DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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SPECIALE 100 ANNI – Soffia il vento del cambiamento

Nel 1960 Harold MacMillan, primo ministro dell’impero britannico,annuncia «il vento del cambiamento» in Africa.
E cambiamento è, cioè indipendenza, «uhuru». Parola magica.
Nei primi anni ‘60 elettrizza tanti paesi del continente.
Segna «il risveglio dell’Africa nera»?
Serenità in Tanzania, sofferenza in Kenya, guerra e pace in Mozambico.

Tanzania,
9 dicembre 1961
«Nel 1950 il bozzolo del colonialismo incomincia a rivelarsi angusto per la “crisalide” Tanganyika – annota padre Alessandro Di Martino -. La crisalide si rende conto di avere le ali sviluppate: preme contro l’involucro e lo rode, smaniosa di librarsi in volo in piena sovranità».
Nel mandato britannico del Tanganyika il processo verso l’indipendenza è abbastanza spedito. Forse non si sa quanto sia stato assecondato dai missionari della Consolata.
La chiesa d’Iringa, che opera fra i wahehe, wasangu e wabena, non assiste al processo con la neutralità del forestiero. È in gioco l’avvenire del proprio «gregge». Promuovendo lo sviluppo sociale (in particolare la scolarizzazione), non si prefigge forse di formare l’élite della nascente nazione?
Senza fare «il tifo per atleti particolari», la chiesa responsabilizza la popolazione. Però non ama atteggiamenti da prima donna. È prodiga di stimoli meditati.
Nell’agosto 1951 si delinea l’atteggiamento verso il movimento nazionalistico: «limitarsi ad osservazioni sui requisiti necessari perché possa reggersi da sé». Con un particolare: eliminare ogni residuo razzista, «evitare attentamente che la nostra condotta dia l’impressione che ci atteniamo alla policy del colour bar; non chiamare più gli abitanti “neri”, bensì africani; trattare tutti con la dovuta considerazione».
Si privilegia la coscientizzazione dei cristiani di fronte ai doveri civili. Nel 1951, alle elezioni del primo Consiglio distrettuale, composto da africani, si raccomanda: «stare attenti che i cristiani se ne interessino e siano debitamente rappresentati da individui adatti… formare i fedeli al sentimento cristiano non solo come individui, ma anche come membri della società».
Ma nel 1951 l’obiettivo non è ancora l’indipendenza piena. Nel paese si ha in mente un governo confederale, esteso all’Africa orientale britannica del Kenya-Uganda-Tanganyika. «Sembra che il bene sia la costituzione di una forte federazione dei vari territori, nella quale ogni paese ritenga la propria indipendenza negli affari interni, dove tutti (europei, asiatici e africani) coesistano cogli stessi diritti e doveri. Per il bene delle popolazioni è opportuno orientare l’opinione pubblica a tale scopo… Mai prescindere dal fine soprannaturale per cui ci troviamo in questi paesi» (1952).
Passano due anni, un tempo sufficiente perché il Tanganyika focalizzi il suo scopo. Ora si esige piena indipendenza. Il primo passo concreto è nel 1954, allorché nasce il Tanu (Tanganyika African National Union), il partito che porterà il paese all’indipendenza nell’ordine e nella tolleranza razziale. Scendono in lizza anche altri partiti, ma nella votazione finale del 1960 il Tanu ottiene 70 seggi su 71. Tutti gli altri partiti si sciolgono senza traumi.
Il vescovo di Iringa, Attilio Beltramino, incoraggia i suoi stretti dipendenti a partecipare alle elezioni: «È mia intenzione che gli aventi diritto (sacerdoti, fratelli, suore, seminaristi) si facciano registrare come elettori» (28 giugno 1960). Anticipa le direttive generali emanate dalla Conferenza episcopale: «È dottrina della chiesa che il voto non sia solo un privilegio ma un dovere, e un cattolico non può facilmente esimersi dal partecipare alla scelta dei propri rappresentanti… Ma ciò non implica che ci debba essere un cosiddetto partito cattolico».
Il 3 settembre 1960 l’euforia galvanizza la popolazione all’approssimarsi del traguardo finale dell’uhuru (indipendenza). Tuttavia l’atmosfera è contenuta in una accettabile festosità. Le tragiche turbolenze del vicinato (Congo e Kenya) consigliano il vescovo di indicare alcune precauzioni.
Si fissa il giorno dell’indipendenza per il 9 dicembre 1961. Monsignor Beltramino ne predispone la celebrazione religiosa nella festa dell’Immacolata, il 7 dicembre. In questo giorno il paese viene consacrato al cuore immacolato di Maria, con una preghiera inviata da Giovanni XXIII, il papa buono.
Iringa, 9 dicembre 1961: la nuova bandiera del Tanganyika indipendente si dispiega sovrana. Padre Francesco Sciolla, vicario generale, di fronte ad esponenti politici e religiosi, nel silenzio assoluto della folla, ringrazia Dio e augura a tutti prosperità e pace.
«Sotto le stelle, dal santuario della Consolata di Iringa dilaga il tripudio delle campane. A Tosamaganga, il fragore di mortaretti»: è il tocco letterario di padre Di Martino.

kenya,
12 dicembre 1963
Fin dall’inizio, i missionari della Consolata in Kenya si impegnano nello studio della cultura dei kikuyu, nella promozione dell’uomo, nell’evangelizzazione. Non fanno politica… Tuttavia, agli occhi degli africani, amano distinguersi dagli inglesi che hanno conquistato il paese con la forza; però non ne contestano il colonialismo. Solo con il tempo recepiscono le istanze d’indipendenza politica, raggiunta il 12 dicembre 1963.
Qual è l’atteggiamento dei missionari, nel 1952-54, di fronte al movimento di autonomia dei mau mau? Al riguardo spicca la figura di Carlo Cavallera, vescovo di Nyeri, nel cuore del ciclone dei mau mau che, secondo lo storico Ki-Zerbo, hanno causato la morte di 8 mila civili africani, 68 europei, 460 soldati e 100 mila prigionieri.
Quando Cavallera può valutare la minaccia costituita da quell’associazione clandestina, ritiene doveroso condannarla: lo fa dopo un’inchiesta fra i missionari e gli stessi cristiani. Dalle loro risposte non c’è dubbio: il movimento mau mau è anticristiano e incita all’apostasia chi ha abbracciato il cristianesimo. Eloquente, per il vescovo e i missionari, è il «giuramento mau mau»: esso impone l’abbandono della chiesa, il rifiuto dei sacramenti, l’odio verso tutti i bianchi; d’altro canto, il giuramento sprona gli africani a ritornare alla loro divinità tradizionale.
Quindi i missionari condannano i mau mau per ragioni religiose.
Ciò non equivale a condanna politica tout court. Il vescovo Cavallera prende le distanze dagli europei che invocano il coprifuoco contro i «terroristi». «Bisogna fare sempre distinzione tra la parte religiosa e quella politica» raccomanda il vescovo ai missionari. Nel frattempo, incurante dei pericoli e delle minacce subite, percorre in lungo e in largo la sua vasta diocesi, per esprimere solidarietà alle vittime della violenza. Ed è quasi miracoloso che monsignor Cavallera ne esca indenne.
Se i mau mau volessero eliminare quel «vescovo impiccione», i suoi frequenti viaggi gli offrirebbero occasioni d’oro per farlo. Ma anch’essi con ogni probabilità «distinguono»: politicamente il vescovo non è una minaccia, pur essendo bianco; religiosamente non lo capiscono; umanamente lo ammirano, perché non lesina soccorsi ai bisognosi.
Questo però non risparmia le missioni da attacchi intimidatori e mortali: padre Edmondo Cavicchi viene ferito e resta psicologicamente menomato per il resto della vita; suor Eugenia Cavallo è assassinata. Due i martiri africani: le suore Rosetta Njeri e Cecilia Wangechi, nonché l’eroica testimonianza di sangue di semplici cristiani come Aloisio Kamau.
La fine dell’emergenza dei mau mau (durante la quale molti battezzati abbandonano la fede) segna l’inizio di una spettacolare ripresa cristiana. Quale la causa?
«L’esperienza dei missionari è che, ovunque, vi sia un risveglio inspiegabile. Io – conclude monsignor Cavallera – l’attribuisco al sangue dei nostri martiri».

Mozambico,
25 giugno 1975
«L’annuncio del vangelo nel Niassa, specie nella prima fase, è opera quasi esclusiva dei missionari della Consolata. Circa gli inizi, basti ricordare l’opera di padre Pietro Calandri e di suor Franca Cavicchi. In queste figure comprendiamo tutti i missionari e le missionarie della Consolata» dichiara nel 1988 Luis Gonzaga Ferreira da Silva, vescovo di Lichinga.
Siamo in Mozambico, dove i missionari della Consolata operano dal 1925, non solo a Lichinga, ma anche a Maputo, Inhambane e Nampula. Il paese non è facile.
È colonia del Portogallo da circa cinque secoli. E, mentre negli anni ’60 in quasi tutte le nazioni dell’Africa sventolano le proprie bandiere, in Mozambico imperano ancora Salazar e amici. Ma soffia, rabbioso, il vento del cambiamento: ed è guerra per un decennio.
Durante la lotta armata per l’indipendenza, la chiesa (connivente con il colonialismo) è soggetta anche ad una contestazione intea: ad esempio, nel 1971 i Padri Bianchi lasciano per protesta il paese. I missionari della Consolata, pur approvando il gesto, decidono di restare. Tuttavia in precedenza, il 24 dicembre 1970, padre Celio Regoli è accusato (ingiustamente) dal governo portoghese di collaborazione con i ribelli e viene espulso…
Il 25 giugno 1975 il Mozambico è indipendente. Ma, quasi subito, ripiomba in guerra: una guerra civile tra le forze governative del Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico) e i guerriglieri della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana). Il Frelimo gode dell’appoggio dell’Unione Sovietica e la Renamo si avvale del Sudafrica. Quindi è scontro tra marxismo e capitalismo: «due elefanti che lottano, a scapito dell’erba che calpestano». L’«erba» non cresce più.
Così è morte violenta per oltre un milione di mozambicani e fame nera per tutti. Per non parlare degli innumerevoli profughi interni: fuggono dai loro villaggi, sperando di trovare altrove una situazione migliore; ma cadono dalla padella alla brace.
La violenza è anche contro le fedi religiose, perché «la religione è l’oppio dei popoli». La chiesa cattolica è la più bersagliata, giacché i colonialisti portoghesi sono… cattolici.
Alcuni fatti:
– il 21 luglio 1977, con motivi assolutamente pretestuosi, la Repubblica popolare del Mozambico decreta l’espulsione, entro 48 ore, dei padri Armanno Armanni e Mauro Calderoni;
– novembre 1978: padre Severino Bordignon è rinchiuso per due mesi in carcere e poi espulso. Il capo di accusa è: «Sovversione contro lo stato, avendo mobilitato il popolo per la catechesi e per aver insegnato a pregare ed assistere alla messa»;
– dicembre 1978: padre Eugenio Menegon è condannato a domicilio coatto.
Sul fronte della Renamo, anche i guerriglieri non scherzano:
– 19 luglio e 16 settembre 1982: rapimento dei padri Giuseppe Alessandria e Adelino Francisco, con quattro suore della Consolata. Rimangono in mano ai ribelli sino a fine novembre;
– 15 febbraio 1991: in una terribile imboscata cade ucciso padre Ariel Granada Sea, mentre padre José Feando Martins da Rocha è ferito (resterà zoppicante per sempre);
– 1 marzo 1992: un’altra imboscata durante la quale padre Joao Coelho resta brutalmente ferito e quattro giovani che l’accompagnano uccisi. Il missionario è ostaggio dei guerriglieri per un mese;
– 22 marzo 1992: assalto notturno al Centro catechistico di Guiùa, diretto da padre Andrea Brevi e massacro di 24 persone, con rapimento di 9 bambini…
Il 4 ottobre 1992 Frelimo e Renamo firmano a Roma il «cessate il fuoco». È pace. Una pace da costruire tra rovine materiali e umane infinite. Aleggia pure lo spettro che il Mozambico sia come l’Angola: cioè che ritorni al bazooka, giacché i trattati sono solo pezzi di carta. Ma la pace regge. E il Mozambico è oggi un segno di speranza per l’intera Africa.
Fra le macerie, accumulatesi durante quasi un trentennio di guerre, tutti si rimboccano le maniche. I missionari della Consolata puntano in alto: suggeriscono all’episcopato cattolico la creazione di una università. Padre Francesco Ponsi realizza il sogno. L’università cattolica del Mozambico viene inaugurata il 10 agosto 1996, con sedi a Beira e Nampula. Il rettore è padre Filipe J. Couto, primo missionario della Consolata locale.

LA FAMILGIA ESTESA DELLO STATO

Dopo l’indipendenza, l’azione dei missionari della Consolata in Tanzania avviene in un contesto diverso da quello di altri paesi africani, essendo condizionata da un particolare socialismo. È una specie di «fai da te», codificato nella Dichiarazione di Arusha (1967), che prende a modello dello stato la famiglia africana estesa, ujamaa, nella quale ognuno vive per gli altri e dove l’individuo esiste perché esistono gli altri.
L’idea, pur vicina al vangelo, si colloca in realtà agli antipodi della dottrina sociale della chiesa e dei diritti umani, in quanto riconosce al gruppo prerogative proprie del singolo, concede allo stato la proprietà dell’individuo e priva la persona di ogni incentivo al proprio sviluppo.
Naturale conseguenza di questa visione di società è la creazione forzata di «villaggi socialisti», accettata da alcuni ambienti religiosi e rigettata da altri. Non manca, anche, chi sposa la scelta e se ne fa propagatore, come il vescovo Christopher Mwoleka di Rulenge, che alterna l’attività episcopale con il lavoro manuale nei campi a fianco della gente. Quanto ai missionari della Consolata, le loro opinioni variano.
Padre Egidio Crema, studioso dei wahehe, nel 1968 non ha dubbi sulla riuscita del socialismo tanzaniano, espresso dalla politica di Nyerere e del Tanu. «In base alla loro linea di azione – sostiene – credo che non sia difficile comprendere e giustificare gli stessi atteggiamenti apparentemente contrastanti e confusi della politica intrapresa dal presidente in Tanzania».
Padre Alessandro Di Martino, storico dei missionari della Consolata nel paese, nel 1979 ravvisa nel villaggio dell’ujamaa una condizione ideale per la formazione delle comunità ecclesiali di base. «La creazione di tali comunità – scrive – ha trovato in Tanzania un contesto politico e culturale provvidenzialmente favorevole. I villaggi dell’ujamaa o comunitari, sorti sotto la spinta del socialismo dal raggruppamento delle capanne, fino a ieri sparse ai quattro venti, offrono a tutti la possibilità di incontrarsi e riunirsi con estrema facilità. Mentre lo spirito di fratellanza e solidarietà è inculcato dal partito in ogni villaggio; visto in chiave evangelica, questo si presenta ai battezzati come un punto di partenza per una testimonianza cristiana in campo politico e sociale».
Padre Franco Cravero è lieto di dare, nello spirito dell’ujamaa, un contributo per lo sviluppo costruendo una scuola di falegnameria per i ragazzi e un’altra di economia domestica per le ragazze (1979).
Nel 1990 padre Giulio Belotti nutre dubbi che la donna tanzaniana, su cui poggia gran parte dell’ujamaa, possa un giorno arrivare a gestire la propria crescita.
Di opinione abbastanza negativa è padre Luis Jiménez Feandez, per il quale l’ujamaa ha favorito il crescere della corruzione e l’abuso di cariche pubbliche. E, dopo aver propagandato l’istruzione per tutti i cittadini, in realtà ha garantito l’accesso all’università solo allo 0,5% e gli studi secondari solo al 3% della gioventù. Non meno carenti sarebbero i risultati nella sanità, occupazione, casa, ecc.
Ma tutti i missionari sono concordi nel valutare i grandi obiettivi raggiunti dall’ujamaa, come il dialogo inter-tribale, l’unificazione linguistica e la nascita di una nazione: valori che hanno favorito anche l’evangelizzazione.

LIBERTA’ E CRISTIANESIMO

«Uhuru, uhuru, uhuru!». Non si sente altro oggi in Kenya, 12 dicembre 1963.
Il mattino è stato ecumenico. Il metodista Valender, uno sceicco musulmano in un grosso turbante ed io in cotta e stola, all’aperto e attorniati da migliaia di persone, abbiamo pregato per il Kenya e la sua indipendenza. L’atmosfera era carica di gioia ed emotività.
Ognuno ha recitato una preghiera. A me pareva che persino gli angeli si arrampicassero sugli sgabelli per ricevere una benedizione protestante, una cattolica e una musulmana. Ho chiesto a Dio che fecondasse con la pioggia delle sue benedizioni l’uhuru.
Che la libertà scaturita in Kenya cresca, come crescono i raccolti nelle stagioni delle piogge, e si rinnovi come le piante di banana. Gli uomini che guidano il paese ottengano luce per vagliare la libertà, come si vaglia il granoturco, liberandola dalle erbe parassite e dalle gramigne che vegetano e danneggiano.
Una libertà senza nubifragi e siccità, con tutti i membri dei clan che vivono in una grande famiglia, dove gli anziani guidano con saggezza, gli uomini lavorano, le donne tengono linda la casa, i figli studiano e tornano dalle sorgenti con secchi di acqua limpida. Così benedica Dio il Kenya e i suoi abitanti.
Dall’applauso ho capito che la mia preghiera è stata la più azzeccata. Il vicepresidente del partito Kanu mi ha detto che l’intervento deve essere stampato, perché è bello. Quando un popolo parla così di preghiere nel giorno della sua indipendenza, probabilmente la realizzerà.
Nel pomeriggio i ragazzi hanno cantato l’inno nazionale. È un motivo mistico, che esce dalla foresta e si allarga lentamente e benedicente su tutta la nazione.

O Dio, nostra forza,
benedici tutti noi,
ci sia scudo la giustizia
e noi si viva in frateità,
pace e libertà.
Svegliamoci, fratelli,
lavoriamo in alacrità,
in servizio virile
alla nostra patria Kenya.
Amiamola con fermezza,
difendiamola con prontezza.
Costruiamo la nostra nazione…
Diamoci la mano,
lavoriamo insieme
ogni giorno grati a Dio.

Poi tutti si sono dati convegno nella cattedrale di Meru: politici, ex mau mau, protestanti, musulmani, i nuovi borghesucci, la massa di contadini. Qualcuno è svenuto.
Ho iniziato l’omilia della messa con: «uhuru na ukristu» (libertà e cristianesimo). Silenzio di tomba. Come un prete si sente ascoltato in certe occasioni!
Ho svolto l’idea di libertà nella Bibbia e della liberazione portataci da Cristo, che ci fa popolo di Dio. Ho parlato del colonialismo degli egiziani, che tenevano prigionieri gli ebrei. Ho continuato dicendo che il Kenya salutava Kenyatta, protagonista della sua indipendenza, e Gesù Cristo, fautore della libertà di ogni uomo. E ho concluso pregando per il Kenya e il suo presidente.
Mi sono sentito un po’ inorgoglito, come se avessi fatto un discorso alla camera dei lords. Saverio, un kenyano, mi ha detto: «Padre, pareva che parlassi della libertà della tua nazione». È stato un complimento.
S tasera sono stanco nella solitudine della mia camera. La finestra è spalancata sotto le stelle, che sembrano essere state lucidate apposta per questo giorno. Mi ritrovo a canticchiare l’inno nazionale:
O Dio, nostra forza,
benedici tutti noi…

p. Giovanni Bonzanino

Francesco Beardi