DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Silenzio. La guerra è finita

Esattamente un anno fa il governo Putin dichiarò la vittoria delle truppe russe sui «terroristi» ceceni. Ma la guerra che Mosca nega e il mondo non vuole vedere continua più violenta che mai. Oggi, l’unica cosa sicura sono le atrocità di cui tutti i contendenti portano la responsabilità. La prima vittima di questa situazione è la popolazione civile, che deve subire le vessazioni dell’esercito, dei nazionalisti e dei banditi. Nel silenzio e nell’indifferenza, perché (come dicono le autorità moscovite, i giornali e la televisione) la guerra è finita.

Immaginatevi uno scenario di questo genere. Visto l’imperversare delle cosche mafiose in Sicilia, la cui attività criminale si fa sempre più aggressiva (rapimenti, attentati, omicidi, racket della droga), il governo italiano decide d’iniziare in quella regione una vasta operazione anti-mafia, con l’uso dell’esercito e di tutti i possibili mezzi militari.
L’intento è di annientare i mafiosi, bombardandone i covi, reali o presunti, senza risparmiare le abitazioni vicine o, addirittura, villaggi e città. Pian piano si stringe il cerchio intorno a Palermo, dove i mafiosi oppongono una strenua resistenza. Infine la città viene presa, le bande mafiose in rotta vengono spinte verso il montagnoso entroterra e si dichiara vittoriosamente terminata la campagna anti-mafia.
Immaginate che i militari, mandati a ripulire i villaggi da eventuali mafiosi rimasti nascosti, si abbandonino a saccheggi, violenze indiscriminate sui civili, brucino case, ammazzino, portino via gli uomini e che, quando i parenti delle vittime tentano di ottenere giustizia, la procura si rifiuti sistematicamente d’indagare.
Fate un ultimo sforzo. Immaginate che gli italiani abbiano accolto le notizie delle operazioni militari in Sicilia con grande soddisfazione, che radio, televisioni e giornali siano unanimi (salve rare eccezioni) nel sostenere le ragioni del governo…
L’OPERAZIONE
«ANTI-TERRORISTICA»
Un anno fa la nostra cronaca degli avvenimenti in Cecenia si era interrotta al 6 febbraio (vedi Missioni Consolata, marzo 2000), giorno in cui fu annunciata la liberazione di Groznyj da parte dell’esercito federale. L’improvvisa fuga dei guerriglieri ceceni dalla capitale aveva colpito tutti di sorpresa. Si è, poi, venuto a sapere che cosa era accaduto: ai capi guerriglieri era stata fatta pervenire la falsa notizia che avrebbero potuto comprare dai militari una via d’uscita da Groznyj verso le montagne, lungo un percorso prestabilito.
Il corridoio «di salvezza» passava, in realtà, per campi minati e conduceva nella pianura a ovest di Groznyj, in precedenza dichiarata dalle autorità russe «zona di sicurezza», verso alcuni villaggi, dove i guerriglieri dovevano arrivare indisturbati per poi essere accerchiati e annientati dall’esercito. L’aviazione e l’artiglieria hanno colpito i villaggi che si trovavano lungo quel percorso. I guerriglieri hanno subito perdite, ma molte di più sono state le vittime tra i civili.
In ogni caso, il tentativo di sbarrare ai guerriglieri la strada verso le montagne non è riuscito. Il 5 marzo a Komsomol’skoe i militari sono effettivamente riusciti a intrappolare un cospicuo gruppo di guerriglieri al comando di Ruslan Gelaev, infliggendo loro perdite ingenti. Questa volta il villaggio era stato preventivamente evacuato, ma gli abitanti sono stati bloccati in un campo poco distante e tenuti per alcuni giorni all’addiaccio, senza ripari e senza cibo, mentre sulle loro teste volavano i proiettili; si trovavano, infatti, tra i due fuochi.
Il 14 marzo è stato preso il famigerato capo guerrigliero Raduev; il temibile Shamil Basaev aveva lasciato una gamba su una mina mentre usciva da Groznyj. Tutto ciò ha fatto sì che a metà marzo 2000 l’«operazione anti-terroristica» venisse per l’ennesima volta dichiarata conclusa.
Non dimentichiamoci che il 26 marzo ci sono state le elezioni presidenziali, stravinte da Vladimir Putin, allora presidente ad interim, grande sostenitore della campagna cecena. Anche nella «pacificata» Cecenia le elezioni si sono svolte regolarmente. Ce lo ha mostrato la televisione.
Ma non si erano ancora spenti i festeggiamenti per la vittoria di Putin, che è giunta la notizia di un’imboscata tesa dai guerriglieri a una colonna russa.
La guerra continuava.
E IL POPOLO PAGA
Il conflitto ha assunto sempre di più la forma di una guerra partigiana. Secondo stime ufficiali, nella «pacificata» Cecenia ogni settimana muoiono più di venti militari, vittime di attacchi kamikaze, bombe, agguati, mine.
Ma di gran lunga maggiore è il numero di vittime tra i civili. Dall’inizio delle ostilità è stato subito chiaro che nessuna delle due forze in campo si preoccupa della sicurezza della popolazione: i guerriglieri collocano le proprie postazioni vicino ai villaggi, l’esercito li bombarda indiscriminatamente. Con la guerra partigiana i civili hanno cominciato a morire per gli scontri che avvengono a seguito di attacchi a posti di blocco o a basi militari in prossimità o all’interno dei centri abitati. Inoltre, sono iniziati gli attentati a veri o presunti collaborazionisti: sono stati uccisi diversi capi delle amministrazioni locali; il 22 ottobre a Groznyj un’auto-bomba parcheggiata accanto a un edificio del Ministero degli interni ha ucciso 17 civili che si trovavano negli uffici per normali pratiche amministrative. È un segno di debolezza. I guerriglieri non hanno l’appoggio del popolo, per cui ricorrono al terrore verso chiunque abbia contatti di qualsiasi genere con le strutture federali.
Ma molto più brutale è il comportamento dei militari russi nei confronti della popolazione civile.
LE OPERAZIONI
DI «RIPULITA»
Nel gergo militare russo esiste il termine zachistka, «ripulita», a designare il controllo dei documenti, casa per casa, che si effettua quando si vuole verificare che in un villaggio o in un quartiere non si nascondano criminali. Si tratta di un’operazione che in Cecenia presenta enormi pericoli. Per i civili. Può capitare quello che è avvenuto il 5 febbraio 2000 nel villaggio di Novye Aldy, alla periferia di Groznyj.
Quando vi sono entrati i russi, i guerriglieri avevano ormai abbandonato la zona. Nel corso della zachistka, durata alcune ore, i militari hanno ucciso, picchiato, rubato indisturbati, lasciando dietro di sé un pesante bilancio di morti: 46 quelli accertati.
È agghiacciante leggere le testimonianze dei sopravvissuti: i soldati si sono accaniti contro donne, ragazzi, vecchi; hanno ucciso invalidi, hanno finito i feriti (il villaggio era stato in precedenza bombardato più volte) con incredibile cinismo, accompagnando le loro gesta col turpiloquio e le ingiurie più umilianti. Una violenza del tutto gratuita: nessuno li aveva minacciati, gli abitanti non aspettavano altro che uscire dai rifugi e riprendere le loro attività. «Uccidevano, bruciavano la gente senza chiedere i documenti. Chiedevano soprattutto soldi e oro, poi sparavano», ha detto Marina Ismailova, abitante del villaggio, ai rappresentanti di Memorial (vedi box). Poi davano fuoco ai corpi o alla casa.
Anche senza arrivare a tali eccessi, è diventata pratica quasi di routine condurre la zachistka in questo modo: prima si abbatte la porta della casa; poi si lancia una granata all’interno, facendola seguire da una raffica di mitragliatrice; infine si procede ad accertare l’identità degli abitanti.
In Cecenia le «ripulite» sono all’ordine del giorno. Non sempre si concludono così tragicamente come a Novye Aldy. Dipende dal grado di sobrietà dei soldati. Può andar bene come può andar male. Allora ci scappano i morti, a volte tanti morti, come nel quartiere Staropromyslovskij di Groznyj, il primo ad essere occupato dalle truppe federali nel gennaio 2000, dove sono stati uccisi decine di civili rimasti nelle loro case.
PRESUNZIONE
DI COLPEVOLEZZA
C’erano già durante la prima guerra cecena. Gli uomini dai 10 ai 60 anni vengono considerati tutti potenziali guerriglieri e possono, quindi, essere fermati per accertamenti.
Il fermo può avvenire a un posto di blocco, durante una zachistka o durante un’operazione militare. Gli uomini vengono portati via senza che ai congiunti siano date spiegazioni: perché, dove, per quanto tempo. Di regola non si sa neanche da chi sono stati prelevati, perché i militari indossano per lo più tute mimetiche, senza segni di riconoscimento che permettano di capire a quali delle diverse formazioni militari e di polizia presenti sul territorio ceceno appartengano.
Chi si sarà portato via tuo padre, tuo figlio, tuo fratello? I corpi speciali del ministero dell’Inteo? Un reparto di soldati del ministero della Difesa? Un gruppo di kontratniki, come vengono chiamati i soldati mercenari? Per i congiunti incomincia una lunga ricerca presso luoghi di detenzione e i diversi comandi militari; per il prigioniero comincia una via crucis che può finire con la morte.
Il sistema del «filtraggio» presuppone che ci siano elenchi di persone ricercate, dossier sulla base dei quali stabilire l’eventuale appartenenza a bande armate. In realtà non esiste niente del genere. Una volta che sul torso non sono stati rilevati segni evidenti di porto d’armi, non rimane che la confessione del prigioniero. Siccome per tutti i ceceni vale la presunzione di colpevolezza, la confessione deve essere estorta con le botte e la tortura.
Nei campi di «filtraggio» (in russo: fil’tracionnye lagerja) lavorano, tra l’altro, picchiatori e torturatori di professione: sono gli specialisti della «Direzione centrale esecuzione castighi» (Guin) del ministero della Giustizia. Ma prestano la loro opera anche i soldati. Gli scampati se li ricordano spesso ubriachi fradici. I prigionieri vengono ammassati in celle sovraffollate, picchiati di giorno e di notte, sottoposti a ogni genere di soprusi, minacciati, ingiuriati nel peggiore dei modi, tenuti senza mangiare e senza bere. Non pochi muoiono per le botte e le torture. Se il prigioniero ha dei familiari che riescono a sapere dove si trova e sono disposti a pagare un riscatto, costui alla fine viene liberato, altrimenti, peggio per lui. Di altri sono stati ritrovati i corpi, frettolosamente sotterrati, con segni di torture e di una morte violenta.
IMPUNITÀ ASSOLUTA
In Cecenia non è possibile avere giustizia, perché regna l’arbitrio più totale. L’assassino, il torturatore, il violentatore, lo sciacallo hanno piena coscienza della propria impunità: sanno che non verranno perseguiti per i propri crimini. Per lo meno, così è stato fino ad oggi. In Cecenia non funzionano i tribunali; quelli di altre repubbliche della Federazione Russa affermano di non avere giurisdizione sul territorio ceceno. In alcuni casi i parenti delle vittime si sono rivolti alla corte di Strasburgo; altri hanno presentato denuncia direttamente al Rappresentante speciale del presidente della Federazione Russa per il rispetto dei diritti dell’uomo e del cittadino in Cecenia. Egli stesso ha affermato di aver ricevuto 4.000 esposti per crimini contro la persona commessi dalle forze armate russe. Solo in una ventina di casi sono state avviate indagini. Di solito la procura si rifiuta di procedere, affermando che il fatto non sussiste, o che non ci sono gli elementi sufficienti. Comunque sia, non è noto neanche un caso in cui i colpevoli siano stati trovati e condannati.
SPARIZIONI E CORRUZIONE
Uno dei principali scopi dell’«operazione anti-terroristica», iniziata da Mosca nell’autunno 1999, era di porre fine all’industria dei rapimenti, che aveva assunto proporzioni massicce e di cui soffrivano in primo luogo gli stessi ceceni.
Le autorità russe hanno, però, trascurato il fatto che il mercato d’uomini è cominciato proprio durante la prima guerra cecena, quando i militari russi erano soliti vendere a caro prezzo la liberazione di un prigioniero, o il rilascio da un campo di filtraggio. Venivano, addirittura, venduti i corpi degli uccisi. Oggi in Cecenia le persone continuano a sparire, non rapite da banditi o terroristi, ma fermate da coloro che conducono l’operazione anti-terroristica.
Altro encomiabile proposito di Mosca: restaurare la legalità, debellare la corruzione e il malaffare. Oggi, per attraversare i numerosi posti di blocco, bisogna essere disposti a pagare un balzello: 10 rubli, circa 800 lire. Non è molto, ma i posti di blocco sono tanti, soprattutto nelle zone più sicure, dove i soldati possono permettersi di essere più arroganti. I posti di blocco cominciano a diradarsi e i soldati a farsi più cauti nelle zone meno sicure. Se rifiutate di dare i 10 rubli di mancia alla sentinella, state certi che non ripartirete tanto presto: cominceranno gli accertamenti sulla vostra macchina e sulla vostra identità. Per farlo bisognerà, ad esempio, consultare un computer, che però, vista la mancanza di energia elettrica, difficilmente potrà dare un responso in breve tempo.

KALASHNIKOV E MINE:
PREZZI IN DISCESA
Da quando è cominciata la seconda guerra cecena, i prezzi delle armi al mercato nero sono scesi: è diventato più facile rifoirsene dai russi. Prima un kalashnikov costava 400 dollari, adesso appena 100, una mina adesso costa 3 dollari e mezzo, altrettanto una granata. A proposito, c’è qualche militare burlone che ai familiari di persone trattenute nei luoghi di «filtraggio» propone un escamotage: se si consegnano le armi, il congiunto potrebbe passare per guerrigliero pentito. E il militare si dichiara disposto a vendere il suo kalashnikov.
Inutile dire quanto la pratica dei bombardamenti indiscriminati, delle zachistke, dei campi di filtraggio possa giovare a riportare la pace nel paese e favorire il legame tra russi e ceceni. È stata seminata una tale quantità di odio, da bastare per qualche generazione.
Altro obiettivo del governo Putin era la lotta senza quartiere contro i banditi. Ma anche su questo punto ci sono ragionevoli dubbi. La banda del sanguinario Arbi Baraev è uscita illesa da Groznyj, per lo stesso corridoio lungo il quale qualche giorno dopo gli altri guerriglieri avrebbero trovato le mine; la sua famiglia continua a vivere indisturbata ad Alkhan Kala; anche lui vi soggioa, allontanandosene, però, prima dei controlli. Il fratello è stato visto attraversare senza problemi un posto di blocco su una jeep nuova di zecca. C’è chi apertamente afferma che egli sia un agente della FSB (i servizi di sicurezza).
D’altra parte, anche l’operazione più perfetta fallisce quando c’è la corruzione. Se un guerrigliero dovesse finire in un campo di filtraggio saprebbe subito come uscie. Basta pagare. Lo stesso vale per i posti di blocco.
Intanto, da settembre ha ripreso il flusso dei profughi in Inguscetia: chi non ha fatto tempo a ricostruirsi la casa non può affrontare l’inverno senza un tetto. E, poi, in Cecenia gli aiuti umanitari arrivano più difficilmente, senza contare che si rischia la vita ogni giorno. Ci sono stati casi di profughi rientrati che hanno trovato la morte durante una zachistka, o per una bomba o per pallottole vaganti.
Anche nei campi profughi la sopravvivenza è a rischio per i più deboli a causa del freddo, delle malattie, della denutrizione. È stata più volte sospesa la distribuzione di pasti caldi e di pane. Il governo non ha soldi.
LA GUERRA
O L’URGENZA DELLA VITA?
Sono passati parecchi anni da quando, con la perestrojka, la Russia ha cominciato a leggere del proprio recente passato, a stupirsi, a sbiancare per le terribili cose che erano avvenute. Non solo nei lontani lager, ma dietro l’angolo di casa, nelle carceri cittadine, nei boschi fuori città, luoghi di esecuzioni sommarie e fosse comuni. Il lettore è stato investito da una valanga di documenti, testimonianze, memorie; ha letto, e poi… si è stancato. Aveva capito la lezione.
Bisognava chiudere il capitolo e andare avanti. La vita urgeva. Le giovani generazioni non avrebbero ripetuto i tragici errori dei padri, che avevano tollerato, taciuto, che si erano tappati occhi, orecchie, bocca ed erano, infine, caduti nella fossa scavata per loro.
Quando è iniziata la prima guerra cecena, qualcuno si è mobilitato. Si è creato un movimento di opposizione al conflitto. Pareva il pallido inizio di una nuova vita. Poi è iniziata la seconda guerra cecena. Ed è calato il silenzio.

Biancamaria Balestra