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CONGO – Dopo cena, sotto la “pailotte” e altrove

Il fiore all’occhiello della diocesi di Wamba?
Senz’altro il Centro di pastorale:
perché radica la fede cristiana nel contesto africano,
sprona la persona allo sviluppo integrale,
educa alla pace in un paese in guerra…
Il Centro si avvale del contributo della tedesca «Missio»,
ma anche della solidarietà di amici italiani e colombiani.
Fra i colombiani, tanto di cappello ad Alonso, missionario della Consolata.
Il quale ha lanciato pure «Radio Nepoko».

A Wamba, nel nord del Congo, mi sono sistemato in una cameretta infestata da mosconi. Ho subito scambiato due battute con i missionari: l’infaticabile Enrico Casali (a dispetto dei by pass al cuore e della rimozione di un rene) e il vulcanico Angelo Baruffi. «Alonso dov’è?» domando, mentre i padri mi intrattengono con una tazza di tè. «Lo vedrai a pranzo».
L’orologio segna le 11. In attesa della chakula (cibo) di mezzogiorno, mi aggiro nei dintorni della missione… quand’ecco apparire, su un viale in terra rossa, una moto. Mi fermo e, quasi subito, dico: «Tu sei Alonso, suppongo». «In persona». Ci abbracciamo come vecchi amici, anche se è la prima volta che ci incontriamo.
Alonso Jesús Alvarez, 38 anni, in t-shirt verde e jeans marrone, è un missionario della Consolata colombiano. È in Congo da sette anni e prete da otto. A Roma si è specializzato in tecniche della comunicazione e giornalismo.
«Quella è senz’altro l’antenna di Radio Nepoko – affermo puntando il dito, mentre camminiamo verso casa -. Come va?». «Caro collega, non sarà meglio parlarne, seduti, dopo pranzo?».
Non solo catechismo
Causa imprevisti, non ci incontriamo dopo pranzo, bensì dopo cena, all’aperto, sotto la paillote (tettornia di paglia), fra il ronzio di non pochi insetti, attratti dalla luce di una lampadina. «Temi le zanzare?» mi provoca Alonso. «E tu no?» replico prontamente. Ne scaturisce una risata cordiale e fragorosa, specie nel colombiano.
Prima dell’incontro, ho raccolto alcune informazioni su Wamba, sede dell’omonima diocesi (con la presenza del vescovo Janvier Kataka) e l’annesso Centro di pastorale, di cui Radio Nepoko è parte integrante.
«Al mio arrivo in Congo – spiega padre Alonso – il Centro era solo una scuola per catechisti. Ogni parrocchia inviava qualche candidato; questi risiedeva al Centro, con moglie e figli, e apprendeva il “mestiere”; terminato il curriculum, ritornava alla propria comunità».
Ma in Africa i catechisti non si limitano solo all’insegnamento della dottrina cristiana. Essi sono i factotum nel villaggio: organizzano e presiedono la liturgia domenicale senza il sacerdote, seguono i catecumeni, controllano i ragazzi della scuola, visitano i malati, dirimono le contese. Di fronte a tante mansioni ed esigenze, il «Centro di catechesi» ha mutato identità, per divenire «Centro di pastorale». Una struttura più articolata e complessa.
La svolta risale al 1995, quando la diocesi ha effettuato un’analisi accurata della realtà, in preparazione anche al suo centenario del 2004… Al presente il Centro di pastorale, mentre continua a formare catechisti, attende pure alle comunità di base, ai movimenti laicali, allo sport, nonché ai ritiri ed esercizi spirituali dei sacerdoti congolesi, dei missionari, delle suore. Il Centro è un laboratorio di idee: organizza e stimola le attività delle commissioni diocesane per «l’inculturazione del vangelo», «la giustizia e pace», «l’impegno dei giovani».
Il Centro spalanca le porte a tutti, offrendo le sue strutture: un salone per le assemblee generali e diverse aule per i lavori di gruppo; in alcune casette, indipendenti, possono peottare fino a 50 persone.
La struttura si avvale del finanziamento dell’organizzazione cattolica tedesca Missio e di alcuni gruppi di solidarietà italiani e colombiani. Ma i congolesi che se ne servono non si presentano a mani vuote: foiscono il fabbisogno di riso e olio.
Direttore del Centro di pastorale di Wamba è padre Alonso Jesús Alvarez.
voglia di formazione
Gli zairesi-congolesi hanno stornicamente sopportato la trentennale e barbara dittatura di Mobutu. Inoltre hanno patito due guerre; la seconda (che dall’agosto 1998 ha mietuto circa 2 milioni di vittime) è in corso. «Nonostante le difficoltà – afferma padre Alonso -, la gente ha capito che una risposta ai suoi mali è la formazione. In tale senso il Centro di pastorale è prezioso».
«Qual è la frequenza ai corsi di formazione proposti dal Centro?».
«Se inviti, per esempio, gli infermieri ad un recyclage – risponde il colombiano -, li hai tutti: camminano magari per 50-100 chilometri… anche per fermarsi solo pochi giorni».
È così grande la voglia di formazione che si supera ogni ostacolo. Neppure la guerra ferma i corsisti del Centro. Un catechista (con moglie e tre figli) ha percorso a piedi 280 chilometri, pur di attendere ad alcune settimane di studio.
D’altro canto, anche il personale del Centro raggiunge i villaggi. Vi sono maestri, colpiti da malaria o reumatismi, che si sobbarcano 40 chilometri: pedibus calcantibus naturalmente, perché le auto sono come… l’iperuranio di Platone. Si è fortunati, c’è il vélo, la bici, che è sempre più veloce dell’«asino di san Francesco».
«Padre Alonso, circa l’evangelizzazione, ci sono iniziative particolari?».
«Tutto il Centro è evangelizzatore. Tuttavia in diocesi, per parecchio tempo, è mancato un vero progetto di evangelizzazione. Oggi qualcosa sta muovendosi, grazie alla presenza di persone più qualificate: alcuni preti congolesi hanno studiato in Europa; gli ultimi missionari recano nuove idee. Si sta passando da una pastorale formalista ad una più contestualizzata: ecco l’importanza dell’analisi della realtà socioculturale, della promozione integrale dell’uomo».
A Wamba la chiesa sta diventando «famiglia di Dio», come ha raccomandato il Sinodo per l’Africa. E i risultati si vedono: i giovani, ad esempio, parlano maggiormente di Gesù quale loro compagno di viaggio e maestro di vita… La diocesi ha anche una commissione per lo sviluppo. Ieri il catechista era l’«esperto» su Dio; oggi conosce pure i problemi dell’uomo.
L’impotenza della gente
In un villaggio ho visto un ragazzo attaccato ad una scassata e gracchiante transistor; e ripeteva a voce alta ad alcuni anziani le notizie sull’andamento della guerra.
«La popolazione segue le vicende del conflitto con angoscia e fatalismo – commenta padre Alonso -. I mezzi di informazione sono scarsissimi. Ciò nonostante, la politica del governo di Kinshasa, l’azione dei ribelli, la presenza delle truppe straniere… sono temi su cui tutti discutono. Se chiedi alla gente che cosa è capitato durante la settimana, ottieni risposte precise: mi riferisco in particolare agli insegnanti. Spesso (è vero) si tace: come il malato che non ama parlare del suo male, pur avvertendone il dolore. Il popolo è stanco della violenza. C’è una grande sfiducia, ma anche un’enorme attesa. La gente aspetta, aspetta…».
«Aspetta che cosa?».
«Ovviamente la fine delle ostilità, la pace. Alcuni dicono: siamo poveri e impotenti, non abbiamo fucili, non sappiamo fare la guerra, stiamo a vedere…».
Non scorgo più il viso intenso dell’interlocutore, né il corrugarsi della sua fronte preoccupata. La foltissima capigliatura nera di Alonso si confonde con la notte. La lampadina della paillote è stata spenta, perché bisogna risparmiare il diesel che alimenta il generatore elettrico.
Con l’oscurità, gli insetti si sono allontanati, ma sono aumentate le malariche zanzare. Alonso si schiaffeggia le braccia nude per acchiappae qualcuna, ebbra del suo sangue. Dopo un istante di silenzio, il missionario quasi intima: «Entriamo in casa».
«Buona notte».
«Di già? Sono appena le 21!» risponde Alonso illuminando l’orologio con una torcia a pile.
la nuova avventura
Il colombiano sorseggia una spremuta di arancio nel suo ufficio, alla luce di una lampadina di pochi volt, alimentata da batteria. E prosegue: «Non volevi sapere qualcosa anche su Radio Nepoko?».
Nella regione funzionava una radio importante, gestita dalla chiesa cattolica. Ma il regime dispotico di Mobutu ne fece un boccone… Oggi che Wamba abbia una «sua» emittente è un avvenimento straordinario. L’avventura è iniziata con un apparecchio di 250 volt, che copriva solo un quarto della diocesi.
«Io sono giunto a Wamba subito dopo l’inizio della radio – racconta padre Alonso – con l’incarico di allargae il raggio di ricezione. Mi sono messo al lavoro con 8 persone, che non sapevano neppure che cosa fosse un microfono. Ancora una volta si imponeva il problema della formazione. Lentamente abbiamo creato una rete di 70-80 volontari, divenuti presto allievi di radiofonia e comunicazione. Dopo tre mesi di studio faticoso, abbiamo elaborato il progetto organico di Radio Nepoko».
Il progetto si articola in quattro sezioni: evangelizzazione, sviluppo, cultura e spettacolo. Ogni sezione si prefigge obiettivi precisi da raggiungere con programmi adeguati.
«Con quali risultati?».
«Buoni, sia a livello tecnico che di contenuto. Abbiamo fatto miracoli. Senza elettricità, si lavora con un gruppo elettrogeno. Ma i costi sono elevatissimi, perché dobbiamo importare il carburante personalmente par avion».
L’emittente Nepoko è soprattutto la radio della comunità.Tutti vi possono accedere, per discutere di tutto. I giornalisti (si fa per dire) partono con i poveri mezzi a disposizione e raggiungono i villaggi: intervistano donne e uomini, vecchi e bambini; colgono i rumori della foresta, il canto degli uccelli, le danze dei giovani, le preghiere di tutti.
«Così siamo giunti a cinque ore di trasmissione al giorno: due al mattino e tre nel pomeriggio. Abbiamo documentato e commentato tre anni di vita zairese-congolese, durante i quali abbiamo vissuto due guerre».
«Alonso, soffermati sul tuo ruolo a “Radio Nepoko”…».
«Mah! Io sono come lo Spirito Santo, che soffia ovunque… senza farsi vedere. All’inizio ero il direttore. Ora non più: ho passato la mano ad un congolese. Oggi, se andassi via, Radio Nepoko sarebbe in grado di continuare con una buona resa. I “miei” ragazzi sanno montare trasmissioni a sette voci su altrettante piste. Hanno sputato sangue, all’inizio, perché il lavoro non era facile ed io molto esigente. Però oggi sorridiamo tutti».
La politica no
«Qual è il rapporto della radio con l’autorità politica?».
«Noi siamo stati sempre critici sia verso Mobutu sia verso Kabila. Con lo scomparso dittatore abbiamo avuto problemi seri, ma abbiamo resistito alle sue pressioni… Allo stato concediamo 20 minuti per parlare di amministrazione, non di politica. Pertanto abbiamo dato la parola al sindaco, il quale però sapeva che altre persone gli avrebbero replicato… Devo dire che, dopo la prima guerra (sotto il governo di Kabila), non abbiamo avuto grossi problemi con lo stato».
«Tuttavia 200 soldati di Kabila hanno disturbato l’emittente!».
«E noi abbiamo denunciato il fatto, rischiando la galera e la chiusura della radio. Dicevamo a tutti: “Se ci succede qualcosa, tutte le radio del mondo lo sapranno. State attenti!”. Ci è andata bene».
Radio Nepoko è ascoltata anche da militari. Chi vi si sintonizza coglie trasmissioni ad hoc sui diritti umani, sulle torture, oltre che sull’evangelizzazione, attraverso piccole drammatizzazioni con musiche congolesi. «Per fare questo, abbiamo dovuto conoscere la vita militare: siamo andati in caserma a parlare con il comandante. E, siccome costui era orgoglioso e gli piaceva sentirsi alla radio, ha accettato di rispondere alle nostre domande. C’è stato una conseguenza interessante: la rimozione di un graduato, che censurava quanto i soldati dicevano alla radio».
Ebbene: i militari congolesi parlano alla radio, il sabato pomeriggio, con messaggi e petizioni. Forse se ne sono persino un po’ innamorati, se è vero che l’hanno difesa dal saccheggio dei soldati rwandesi all’inizio della seconda guerra.

N el corso del 1998 un fulmine si è schiantato sull’antenna di Radio Nepoko e l’ha zittita… proprio quando stava per potenziarsi ulteriormente. La nuova strumentazione era già arrivata dall’Italia nella capitale Kinshasa. E là è rimasta, perché imperversava la seconda guerra e i soldati del Rwanda avevano occupato Wamba.
Chissà! Forse (una volta tanto!) non tutto il male è venuto per nuocere, almeno per quanto riguarda la radio. Sì, perché i soldati rwandesi se la sono subito presa… mollando poi la «preda malata». Se la radio fosse «sana», in mano a militari stranieri oggi non sarebbe più libera!
Quando i congolesi riascolteranno il familiare e libero «buon giorno» di Radio Nepoko?

L’articolista ha incontrato padre Alonso J. Alvarez e il signor Joseph Mandi prima dell’uccisione di Laurent D. Kabila, avvenuta il 16 gennaio scorso.

Francesco Beardi