdote stesso, o una persona dell?mministrazione parrocchiale. Costui non permetteva che si costituisse una vera vita parrocchiale. Appena si avvertiva il nascere di una comunit? intorno a un sacerdote, si provvedeva a trasferirlo in altra sede.
I sacerdoti non avevano possibilit? di entrare in rapporto diretto coi fedeli. Anche la liturgia si svolgeva in modo essenziale. La predica, o veniva evitata, o si riduceva a poche frasi. Fu abolita la confessione individuale e introdotta quella collettiva, in cui il sacerdote pubblicamente leggeva una serie di peccati e i fedeli se ne riconoscevano colpevoli.
Quando, alcuni anni fa, la Russia ha finalmente riacquistato la libert? di culto, non esisteva pi? una normale vita ecclesiastica. Come nel cristianesimo primitivo, la comunit? si raccoglie intorno ai suoi ministri. I miei parrocchiani giungono dai pi? diversi quartieri di Mosca. A volte anche da fuori citt?. Il ritrovarsi insieme, dopo la messa, ha anche il senso di offrire loro un luogo dove riposarsi, prima di riprendere il cammino verso casa?
COMUNISMO-LIBERISMO:
DA UN ECCESSO ALL?LTRO
Sembra una banalit? affermare che l?ducazione dei giovani ? fondamentale per una societ?. Sembra un luogo comune, e lo ?, ma solo in teoria. In pratica, la Russia in questi ultimi anni pare essersene dimenticata.
La scuola ? uno dei settori che pi? ha sofferto, da una parte, delle difficolt? finanziarie in cui versa il paese, dall?ltra, del caos e del vuoto legislativo che si ? sostituito alla rigidezza di un sistema politico disintegratosi con velocit? pari alla sua artificiosit?. La scuola pubblica non riceve adeguati finanziamenti, gli insegnanti hanno stipendi da fame che, per di pi?, non vengono pagati regolarmente. In simili condizioni difficilmente si pu? garantire la qualit? dell?nsegnamento. In un momento cos? delicato nella storia del paese c? il rischio che intere generazioni di giovani perdano quell?ccasione unica, per la propria formazione, che sono gli anni passati sui banchi di scuola.
Padre Aleksej ha deciso di dedicare le proprie energie all?ducazione dei giovani (e non soltanto di questi). Da 8 anni ? il direttore di una scuola privata ortodossa.
Ho avuto occasione di visitarla durante un normale giorno di lezione. Le facce allegre e vispe dei ragazzi, il sorriso dei pedagoghi, la pulizia della mensa, le fotografie appese ai muri a testimonianza di svariate attivit? educative (teatro, canto, pittura, campi di lavoro estivi) mi hanno fatto capire che mi trovavo in un ambiente privilegiato, in cui gli allievi erano circondati di quelle cure di cui spesso i loro coetanei mancano.
Padre Aleksej, la vostra scuola sembra un?sola felice. Ma cosa accade fuori di queste mura, nella scuola di stato?
?a scuola statale sta vivendo un periodo di profondissima crisi. Ai tempi dell?nione Sovietica la scuola assicurava un buon livello d?struzione, soprattutto nelle materie scientifiche, e un sistema di valori che, per quanto discutibile, costituiva pur sempre un riferimento per insegnanti e allievi; c?rano dei criteri per stabilire ci? che era da considerarsi bene e ci? che era male: era bene perch? l?veva detto Lenin. Adesso questi riferimenti sono venuti a mancare, senza esser stati sostituiti da altri.
Subito dopo la fine del comunismo c?ra la smania di distruggere i principi cui ci si era attenuti per decenni, diventati ormai odiosi. Quest?perazione ? riuscita benissimo. Ma quando si ? trattato di sostituirli con altri principi, ci si ? trovati completamente sguaiti. Pare che l?nico criterio oggi sia quello cos? ben sintetizzato da una reclame della Coca Cola: ?rendi tutto dalla vita?
Per decenni in Russia gli insegnanti hanno tenuto lo sguardo fisso alle direttive del partito. Quest?bitudine ? rimasta anche oggi. Guardano a quello che fa chi governa. Quando a un certo punto la parola d?rdine ? diventata il liberalismo, anche gli insegnanti sono diventati liberali con gli allievi: tutto ? diventato lecito. Ovviamente, ci? ha fatto saltare i meccanismi che garantivano la disciplina nella scuola. Non potendo pi? farsi forte di un sistema di valori e regole comunemente accettate e riconosciute, ogni scuola si ? ritrovata in balia di se stessa. Si sono salvate solo alcune scuole pubbliche, tradizionalmente prestigiose ed elitarie, che hanno condizionato la selezione degli allievi alla loro eccellenza negli studi e al rispetto di regole di comportamento ben precise. Per il resto, nella scuola pubblica regna il caos.
Per fare un esempio, si calcola che l?0% degli alunni abbia fatto almeno una volta uso di stupefacenti?
Dunque, il governo si disinteressa della scuola?
?l governo non ha nessun preciso orientamento educativo, anche perch? non ha un?deologia. Recentemente il presidente Putin ha fatto delle dichiarazioni sull?struzione pubblica, ma talmente vaghe che le si pu? interpretare in modi diversi. All?nizio la Russia era orientata verso l?merica: si imitavano i modelli americani, ritenuti invariabilmente buoni. La scuola non faceva eccezione.
La situazione ? cambiata dopo la guerra in Kosovo, anche se non ? ancora chiaro in quale direzione. La cosa preoccupante ? che di questo vuoto di valori, di idee e di iniziative approfittano organizzazioni che perseguono scopi non edificanti. ?l caso, ad esempio, di un?ssociazione internazionale per la pianificazione familiare, che qualche tempo fa si ? introdotta nelle scuole proponendo corsi di educazione alla sessualit?.
Questi corsi, che si rivolgevano anche agli allievi delle prime classi, erano, in realt?, una guida alla contraccezione (si ? poi scoperto che l?ssociazione ? legata a case produttrici di contraccettivi). Veniva, tra l?ltro, distribuito agli studenti un opuscolo dal titolo: Il mio amico: il contraccettivo. Si spacciava questa iniziativa come un programma per la salute del corpo?
Cosa pu? fare la chiesa ortodossa per colmare questo vuoto? Non si ? pensato di promuovere interventi educativi nelle scuole statali, magari istituendo qualcosa di simile alla nostra ?ra di religione?
?fficialmente l?nsegnamento della religione nelle scuole non ? consentito, in quanto la nostra costituzione sancisce la separazione tra chiesa e stato.
Di conseguenza, lo stato mantiene una posizione di assoluta neutralit? nei confronti del credo religioso degli allievi. ?uesto il motivo per cui non esiste l?ra di religione, il cui insegnamento pu? essere introdotto solo su specifica richiesta dei genitori degli allievi e, in ogni caso, al di fuori dell?rario scolastico.
Tuttavia, ci sono scuole private dove vengono insegnate materie che hanno a che fare con la religione. ?onsiderato prestigioso. In alcune scuole pubbliche si ? deciso di introdurre l?nsegnamento di ?ultura cristiana? A chi protesta, denunciando l?niziativa come incostituzionale, si fa notare che ? impossibile capire la cultura russa, prima del 1917, senza conoscere la tradizione cristiana.
Ma il vero pericolo ? costituito da organizzazioni religiose non tradizionali. C? stato un periodo in cui le scuole sono state prese d?ssalto da s?tte religiose d?gni genere in cerca di nuovi adepti. Particolarmente attive sono state Scientology e Moon. Sono gruppi che dispongono di grosse risorse finanziarie, attirano nella propria orbita con proposte allettanti, come l?nvito a partecipare a seminari di lingue all?stero. Si presentano con programmi che hanno, apparentemente, obiettivi sociali, di formazione, e non religiosi.
Come avr? capito, nella scuola regna la pi? completa confusione. Ci? lascia anche ampio spazio alla sperimentazione. La nostra scuola, ad esempio, ? frutto di un?sperienza del tutto nuova?
Vuol dire che non sono mai esistite scuole private ortodosse? Neanche prima della rivoluzione?
?rima del 1917 il problema non si poneva, perch? tutti gli insegnanti dovevano essere di provata fede ortodossa. C?rano precisi controlli sul corpo docente. Ad esempio, si doveva dimostrare di essersi confessato e comunicato almeno una volta nel corso dell?nno. A questo scopo venivano rilasciati appositi certificati dalle autorit? ecclesiastiche?
Da quanti anni esiste la vostra scuola?
?el 2001 compiamo 10 anni?
Come si sostiene economicamente?
?iamo in parte finanziati dallo stato, in quanto legalmente riconosciuti. Il resto delle spese viene sostenuto dalle famiglie secondo il loro reddito. Il 25% degli studenti non paga, il 60% paga una retta ridotta. Quindi il maggior onere grava sulle famiglie benestanti, che pagano anche per gli altri. La parrocchia contribuisce alle vettovaglie per la mensa, mette a disposizione i locali, i materiali da costruzione e gli operai?
Sembra un impegno non da poco. Per tutti quanti!
?o ?. L?rganizzazione della scuola non ? facile, richiede tante energie da parte di tutti. Si tratta di un?niziativa spontanea. Questa, come le altre scuole ortodosse, ? nata nell?mbito delle parrocchie, in modo artigianale. Si ? imparato facendo, senza poter contare su un modello da seguire, o su un aiuto esterno, neanche da parte del patriarcato.
All?nizio ogni scuola viveva per s?, senza sapere cosa facessero le altre. Ora, con l?sperienza, la situazione ? migliorata. Ci sono maggiori contatti tra le diverse scuole. Esiste un consiglio dei direttori delle scuole religiose che si incontra regolarmente. Il patriarcato ha istituito una sezione per l?ducazione religiosa. Adesso ? il patriarca in persona a consegnare i diplomi di licenza superiore agli studenti dell?ltimo anno nella cattedrale di Cristo Salvatore?
LE ACCUSE
DI PROSELITISMO
Il patriarca Alessio II, capo della chiesa ortodossa russa, ? forse, dopo l?ntervista rilasciata in luglio al Corriere della Sera, meno sconosciuto al pubblico italiano. In quell?ccasione, egli ha toccato anche un tema delicato, suscitando parecchio scalpore: ha indicato nel conflitto tra ortodossi e uniati (cattolici) in Ucraina occidentale e nel proselitismo cattolico in territori storicamente ortodossi i due ostacoli che si frapporrebbero a una visita del papa in Russia.
Chiedo a padre Aleksej di commentare le parole del patriarca.
?ffettivamente – risponde padre Aleksej -, questi sono i due grossi nodi da sciogliere perch? possa realizzarsi la visita del pontefice nel nostro paese. Nell?craina occidentale, rimasta per lungo tempo sotto la Polonia, si ? sviluppata la chiesa uniate, che fa capo alla chiesa di Roma. Da quando si ? sciolta l?rss, in queste terre la chiesa ortodossa ? diventata il bersaglio del nazionalismo locale e ha fatto le spese del risentimento della popolazione contro i russi. Difatti, si associa l?rtodossia con i russi dominatori.
Molte chiese sono state sottratte con la forza alla comunit? ortodossa. Ci sono stati dei morti. I nostri sacerdoti sono costretti quasi a vivere in clandestinit?. Ora Mosca chiede la restituzione delle chiese che sono da sempre appartenute agli ortodossi. Si chiede la fine di questo conflitto. A parole si sono gi? presi innumerevoli accordi, ma ogni volta le violenze riprendono. Oltre a questo problema, c? la questione del proselitismo cattolico?
Che cosa intende per proselitismo cattolico?
?ntendo questo. Come mai il Vaticano nomina dei propri vescovi in territori in cui storicamente i cattolici non hanno mai vissuto? Nel passato vescovi cattolici erano presenti nelle province in cui c?ra una comunit? cattolica. Ad esempio, a Krasnojarsk, Novosibirsk, nella regione dei tedeschi del Volga. Pensate che effetto farebbe se il patriarca Alessio II nominasse un proprio vescovo nella citt? di Roma!?
?unque un problema di ?atto? Non ? educato comportarsi in un certo modo in casa d?ltri…
?o, non ? solo un problema di forma, ma anche di sostanza. Le missioni cattoliche arrivano col pretesto di aiutare la Russia, portando avanti ad esempio programmi umanitari. Tutto senza mettersi d?ccordo col vescovo ortodosso locale. Come se si fosse in terra pagana. Insomma, c? da parte dei cattolici uno spirito di conquista, come nel Medio Evo.
Durante gli anni del regime comunista l?iuto dei cattolici d?ccidente ? stato fondamentale. Quanti libri, quante bibbie ci hanno fatto arrivare, aiutandoci a tenere viva la fiamma della fede. Era per noi una boccata d?ria. E noi accettavamo questi aiuti con grande riconoscenza. A quel tempo la nostra chiesa versava in condizioni catastrofiche.
Poi la situazione ? cambiata. Ci sono stati restituiti i templi. Ora ci tocca un enorme lavoro di ricostruzione, ma i mezzi sono pochissimi. La nostra chiesa ? povera e non pu? certo competere con la chiesa cattolica: sono pochi gli edifici del culto, sono pochi i ministri. Nel 1985 a Mosca, citt? di 8 milioni d?bitanti, c?rano 50 chiese aperte. Oggi con 10 milioni di abitanti ci sono 350 chiese, con una media di tre sacerdoti per chiesa. Ma Mosca, in quanto capitale, ? in una situazione privilegiata rispetto al resto del paese. Le nostre cifre non sono certo comparabili con la realt? della chiesa in Italia.
Dobbiamo affrontare il problema di una tradizione che ? stata perduta. ?na tragedia per il popolo. La gente deve consolidarsi, deve essere aiutata a riavvicinarsi alla fede dei propri padri. Invece qual ? lo spettacolo che si presenta loro: chiese diverse in competizione tra loro. Il nostro popolo ? stato privato della propria cultura e questo non ? certo il modo per aiutarlo a ritrovare i riferimenti smarriti?
Tuttavia, lei stesso ha detto che il lavoro da fare ? enorme e che le vostre forze sono inadeguate. Possibile che il contributo di altri cristiani non possa servire? O ci sono altre forme d?iuto a voi pi? gradite?
? cattolici possono fare molto. Potrebbero, ad esempio, aiutarci nella formazione di persone che poi lavorino con la gente sul territorio, magari, invitandoci a vedere come fanno loro in Occidente. ?uesto tipo di aiuto che noi ci aspettiamo: che comunichino a noi, ortodossi, la loro esperienza, non che agiscano indipendentemente da noi?
CHIESA E STATO:
A CIASCUNO IL SUO?
Padre Aleksej, lei ci ha ricordato che per la costituzione russa la chiesa ? separata dallo stato. Essa dovrebbe essere, quindi, indipendente nel giudicarne l?perato. Nei confronti della guerra in Cecenia, qual ? la posizione della chiesa ortodossa?
?urtroppo, la chiesa non ha in proposito una sua posizione politica chiara e univoca. Essa, coscientemente, tace su questo tema. Eppure, sono molti che guardano alla chiesa, perch? si aspettano di sentire una parola di verit?. Invece essa tace. In questo ? determinante il retaggio del passato, quando la chiesa non interferiva nella politica dello stato per il timore di ritorsioni.
Nella realt?, ci troviamo di fronte a due atteggiamenti opposti. Da un lato, c? stata l?niziativa di alcune parrocchie di inviare aiuti a chi si trova nella zona del conflitto. Dall?ltro, la chiesa prega per i soldati russi; ci sono tra le truppe russe sacerdoti per la somministrazione dei sacramenti; nella cattedrale di Cristo Salvatore si celebrano le esequie solenni di soldati russi morti in Cecenia.
In questo modo acquistano il peso di funerali di stato. Si tratta, chiaramente, di un gesto dimostrativo, cui viene data ampia risonanza dalle reti televisive nazionali. Tanto pi? che non sappiamo se questi soldati fossero cristiani, se volessero essere sepolti secondo il rito ortodosso, se siano morti benedicendo o maledicendo.
Naturalmente, simili immagini televisive danno l?mpressione che la chiesa sia dalla parte dello stato. In linea di principio, la chiesa, giustamente, sostiene lo stato, perch? essa ? per la stabilit? del paese. Il problema, per?, ? a quale prezzo?
Come ha accolto la chiesa il passaggio di poteri da Eltsin a Putin?
ƒipeto, ufficialmente la chiesa non si esprime al riguardo. Possiamo, per?, ricordare alcuni fatti.
Ad esempio, la prima cosa che ha fatto Putin la notte stessa in cui ? diventato presidente ad interim, dopo le dimissioni di Eltsin, ? stata di andare a trovare il patriarca (si pu? dire che lo abbia tirato gi? dal letto) per chiedergli la benedizione.
Un altro fatto. Una settimana prima delle elezioni presidenziali, nell?mbito del programma televisivo Kanon, tenuto da sacerdoti, ? stato dato ampio rilievo a un episodio della biografia del futuro presidente. Si ? raccontato che Putin, dopo l?ncendio che alcuni anni fa distrusse completamente la sua casa di campagna, avrebbe ritrovato tra le rovine fumanti un unico oggetto: una croce metallica, ricevuta da bambino.
E ancora. Del tutto inaspettatamente, Putin ha inviato un telegramma d?uguri per il compleanno a un anziano starec, un monaco molto autorevole tra il popolo per la propria fede, che vive nel monastero delle grotte di Kiev. Evidentemente, qualcuno glielo ha suggerito e il presidente ne ha compreso la portata politica. Indubbiamente, Putin ? stato allora sostenuto da alcuni circoli ecclesiastici, che si sono espressi in suo favore.
Ma ci sono anche episodi che mostrerebbero l?ntenzione di mantenere certe distanze nei confronti del patriarca. Ad esempio, in occasione della pasqua, Putin non ha assistito alle celebrazioni religiose a Mosca, ma si ? recato a Pietroburgo.
A proposito, ecco un altro fatto a mio parere significativo. In Russia, quando ci si fa gli auguri di pasqua, si dice ?risto ? risorto? cui sempre si risponde: ?n verit? ? risorto? Sapete, invece, cosa ha risposto Putin? Ha risposto: ?razie!?.

TRA ZAR E PASTORI

La chiesa ortodossa russa ? la pi? grande tra le 15 chiese ortodosse autocefale. ?uidata attualmente da Alessio II, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, che governa col santo Sinodo, di cui ? presidente. Il potere supremo nella dottrina e nel governo spetta al concilio locale, che viene convocato di solito ogni 5 anni. Diversamente dalla chiesa cattolica, la chiesa ortodossa non richiede il celibato dei preti, cui nega per? l?ccesso alle alte gerarchie ecclesiastiche: solo i monaci possono diventare vescovi.

DA KIEV A MOSCA
Il 1988 (*) ha visto in tutta l?RSS le solenni celebrazioni per i mille anni dal battesimo della Rus?(da non confondere con la Russia, ndr) che hanno avuto il loro culmine nella citt? di Kiev, ora capitale della Repubblica ucraina. La cristianizzazione nelle terre russe, infatti, si fa risalire all?nno 988, quando Vladimir, gran principe di Kiev, si battezz? e fece battezzare il proprio popolo. La Russia scelse di entrare a far parte della chiesa cristiana d?riente e non di quella di Roma.
Oltre che da ragioni geografiche e politiche, questa scelta si spiega con l?ntensa opera di evangelizzazione delle terre slave che Costantinopoli aveva promosso fin dal IX secolo, inviando i monaci tessalonicesi (greci) Cirillo e Metodio presso il principato di Moravia. La loro opera fu senz?ltro favorita dal fatto che i due monaci conoscevano la locale lingua slava e che se ne servirono, non solo per predicare, ma anche per la liturgia e per la traduzione dei libri sacri. A questo scopo adattarono l?lfabeto greco ai suoni dello slavo. Fu cos? che gli slavi ebbero la scrittura cirillaca.
Missionari e catechisti arrivarono nella Rus?dalle terre slave gi? cristianizzate, mentre l?lta gerarchia ecclesiastica, i vescovi e il metropolita, erano designati direttamente dal patriarca di Costantinopoli. Tutti i metropoliti del periodo premongolico, eccetto due, furono greci.
Nel X secolo iniziarono a diffondersi in Russia i monasteri. Nel 1051 fu fondato il famoso monastero delle Grotte di Kiev. Come in Occidente, i monasteri divennero importanti centri di arte e di cultura. I monaci redigevano le cronache, traducevano opere teologiche, storiche e letterarie, si dedicavano alla pittura delle icone.
Nel 1237, l?sercito di Kiev venne sconfitto dalle armate mongole di Batu, che avanzavano verso l?uropa centrale. Il ?iogo?dei mongoli, chiamati tatari dai russi, grav? sui territori centrali e meridionali della Rus?fino al 1480. Ci? ebbe incalcolabili conseguenze sulla storia e la cultura del paese. La civilt? fiorita a Kiev cadde in rovina. Nuovi centri politici e commerciali cominciarono lentamente a svilupparsi molto pi? a nord, nei principati di Vladimir, di Tver?e di Mosca, tutti tributari dei tatari.
Anche la sede del metropolita si spost? al nord, prima a Vladimir (1299) e poi a Mosca (1325). Ci? contribu? a dare lustro alla citt? e al suo principe, che stava cercando di affermare la propria egemonia nella regione. Nel 1336 San Sergio di Radonezh fond?, non lontano da Mosca, il monastero della Trinit?, che divenne un importante centro religioso e culturale. Qui visse e lavor? anche il famoso pittore d?cone Andrei Rublev.
Con il crescere della potenza politica di Mosca e il decadere dell?mpero cristiano d?riente, la chiesa russa si rese sempre pi? autonoma dal patriarca di Costantinopoli. Nel 1448 fu il consiglio dei vescovi russi, e non Costantinopoli, a nominare il nuovo metropolita Iona: la chiesa russa divenne autocefala. Infine, nel 1589 il patriarca di Costantinopoli Geremia, in visita a Mosca, consacr? il metropolita Iob primo patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Nel 1590 anche gli altri patriarchi approvarono l?stituzione del patriarcato di Mosca, che divenne il quinto, dopo quelli di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.
Aumentava, intanto, l?nfluenza sulla chiesa russa dei grandi principi di Mosca, che ambivano a raccogliere l?redit? politica di Bisanzio, caduta definitivamente in mano ai turchi nel 1453. L?deologia politica moscovita trov? espressione nella teoria di ?osca terza Roma? formulata agli inizi del Cinquecento dal monaco Filofej.

LA CHIESA E GLI ZAR
Il primo a mettere seriamente in questione il primato del potere temporale su quello spirituale fu il patriarca Nikon (1652-1667), che perseguiva l?dea di uno stato teocratico. Egli promosse, tra l?ltro, la riforma dei libri e dei costumi liturgici per eliminare le divergenze createsi nei confronti della chiesa greco-ortodossa. Questi cambiamenti non furono mai accettati da una parte dei fedeli, che li considerarono un tradimento della tradizione slavo-cristiana. Ebbe cos? origine lo scisma dei ?ecchi credenti? che dura fino ai nostri giorni.
Le aspirazioni teocratiche portarono Nikon a scontrarsi con lo zar Aleksej Mikhajlovic (1645-1676). Nikon ebbe la peggio: nel 1666 lo zar fece deporre il patriarca dal concilio.
L?nizio del XVIII secolo fu segnato dalle riforme occidentalizzanti di Pietro I, che toccarono anche la chiesa. Dopo la morte del patriarca Adrian nel 1700, Pietro imped? che venisse eletto un suo successore, finch? nel 1721 abol? il patriarcato e stabil? per la chiesa un organo di governo collegiale, il santo Sinodo, costituito sul modello delle chiese luterane di Svezia e Prussia. Il Sinodo era presieduto da un funzionario statale, detto anche ??cchio dello zar? che ne controllava l?perato. Questo controllo fu facilitato dall?cquiescenza di buona parte dell?lto clero. Con i successori di Pietro la linea di condotta verso la chiesa non cambi?, anzi; il potere laico acquist? un peso sempre maggiore negli affari ecclesiastici, finch?, col manifesto di Paolo I (1797), l?mperatore divenne anche il capo della chiesa ortodossa russa.
All?nizio del XX secolo si fece pressante l?sigenza di un rinnovamento della chiesa. Il concilio del 1917-18 vot? la restaurazione del patriarcato, eleggendo alla dignit? di patriarca il metropolita di Mosca Tichon, ed espresse l?ntenzione di riformare l?rdinamento ecclesiastico. Ci? non ebbe seguito, perch? nel settembre del 1918 il concilio fu disperso dai bolscevichi che combattevano la religione e la chiesa, considerata un?stituzione controrivoluzionaria.

LA CHIESA E IL REGIME COMUNISTA
La prima Costituzione del 1918 sanciva la separazione dello stato e della scuola dalla chiesa e privava i sacerdoti e i membri delle loro famiglie del diritto elettorale; nel 1918-20 ci fu la campagna contro le reliquie; nel 1922 vennero confiscati i beni ecclesiastici, fu arrestato il patriarca Tichon.
Durante la guerra civile che segu? al colpo di stato bolscevico furono uccisi 23 vescovi e circa 10.000 sacerdoti. Una parte della gerarchia ecclesiastica emigr? dopo la sconfitta dell?esercito bianco? dando vita alla chiesa ortodossa russa all?stero. Alla morte di Tichon (1925) le autorit? impedirono che venisse eletto un nuovo patriarca e il metropolita Sergij divenne vicario del locum tenens patriarcale. Egli tent? di normalizzare i rapporti con lo stato e nel 1927 eman? un documento in cui si affermava che l?ppartenenza alla chiesa non era incompatibile con la fedelt? all?nione Sovietica. Questo documento, conosciuto come la ?ichiarazione di Sergij? segn? la definitiva rottura con la chiesa russa all?stero. I tentativi di arrivare a un compromesso col regime non salvarono tuttavia la chiesa dalle grandi epurazioni degli anni Trenta. Furono chiusi gli ultimi monasteri rimasti e gran parte delle chiese parrocchiali. Gli anni pi? terribili furono tra il 1937 e il 1941, quando vennero fucilati 110.700 membri del clero.
Durante la seconda guerra mondiale Stalin comprese che il sentimento religioso poteva giocare un ruolo importante nel tenere alto lo spirito del popolo. Il 4 settembre 1943 ci fu lo storico incontro tra il dittatore e i metropoliti Sergij, Aleksij e Nikolaj, che segn? l?nizio di una nuova fase nelle relazioni tra stato e chiesa. Gi? l? settembre si apr? il concilio, che finalmente consacr? Sergij patriarca. Furono riaperti tre seminari (Leningrado, Zagorsk, Odessa), due accademie (Leningrado, Zagorsk), un certo numero di chiese parrocchiali, alcuni monasteri. Dopo la morte di Stalin ricominci? la campagna antireligiosa e con Kruscev gli attacchi alla chiesa ripresero. Solo alla fine degli anni Ottanta la chiesa si vide riconoscere pienamente il diritto di esistere.
Nell?prile del 1988, durante un incontro tra Michail Gorbachev e il patriarca Pimen, fu ufficialmente riconosciuto il ?iritto dei credenti di esprimere liberamente le proprie convinzioni?
Da allora per la chiesa russa ? cominciato un periodo di lenta e difficile rinascita.

LA NASCITA DELLA ?HIESA UNIATE?L?nione tra la chiesa greca e di quella latina fu formalmente approvata al Concilio di Firenze del 1439, ma non fu mai accettata dalla chiesa russa. Al concilio era presente il metropolita di Kiev, il greco Isidoro, il quale, al suo ritorno, cominci? a predicare la restaurata unit? tra le chiese. Arrivato a Mosca, per?, fu subito arrestato, ma riusc? a fuggire. L?nione rimase lettera morta anche nei territori bielorussi e ucraini, a quel tempo divisi tra Polonia e Lituania, dove si trovava anche Kiev.
All?nizio del Cinquecento la chiesa rutena (di Ucraina e Bielorussia) entr? in un periodo di grande crisi. L?buso del patrocinio laico aveva elevato al soglio vescovile candidati indegni, con una caduta del livello morale e culturale della gerarchia ecclesiastica. Iniziava a diffondersi lo spirito del protestantesimo, soprattutto tra i fedeli delle classi alte, attirati da calvinismo e antitrinitarismo. La chiesa rutena non aveva i mezzi culturali (mancava completamente di scuole teologiche) per far fronte a questa difficile situazione, n? poteva sperare nell?iuto di Costantinopoli.
Molti cominciarono a guardare alla chiesa di Roma, della cui efficiente organizzazione avevano un esempio nei vicini territori polacchi. Si fece strada l?dea che un?nione con Roma avrebbe potuto portare i benefici della rinascita cattolica. La cosa sembrava facilitata dal fatto che la diversit? dei riti era stata gi? approvata al Concilio di Firenze.
Il 12 giugno 1595 si riun? a Brest il sinodo della gerarchia rutena; si decise di inviare due vescovi a Roma per concludere l?nione con Roma, che fu ratificata in Vaticano il 23 dicembre 1595. Il documento fu successivamente approvato da un nuovo sinodo, riunitosi nell?ttobre 1596, sempre a Brest, ma fu respinto da una parte della gerarchia rutena, che aveva nel frattempo assunto una posizione anti-unionista. Non fu possibile sanare il dissidio tra le due parti, che si scomunicarono a vicenda.
Nel 1654 Kiev e l?craina occidentale passarono sotto il dominio di Mosca e ogni progetto d?nione con Roma dovette essere abbandonato. Invece tutte le diocesi della chiesa ortodossa rutena rimaste nei confini dello stato polacco-lituano accettarono l?nione entro la fine del XVII. Bi.Ba.

(*) Sui

mille anni del cristianesimo russo si veda ?rss: lo stato non ? Dio? numero monografico di Missioni Consolata dell?ttobre 1988. Pi? recente ƒussia. La fatica di rinascere?su Missioni Consolata del gennaio 1996.
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Biancamaria Balestra




BELGIO – Nella stanza dei bottoni

Le decisioni prese nel Nord si riflettono
sui poveri del Sud del mondo.
Le congregazioni missionarie operanti in Africa hanno costituito la «Rete fede e giustizia Europa-Africa» (Aefjn), per far risuonare la «voce dei senza voce» nei parlamenti dell’Unione europea e dei singoli paesi
che la compongono, stimolando iniziative che promuovano rapporti più giusti ed equi con i popoli africani.

I n un secolo siamo passati dal nazionalismo all’inteazionalismo, alla globalizzazione. Principale veicolo di cambiamento è stato, ed è tuttora, l’ideologia neoliberista: essa penetra ogni aspetto della vita quotidiana della gente in tutto il mondo: economia, comunicazione e informazione, sviluppo tecnologico, cultura, modelli di consumo, crimine, conflitti, epidemie, ecologia, migrazione, politica.
Di fronte a tali mutamenti di cultura e valori, i cristiani devono essere presenti nei dibattiti, non come sociologi o economisti, ma come testimoni dei valori evangelici. È in gioco il nostro ruolo profetico, non solo per indicare le deficienze nella società, ma anche per mostrare, come gli antichi profeti, la strada della riconciliazione col Creatore.
POLITICA SFIDUCIATA
Il mondo ha subìto un cambiamento epocale, ma le istituzioni e l’immagine del mandato politico sono mutati pochissimo. Negli ultimi due secoli, fino ai primi anni ’70, tale mandato era considerato uno dei più alti e nobili servizi al paese. La gente aveva fiducia nei politici e affidava loro il proprio destino, inviandoli come delegati ai parlamenti e governi. La fede nel sistema democratico parlamentare era così forte che né guerre né crisi sono riuscite a cambiarla.
Negli ultimi 40 anni si è capito che la politica non è così pulita e nobile come si voleva far credere. Tre fattori hanno scosso tale fede politica.
– La colonizzazione. La gente ha cominciato ad essere sfiorata dal senso di colpa quando gli storici, basandosi su documenti, hanno dimostrato che la colonizzazione dei paesi africani, presentata come nobile «missione di civilizzazione», era in realtà uno spietato sfruttamento delle loro risorse umane, culturali e materiali per accrescere il benessere dell’Occidente.
– La povertà nel terzo mondo. Dopo due decenni di appelli alla generosità per contribuire ai progetti di cooperazione internazionale, la gente è delusa, vedendo che il divario tra i paesi poveri e quelli industrializzati ha continuato a crescere.
– La corruzione. La lista di scandali in cui sono coinvolti i politici è infinita; con somme da capogiro gli industriali hanno sponsorizzato i partiti politici, fino a renderli strumenti di legittimazione dei propri interessi economici.
Nessuna meraviglia se, negli ultimi 15 anni, la gente è cresciuta nella disillusione e nel disinteresse per la politica: ne è una prova lampante la bassa partecipazione alle elezioni. Il sistema politico è in crisi. In questa confusione, gli unici vincitori sono i protagonisti del mercato globale.
NUOVO CREDO UNIVERSALE
Competizione e mercato è la fede professata dalla globalizzazione. Essa provoca una visione unilaterale della natura e relazioni umane, trasformando la società in un grande palco d’asta, dove perfino le cose sacre, come sangue, organi umani e biodiversità, possono essere comprati o venduti e i cui valori sono rimpiazzati dai prezzi. Tale società richiama la visione raccapricciante dell’Apocalisse: «Essa è diventata covo di demoni e carcere per ogni spirito immondo, carcere per ogni uccello impuro e aborrito» (Ap 18,2). Il credo della globalizzazione è veramente una sfida spirituale e culturale, che i politici non hanno affrontato, o non lo hanno fatto a sufficienza, e oggi ne pagano le conseguenze a caro prezzo.
Il meccanismo del mercato globale rafforza nel ricco un falso senso di «popolo eletto», più preoccupato della conquista del potere che delle necessità della gente e della terra. L’ideologia neoliberista, su cui si fonda la globalizzazione, ha addormentato la gente: il motto di buona parte dei popoli occidentali non è «l’opzione preferenziale per i poveri», ma «opzione preferenziale per chi ha di più». Delusi dai politici, essi si sono innamorati di una società in cui produzione e consumo sono in continua espansione e il potere è in mano a una ristretta e forte élite economica, capace di facilitare il processo di produzione-consumo da cui ci si aspetta tutto il bene della vita.
Ma in un mondo del genere la maggioranza della gente, beata nel suo consumismo, non ha alcuna voce nel modellare la società in cui vive. Ruoli di guida e istituzioni sono ridotti a puri strumenti di convalida di politiche decise molto lontano da potenti corporazioni transnazionali. E così i diritti umani possono essere erosi, la dignità umana calpestata, lo sviluppo impedito e l’ambiente sfruttato indiscriminatamente.
INGIUSTIZIE STRUTTURALI
I mercati possono essere molto utili; la globalizzazione è una spada a due tagli: produce effetti buoni e cattivi. Per la prima volta nella storia, le istituzioni inteazionali (Unione europea, Nazioni Unite, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) danno veramente la possibilità di provvedere pacificamente a un mondo più equo e giusto; ma è un errore pretendere di costruirlo basandosi solo sul mercato.
Negli ultimi 50 anni la speranza di vita, in generale, è salita più che nei precedenti 4.000; trasporto, comunicazione, competitività hanno facilitato la nostra esistenza. Eppure il divario tra ricchi e poveri continua a crescere, sia globalmente che all’interno degli stati. Nel mondo ci sono 360 plurimiliardari che, insieme, possiedono una ricchezza pari alle entrate di 2,5 miliardi di gente più povera del mondo. Quale struttura permette e giustifica tale disparità?
Europei e americani spendono ogni anno oltre 400 mila miliardi di lire in medicine; ma difficilmente trovate nelle farmacie occidentali quelle per curare la malaria, cecità da fiume, malattia del sonno, perché c’è poca domanda. Entrate in un dispensario del Benin, per esempio, e scoprite che tali farmaci sono scarsi anche lì, non perché non ce ne sia bisogno, ma perché nessuno può permetterseli (Si veda «Come sta Fatou?» gennaio 2001).
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) calcola che si spendono oltre 120 mila miliardi di lire l’anno nella ricerca sanitaria, ma meno del 10% di tale somma riguarda le malattie che colpiscono il 90% della popolazione mondiale, come malaria, tubercolosi, Aids. E migliaia di africani muoiono ogni giorno perché mancano le medicine più comuni.
Il Nord impone ai paesi del Sud di aprire i loro mercati; eppure gli stati ricchi adottano sistemi protezionisti in molti settori in cui i paesi poveri sono più competitivi, come agricoltura e tessili. Una politica che impedisce la crescita economica in Africa, nega posti di lavoro nelle città e taglia le entrate delle famiglie.
L’Unione europea (Ue) è stata costretta ad abbandonare il regime d’importazione di banane favorevole ai piccoli produttori africani: le grandi compagnie degli Stati Uniti, infatti, sono riuscite a convincere l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che favorire i piccoli produttori è contro le regole del libero mercato. Chiquita e compagni hanno vinto, a scapito degli agricoltori poveri di Ghana, Costa d’Avorio, Benin o Togo, la cui sopravvivenza dipende dalla produzione di banane. Lo stesso vale per l’uso di olii diversi da quelli del cacao nella produzione di cioccolato.
L’indebitamento di 38 paesi africani è tale che questi non riusciranno mai a restituire i prestiti. Le istituzioni finanziarie inteazionali continuano a domandare loro di spendere il 20-40% degli introiti provenienti dalle esportazioni annuali per ripagare gli interessi. Nel 1951, quando alla Germania fu chiesto d’impiegare il 10% delle esportazioni per pagare i suoi debiti di guerra, si disse che era insostenibile e fu abbassato al 3,5%; per i prestiti di guerra del Regno Unito la quota fu elevata al 4%. Politiche del genere, con due pesi e due misure, mantengono coscientemente e volutamente i paesi poveri dell’Africa in stato di schiavitù.
L’Onu sta preparando una conferenza per studiare il commercio illegale di armi leggere in tutti gli aspetti. Titti sanno che una stretta regolamentazione internazionale di tale commercio è un imperativo per arginare conflitti e violenza in Africa. Eppure, negli incontri preparatori, vari paesi ostacolano una nuova convenzione internazionale; dicono che bastano le regole attuali. Così il traffico legale e illegale continua.
Sono solo alcuni esempi di ingiustizie perpetrate dal Nord contro l’Africa. Ma bisogna ricordare che tutte le regole che puntellano tali ingiustizie sono ratificate nei nostri parlamenti e governi dai politici che abbiamo democraticamente eletti come nostri rappresentanti.
NUOVA COSCIENZA CIVILE
Ma non tutti sono pronti a professare il credo del libero mercato. Negli ultimi due anni vari gruppi di pressione hanno organizzato enormi proteste contro i vertici delle organizzazioni inteazionali (G7, Wto, Fmi…) per contestare il modo in cui prendono decisioni senza il coinvolgimento e consenso della gente.
Tali proteste sono troppo estese per essere etichettate come opera di pochi teppisti e teste calde. Sono appena la punta dell’iceberg del crescente scontento della gente. Da due decenni, persone ordinarie, ma bene informate, si uniscono a livello nazionale e internazionale per domandare ai governanti trasparenza, responsabilità e partecipazione nelle decisioni politiche.
È un imperativo morale per i governanti ascoltare tutte le voci della società, indipendentemente dall’affiliazione politica. Se i politici devono rispettare l’opinione del proprio collegio elettorale, hanno pure il dovere d’informare e mettere in guardia gli elettori sulle implicazioni e conseguenze che certe scelte politiche hanno sulla nostra vita e su quella del prossimo.
La voce di organizzazioni non governative, gruppi di pressione, organismi della società civile è un grido profetico per salvare la democrazia; quasi un aiuto divino per i politici nel momento di maggiore bisogno. Voci che indicano come dignità, lavoro, ambiente, valori culturali, trasparenza, corresponsabilità e partecipazione sono parte integrante del benessere e dello sviluppo.
La liberalizzazione sfrenata tende solo al profitto: è inaccettabile sia per la società occidentale che per i nostri fratelli e sorelle del Sud del mondo.
NOSTRA PRESSIONE POLITICA
È finito il tempo in cui analizzare e commentare argomenti conceenti la società era privilegio di accademici, politici e leaders religiosi. Anche noi missionari, con la «Rete fede e giustizia Europa-Africa» (Aefjn), ci siamo organizzati per raggiungere e informare i nostri rappresentanti, funzionari e partiti politici sulle conseguenze di certe politiche che devono votare.
Operiamo a Bruxelles, in sede di Commissione, dove nascono molte iniziative delle istituzioni europee. È il momento ideale: mentre esse sono in stato di progettazione, ci sediamo accanto ai funzionari disposti ad ascoltare i nostri punti di vista.
Quando le proposte della Commissione passano all’esame del Consiglio dei ministri e al Parlamento europeo, le Reti dislocate nei singoli paesi dell’Ue bombardano parlamentari, ministri, funzionari coinvolti nei vari progetti legislativi.
La nostra pressione continua a Bruxelles, quando le proposte passano alla Commissione permanente specifica, incaricata della revisione: presentiamo i nostri suggerimenti ai parlamentari e delegazioni, perché introducano eventuali emendamenti e dibattano e votino tali proposte in prima e seconda lettura.
Tutti questi momenti, a Bruxelles e nei paesi membri, sono occasioni per restituire alla democrazia il valore e l’importanza che merita. Ma non è un messaggio da far digerire facilmente: solidarietà con i poveri implica un cambiamento di stile di vita.
Sappiamo però, e lo sanno anche i politici, che questa è l’unica via per promuovere la giustizia, la pace e una più equa distribuzione dei doni della terra per questa generazione e quelle future.
Come cristiani e missionari, non possiamo fare a meno di essere coinvolti nelle politiche della stanza dei bottoni. Noi non tiriamo pietre, non ci incateniamo ai cancelli delle banche. Facciamo semplicemente ciò che ci dice il vangelo: amare il nostro prossimo come noi stessi. E lo facciamo affermando il diritto di partecipare creativamente nel processo decisionale, soprattutto quando sono in gioco i valori evangelici: i soli che possono portare pace vera e felicità alla società in cui viviamo. Una società non è solo la mia città, provincia o paese, ma il mondo intero.

* Luc Coppejans, della congregazione dei missionari per l’Africa (padri bianchi), è direttore responsabile del Segretariato della Rete fede e giustizia Africa-Europa (Aefjn).

Luc Copeejans




ECUADOR – Un “alito” di salute

È arrivato a buon termine il sogno
di un ospedale,
nato per gli indigeni
e costruito grazie
a un medico generoso.
Piccoli miracoli di ordinaria «provvidenza».

È stato finalmente inaugurato, nel mese di giugno 2000, nella missione di Punín (Ecuador), alla presenza di varie autorità, missionari e indios delle diverse comunità, l’ospedale «La Consolata». E ha avuto pure l’onore della cronaca di vari giornali locali.
Prima della cerimonia, il vescovo, monsignor Victor Corral, ha celebrato l’eucaristia come ringraziamento per la creazione di questa opera veramente necessaria.
Padre Davide Manca, missionario della Consolata, ha spiegato come il progetto, ideato nel 1996, sia diventato realtà grazie alla collaborazione del dottor Riccardo Grifoni. Questi, «scosso» da un articolo pubblicato su una rivista missionaria, si è dato da fare… e sono arrivati i finanziamenti dell’Associazione di volontariato «Alito» di Ancona. I lavori, iniziati nell’aprile 1999, si sono conclusi alcuni giorni prima della festa della Consolata e dell’inaugurazione (20 giugno 2000).
La costruzione, che ha avuto un costo di 65.000 dollari, verrà in aiuto non solo agli indigeni di Punín, ma anche a quelli di San Luis, Cebada, Flores e di altre comunità dei dintorni. Costoro avranno, d’ora in poi, l’opportunità di tenere sotto controllo la propria salute e a costi piuttosto contenuti; inoltre, come ha detto il dottor Carlos Torres, uno degli ideatori dell’opera, «saranno firmati accordi con altre istituzioni per puntare l’attenzione non solo sui malati, ma anche sulla prevenzione delle malattie».
Questi i dati scai di cronaca. Ma, per arrivare al giorno dell’inaugurazione, occorre partire un po’ più da lontano…

I n quel tempo (cioè all’inizio degli anni ’90) a Punín alcune situazioni, tra pazienti e medico, erano un po’ strane. Per ogni sorta di malattia, la meta obbligatoria era Riobamba, capitale del distretto. E lì succedeva che qualche medico, per farsi pagare, qualunque fosse la malattia del malato, riuscisse a far vendere ai poveri indigeni la stessa quantità di animali (unica fonte di sostentamento).
C’è stato chi, venuto in contatto con un anziano di una comunità, malato di cancro allo stadio terminale (e, peraltro, già visitato da un medico locale che gli aveva diagnosticato pochi giorni di vita), lo aveva operato lo stesso; con il risultato che il paziente, poche ore dopo era già spirato, ma intanto aveva sborsato un milione e mezzo di sucres (circa 500 dollari).
Lo stato di cose mi ha fatto pensare alla necessità non di un vero e proprio ospedale, quanto ad un piccolo centro sanitario che avesse funzione di «filtro».
Nel frattempo il medico di Punín, Carlos Torres, e io abbiamo discusso seriamente la questione e ci siamo trovati d’accordo su un punto: bisognava fare qualcosa per quella povera gente, che aveva tutto il diritto (sulla carta) alla salute, come qualunque cittadino di Quito o di Guayaquil. Siamo rimasti d’accordo che, al ritorno dal mio viaggio in Italia, nell’ottobre del 1996, avremmo ripreso le fila del discorso.
In realtà non ho aspettato il rientro in Ecuador. Soggioando in Svizzera, dove vive un mio fratello, ho condiviso con lui la seria preoccupazione per questo problema: e anch’egli ne ha fatto una causa propria, richiedendo il progetto della costruzione (poi modificato) e assumendo accordi con il comune di Losanna per ottenere un finanziamento di circa 5.000 franchi, da inviare a metà dell’opera.
Toai in Ecuador con il piccolo progetto in mano, ma che necessitava qualcosa di più che i 5.000 franchi, pur preziosi. Era necessario continuare a cercare…
La meta fu Quito, la capitale. Il primo tentativo lo feci alla Swissaid, associazione dipendente dall’ambasciata Svizzera; ma, per quell’anno, non erano previste spese per progetti sulla salute e la risposta mi venne data al terzo viaggio che facevo. Altre vie: Fepp, Coopi, Comité Economico de Proyectos, Mlal: tante sigle importanti, ma il tutto si concretizzò solo in una lunga serie di indirizzi e niente di più.
La salvezza arrivò invece (lo credereste?) dall’Africa. O, meglio, da un medico italiano, assolutamente sconosciuto, che ci chiedeva «il favore» di poter collaborare per la costruzione dell’ospedale.
Tutto ci sembrò un miracolo.

L a cosa era andata così. Nel febbraio del 1997, erano venuti a trovarci i genitori di padre Giannantonio Sozzi, missionario mio confratello, oggi in Colombia. La visita in Ecuador li aveva particolarmente colpiti. Pertanto, al loro rientro in Italia, avevano pubblicato le proprie impressioni sul bollettino parrocchiale. A quanto pare, quel resoconto piacque a molti. Fu anche riprodotto sulla rivista Missioni Consolata e, guarda caso (il mondo è davvero piccolo), una copia del giornale arrivò perfino in Kenya.
Fu così che il medico Riccardo Grifoni, che si trovava in quel paese, in un momento di pausa si era messo a leggere la rivista con interesse (il dottore è un volontario che, in certi periodi, ama «spendere» le sue vacanze, lavorando in diverse parti del mondo, a beneficio dei più disagiati)… Toando dall’Africa, si mise in contatto con i genitori del missionario, i quali a loro volta gli dissero che bisognava farsi sentire dai missionari di Punín.
Qui (gennaio 1998) incominciò la serie di contatti, che portò ad un accordo di collaborazione tra due associazioni: la prima, «Alito» (cui appartiene il dottor Grifoni), e la seconda, «Fundacíon la Consolata».
Si decise, dunque, che rappresentanti dell’associazione italiana (di Ancona) venissero a Punín per constatare personalmente la situazione: cosa che si realizzò nel novembre del 1998, mentre a dicembre giungeva l’approvazione del progetto da parte loro.

I lavori di costruzione dell’ospedale La Consolata cominciarono il 12 aprile del 1999 e tutto filò per il meglio.
Ma la finale della storia… la conoscete già.

Davide Manca




BURUNDI – Via dalla mia terra

Nel calderone dei Grandi Laghi africani, il Burundi continua a mietere le sue vittime. Anche tra i missionari italiani. In quattro mesi, due sono stati uccisi (Antonio Bargiggia e suor Gina Simionato) e un terzo gravemente ferito (don Carlo Masseroni). Chi resta si domanda perché e chiede giustizia. Nel frattempo, l’assassinio di Kabila (16 gennaio), presidente del vicino Congo (rd), ha reso più instabile tutta la regione. Qualcuno parla anche di una «Repubblica dei Grandi Laghi», sotto controllo ruandese…

Quel mattino stavo andando a Murayi a 25 chilometri da Gitega, la seconda città del Burundi. Un amico mi chiama sul telefono portatile: «Pare ci sia stato un attacco vicino a Kibimba, ne sai niente?». Ero a tre chilometri dal posto.
Cerco di informarmi e mi accosto alla posizione militare di un campo di déplacés (sfollati, a maggioranza tutsi, che vivono in villaggi artificiali lungo le strade principali). Il soldato conferma: «Sì, è successo qualcosa, ma non c’è problema, non ci sono scontri in corso nella zona. Continuate pure. Nessun rischio». Sta per proseguire a piedi quando, tornato in dietro, in modo un po’ beffardo mi guarda e rivela: «È stato ucciso un muzungu (bianco), ma la situazione è sotto controllo».
In Burundi muoiono ogni giorno decine di persone a causa della guerra. Civili uccisi dalla guerriglia; contadini che cadono nelle rappresaglie dell’esercito regolare, altri presi tra i due fuochi. Ma, quando la vittima è uno straniero, il significato è molto più forte. È un messaggio che qualcuno vuole mandare.

È il tre ottobre scorso, quando Antonio Bargiggia, volontario laico consacrato, si ferma ad una barriera sulla strada che ogni settimana percorre per raggiungere la capitale.
Qualche discussione con i quattro uomini che lo hanno fermato. Poi uno finge di andare verso la parte posteriore dell’auto, si gira e gli spara un colpo alla nuca. I suoi compagni di viaggio (tre burundesi) fuggono incolumi.
Fratel Antonio (così era conosciuto in Burundi) era nel paese da 20 anni. Apparteneva a «Fratelli dei poveri», gruppo di religiosi e laici di Milano riconosciuto dal cardinal Martini. Da alcuni anni viveva a Buterere, uno dei quartieri più poveri della capitale. Zona di case di fango e lamiera, che ogni sera alle sei viene «chiusa»: nessuno può entrare o uscire fino al mattino dopo. Abitava in una casa burundese, come i burundesi più umili. Caso unico per un muzungu in questo paese.
«Antonio era una persona che mi incantava per la sua umiltà e per il saper stare con i locali. Era l’unico a preoccuparsi anche dei soldati. Diceva: “Poveri ragazzi, anche loro soffrono ma nessuno li considera”. Come apostolato, seguiva all’ospedale militare i feriti senza parenti, portando loro conforto». È la testimonianza di un volontario italiano, subito dopo l’accaduto. Eppure sono stati quattro giovani militari sui vent’anni gli esecutori.
Fuggiti con la sua macchina (strano errore, forse erano certi dell’impunità garantita dal loro mandante), sono stati arrestati un’ora dopo. Il governo si è subito preoccupato di affermare che erano disertori. Dopo un processo sommario, uno di loro (quello che aveva premuto il grilletto), è stato fucilato davanti ai suoi compagni e alla gente di Gitega.

Quindici ottobre. Verso le sette del mattino, la macchina delle suore Dorotee di Venezia lascia il seminario maggiore di Songa, nei pressi di Gitega, per dirigersi alla parrocchia di Gihiza dove le suore abitano. Il giorno prima erano venute a dormire al seminario, perché c’erano «strani movimenti» intorno alla missione. Poco prima di arrivare vedono un gruppo di persone sulla strada. Partono alcune raffiche di mitra che investono suor Gina Simionato, unica italiana, al volante. La suora trevigiana è colpita al volto e muore sul colpo. Delle tre consorelle burundesi che la accompagnano, una si fa un graffio. Si dirà che la macchina è caduta in un attentato dei ribelli che hanno sparato all’impazzata. Osservando la vettura, risulta invece chiaro che i colpi erano tutti indirizzati al guidatore muzungu. Un proiettile ha lasciato un buco molto grosso nella carrozzeria posteriore: non si trattava forse di un semplice kalashnikov.
Al contrario dell’attacco di Kibimba, qui non si scopre chi sia l’autore. L’accusa cade subito sui ribelli che da alcuni giorni girano nella zona. Ma l’attentato è avvenuto a circa cinque chilometri da una posizione militare e le testimonianze lasciano molti dubbi sulla cronologia esatta dei fatti. «Non sembra lo schema utilizzato dalla ribellione», confida un giornalista della capitale. Possono essere stati i militari, ma anche le bande di estremisti tutsi, già famose a Gitega, pilotate da un potere nascosto ma presente ed efficace, che forse sta riacquistando consensi a causa della situazione politica.
Il Burundi è devastato da una guerra civile dal 21 ottobre del 1993, quando il primo presidente democratico, l’hutu Melchior Ndadaye, fu arrestato e ucciso da un gruppo di militari estremisti. Da allora l’esercito, a maggioranza tutsi (oggi però, per mancanza di forze, esso impiega anche molti giovani hutu), e diversi gruppi armati ribelli a dominante hutu, si scontrano. O meglio, saccheggiano e massacrano la popolazione civile dei due campi.
Dopo diversi tentativi di pacificazione, Nelson Mandela, mediatore della crisi burundese dal dicembre 1999 (succeduto allo scomparso Julius Nyerere), è riuscito a portare 19 partiti burundesi a siglare un accordo-quadro il 28 agosto scorso ad Arusha, in Tanzania. La debolezza di questa firma sta nel fatto che molti partiti (soprattutto quelli legati all’estremismo tutsi) hanno firmato con riserve. Questo vuol dire che tutti i passi più importanti sono da ridiscutere e negoziare (presidenza di transizione, rappresentanza etnica nell’esercito, nella giustizia e nell’amministrazione). Ancor peggio: nonostante gli sforzi di Mandela, i due maggiori gruppi ribelli hutu, le «Forze per la difesa della democrazia» (Fdd) e le «Forze nazionali di liberazione» (Fnl), quelli che hanno gli eserciti sul campo, non erano presenti ai negoziati che hanno portato alla firma.
Incontri diretti tra il presidente della repubblica, il maggiore Pierre Buyoya, e il leader dell’Fdd, Jean-Bosco Ndayikengurukiye sono in corso in Sudafrica e potrebbero portare a qualche passo positivo. Nel paese, però, domina la paura. Paura dei tutsi che, come minoranza, temono un esercito misto, perché le forze armate burundesi, guidate da ufficiali tutsi, soprattutto del sud, sono la loro unica vera garanzia di non essere prevaricati dall’80-85% hutu e di mantenere i loro privilegi. Paura del popolo contadino a maggioranza hutu, che subisce sempre più i saccheggi della guerriglia e le rappresaglie dei militari. Paura dei pochi intellettuali hutu delle città, che rischiano di essere presi di mira, come è già successo in passato.
Per questo, dal 28 agosto le azioni di guerra, invece che diminuire, si sono intensificate. Da un lato i guerriglieri sono tornati a far sentire le armi, per mostrare il loro potere negoziale, dall’altro cresce il malcontento tra gli ufficiali dell’esercito che si oppongono alla firma e le frange estremiste tutsi hanno ripreso a organizzarsi. «Il tempo è poco – racconta un membro della delegazione governativa ad Arusha – il presidente potrebbe avere problemi a tenere calmi i vertici militari ancora per molto. D’altro lato i ribelli sono ben equipaggiati anche grazie al loro intervento in Congo e non hanno tutta questa voglia di scendere a patti». Kinshasa fornisce all’Fdd di Jean-Bosco armi e protezione, in cambio l’armata ribelle difende il fronte a Lubumbashi (capitale dello Shaba, nel sud) contro l’avanzata dell’esercito regolare burundese. Una guerra con caratteristiche sempre più regionali.
L’assassinio di Kabila, in Congo, il 16 gennaio scorso, ha l’effetto di sbilanciare ancora di più l’instabile equilibrio dei Grandi Laghi. Gli alleati burundesi del defunto presidente congolese si trovano ora in una posizione di svantaggio, perché viene loro a mancare un partner importante. Sentendosi meno forti potrebbero essere più disponibili a trattare. D’altro lato, il governo del Burundi (ma soprattutto gli estremisti tutsi) si irrigidiranno, forti della scomparsa del nemico di Kinshasa. Andando oltre, gli eserciti ruandese, ugandese e burundese, che occupano e saccheggiano quasi la metà della Repubblica democratica del Congo, potrebbero, ancora una volta, avanzare verso la capitale, oppure tentare l’annessione formale dei vasti territori occupati.
Già da tempo si parla di una fantomatica «Repubblica dei Grandi Laghi», sotto il controllo ruandese.

Intanto, in Burundi, si cercano ancora delle risposte. «Ma perché questi attacchi a religiosi italiani?». Si chiede un missionario da anni nel paese. «Se contiamo anche la pallottola sparata a freddo in faccia a don Carlo Masseroni (missionario fidei donum di Novara), vivo solo per miracolo, a luglio, siamo già a tre: tutti con modalità simili». Già, perché? Non è la prima volta (nel settembre 1995 due padri saveriani e una volontaria furono giustiziati a casa loro dai militari). Perché sono testimoni scomodi, perché lavorano a fianco della popolazione più abbandonata e sono tra i pochi a sapere e, a volte, a denunciare, in questo paese dove la stampa è ancora imbavagliata. Ma anche perché spesso sono gli obiettivi più facili e indifesi.
Fratel Antonio era a conoscenza di molti problemi di Buterere, tra cui questioni di terra. Don Carlo aveva riconosciuto i militari che, per la seconda volta in pochi mesi, erano tornati a rubare alla missione. Chi ha ucciso fratel Antonio era stato visto il giorno prima, nello stesso luogo, a informarsi sui movimenti dell’italiano. Allo stesso modo, alcuni sconosciuti chiedevano quando sarebbero tornate le suore, i giorni precedenti all’imboscata di Gihiza.
Ma secondo altri (per prima la comunità internazionale) «sono casi isolati di banditismo, senza nessuna relazione tra loro»; a scopo di furto, è la tesi più accreditata, quando invece i religiosi non avevano soldi addosso. Addirittura si sente dire: «Le vittime viaggiavano a orari non conformi alle norme di sicurezza, nei quali il governo burundese non può garantire la protezione degli stranieri».
Questi sono i ragionamenti di chi vuole archiviare il caso e non creare problemi ai propri partner governativi. I media locali non danno spazio a questi gravi fatti (soprattutto il secondo passa sotto silenzio) e gli operatori umanitari di Nazioni Unite e organismi inteazionali non ricevono (tranne quelli italiani) particolari consegne di sicurezza.

Tra i religiosi e volontari italiani si accusa il colpo. Molta tristezza, condivisione, ma anche un po’ di remissione: «È la vita dei missionari», confida un’anziana suora. «Vanno bene i martiri, ma vogliamo pure giustizia», replica un missionario laico.

Marco Bello




Con quel sorriso all’americana

Se si va fuori tema

Eros Benvenuto su Missioni Consolata di dicembre s’indigna, perché al meeting di CL è stato applaudito Berlusconi. Domanda: uguale costeazione sarebbe scaturita se sul palco fossero saliti altri imprenditori, come Agnelli o Moratti? Inoltre che cos’è questo vituperato neoliberismo? È chiaro che, per i citati imprenditori, si tratta di capitalismo.
Al capitalismo è ascrivibile il benessere di massa dei popoli occidentali, i quali (pur fra ingiustizie e squilibri) da circa 50 anni mangiano carne tutti i giorni e vestono con garbo. Anche le cattedrali del medioevo sono frutto dello sviluppo dei commerci e delle manifatture del tempo: Giotto o Aolfo non avrebbero mai realizzato le loro opere senza gli intraprendenti capitalisti dell’epoca.
L’Italia invia soldati in Bosnia, Kosovo, Africa… con ingenti risorse. Non sono molte le nazioni che lo fanno. Solo i paesi ricchi possono permettersi di essere generosi. I mali del mondo possono arrivare con o senza capitalismo, ma sicuramente allignano meglio dove c’è miseria.
Pur non amando Berlusconi, ho intuito che l’odio che egli suscita in molti gonzi non deriva dal fatto che è ricco, ma solo perché osa rompere l’ipocrisia catto-comunista che demonizza la ricchezza: egli rivendica il diritto-dovere di coltivare nel migliore dei modi l’impresa economica, e lo fa con un «sorriso all’americana» che ferisce l’aura sacerdotale dei piagnoni e menagramo.
La sinistra invoca pane, lavoro e aumenti di stipendio. Signor Benvenuto, conosce lei un modo per dare lavoro alla gente senza sufficienti imprese? Ipocrisia massima, quella della sinistra, perché finge di ignorare che, nel moderno capitalismo, l’esistenza dell’impresa non può che derivare da lavoro e sviluppo per molti. Ipocrisia massima, perché si contrappone il «pubblico» (buono) al «privato» (cattivo). Oggi solo i bigotti non si accorgono che in Italia le cose pubbliche sono la più massiccia e illegale privatizzazione a favore dei mille e mille clienti della politica; questi dilapidano le risorse della nazione e coltivano il parassitismo di massa.
Se non sono scemo del tutto, mi pare d’aver capito che la concorrenza è mondiale e che i margini di sopravvivenza sul mercato planetario sono sempre più stretti, con grave rischio delle stesse imprese. Constato che il più contento, in un mondo senza concorrenza, sarebbe il famoso padrone, i suoi operai e tecnici. È un meccanismo economico privo di senso? Senz’altro. Esiste allora un’autorità mondiale capace di imporre a tutti, contemporaneamente, un ordine più umano? Non c’è.
E quell’azienda che smettesse di correre col passo imposto dall’equilibrio mondiale, hic et nunc sarebbe fuori dal mercato, sostituita da qualche giapponese o australiano. Le imprese per vivere hanno bisogno di meno vincoli e tasse: ecco il neoliberismo, cioè il capitalismo di quest’epoca matura. Tutte le imprese vi si adeguano senza clamore.
«Multinazionale» è una qualifica che si acquisisce quando l’impresa estende la sua azione fuori del confine nazionale. Ma c’è multinazionale e multinazionale: è innegabile che alcune impongano scelte ai governi. Ma allora, più che con le multinazionali (che fanno il loro mestiere), prendetevela con i governi, i partiti e i singoli politici immeritatamente eletti a rappresentare l’interesse generale.
Così avviene nell’Unione Europea, che non perde occasione di assecondare gli interessi forti, come è stata la direttiva nel marzo 2000, che consente di produrre cioccolato con surrogati sintetici del burro di cacao, a danno dei paesi africani che nel cacao hanno le uniche risorse. Il parlamento europeo ha una schiacciante maggioranza di sinistra.
Caro Benvenuto, non sono né nato ieri, né sono cieco. Il mondo è pieno di violenza e truffe legalizzate, specie il terzo e quarto mondo. Il vero problema è che a quei paesi manca un sufficiente ceto medio, che sappia creare un sufficiente tessuto produttivo e imprenditoriale, che al tempo stesso porterebbe sviluppo a (quasi) tutti e democrazia più sostanziale. Mancano tanti «berlusconcini». La ricchezza si genera con la ricchezza, non con la miseria. Non le va bene, Benvenuto? Foisca lei la medicina. Ma che non sia l’unilaterale rinuncia di un paese alla ricchezza, alla prosperità, alla storia; che non sia una suicida uscita dalla capacità competitiva mondiale.
Qui entra in ballo la distinzione tra politica e individuo. In una persona è nobile la rinuncia alla ricchezza e la scelta del sacrificio. Ma guai a chi impone tali valori a tutti per via politica! Egli sarebbe un nuovo tiranno… Non esiste impegno politico senza perseguire il benessere materiale del popolo amministrato.
Ricuso poi in toto l’intervista al presidente Violante (ancora Missioni Consolata, dicembre 2000): mi vergogno di imbattermi in simili monumenti all’ipocrisia e demagogia. Si scandalizza perché la distanza tra paesi ricchi e poveri aumenta a forbice, indugiando sterilmente «sulle colpe dell’occidente», quando la colpa della miseria di tanti paesi è nelle loro classi dirigenti, che intercettano e sprecano le risorse. È evidente che la forbice non può che aumentare, perché, mentre i poveri hanno uno sviluppo zero o quasi, i ricchi vanno avanti in ricerca tecnologica, produzione e servizi.
Soprattutto non sopporto chi colpevolizza i cittadini dei paesi ricchi, cioè noi, come se il nostro essere ricchi fosse un «regno di bengodi», quando invece sappiamo che, accanto allo stereo-video-computer del nostro salotto, c’è fatica quotidiana, il mutuo da pagare, l’accompagnare i figli, le tensioni nel lavoro. Vi sono spesso solitudine e sofferenza. E tanta violenza dello stato che pretende, ma getta follemente dalla finestra.
Insomma, cari signori, volete la ricchezza degli italiani o la povertà? Io scelgo la ricchezza economica, che non può che favorire la maturazione sociale e culturale, la generosità verso i più sfortunati.
Ritornando a Violante, l’intervistatore e l’intervistato, prigionieri dei loro schemi pauperisti e terzomondisti, giocano ad un rimpiattino inconcludente: il primo chiede se sia giusto intervenire militarmente e il secondo risponde che non è giusto, che però è indispensabile. Siate almeno logici!
Vi sta a cuore la sofferenza di questo e quel paese? Allora intervenite, sostituitevi al ducetto locale e gestite come ritenete più produttivo le risorse, che dopo tutto sono vostre (nostre). Altrimenti, se dovete alimentare i mille ras del terzo mondo (solo per rispettare l’autonomia degli stati) è meglio stare a casa.
Si chiama neocolonialismo e vi stracciate le vesti?
Luigi Fressoia – Perugia

Eros Benvenuto non si è indignato per l’applauso a Berlusconi, ma perché il battimano è venuto dagli stessi giovani che, poco prima, avevano applaudito il papa. La differenza è sostanziale. Infatti una cosa è la dottrina sociale del papa… un’altra quella del cavaliere.
Il suo interessante intervento, signor Fressoia, è quindi fuori tema, compresi gli insulti.

Nessun partito!

S ono un ex allievo dei missionari della Consolata, dei quali conservo un bel ricordo. Spero anche di essere un buon cristiano. Ma ho convinzioni politiche di centro-destra: è peccato? Se dovessi dare credito a ciò che scrive Eros Benvenuto direi di sì.
Io non chiedo che Missioni Consolata passi dalla mia parte, ma mi sembra lecito sperare che non faccia distinzioni fra i leaders di centro-destra e quelli di centro-sinistra.
Il neoliberismo potrà forse essere una colpa, ma la dottrina sociale degli attuali governanti fa acqua da tutte le parti, al di là delle belle parole di Violante. Si deve ricordare al signor Benvenuto che, negli ultimi cinque anni, i poveri sono aumentati anche in Italia e i ricchi… pure!
Il mio è un modesto parere, del quale probabilmente lei non terrà alcun conto. Sappia comunque che io condividerò sempre le battaglie della rivista in favore degli ultimi del mondo. Non mi piacerebbe, tuttavia, che ad esse fosse associata in Italia una precisa idea politica, in un momento in cui l’atteggiamento caramelloso di certi capi fa presumere che «tutto va bene e tutto fa brodo».
Luigi Trobbiani – Roma

Missioni Consolata non sposa i partiti politici. Però deve giudicare «i segni dei tempi», specie se sono contro i poveri. Se non lo facesse, sarebbe ipocrita (cfr. Lc 12, 56).

Una voce fuori dal coro

È una piacevole sorpresa Missioni Consolata. È uno spaccato dell’omonimo istituto, che per i torinesi (e non solo) rappresenta un riferimento storico ed un esempio di come si possa vivere il vangelo radicandolo tra le persone con semplicità. Questa è diventata una dote rara in un’epoca in cui ogni messaggio è urlato, super-invasivo e suadente, come i mega manifesti, correlati di faccione, che tappezzano le nostre città promettendo cose vane con slogan degni di una campagna pubblicitaria per detersivi.
La rivista è una piacevole sorpresa, perché ho apprezzato il dibattito sulla globalizzazione. Una scelta coraggiosa, non solo perché fa riflettere (cosa non da poco in un’epoca dove tutto è banalizzato), ma anche perché è una voce fuori dal coro.
Dopo la fine del dualismo politico «Usa-Urss» e ideologico «capitalismo-comunismo», avvenuto con il crollo del muro di Berlino, ha preso piede un’unica ideologia o religione mondiale: questa, lungi dal rispondere ai bisogni delle persone, ha aumentato in modo esponenziale gli esclusi. Il neoliberismo è osannato come l’unica vera via verso la crescita economica costante (valore insindacabile per i fautori della nuova religione); e, naturalmente, può essere solo di tipo euro-statunitense. Nessuno osa dissentire.
Questo sta portando all’eliminazione delle tutele sociali che hanno reso l’Europa con il minor numero in percentuale di poveri nel mondo e con la qualità di vita più alta. Intanto gli Stati Uniti, con oltre 40 milioni di poveri e il debito pubblico più alto del mondo, sono presi come riferimento. Non solo. Essendo il mondo occidentale l’area più potente del pianeta sta estendendo il dominio e l’ideologia, con l’ausilio della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, in tutti i continenti.
Il messaggio sembra essere: «Voi avete sbagliato tutto, solo noi siamo democratici e sviluppati. Quindi diventate come noi». Come se il sottosviluppo fosse colpa dei poveri! Sembra che la natura abbia beffardamente relegato tutte le risorse naturali (che hanno permesso alle nazioni del nord di svilupparsi) in paesi poveri abitati da ignoranti e governati da dittatori miopi e sanguinari.
È urgente comprendere il presente nella sua complessità, denunciare le mistificazioni senza timori reverenziali, per pensare ad un futuro che metta l’uomo al centro delle priorità del mondo politico e che i bisogni basilari diventino diritti fondamentali.
In Italia si sente l’esigenza di «voci fuori dal coro», che si elevino al di sopra dell’attuale dibattito politico, fatto di schiamazzi, slogan razzisti e populisti. Questo, visti gli attentati al duomo di Milano e a il manifesto, può far ricadere il paese nella violenza e in un periodo buio che pensavamo finito.
Missioni Consolata, prosegui sulla strada intrapresa. Grazie.
Luca Graziano – Torino

aa.vv.